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Il concetto di 'assimilazione' alla base del progresso di Roma [ di Carlo Ciullini ]

Saper trarre insegnamento dalle esperienze del prossimo, fare tesoro delle idee positive che altri possono aver avuto prima di noi, e coltivarle migliorandole attraverso il contributo del personale patrimonio di conoscenza, può portare a risultati pratici e funzionali realmente soddisfacenti.
Prendere il meglio altrui, sopratutto se il meglio non è coperto da ferreo copyright, può risultare una buona abitudine, comprovante, più che una povertà di spirito, una valida capacità di sapersi spogliare degli egoismi e degli eccessi di orgoglio, abbracciando con trasporto e fiducia ciò che la viva intelligenza di altre persone o gruppi di persone (se non interi popoli) ha saputo produrre.
A Roma tale metodo fu assai diffuso, e un popolo improntato all'azione e alla concretezza come il latino non ebbe certo scrupoli, nel corso dei secoli, ad attingere a piene mani a usi, costumi, riti, scoperte e invenzioni di altre genti: tutto ciò che, importato ed elaborato sulle rive del Tevere, avesse potuto migliorare le prestazioni di una macchina in grande espansione quale Roma, era ben accetto.
Nel campo politico-istituzionale, in quello sociale-religioso, negli aspetti militari sia tattico-strategici che relativi all'armamento, come pure in ambito di nuove teorie architettoniche e di innovazione tecnologica, niente veniva tralasciato, se ritenuto interessante: come una enorme calamita, l'Urbs attraeva a sé le idee forti del mondo antico.
Qualsiasi popolo che i Romani andassero a incontrare (o a combattere...) nel loro processo di espansione poteva costituire, in alcuni dei propri aspetti caratterizzanti, motivo di ispirazione.
Tuttavia, è bene sottolinearlo, non si tratta di un pedissequo “copia e incolla”, della costruzione smaniosa quanto illogica di un puzzle multiforme, certo sovrabbondante e variegato, ma anche disarmonico. Tutt'altro.
La eccelsa abilità di Roma consistette nel saper plasmare i vari elementi di cui venne via via in possesso, facendone, con un lavoro di innesto e di potatura degno della miglior arte topiaria, un insieme omogeneo ed equilibrato.
Proveremo, nelle prossime pagine, ad entrare in alcuni dei principali campi nei quali i Romani hanno espresso più compiutamente la loro grande capacità di assimilazione: in realtà, gli ambiti interessati dalla stessa sono vasti, e abbracciano tutto ciò che, in definitiva, si viveva a Roma quotidianamente.
Ci volgeremo pertanto alle tematiche più pregnanti: istituzioni statali, religione, architettura urbanistica ed esercito.
Per quanto menti lucide e razionali come quella di Polibio ci descrivano entusiasticamente il governo di Roma, tanto superiore agli altri grazie alla sua peculiare originalità strutturale (tripartita in tre rami controllanti l'un l'altro: consoli, senato, comizi), è vero altresì che non pochi furono gli influssi politici che confluirono nella città latina grazie all'apporto di altre popolazioni (almeno nella sua fase iniziale di sviluppo).
Chiaramente, le eterogenee caratteristiche statali e istituzionali straniere vennero prese a modello dai Romani del tutto spontaneamente; e ciò, purché fossero confacenti all'edificazione della giovane monarchia prima e della neo-repubblica poi.
Lo sguardo romano si posò, così, su alcune realtà politiche espressioni dirette di etnie con le quali l'Urbs, ultima arrivata nel mondo centro-italico, andò col tempo confrontandosi: la Sabina e, sopratutto, l'Etruria con i suoi insediamenti laziali.
Le due entità regionali rappresentarono un grande stimolo per Roma e per i suoi apparati istituzionali.
Fu la sabina, la prima realtà con la quale la città sul Tevere ebbe a confrontarsi.
Lo stesso insediarsi sul trono accanto a Romolo, nella fase arcaica dell'età regia, del sovrano sabino Tito Tazio (in una sorta di vera e propria diarchia), trascinò con sé l'assorbimento di varie componenti peculiari di quel popolo dell'entroterra: ad esempio, fu dal nome della capitale alleata Cures che i Romani trassero quell'epiteto di Quirites di cui fecero sempre vanto.
