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Una principessa sarda in Etruria [ di Ilaria Bendinelli ]

Il territorio dell'Etruria antica è stato teatro di numerosi scambi commerciali e culturali e i suoi abitanti sono spesso venuti a contatto con realtà etniche di vario genere. Fin da epoca antica era conosciuta la ricchezza del suolo e del sottosuolo etrusco e le innumerevoli possibilità di guadagno e di scambio che essi offivano.
All'interno di questo scenario, si inserisce il rinvenimento di un ricco corredo femminile, comunemente chiamato della “principessa sarda”, scoperto nella necropoli di Cavalupo a Vulci e attualmente custodito a Roma, al museo di Villa Giulia, databile alla fine del IX secolo a.C. La sepoltura era a cremazione, del cosidetto tipo a pozzetto con custodia. Il cinerario biconico, in terracotta dipinto di vernice nera, presenta decorazioni tipiche villanoviane: sequenze metopali campite con croci e punti, meandri e svastiche. All'interno di esso, insieme ai pochi resti ossei incineriti, sono stati rinvenuti: un cinturone del tipo a losanga decorato a incisione con motivi a spirali e zoomorfi, un gruppo di quindici fibule a disco semplice con decorazione a spirale e arco impreziosito da perline di bronzo e ambra, due collane delle quali una a catena e una composta da vaghi di osso, faÏence verde e pasta vitrea bianca rossa e blu, una serie di anellini bronzei, bottoncini conici (tipicamente sardi) e alcune spirali per arricciare i capelli. Intorno al collo dell'ossuario è stata rinvenuta un'altra collana a catena ma, i rinvenimenti più significativi che hanno dato il nome alla sepoltura sono tre oggetti in bronzo di fabbricazione sarda, deposti ai piedi del cinerario: una statuina dai connotati umani, uno sgabello/strumento musicale a cinque gambe e un cestino con coperchio.
Gli oggetti rinvenuti all'interno dell'ossuario presentano evidenti segni del rogo; era infatti usanza durante il periodo villanoviano (IX-VIII secolo a.C.) cremare i cadaveri su un catafalco allestito appositamente, sotto il quale si deponeva legna secca. Quando poi il rogo e la cerimonia funebre erano terminati, le ossa carbonizzate rimaste venivano deposte, con delle pinze, all'interno del cinerario ancora calde, insieme al resto delle ceneri e agli oggetti del corredo, in questo modo il calore contorceva le parti metalliche con cui veniva a contatto.
Il rinvenimento della collana attorno al collo dell'ossuario è un elemento significativo per l'epoca, rappresenta una sorta di antropomorfizzazione dell'oggetto, come se si volesse dare un'identità alla defunta e, soprattutto, una connotazione sociale che scaturisce, peraltro, dalla ricchezza e dall'ottima lavorazione dei reperti facenti parte del corredo.
Un punto su cui, invece, merita di soffermarsi è il ritrovamento dei tre oggetti di fabbricazione sarda. Il bronzetto dalla forma antropomorfa è alto circa tredici centimetri e presenta un cappello conico sulla testa, dalla quale scende una lunga chioma di capelli divisi in quattro gruppi, due dei quali iniziano dalle tempie e due dalla nuca e acconciati in due grosse trecce; è coperto da un abito lungo fin sotto le ginocchia e terminante nella parte posteriore in un'estremità a punta, ai piedi calza sandali con alta suola. Il braccio sinistro sorregge una grande piastra che copre l'intero braccio e parte del ventre e che è stata interpretata come un oggetto di cuoio. L'avambraccio destro è proteso orizzontalmente con la mano aperta verso l'alto dalla quale pende, all'altezza del polso, un oggetto globulare rigonfio, che è stato identificato come strumento musicale da far tintinnare. Questo bronzetto ha avuto numerose identificazioni nel corso del tempo: un sacerdote militare, un guerriero, un capo di villaggio, ma è molto più verosimile che si tratti di una figura femminile di rango elevato, probabilmente una principessa o la figlia di una persona che deteneva una qualche forma di potere presso una comunità o una cerchia.
Il secondo bronzetto miniaturistico (è alto soltanto tre centimetri) rappresenterebbe, per alcuni, uno sgabello per la presenza di cinque gambe, ma si tratta, molto probabilmente, di uno strumento musicale, alle cui estremità dovevano essere applicati degli anellini da scuotere e far tintinnare.
L'ultimo oggetto riproduce una cesta in vimini bronzea con pareti troncoconiche, basso ventre e fondo piatto. Due anse semicircolari all'altezza del corpo rappresentano le prese. Il bronzetto, di piccole dimensioni come gli altri, potrebbe riprodurre o il cestino nel quale la defunta avrebbe riposto il suo corredo nuziale o un dono votivo per una dività. Quest'ultima ipotesi scaturisce dal fatto che modellini in bronzo di ceste di vimini sono stati rinvenuti in Sardegna, nel tempio di Santa Vittoria di Serri, in provincia di Nuoro.
Ad ogni modo, tutti e tre i reperti sono stati fabbricati da una o più maestanze operanti nella zona centro-orientale della Sardegna e, solo in un secondo momento, importati in Etruria. La persona a cui appartenevano era una donna sarda andata in sposa a un ricco possidente o capo vulcente.
La presenza di oggetti di produzione sarda in Etruria, in questa prima fase villanoviana, rappresenta un fatto eccezionale, spiegabile solo con un matrimonio fra componenti delle due etnie. Attorno alla metà dell'VIII secolo a.C., invece, reperti del genere sono molto più frequenti (soprattutto ollette globulari per il vino dal caratteristico collo “storto” e navicelle di terracotta con funzione di salsiera), in quanto si registra la presenza di artigiani sardi giunti in Etruria per motivi commerciali e di lavoro e, successivamente, stabilitisi lì o da soli o con la famiglia.
Agli inizi del IX secolo a.C. i commerci con la Sardegna avvengono di rado o, se avvengono, sono il frutto di scambi e accordi fra privati possidenti o famiglie benestanti. Il matrimonio è, dunque, un buon metodo per siglare un'unione non solo familiare, ma anche commerciale e culturale fra due componenti.


Bibliografia

-Camporeale Giovannangelo, Gli etruschi, stroria e civiltà, Torino 2004, pag. 264
-Camporeale Giovannangelo, Gli etruschi fuori d'Etruria, Verona 2001, pag. 38
-Iaia Cristiano, Simbolismo funerario e ideologia alle origini di una civiltà urbana, in Grandi contesti e problemi della protostoria italiana, Roma 1998, pag.85
-Fugazzola Delpino Maria Antonietta, La cultura villanoviana, Roma 1984, pagg. 98-106
Documento inserito il: 21/12/2014
  • TAG: popoli italici, italia preromana, Etruria antica, necropoli di cavalupo vulci, corredo funebre detto principessa sarda

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