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Andreotti 'il provocatore' [ di Agostino Spataro ]

La frase di Giulio Andreotti: “Se fossi nato in un campo profughi del Libano, forse sarei diventato anch’io un terrorista”.

Sommario: Terrorismo e Resistenza; La confusione sul terrorismo; Quando l’Italia aveva una politica estera; Antisemitismo e diritto di critica.


Terrorismo e Resistenza

Ormai, la guerra e il terrorismo (conseguente o precedente?) dominano la scena mediatica, sono entrati di prepotenza nelle nostre case, condizionano pesantemente l’esercizio della democrazia e le libertà degli individui, influenzano le relazioni fra gli Stati e gli affari delle grandi concentrazioni globalizzate che, a loro volta, orientano governi e masse ingenti d’investimenti.
Poiché tutto si tiene nel nome della lotta al terrorismo.
Che grandiosa invenzione quella del terrorismo planetario, sempre incombente! Sicuramente, il suo inventore o fomentatore passerà alla storia come un genio della strategia politica al servizio della finanza d’arrembaggio che sta destrutturando il mondo a suo favore.
Inventato o foraggiato o scelto come metodo di lotta politica, il terrorismo è una realtà drammatica con la quale bisogna fare i conti, ogni giorno.
Perciò, bisogna condannare, certo, la guerra ma alla stessa stregua il terrorismo di qualsiasi natura e colore, anche quando agita le bandiere della lotta per l’indipendenza dei popoli.
La Resistenza deve ripudiare il ricorso all’assassinio e alla strage per dimostrare la sua superiorità politica ed etica rispetto all’oppressore che, addirittura, si dovrà incaricare di redimere.
In ogni caso, deve marcare una netta distinzione fra nemici armati e civili innocenti.
Questione delicata e complessa sulla quale è intervenuto, recentemente, il senatore a vita Giulio Andreotti che, parlando davanti alla prestigiosa platea internazionale del World Political Forum svoltosi a Torino, ha detto testualmente: “Se fossi nato in un campo profughi del Libano, forse sarei diventato anch’io un terrorista”. (Intervista a Renato Rizzo in “La Stampa” del 7/3/05) Parole chiare che, a prima vista, potrebbero far pensare ad uno scatto d’ira, ad un’imprudenza che non si addicono al personaggio.
In realtà, si è trattato dell’esternazione, in forma indiretta, di un diffuso sentimento di comprensione verso la giusta causa dei palestinesi sotto occupazione israeliana e di quelli della diaspora dei campi profughi ai quali si nega perfino la speranza del ritorno.
Parole pesanti che assumono un valore emblematico quando a pronunciarle è un cattolico moderato che è stato sette volte presidente del Consiglio e quasi sempre titolare di dicasteri - chiave.
Ci si aspettava una reazione furiosa da parte della folta schiera di politici, analisti e opinionisti blasonati pronti ad azzannare qualsiasi preda che va controcorrente.
Invece nulla. Stranamente, sono rimasti muti. Forse hanno reputato il silenzio la “migliore risposta”, secondo la tecnica dello struzzo che, a volte, può rivelarsi più efficace di certi cacofonici stridii.


La confusione sul terrorismo

A dare un certo risalto alla notizia è stata la “Stampa” che, però, ha teso a banalizzare la portata di quella dichiarazione presentandola come una “provocazione”, sia nell’occhiello del citato articolo sia nella risposta di Marcello Sorgi ad un lettore.
Una provocazione, dunque?
Solitamente, si usa questo termine, magari con intento benevolo, per togliere dall’imbarazzo qualcuno che ha pronunciato una battuta infelice o, furbescamente, per attenuare la gravità di una verità scomoda che non si doveva profferire in pubblico.
In entrambi i casi impropriamente, giacché, nella sua accezione lessicale, la parola “provocazione” non contiene alcun significato attenuante. Anzi. Secondo il Tommaseo, “la provocazione viene da uomo ad uomo, e con intenzione d’offendere, e trarre lo sdegno altrui ad atti nemici…”, anche per il Devoto- Oli è un “atto diretto a provocare una reazione irritata o violenta”; diventa circostanza attenuante soltanto nel caso di una reazione “in stato d’ira determinato da un fatto ingiusto, cioè giuridicamente illecito, altrui”.
Quindi, se la frase di Andreotti fosse stata una provocazione sarebbe da considerare un atto davvero ostile, mentre a me è parso un invito che il senatore ha rivolto alla comunità internazionale, ed in primo luogo al paese occupante, ad una seria riflessione sulle cause che inducono migliaia di giovani palestinesi a militare nelle varie formazioni di resistenza, che non possono essere definite indistintamente “terroriste”.
Tuttavia, credo che il migliore interprete di Andreotti sia Andreotti medesimo. Perciò, lasciamo a lui il compito di chiarire il pensiero, seguendo alcuni passaggi contenuti nella citata intervista alla Stampa, nella quale:
a) opera una distinzione fra terroristi e resistenti “in un paese dove si lotta per ottenere l’indipendenza i detentori del potere chiamano in questo modo (terroristi n.d.r.) i patrioti.
Proprio come accadeva anche in Italia, del resto, all’epoca della Resistenza”.
Ai finti smemorati bisogna ricordare che i partigiani italiani, che qualcuno vorrebbe equiparare moralmente ai collaborazionisti fascisti, erano bollati come “terroristi” da giustiziare senza pietà e che in quell’eroico esercito di “terroristi” antifascisti militavano operai, contadini, soldati e intellettuali. Insomma, il fior fiore della nostra democrazia: dagli umili padri di famiglia ai padri fondatori della Repubblica, fra i quali alcuni Presidenti come Sandro Pertini e l’attuale, Carlo Azeglio Ciampi.
b) precisa che “non è vero che tutti i terroristi siano islamici così come non è vero che tutti gli islamici siano terroristi. Anche se c’è gente che su questo equivoco ha costruito la propria fortuna politica…”
Una verità ovvia che purtroppo ha bisogno di essere riaffermata. Sarebbe interessante, a questo proposito, scavare in questa confusione, artatamente creata, per scoprire quanti (e chi) ne hanno approfittato per costruirsi fortune politiche e d’altra natura.
c) ribadisce il rifiuto dell’uso della forza come inutile, poiché può “avere successo, ma non riusciranno mai a costruire nulla…E poi anche Adolf Hitler, quando si decise di occupare la Finlandia, si giustificò affermando che era lì esclusivamente come protettore di quel popolo”.
Da qui, semmai, si origina un interrogativo tremendo: chi è il nuovo Hitler? Provate a darvi una risposta.