Oltre che dal punto di vista etimologico, il contributo sabino risulta evidente anche nella primordiale formazione politica di Roma.
Le trenta curie in cui venne divisa la città portavano infatti i nomi di altrettante donne sabine (appartenenti forse alla schiera delle rapite), mentre la ripartizione dei cavalieri in tre centurie si determinò in base alla differente origine etnica: i Ramnes, che rappresentavano i Romani, i Titienses, cioè la componente legata a Tazio (e quindi sabina), mentre incerta risulta l'attribuzione del termine inerente alla terza centuria, i Luceres.
Anche dal misterioso e affascinante mondo etrusco giunsero sul Campidoglio e sul Palatino importanti simbologie rappresentative della vita politica di quella raffinata civiltà: i Romani non seppero resistere al richiamo degli emblemi del potere d'Etruria e, ammaliati, li fecero propri.
A capo della Confederazione delle città etrusche stava un Lucumone, attorniato da un corpo aristocratico che ne formava il Gran Consiglio: non è difficile intravvedervi le radici di quel binomio Re-Senato che marcò i primi due secoli e mezzo di potere a Roma.
Gli ultimi tre sovrani, poi, furono di stirpe etrusca: Tarquinio Prisco, che raddoppiò da cento a duecento il numero dei senatori; Servio Tullio, che allargandone la partecipazione ai nuovi ricchi li portò a trecento, suddividendo poi la popolazione in cinque classi censuarie; infine Tarquinio il Superbo, cacciato da Roma, col quale si pose fine, nel 509 a.C., all'elenco degli otto Re.
Il mondo etrusco, profondamente radicato in una città che pure era di ceppo latino, influenzò perciò in modo deciso le abitudini e le espressioni politiche e sociali (ma anche culturali) dell'Urbs.
Per citare un esempio, la figura dei littori, così iconograficamente romana, è eredità lasciata dai fascinosi vicini: secondo Tito Livio (nel suo I° libro dell'“Ab Urbe condita”), i dodici littori che accompagnavano i magistrati dotati di imperium sarebbero stati originati, nelle funzioni e nel numero, da quei subalterni al Re etrusco (il Lucumome) forniti da ciascuna delle dodici città confederali: una sorta di guardia del corpo rappresentativa, dunque.
Dalla stessa Etruria giunsero a Roma (ben radicandovisi) altri simboli di potere governativo, come la sedia curule e la toga pretesta.
Tuttavia, la presenza etrusca a Roma non cessò certo con l'allontanamento dell'ultimo, tirannico sovrano: il Vicus tuscus ne fu testimonianza per secoli, grazie alla sua grande vitalità; e della perizia artigianale e urbanistica della gente originaria d'Etruria la città si valse ampiamente, come vedremo in seguito.
La religio è il secondo argomento al quale ci volgiamo: un ambito d'importanza vitale a Roma, tanto era quotidianamente volto, attraverso le sue funzioni cultuali, a sostenere e garantire la politica statale e le istituzioni.
La religione romana fu in grado di assimilare abilmente divinità appartenenti ad altri contesti etnici: non di rado, questa opera di integrazione fu il frutto di una suadente azione di seductio, grazie alla quale Roma puntava sulla propria fascinazione per addurre a sé gli dèi di popoli con i quali veniva a scontrarsi, in modo da privare i nemici del supporto divino.
Ad esempio, nei casi di assedio si invitavano, tramite appositi riti, le entità sovrannaturali preposte alla tutela della città ad abbandonarla, per ricevere in cambio un culto ad hoc a Roma, con la prestigiosa edificazione sui colli di un tempio personale e la costituzione di uno specifico corpo sacerdotale.
Tappa fondamentale nella formazione del pantheon latino fu il periodo legato all'età regia e a quella arcaico-repubblicana, età durante le quali Roma attinse a piene mani al mondo ultraterreno greco ed etrusco, espressioni vivissime delle civiltà con le quali l'Urbs, in irrefrenabile espansione, entrava sempre più in contatto.
