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Strategia di un golpe [ di Giovanni Caprara ]

I movimenti del 1968 si dilatarono in una forte contrapposizione alla politica ed alla cultura di quegli anni dispiegandosi in tutta la penisola. Questo stato di fatto si trasmutò in terreno di coltura per i sovversivi che, agevolandosi nel malcontento generale, riuscirono ad attirare nella rete dell’eversione personaggi di ogni ceto sociale. Nell’anarchia dell’insoddisfazione si insinuò il Fronte Nazionale. A differenza di altri movimenti aveva uno scopo ben preciso: quello di amalgamare i movimenti più radicali.
Il suo fondatore era Junio Valerio Borghese. Nacque da nobile casata ed ebbe fama e gloria nella divisa della Marina Militare nel secondo conflitto come Comandante del sommergibile “Sciré”. Convinto assertore del fascismo, dopo l’armistizio aderì alla Repubblica di Salò come leader della Decima Flottiglia MAS. La sua capacità di adattamento ed opportunismo si palesò quando come anticomunista, pertanto una declinazione del fascismo, collaborò con l’OSS, il precursore della moderna CIA.
La sua dedizione gli valse l’aiuto di James Jesus Angleton, il responsabile del controspionaggio dell’OSS, che lo fece liberare dopo una condanna comminatagli come collaborazionista.
Indomito, estese la sua area di influenza nella politica, dove nel 1951, ottenne la carica onorifica di Presidente del Movimento Sociale Italiano, dal quale prestò si discostò verso la più estrema destra extraparlamentare.
Nel 1968 il Fronte Nazionale di Borghese, ottenne l’adesione di Avanguardia Nazionale oramai distaccata dalla politica istituzionale. La bandiera del Fronte Nazionale è la netta opposizione alla sinistra, che Borghese stesso definiva come: “Deriva Rossa” e denunciandone l’intenzione di inglobare l’Italia nella sfera sovietica. Tale atteggiamento ostile a quell’area specifica della politica, lo introdusse in ambienti militari sia interni che della NATO e lo avvicinò ad importanti esponenti dell’industria e della finanza. I suo orizzonti si allargarono nell’ottenere finanziamenti atti ad organizzare e finanziare gruppi armati. E’ pertanto possibile che i suoi mecenati fossero al corrente su come le loro donazioni fossero impiegate, ma probabilmente non erano a parte della finalità ultima di Borghese. La trama tessuta con maestria dall’ex capo della Decima MAS, poi soprannominato il Principe Nero, stava per essere attuata. Gli accordi segreti, i patti oscuri, le collaborazioni fra le parti trovarono la loro esecuzione nella notte del 7 dicembre 1970. Ombre nelle oscurità si mossero dal quartiere romano di Montesacro, dall’associazione paracadutisti in via Bleniana e dal quartiere universitario. L’obiettivo era presidiare i centri nevralgici della Capitale come i Ministeri della Difesa e dell’Interno, la sede RAI, le centrali di telecomunicazione e le caserme. Altri adepti del Principe Nero si mobilitarono a Milano, Venezia e Reggio Calabria. Era entrata nella sua fase operativa l’operazione “Tora Tora”. Il Governo stava per essere destituito con un colpo di stato, un complotto apparentemente perfettamente concepito per la presa del potere in una Italia indecisa e dilaniata dalle proteste. La prima scintilla del golpe avrebbe dovuto baluginare nel Ministero degli Interni, dove un commando aveva l’incarico di sequestrare il contenuto dell’armeria, mentre da Città Ducale, una colonna della guardia Forestale agli ordini del Colonnello Berti si sarebbe attestata nella sede RAI di via Teulada. La naturale conclusione di un qualsiasi colpo di stato è nell’arresto del Capo dello Stato, di tutti i Ministri ed Ufficiali non aderenti al moto rivoluzionario e difatti, questa era la finalità di Borghese, ma qualcosa cambiò il corso della storia: la colonna militare venne incontrata da un misterioso emissario e convinta a rientrare. Il colpo inferto ai golpisti fu decisivo e l’atto eversivo svanì nel nulla. Il piano non era assolutamente privo di incognite, i congiurati forse non proprio così influenti e le truppe coinvolte non erano assolutamente le meglio armate e tatticamente