Quando l'Italia aveva una politica estera

Insomma, un’intervista coraggiosa e sensata al tempo stesso che offre spunto e materia per riflettere ed eventualmente correggere posizioni in conflitto con i principi della legalità internazionale sanciti dalla Carta dell’Onu e per richiamare governo e forze politiche a riprendere il filo della nostra tradizionale politica estera di pace e di cooperazione con i Paesi arabi e del Mediterraneo.
Perciò, bisognerebbe ringraziare il “provocatore” Andreotti, per avere egli esternato, in un momento così opaco, un sentimento ampiamente condiviso che, purtroppo, ad altri non è consentito esplicitare pena la facile accusa di antisemitismo e/o di sostenitore del terrorismo, ecc, ecc.
Un Andreotti ritrovato, dunque, che tanto assomiglia allo statista che, per un certo tempo, anch’io ho osservato “da vicino” ( Non dico conosciuto. Chi può dire di conoscere davvero l’on. Andreotti?), soprattutto durante la sua presidenza della commissione esteri della Camera dei deputati di cui ero membro.
No, non credo che quelle parole gli siano “scappate”. Le avrà ben meditate e soppesate prima di pronunciarle, com’è (o dovrebbe essere) nello stile di un uomo di stato.
D’altra parte, stiamo parlando di una personalità politica poliedrica che, pur essendosi caratterizzata per un ruolo politico talvolta controverso, ha dato un importante contributo all’elaborazione e all’attuazione della politica estera italiana, in particolare negli ultimi decenni del secolo trascorso.
Certo, egli dovette muoversi entro ambiti geo-politici ristretti, così come imponeva il contesto internazionale allora vigente, tuttavia quella era una politica estera.
Era la politica estera di un Paese democratico e in crescita che, da membro attivo della Nato, riusciva a dialogare con l’Urss, così come con israeliani e palestinesi e con tutti i Paesi arabi.
Tutto ciò fu reso possibile dal fatto che quella politica traeva ispirazione, forza ed autorevolezza dal larghissimo schieramento politico e parlamentare che la sosteneva.
Non si trattò di un episodio di mera trasversalità, ma dell’esito di una convergenza consapevole maturata in Parlamento che, scavalcando i confini fra maggioranza e minoranza, assicurò all’Italia una fattiva presenza nello scenario mondiale.
Fino allora, l’Italia aveva avuto le “mani legate” a causa della “guerra fredda” e del piatto allineamento agli interessi Usa che non gli consentiva di svolgere un ruolo nemmeno davanti la porta di casa, ossia nel Mediterraneo e nel vicino Oriente.


Antisemitismo e diritto di critica

E fu, in particolare, su questo versante che fra maggioranza ed opposizione di sinistra si realizzò una sostanziale concordanza che talvolta ci fece dimenticare di essere all’opposizione su tutto il resto. Una condizione politica molto speciale che si avvertiva quando passavamo dal microclima unitario dell’auletta della commissione (al IV piano del Palazzo di Montecitorio) all’Aula dell’assemblea dove si consumavano durissimi scontri sulle politiche sociali portate avanti da vari governi: Cossiga, Forlani, Spadolini, Fanfani.
Oggi, di fronte al dilettantismo subalterno del governo di centro destra, molti, in Italia e fuori, rimpiangono quella politica estera.
Almeno sotto questo profilo, va dato atto ad Andreotti di avere operato, con spirito unitario e di pace, per sviluppare il dialogo fra Stati e popoli e far regredire le minacce di guerra. Credo che a questo spirito s’informi la “provocazione” di Torino.
A proposito della quale desidero fare un’ultima notazione, sulla base della seguente domanda: cosa sarebbe successo se questa frase l’avesse pronunciata un esponente dei movimenti pacifisti e/o di sinistra?
Si sarebbero aperte le cateratte dell’intolleranza per subissare il malcapitato con fiumi d’inchiostro acido, condito con ipocrite professioni di fede filo-israeliana.
E chissà, se qualcuno non avrebbe proposto di perseguirlo ai sensi della confusa legge sull’antiterrorismo. Non c’è da scherzare. Purtroppo, in Italia siamo giunti a tanto.
A criticare, e ancor più a condannare, l’azione del governo israeliano (oggi amico, ieri un po’ meno) si rischia di subire l’attacco concentrico, e dal sapore intimidatorio, da parte di un nugolo di forze che non si sa bene quali valori abbiano in comune.
Andreotti, invece, lo ha fatto e n’è uscito indenne. Buon per lui. Evidentemente, con lui, non attaccano le facili etichette. Ma, in democrazia, il diritto di critica deve poter essere esercitato da tutti, liberamente e responsabilmente.
Documento inserito il: 29/12/2014
  • TAG: giulio andreotti, terrorismo, resistenza, provocatore, politica estera, diritto critica, antisemitismo

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