Prima testimonianza di assimilazione latina dei culti etruschi fu l'importazione della triade Uni-Tinia-Mnerva, che ispirò la famosa “Triade capitolina” formata dagli dèi corrispondenti Giove-Giunone-Minerva, venerati nel grande tempio sul Campidoglio; sullo stesso colle si edificò il più grande edificio religioso etrusco, quello di Giove Ottimo Massimo, a prova del profondo legame instauratosi tra i due mondi.
Venne importata sulle rive del Tevere anche la dea Turan, che divenne (mantenendo inalterate le proprie caratteristiche fisiche e attributive) la dea latina della bellezza e dell'amore, Venus.
Nel triangolo Roma/mondo etrusco/religione spicca, sopratutto, l'aspetto legato alla divinazione: gli àuguri migliori, esperti nell'interpretazione dei segni celesti e del volo degli uccelli, erano considerati senza dubbio gli etruschi, così come toccava i vertici assoluti il prestigio della loro aruspicina, l'arte divinatoria trattante l'esame delle viscere (fegato e intestino).
Anche dalla fiorente Grecia giunsero a Roma divinità ex-novo, cioè non ricoprenti alcun ruolo che fosse già presente nel pantheon dell'Urbs: tra i principali, Apollo e i Dioscuri (Castore e Polluce), che furono l'oggetto di maggior venerazione, con splendidi templi a loro dedicati nel Foro, il cuore pulsante della città.
Altre divinità greche come Era, madre degli dèi e degli uomini, fecero invece da modello a entità già presenti nel Lazio come Giunone, che ne acquisì l'aspetto fisico, la personalità e i tratti distintivi.
A grandi linee, la politica di Roma fu quella di favorire l'introduzione di culti stranieri, a condizione che non costituissero un pericolo in grado di minare alla base la salda società romana.
Ciò portò, ad esempio, all'epocale processo del 186 avanti Cristo, nel corso del quale fu severamente represso il culto dionisiaco dei Baccanali, con la messa a morte di centinaia di imputati: tale culto, d'importazione greca, apparve agli occhi degli statisti romani, per la sua smodata lascivia, estremamente pernicioso, e carico di elementi venefici per la sobria e austera impostazione etico-sociale della città.
Tuttavia non sarebbe passato molto tempo, che le conquiste romane avrebbero sempre più portato il mondo latino a stretto contatto con gli usi melliflui e i costumi levantini d'Oriente...
Fu comunque nel periodo imperiale che gli antichi valori morali e religiosi della tradizione (malgrado i tentativi di Augusto di ripristinarli) andarono degradandosi sempre più, per quanto, come appena visto, già in periodo tardo-repubblicano profonde crepe avevano incrinato la purezza paradigmatica del pantheon latino.
Ormai da tempo la religio pubblica andava perdendo il proprio fascino.
Si stavano man mano introducendo a Roma nuovi culti misterici di provenienza orientale, legati tra le divinità principali a Cibele, Iside e Mitra.
Ad influssi di carattere prettamente religioso andarono sommandosi, nei primi secoli dopo Cristo, anche contributi di carattere filosofico-esistenziale: la vecchia religione di Roma non parve più abilitata a rispondere positivamente alle nuove esigenze spirituali degli abitanti dell'Impero. L'uomo e la sua anima, il rapporto col post-mortem, la salvezza eterna: tutte concezioni assolutamente moderne e innovative, ingestibili da parte di una religio tanto vetusta da mostrare inesorabilmente la propria inadeguatezza strutturale al giudizio del tempo e del progredire del pensiero umano.
Correnti filosofiche derivate dall'Ellenismo come quella neoplatonica, la gnostica, l'orfica pervasero di sé il nuovo approccio dell'uomo antico alla religione.
Siamo nel 200 dopo Cristo: accanto ai nuovi culti e alle fresche idee giunge, anzi irrompe dalla Giudea il verbo innovatore che irrorerà la mente di interi popoli e nazioni.
