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>> Storia Contemporanea > Il ventennio fascista

La riforma elettorale del 17 luglio 1923

Raggiunta la presidenza del Consiglio dei Ministri, Mussolini, non ancora soddisfatto del fatto che il Partito Nazionale Fascista non avesse la maggioranza assoluta in parlamento, decise che era giunto il momento di riformare la legge elettorale. Fino a quel momento l’Italia era suddivisa in ampi collegi elettorali, in ognuno dei quali ciascun partito otteneva un numero di deputati proporzionato al numero dei voti conquistati dalla propria lista. Il progetto di legge presentato in aula dal sottosegretario fascista agli Interni Giacomo Acerbo prevedeva la somma dei voti raccolti nei vari collegi, ed il partito che fosse riuscito ad ottenere il risultato migliore, con un tetto minimo posto al 25%, avrebbe ottenuto automaticamente due terzi dei seggi in tutti i collegi elettorali, ottenendo in tal modo la maggioranza assoluta in Parlamento. Anche se al termine del loro congresso, i popolari si erano schierati per il mantenimento del sistema proporzionale, essi cercarono un compromesso, che venne esposto dall’Onorevole Alcide De Gasperi alla Commissione della Camera riunita per discutere la riforma della legge elettorale. Questi propose che il partito che avesse raggiunto il 40% dei voti avrebbe ottenuto il 60% dei seggi; naturalmente la proposta venne sdegnosamente rifiutata dai fascisti, che non si discostarono dalle loro posizioni iniziali. Essi misero in atto una campagna intimidatoria nei confronti dei popolari e degli altri oppositori, sia per mezzo della stampa, oppure con il supporto della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale, che ormai svolgeva attività di presidio costante a Montecitorio. Il 10 luglio la legge venne infine portata in Parlamento per essere illustrata e votata. Il giorno successivo, Don Sturzo diede le proprie dimissioni dalla segreteria del Partito Popolare Italiano. Il fatto ebbe molto rilievo sulla stampa nazionale dell’epoca: la dirigenza fascista, aveva infatti informato il Vaticano di non poter più garantire l’incolumità di Don Sturzo e dei sacerdoti in genere. Fu quindi il Vaticano stesso che convinse il segretario dei popolari a dimettersi. Queste dimissioni furono il risultato di un incontro che Mussolini aveva avuto poco tempo prima con il Cardinale Gasparri: nel corso dell’incontro Mussolini assicurò all’alto prelato, che si sarebbe attivato per salvare il Banco di Roma, chiedendo in cambio del favore le dimissioni di Don Sturzo. Nel frattempo, la riforma scolastica presentata dal Ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile, introdusse l’Esame di Stato, mentre le scuole private e religiose ottennero le stesse condizioni delle scuole pubbliche. Subito dopo le dimissioni di Don Sturzo, vi fu una vera escalation di azioni violente perpetrate dalle squadre fasciste e rivolte soprattutto contro le sedi delle varie organizzazioni cattoliche: queste azioni avevano come obbiettivo, quello di far capire ai più recalcitranti, che era meglio sottomettersi al nuovo stato di cose, sia dentro che fuori dal Parlamento. Anche alcuni sacerdoti caddero vittime della cieca violenza fascista: il caso più eclatante fu l’assassinio ad Argenta(FE) di Don Giovanni Minzoni, parroco della cittadina e organizzatore della gioventù cattolica locale. Il povero sacerdote venne assassinato la notte del 23 agosto da tre uomini, che pare fossero stati inviati da Italo Balbo, per zittire un personaggio scomodo. Il 15 luglio la camera dei Deputati votò a larga maggioranza la fiducia al Governo. Il 17 luglio toccò alla legge elettorale. Nei quattro giorni durante i quali la legge restò all’esame del Parlamento, i popolari tentarono ancora, ma invano, di trovare un compromesso che accontentasse le parti. Solo due giorni prima, Mussolini, in un discorso conciliante rivolto a tutta l’assemblea parlamentare, fece intendere che se la legge Acerbo fosse stata approvata, le violenze e gli omicidi sarebbero terminati, poichè sarebbe venuto a mancare l’oggetto del contendere.Naturalmente la legge venne approvata, e Vittorio Emanuele III, quello stesso giorno, firmò il decreto. Il 13 novembre anche il Senato diede la sua approvazione alla riforma della legge elettorale. Il 1923 volgeva al termine, ed il 1924 si presentava come foriero di imminenti sventure.


Nell'immagine, Giovanni Gentile, il grande filosofo che fu Ministro della Pubblica Istruzione durante tutto il periodo fascista.
Documento inserito il: 05/01/2015

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