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L’assedio di Padova e l’affermazione dell’architettura bastionata [ di Nicolò Dal Grande ]

L’introduzione delle artiglierie e la svolta nell’architettura difensiva

29 maggio 1453: Costantinopoli cadeva per mano delle truppe ottomane del sultano Maometto II (1432-1481). Dopo più di mille anni cessava di esistere quello che un tempo fu l’Impero bizantino, fra i più longevi della storia.
A rendere possibile la conquista della città, difesa da mura talmente possenti che nel corso dei secoli l’avevano resa un centro quasi inespugnabile, fu l’utilizzo delle prime bombarde e delle prime artiglierie d’assedio; le “bocche da fuoco” abbatterono la tripla cinta muraria, consentendo la conquista della futura capitale ottomana.
L’introduzione delle prime artiglierie rappresentò una svolta epocale nell’arte bellica. Applicati per fini militari già dalla seconda metà del Trecento, i primi prototipi dei cannoni avevano lentamente rivoluzionato le tattiche d’assedio e, soprattutto, di difesa delle piazzeforti. Il crollo dell’antica Bisanzio fu uno degli esempi più significativi di una nuova fase nella storia dell’arte militare, dove l’assediante otteneva un netto vantaggio sull’assediato.
Il cambiamento non fu immediato, ci vollero decenni affinché l’uso dell’artiglieria s’imponesse. Un ostacolo fu rappresentato dalla mentalità “cavalleresca”, che vedeva nell’arma da fuoco un oggetto vile e non adatto a un codice che aveva nell’arma bianca lo strumento nobile del duello. Non solo; l’enorme spesa che comportava la produzione di cannoni e bombarde, nonché la difficile mobilità e la scarsa sicurezza dei primi pezzi, rappresentarono intralci notevoli.
Tuttavia il processo era irreversibile; presto le mura merlate dalle alte torri non sarebbero più bastate a garantire una protezione sicura: occorrevano nuove strutture difensive. Fu così che verso la fine del XV secolo e specialmente agli inizi del XVI, iniziò a imporsi l’architettura bastionata.


Da una difesa per altezza a una per profondità: nasce l’architettura bastionata

Teorizzata in Italia già dal XV secolo da noti studiosi ed esponenti della cultura del tempo, quali Michelangelo Buonarroti (1475-1564) e Leonardo Da Vinci (1452-1519), l’architettura bastionata fu la soluzione che avrebbe portato a un nuovo equilibrio fra assediati e assedianti.