Dopo un proselitismo lento e cadenzato nel corso dei primi decenni dell'Impero, il Cristianesimo assume, a livello di adepti, la forza travolgente di un torrente in piena: nel 313 dell'era non a caso chiamata cristiana, la religione legata alla figura di Gesù acquista piena libertà di osservanza, come d'altronde tutte le altre.
E' Costantino, con l'Editto di Milano, che compie questo epocale passo: dalla sua promulgazione, ogni cittadino imperiale avrebbe potuto seguire impunemente il proprio credo, senza timore di persecuzione alcuna.
Ma l'iniziale sincretismo, per il quale potevano coesistere assieme, nei dominii di Roma, varie fedi, andò rapidamente affievolendosi sino a trasformare il Cristianesimo stesso nell'unica religione pubblica praticabile: è il 380, e ciò viene sancito nell'Editto di Tessalonica per volere dell'imperatore Teodosio I°.
Il pantheon degli avi, ormai decaduto, rimase un enclave per pochi, tenaci proseliti. Si chiudeva così la parabola millenaria della religio romana, da sempre sensibile a recepire i culti extra-latini: dalla venerazione di decine, centinaia di dèi, tra i quali non pochi furono emblemi divinizzati di molteplici aspetti del reale quotidiano, si era infine giunti al monoteismo dell'unico Dio, che nella sua potenza andava sommando tutte le qualità degli dèi precedenti.
L'uomo poteva finalmente confrontarsi con un solo interlocutore.
Lo stretto rapporto che i Romani mantennero con gli Etruschi, gente dalle indubbie capacità, ci è testimoniato anche dalle molteplici condivisioni che i due popoli ebbero in ambito di tecniche costruttive.
Tecniche che tanto contribuirono a modellare l'aspetto della Roma dei primi secoli: a prescindere da caratteristiche edilizie del tutto innovative come l'uso dell'arco o della chiave di volta, fu grazie alle conoscenze etrusche in campo edilizio che l'Urbs si dotò di un Foro, della Cloaca Maxima, di acquedotti, di un efficiente sistema fognario e di solide mura cittadine (le serviane).
Si potrebbe affermare, paradossalmente, che almeno ai suoi inizi Roma rappresentasse, per forma politica e urbanistica, la più grande città della Confederazione etrusca...Ma ciò, solo a onore del grande apporto che questo popolo di origine anatolica fu capace di dare ai Latini, i quali seppero farne buon uso e ottimo patrimonio di conoscenza, attingendo appieno alle evidenti qualità di ciò che veniva insegnato loro.
Quanto Roma, ape instancabile, fu in grado di suggere dal profumato fiore etrusco assume grande rilevanza: si va dall'alfabeto, che gli etruschi ereditarono a loro volta da quello greco-calcidese, a interi lemmi, sopratutto in seno ad arte, commercio, teatro primitivo; né possiamo dimenticare i combattimenti gladiatori, che divennero poi, lo sappiamo bene, passione viscerale per i discendenti di Romolo.
E potremmo proseguire, ma qui ci fermiamo...
Ciò che per i Romani era bello, ciò che ritenevano utile, qualunque cosa piacesse o interessasse loro era fatta propria, e l'imitazione altrui non portava alcun senso di imbarazzo o disagio: anzi, la si riteneva fonte di arricchimento, materiale e non solo.
Roma ebbe dunque istituzioni politiche salde, ma al tempo stesso elastiche e naturalmente predisposte a esser corroborate da modelli extra-latini, sì da permetterle di attraversare come primattrice secoli di storia; seppe altresì dotarsi di un variegato pantheon, ben fornito di divinità fatte giungere da ogni dove, pronte a rispondere alle esigenze e ai bisogni più disparati dei fedeli; infine, i Romani furono in grado di irradiare nel mondo le loro straordinarie opere infrastrutturali e di comunicazione, in non rari casi ancora oggi ben funzionanti, attingendo anche alla scienza edilizia e ingegneristica di altri popoli.
