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Viaggiatori nel Sud e in Basilicata tra ‘700 e ‘800

Da sempre l’Europa ha guardato con interesse al bacino del Mediterraneo, culla della civiltà dei popoli, luogo di incontri e scontri tra culture ed interessi differenti.
Il viaggio, visto nella sua accezione più vasta, può anche inglobare il percorso storico di migrazioni e degli spostamenti dei popoli, così come di altri esseri viventi. Un movimento continuo che approda in qualche luogo, nel presente: può essere lungo una costa, un’isola, una terra abitata dal vento o un bosco in riva al mare.
Il viaggio dell’uomo è da sempre un tema affascinante, metafora della vita e dei percorsi epocali; storicamente può delineare la ricerca di nuove terre, di nuove certezze e utopie, dopo la distruzione e l’incendio del passato.
Anche sulla costa ionica, come in Sicilia, lungo il Tirreno e su altre terre d’Europa giunsero, prima dei Greci, commercianti appartenenti ad antiche civiltà del Mediterraneo. I luoghi di incontro e di scambio con le popolazioni dell’interno furono quelli dei fiumi e dei loro bacini idrografici, così come nella preistoria erano stati i laghi e le sorgenti. In quei territori si insediarono, poi, le “polis” greche, dando vita ai primi tentativi di trasformazione agricola e produttiva in zone come il Metapontino e la Siritide.
In seguito fu la volta dei Romani che scelsero di presidiare altri territori, quelli dell’interno o posti lungo le principali vie di traffico e di penetrazione militare, per controllare e debellare in via definitiva i popoli indigeni ancora belligeranti come i Sanniti e i Lucani..
Ma, al di là dell’approfondimento della storia antica, a cui la moderna ricerca archeologica ha dato un significativo impulso con ritrovamenti e scoperte, gioverà sottolineare come il viaggio, dopo la crisi del Medioevo, divenne nuovamente occasione di scoperta e di conquista di nuove terre, nella ricomparsa di contrapposizioni culturali e di poteri nonché nella avvertita esigenza di conoscenza e interscambio commerciale tra popoli di diversi continenti.
Ed il viaggio divenne anche un percorso formativo e di studio per i giovani rampolli dell’aristocrazia europea, primi fra tutti gli inglesi, che inaugurarono la moda del “Grand Tour”, termine coniato proprio allora per designare questa tipologia di viaggio.
Sin dai primi anni del Settecento, infatti, furono proprio i viaggi in Italia a rappresentare per i giovani aristocratici europei il naturale completamento degli studi intrapresi ed un’occasione per nuovi incontri ed esperienze di vita. L’età ritenuta idonea si aggirava fra i diciotto ed i ventidue anni. La durata del soggiorno dipendeva, invece, dalle disponibilità economiche del viaggiatore che, spesso, aveva al suo seguito servitori, disegnatori, cuochi, musici ed un cicerone. Vi era anche la consuetudine di registrare osservazioni e impressioni in diari da cui ancora oggi è possibile ricavare preziose informazioni.
Il percorso, per quanti giungevano in Italia via mare iniziava da Genova o, per chi attraversava le Alpi, da Torino, per poi proseguire per Firenze e dintorni e, quindi, verso Roma e Napoli, città, quest’ultima, inserita nell’itinerario usuale del tour soprattutto dopo la scoperta dei resti di Ercolano e Pompei e dopo il restauro, nel 1781, dei templi di Paestum. Furono proprio questi importanti eventi archeologici a riaccendere l’interesse per il mondo classico e romano e la Napoli cosmopolita settecentesca divenne, così, il luogo di approdo e di partenza per un più impegnativo viaggio nelle province del Regno delle Due Sicilie, sino ad allora in gran parte sconosciuto al resto d’Europa.
Furono i fratelli Richard (Jean Baptiste Claude, abbè de Saint-Non, e Louis de La Bretèche), nonché Benjamin de Laborde, personaggio influente della corte di Luigi XV, ad ideare e finanziare la pubblicazione di un viaggio in Italia, con l’intento di illustrarne la storia.
A Dominique Vivant Denon, allora incaricato d’affari presso il conte di Clermont d’Amboise ambasciatore presso Ferdinando IV, venne dato l’incarico di guidare la spedizione e di redigere il diario di viaggio. Con lui furono sui luoghi della Magna Grecia architetti e pittori (Luois-Jean Desprez, Jean-Augustin Renard, Claude-Luois Chatelet) per corredare con i loro disegni il “Voyage Pittoresque”.