Le vecchie fortezze medievali, troppo antiquate per far fronte alle sempre più progredite artiglierie, andavano ristrutturate. Se in precedenza la difesa poggiava su strutture murarie alte e sottili, ora era necessario rendere le mura più solide e spesse, al fine di resistere all’urto dei cannoni. Si aumentò di conseguenza lo spessore a discapito dell’altezza, giudicata non più un vantaggio ma un rischio per il difensore, esposto al tiro nemico e sottoposto al rischio di pericolosi crolli. Utile allo scopo fu l’invenzione del terrapieno, ovvero di un grosso accumulo di terra adiacente al muro, al fine di aumentarne la profondità. Uno dei primi esempi si riconduce all’efficace resistenza di Pisa (1500-1509), ribellatasi a Firenze; i terrapieni accumulati in fretta e furia attorno alle mura permisero alla città di tener testa ai colpi delle batterie nemiche, in un assedio che si sarebbe protratto per lungo tempo.
Un’introduzione importante fu rappresentata dal rivellino; introdotto a partire dalla fine del XIV secolo, consisteva in una struttura muraria eretta d’innanzi a porte e mura, allo scopo di proteggerle dai proiettili e facilitare eventuali sortite degli assediati. A riguardo si ricorda il progetto di Leonardo Da Vinci del 1508; il rivellino si sviluppa a partire da una torre con lo scopo di proteggere l’ingresso della cinta, collegandosi a una torre esterna e prendendo un’inclinazione di circa 45° al fine di assumere la forma di uno sperone(1).
Le cerchie divennero più spesse, più basse e, soprattutto, più complesse. Alla torre si sostituì progressivamente il bastione, struttura squadrata e sporgente verso l’esterno, la cui introduzione avrebbe assicurato un maggior controllo della cinta permettendo di contrastare l’avversario non solo frontalmente ma anche lateralmente. Il bastione permetteva un notevole potenziamento offensivo, garantendo ai difensori un perfetto utilizzo frontale e laterale delle artiglierie, collocate in casematte o nelle ampie spianate sopra le fortificazioni, realizzate con l’aumento dello spessore.
L’architettura bastionata, conosciuta in Francia come “trace italienne”, si sarebbe imposta rapidamente sullo scenario militare d’Europa, capovolgendo le sorti a vantaggio degli assediati. Si assistette a un continuo perfezionamento delle fortificazioni, direttamente proporzionale al progresso delle armi da fuoco; agli architetti si sarebbe sostituita la figura dell’ingegnere militare, esperto di costruzioni difensive. Nacque una vera “arte del difendere”(2), dove alla nuova architettura si associò una nuova tattica marziale, poggiante sull’attesa e contraria allo scontro in campo aperto; si sarebbe assistito ad assedi lunghi e senza fine, vere e proprie guerre di posizione fra campi trincerati, cambiando profondamente l’aspetto delle città europee.
Fu durante le cruente Guerre d’Italia (1494-1530) che la “trace italienne” trovò le prime applicazioni; celebre fu la già citata resistenza pisana, ma fu senza dubbio l’assedio di Padova del 1509, durante il conflitto fra Venezia e la Lega di Cambrai, l’episodio più significativo della nuova “arte del difendere”.