Questo breve excursus sulla pratica tutta romana dell'assimilazione risulterebbe incompleto, se non trattassimo anche dell'invincibile esercito posto sotto le insegne delle aquile legionarie: un esercito che permise ai latini il dominio del mondo grazie alla propria potenza, sempre più amplificata anche in virtù dell'apporto di tecniche, strategie, armamenti ispirati da altre genti.
Fu, l'assimilazione in campo militare da parte di Roma, un'opera di taglia e cuci di impareggiabile abilità che, unita a un'indole da dominatrice, regalò alla “Città eterna” l'impero incontrastato sul mondo antico per molti secoli.
Giacché l'esperienza è maestra di vita, anche le grandi scoppole possono essere di insegnamento: nel 321, durante la seconda guerra sannitica, i Romani furono intrappolati al passo del Caudio dai Sanniti, che li umiliarono facendoli passare tra gli scherni (senza via di uscita, pena la morte) sotto le famigerate forche.
L'onta del momento portò comunque i suoi frutti: innanzitutto l'esercito latino, troppo legato a dinamiche compassate e antiquate come l'uso tattico della falange di stampo oplitico (retaggio di origine ellenica), accolse favorevolmente il modello proprio dei Sanniti, che con rapida agilità poggiavano tatticamente su schieramenti di natura manipolare, assolutamente più frazionabili e mobili alla bisogna, certo meno statici della compatta falange romana.
In secondo luogo le legioni di Roma ritennero di adeguare al nuovo modus operandi il loro armamento: dunque, corazza più leggera e meno ingombrante della oplitica, con l'abbandono (salvo i triarii) della pesante lancia d'urto a favore di leggeri giavellotti da lancio (pila) e scudo non più rotondo di stile ellenico-etresco, ma rettangolare e concavo (scutum), più idoneo alla protezione.
Dai Greci e dai regni ellenistici con cui ebbero via via a scontrarsi, poi, i Romani acquisirono importanti nozioni in campo balistico, mettendo a punto modelli tecnicamente perfezionati di strumenti da getto e da lancio come catapulte e baliste (in latino onagri e scorpiones).
Niente dunque, in campo militare, fu lasciato al caso, e questa continua assimilazione bellica rafforzò la già poderosa macchina da guerra di Roma.
Raramente, nella storia dell'umanità, i popoli che hanno nel corso dei secoli rivestito il ruolo di “super-potenza” sono stati in grado di assurgere a tali vette poggiando esclusivamente sulle proprie capacità creative e innovative: è evidente quanto sia stato fondamentale, per loro, poter attingere anche alla forza delle idee altrui, filtrando, attraverso il setaccio della propria immutabile identità nazionale, ciò che di buono e di meglio proveniva da altre genti, genti che, in determinati ambiti (politico, militare, religioso, architettonico...) vantavano probabilmente un grado di sviluppo di livello superiore rispetto a quello del popolo che le aggiogava.
A paragone, si pensi, nei tempi moderni, alla creazione della bomba atomica da parte degli Usa negli ultimi mesi del secondo conflitto mondiale: ci si avvalse di genialità e competenze fornite da scienziati di tutto il mondo, e anche da chi rappresentava popoli nemici (e vinti) come Einstein e Fermi.
Il continuo contatto, da parte di una Roma in vorticosa ascesa, con etnie con cui andava a incontrarsi/scontrarsi nel suo processo di espansione (etruschi, sanniti, greci, mondo ellenistico...) permise all'Urbs di incrementare il proprio bagaglio di conoscenze teoriche e tecnico-pratiche, in una miscela ben riuscita di romanità e alterità.
L'apertura mentale dei Romani, tanto gelosamente legati ai propri mores quanto disposti ad assorbire ciò che ritenevano li migliorasse ulteriormente, fu alla base del successo della loro politica di perenne assimilazione: da una tale visione della realtà non poteva che sortire quella che fu la più grande entità cosmopolita del mondo antico.

Nell'immagine la Triade Capitolina: Giove, Minerva e Giunone.
Documento inserito il: 09/02/2015
  • TAG: antica roma, repubblica, popoli italici, popolazioni latine, sanniti, etruschi, assimilazione, triade capitolina impero romano, dei orientali

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