preparate. Dunque l’epilogo non avrebbe avuto un esito diverso, ma questo finale deve essere riletto proprio perché qualcuno si prese l’obbligo di fermare la Guardia Forestale. È evidente che all’ultimo istante mancò l’appoggio di qualcuno o meglio, di qualche Istituzione. Questa è la conferma che il progetto di Borghese era comunque temibile, benché probabilmente orientato solo a normalizzare la condizione di emergenza in Italia. Le indagini seguite al fatto, non hanno ancora definitivamente chiarito chi e perché fermarono il golpe, ma il fatto più rimarchevole è la derubricazione a cospirazione politica dei congiurati e l’assoluzione del Colonnello Berti, l’unico militare in campo al momento dell’esecuzione dell’insurrezione. Finiscono invece nelle patrie galere due Colonnelli dell’Esercito ed dell’Aeronautica, ma solo per poco tempo a seguito dell’assoluzione della Corte d’Assise d’Appello. La vicenda subì un nuovo capovolgimento di fronte nel 1991, quando prese forma la figura più autorevole delle vicende giudiziarie. Il Capitano dei Carabinieri Antonio La Bruna. Era in possesso di una serie di intercettazioni telefoniche che rivelavano l’effettivo valore assoluto del moto Borghese, finalmente spuntarono Ammiragli, Generali e politici, ma anche Licio Gelli e la P2, che aveva un ruolo primario, quello di sequestrare il Presidente Saragat ed infine sul complotto si estendeva la mano della mafia, la quale avrebbe attivamente partecipato nell’eliminazione del Capo della Polizia. Di fatto quello che sembrava un colpo di stato da burla, si palesava in tutta la sua complessità e determinazione. Su queste evidenze, la magistratura estese le indagini, e con l’insperato aiuto di intraprendenti giornalisti, dimostrarono il coinvolgimento dei servizi segreti americani. In particolare, le prove vennero da una iniziativa dell’allora Presidente Clinton, che con il Freedom of Information Act, svelò i retroscena del golpe. I contatti fra Borghese e la CIA, erano curati da colui che nel nascente Governo eversivo avrebbe ricoperto la carica di Ministro degli Esteri. Le ammissioni di quest’ultimo, allargarono notevolmente i campi di interesse propri dei congiurati. Prima di mettere in atto il progetto, furono contattati esponenti dell’economia americana, al fine di ottenerne l’appoggio ed il mediatore altri non fu che Otto Skorzeny, lo stesso che con un colpo di mano liberò Mussolini nella prigione allestita sul Gran Sasso, e poi arruolato nella CIA. La classe dirigente statunitense, accettò la collaborazione, e pose un’unica condizione: la nomina di Giulio Andreotti come Capo del Governo, il quale però smentì ogni coinvolgimento, sostenendo di non essere a parte di tali intenzioni. Dopo molti anni ed accurate indagini, rimane ancora aperto il motivo e chi emanò la disposizione di fermare i golpisti. Una possibile chiave di lettura rimane nell’analisi del periodo storico. La contrapposizione politica di sinistra, era forte a tal punto da far temere un capovolgimento sociale in direzione del Comunismo, nella sua eccezione più radicale. Lo sviluppo si sarebbe tramutato in una sfera di influenza sovietica, con la perdita dell’Alleanza Atlantica di un’area determinante dello scacchiere militare. Le necessità di Borghese e dell’Amministrazione Americana, convergevano perfettamente e dunque, l’unione di intenti non era affatto estemporanea, ma ben circostanziata. È possibile ipotizzare, che il Governo italiano, con la P2, servizi deviati e quant’altro, dopo una attenta analisi della questione sociale, riuscirono ad identificare una efficace contrapposizione alla nascente sinistra estremistica ed a rassicurare gli alleati che l’Italia sarebbe rimasta fedele ai suoi impegni con la NATO. In questo caso, il Colonnello Berti, non venne fermato per una singola iniziativa, ma piuttosto per una rinnovata fiducia nelle Istituzioni intesa in tutte le sue declinazioni.
Documento inserito il: 27/12/2014
  • TAG: movimenti sessantotto, fronte nazionale, junio valerio borghese, golpe, cia, oss, capitano antonio la bruna, licio gelli, loggia p2

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