Nelle guerre d’Italia: Venezia contro la Lega di Cambrai

La prima metà del Cinquecento rappresentò una delle fasi cruciali della millenaria storia italiana. Furono gli anni delle terribili “Guerre d’Italia”, ciclo di conflitti che vide l’invasione militare da parte delle grandi potenze straniere e la fine dell’indipendenza politica per numerosi Stati italiani.
Il tutto ebbe inizio con la calata del re francese Carlo VIII (1470-1498) mirante alla conquista del Regno di Napoli, già feudo angioino nei secoli passati. Seppur costretto a ripiegare l’anno successivo, l’esercito di Francia aveva messo in luce la debolezza delle compagini statali della penisola; divisi e in disaccordo completo fra loro, gli antichi Stati non potevano più garantire la piena autonomia della ricca e colta penisola, che già due secoli prima Dante Alighieri aveva definito “Nave senza nocchiero in gran tempesta”(3).
La successiva invasione, operata dal successore Luigi XII (1462-1515), ebbe pieno successo. Caddero l’ambito Ducato di Milano (1498), annesso ai domini di Francia, e il Regno di Napoli, conteso tra i vecchi alleati aragonesi e francesi e alla fine conquistato dai primi. Ma da allora l’intera penisola divenne succube delle potenze estere; dal Ducato di Savoia alla Repubblica di Firenze, le signorie peninsulari furono legate tramite alleanze e protezioni ora alla corona transalpina, ora a quella di Spagna.
Solo uno Stato italiano resisteva in piena salute alle ingerenze straniere: la Repubblica di Venezia. La Serenissima appariva come l’unico Stato in grado di porre rimedio alla caotica situazione politica italiana e di tutelarne l’indipendenza. Gli inizi dei conflitti italiani avevano visto la Repubblica estendere i propri possedimenti su Cremona, su alcuni porti pugliesi e sulle città romagnole, tra cui Rimini, quest’ultime ottenute col declino delle fortune di Cesare Borgia (1476-1507) e del suo tentativo di creare uno Stato nell’area.
Proprio l’espansione marciana in Romagna aveva procurato a Venezia l’astio di un potente nemico, papa Giulio II (1443-1513). Al secolo Giulio Della Rovere, il nuovo pontefice era asceso al soglio nel 1503, inaugurando una politica volta a rendere la Santa Sede il perno dell’equilibrio politico italiano; obbiettivo dichiarato fu quello di riprendere l’assoluto controllo dello Stato pontificio, specie in quei territori che da decenni sfuggivano al controllo di Roma. La Romagna era tra questi.
Ebbe inizio un forte contenzioso fra Venezia e il papato, che sfociò in aperta ostilità. Per avere ragione della potente Repubblica, Giulio II promosse un’alleanza tra gli Stati avversi alla città lagunare; alla “Lega di Cambrai” (Dicembre 1508) aderirono il Regno di Francia, la corona spagnola, l’Impero di Massimiliano I d’Asburgo (1459-1519), nonché i Ducati di Mantova, Urbino, Ferrara, e, ovviamente, lo Stato pontificio; anche Firenze, impegnata nell’assedio di Pisa, rifornita da Venezia, sostenne la lega. Il patto anti-veneziano prevedeva la spartizione dei domini marciani fra gli alleati; il papa avrebbe ottenuto la Romagna; Luigi XII la Lombardia; l’imperatore il Veneto e il Friuli; Ferdinando d’Aragona (1452-1516) i porti pugliesi; Ferrara il Polesine e Mantova le città di Asola, Lonato e Peschiera. Al duca di Savoia, che all’ultimo preferì rimanere neutrale, sarebbe spettata la corona di Cipro. L’invito era stato esteso anche al Regno d’Ungheria, cui sarebbe spettata la Dalmazia in caso di adesione, che però non avvenne.
Nella primavera del 1509 l’esercito francese annientava ad Agnadello l’armata veneziana (14 Maggio). La rotta fu di tali proporzioni che le truppe della Serenissima furono costrette a ritirarsi sino a Mestre; fu perduta la Romagna, annessa definitivamente al papato, mentre i ferraresi occupavano il Polesine, gli spagnoli i porti pugliesi e i francesi le città lombarde.
Agnadello diede alla nobiltà veneta, ostile da sempre alla dominazione marciana, l’occasione per sollevarsi; Verona, Vicenza e Padova, scacciati i rettori, si diedero all’Impero, dotandosi di un governo provvisorio sotto il comando del nobile vicentino Leonardo Trissino (1467-1511), in precedenza esiliato dai veneziani, nell’attesa della venuta di Massimiliano I. Il nobile vicentino entrava a Padova il 9 Giugno. Su ciò che costituiva lo “Stato di Terraferma”, Venezia manteneva il controllo solamente del Friuli e di Treviso, quest’ultima ostile all’idea di un dominio imperiale, nonostante la nobiltà locale avesse avanzato l’ipotesi di darsi agli Asburgo.
Tuttavia non tutto era perduto. L’imperatore infatti tergiversò non poco, rimandando di settimane l’attesa invasione del Veneto, a causa della lenta preparazione dell’esercito. Al contrario, il Senato marciano non perse tempo. Preso atto dell’arresto delle forze francesi, che in base agli accordi di Cambrai scelsero di non invadere il Veneto, l’armata marciana ebbe il tempo di riorganizzarsi e di reagire.