L’opera complessiva, corredata da ben 558 immagini (di cui 8 tavole riferite alla Basilicata) prodotte da oltre 50 artisti, tra pittori e architetti, venne edita a Parigi tra il 1781 ed il 1786 e valse a far conoscere e ad attirare l’attenzione della cultura europea sull’enorme patrimonio archeologico, artistico, monumentale, paesaggistico e naturale di cui disponeva e dispone il Mezzogiorno d’Italia. Il Mezzogiorno e la Basilicata si aprivano così alla conoscenza degli altri popoli d’Europa (tedeschi, inglesi, francesi) che nella penisola ricercavano le tracce comuni di una Storia.
Seguendo le vecchie vie romane che conducevano nelle Puglie e nelle Calabrie o percorrendo le coste via mare sino alla Sicilia, da Napoli giunsero anche nella Provincia di Basilicata, soprattutto nel Vulture, lungo la costa ionica lucana e nei centri del Lagonegrese dislocati lungo la consolare per le Calabrie, diversi viaggiatori stranieri, ma anche italiani, durante tutto l’arco del Settecento e dell’Ottocento, pur nella oggettiva difficoltà determinata dalle condizioni ambientali, dalla penuria di strade e di alloggi, dai pericoli derivanti dal brigantaggio e nella pausa forzata imposta dalle guerre, con la rottura delle relazioni diplomatiche tra diversi Regni in conflitto tra loro.
Tale stagione dei viaggi e delle visite nel Mezzogiorno d’Italia ebbe un suo culmine anche a seguito degli eventi naturali che sconvolsero Napoli e le Calabrie. Venne interrotta dalle vicende legate alla proclamazione delle Repubblica Partenopea (1799), alla Restaurazione Borbonica (1799-1806), all’interregno francese (1806-1815) e al processo di unificazione nazionale, pur diffondendosi in quel periodo una diaristica legata alle diverse campagne di guerra. Risalgono a quest’ultimo periodo anche l’intensificarsi degli scavi archeologici in Basilicata e due decreti reali vennero emanati per vietare l’esportazione di oggetti antichi fuori dal regno e per regolamentare la materia delle licenze degli scavi.
Vi è da dire, inoltre, che mentre il viaggio in Magna Grecia assumeva i toni del romanzo archeologico, a partire dai primi anni del sec. XIX la creazione di nuove strutture ed istituzioni scientifiche diede nuovo impulso all’esplicarsi di ulteriori viaggi ed indagini territoriali ricognitive, utili sotto il profilo delle scienze naturali, di una migliore conoscenza della geologia di un territorio nuovamente funestato da disastrosi eventi naturali. Nel decennio che segnò la fine del Regno delle Due Sicilie, infatti, due disastrosi terremoti (1851 e 1857) funestarono, in territorio lucano, soprattutto il Melfese e la Val d’Agri, interessando studiosi italiani e stranieri che giunsero sull’area del disastro redigendo importanti studi territoriali e sismici.
Dopo le guerre d’annessione e la proclamazione del Regno d’Italia, debellati i tentativi di restaurazione del governo borbonico e sconfitto il brigantaggio, ricominciarono le visite dei viaggiatori stranieri nei territori lucani che custodivano una più evidente memoria storica e letteraria. Da Lèon Palustre de Montifaut (Presidente della Società Francese di Archeologia) a Giorgio Kaibel e Carlo Robert (collaboratori del Mommsen), da Francois Lenormant a Paul Bourget, per citarne solo alcuni.
Archeologi, storici, naturalisti, scrittori e studiosi europei vennero nelle regioni meridionali e in terra lucana ed osservarono ammirati bellezze naturali ed artistiche, riportandone notizie nei propri studi e memorie di viaggio.
Dobbiamo tra l’altro alle impressioni di questi viaggiatori, alla loro curiosità, alla passione culturale e scientifica di studiosi ed escursionisti se oggi possiamo delineare con l’aiuto dei loro diari, studi, disegni e annotazioni, aspetti particolari e tipici di diverse aree del territorio del Sud e della Basilicata tra Settecento e Ottocento, unitamente a utili descrizioni di luoghi, usi e costumi delle popolazioni non disgiunti da fatti ed eventi della storia passata.
Riconsiderare gli itinerari percorsi, del resto, può essere utile anche sul piano dell’accertamento di quella che fu l’immagine di questi territori nel passato attraverso la visione ed il punto di vista di chi li aveva attraversati.

di Michele Strazza


Si ringrazia l'Avv. Michele Strazza per l'invio ed il permesso alla pubblicazione di questo articolo.
Documento inserito il: 29/11/2014
  • TAG: gran tour italia, viaggiatori, sud, basilicata, XVIII XIX secolo, artisti, poeti, scrittori

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