La riconquista di Padova

Abilmente guidati dal futuro doge Andrea Gritti (1455-1538), i veneziani passarono al contrattacco, forti dell’appoggio dalle popolazioni rurali e dal ceti medio-bassi, che mal guardavano a un’eventuale conquista imperiale, poiché solamente la nobiltà ne avrebbe tratto vantaggio, grazie a nuove concessioni feudali. Ciò avrebbe comportato per i contadini il rischio di subire nuovi soprusi senza un’autorità stabile a tutelarli, cosa che invece sembrava, teoricamente, garantire Venezia. Inoltre l’invasione ebbe, come logica conseguenza, il saccheggio e la devastazione del territorio rurale da parte degli eserciti di passaggio; tutto ciò spinse il contado delle varie città a sostenere attivamente la Repubblica. Fu un caso più unico che raro nella storia degli Stati italiani preunitari.
Il 17 Luglio, con un’azione a sorpresa, le truppe marciane comandate da Gritti penetravano in Padova da porta Codalunga, astutamente bloccata da un carro che ne impedì la chiusura. Lo scontro principale si svolse nei pressi del vescovado; i veneziani, guidati da Citolo da Perugia (1470-1510), veterano di Agnadello, ebbero ragione dei trecento fanti tedeschi, inviati dall’imperatore a presidiare la città. Gli ultimi “ribelli”, asserragliati al castello, si arresero poco dopo; il Trissino fu catturato e tradotto a Venezia, dove morì due anni dopo.
Il grosso della popolazione aveva appoggiato le forze marciane, ma ciò non bastò a evitare un duro saccheggio punitivo, imprevisto, che coinvolse anche le proprietà di chi invece era rimasto fedele. Responsabile fu un secondo gruppo di armati, costituito da alcuni nobili marciani, “arsenalotti"(4), contadini e avventurieri. Costituito da alcune migliaia di elementi, il contingente avrebbe dovuto attaccare l’ingresso cittadino del Portello in contemporanea a quello presso Codalunga, ma era stato bloccato sul Brenta presso Strà da una cinquantina di imperiali, che lo tenne impegnato per un’intera giornata prima di essere sopraffatto(5). Una volta entrata in città, questa brigata improvvisata diede inizio al sacco; furono colpite le proprietà dei filo imperiali, i banchi degli ebrei, ma anche beni di proprietà della Repubblica; nemmeno i conventi di Santa Giustina e Praglia furono risparmiati. Al tutto pose fine con durezza il Gritti, che punì gli eccessi con la pena capitale.
La riconquista della città del Santo rappresentava un punto cruciale della controffensiva; Padova, con Treviso, era da sempre considerata l’antemurale della laguna; nessun esercito avrebbe potuto puntare Venezia senza prima avere cinto d’assedio o espugnato le due città.
La vittoria permise ai veneziani di rioccupare alcune piazzeforti nell’entroterra padovano e veronese, quali Monselice, Montagnana, Este e Legnago.
Ma per resistere all’armata di Massimiliano I era necessario rendere Padova un baluardo inespugnabile. Si decise così di modificare l’assetto delle mura, adottando per la prima volta sul suolo veneto, l’architettura bastionata.


Dalle torri ai bastioni: la nuova cinta muraria di Padova

Sino alla fine del XV secolo, la concezione difensiva veneziana risultava ancora fortemente condizionata dalle medievali cinte murarie. Ciò era dovuto alla mentalità dei governi marciani, convinti che sarebbe bastato il proprio potente esercito di terra a scongiurare l’invasione della Repubblica, forte dell’appoggio che poteva contare dai numerosi centri dei confini, quali Verona, Bergamo, Brescia…. Agli inizi del XVI secolo, nei domini marciani, solamente la città di Ravenna poteva definirsi all’avanguardia riguardo la struttura difensiva. Un tentativo di ammodernamento era stato abbozzato anche per Vicenza, su indicazione di Bartolomeo D’Alviano (1455 - 1515); progetto che venne accantonato a causa delle pressioni della nobiltà locale, intimorita dalle eventuali distruzioni che avrebbero subito le loro proprietà.
Come detto, Padova era considerato un nodo strategicamente importante sul piano militare, unitamente alle fortificate Montagnana, Monselice, Cittadella, Treviso e Castelfranco; una cerchia di città e di fortezze che, oltre a essere considerata antemurale della laguna, era servita in passato quale punto di raccordo e di transito per le truppe della serenissima durante la grande espansione territoriale del XV secolo, che aveva portato all’edificazione dello Stato di Terraferma.
Le mura padovane di allora erano costituite da due serie di cinte, una interna più antica, e una esterna corrispondente all’espansione successiva dei borghi esterni e alla seguente necessità di fortificarli; le mura erano merlate e turrite secondo la tradizione medievale; ulteriore punto di forza era rappresentato dal castello, antica fortezza dei precedenti signori, i Da Carrara, collegato alla cinta più interna, ma guardante all’esterno della città.
I veneziani furono consapevoli della necessità di rinnovare l’apparato murario secondo le innovazioni dell’epoca. Possiamo identificare quattro tipologie d’intervento immediato messe in atto dalle forze della serenissima, giunte a noi dalle testimonianze di Macchiavelli e Guicciardini, anche se l’esatta rappresentazione non fu mai pervenuta:

- Modifiche alla struttura di mura, torri e porte;
- Edificazione dei bastioni;
- Costruzione del cosiddetto “reparo”;
- Realizzazione di un “guasto” all’esterno della cinta.

I primi interventi furono approntati alla struttura delle vecchie mura. Furono eliminate le merlature e si ridusse l’altezza della cinta, della quale fu aumentato lo spessore con l’innalzamento di un terrapieno interno. Le torri furono abbassate al livello delle mura e colmate di terra al fine di renderle più spesse e solide; pare che alcune fossero state riprogettate in funzione di bastione, anche se la maggior parte divennero postazioni d’artiglieria. Le porte d’accesso furono sbarrate e ostruite con ogni mezzo, sia all’esterno che all’interno.
La fase successiva vide la costruzione dei bastioni, squadrati, probabilmente in legno e sporgenti al di fuori della cinta; secondo la rappresentazione fornitaci da Macchiavelli, le nuove strutture dovevano erigersi sopra il fossato antistante le mura, probabilmente sorretti da palizzate o da colonne improvvisate; sembra che ogni bastione fosse strutturato su due livelli, uno superiore dove avrebbero preso posizione i fanti e alcuni pezzi d’artiglieria, e uno inferiore quale postazione per falconetti e altri pezzi, pronti a colpire al fianco chiunque tentasse l’assalto. Ogni bastione era stato inoltre minato dall’interno, nel caso il nemico fosse riuscito a conquistarlo.
Molto interessante fu l’edificazione del “reparo”. Consisteva in un secondo fossato interno le mura, largo in superfice ma sempre più ristretto man mano che si scendeva verso il fondo, una sorta di “V” posta fra la cinta e un secondo terrapieno, più alto, dove si sarebbe posizionato il grosso dell’esercito difensore. La tattica consisteva nell’intrappolare chiunque fosse riuscito a superare la cinta, colpendolo sia dall’alto del terrapieno che sui fianchi, grazie alla presenza di casematte poste strategicamente sul fondo, all’interno delle quali si potevano collocare falconetti e altri pezzi. L’artiglieria più pesante trovava spazio invece oltre il “reparo”, dove si sarebbero collocate le riserve e la cavalleria, pronte ad intervenire nel caso il nemico fosse riuscito a superare la struttura.
Bastioni e reparo fornivano da soli un’ottima garanzia in caso d’assedio, ma i veneziani pensarono di rendere più difficile l’attacco, collocando una serie di ostacoli prima del fossato, come alcune palizzate, ma soprattutto cercando di eliminare qualsiasi struttura esterna alla città che avesse potuto fornire protezione agli assedianti. Il cosiddetto “guasto” portò alla distruzione di numerose costruzioni e all’abbattimento delle piante poste all’esterno delle mura, provocando malumori fra i cittadini ma garantendo una migliore difesa. All’epoca i veneziani dovettero agire in fretta, senza poter eliminare del tutto macerie e residui, che sarebbero state utilizzati dagli imperiali per trincerarsi, ma la strategia del “guasto” avrebbe da lì in poi caratterizzato qualsiasi città dotata di mura a bastione.
Con la ristrutturazione della cinta, Padova era pronta a sostenere l’ormai imminente assedio di Massimiliano I che finalmente aveva invaso i territori della Repubblica.


La calata imperiale e i preamboli dell’assedio

In apparenza l’esercito con cui l’imperatore aveva invaso i territori della Serenissima rappresentava una forza temibile, forte di 23.000 uomini fra lanzichenecchi tedeschi, soldati spagnoli, “lanze” francesi e contingenti degli alleati ferraresi e mantovani; inoltre portava con sé delle temibili artiglierie d’assedio.
Tuttavia la campagna intrapresa da Massimiliano I era tutt’altro che semplice; infatti l’avanzata imperiale dovette presto fare i conti con gravi problemi logistici e di approvvigionamento. Priorità assoluta dell’imperatore fu infatti quella di garantire liberi i collegamenti con le città occupate e con i territori degli alleati di Ferrara e Mantova, che costrinse l’esercito a numerosi spostamenti in territorio vicentino e padovano, rinviando di continuo l’assalto alla città del Santo, che nel frattempo si stava fortificando il più rapidamente possibile. Tre ragioni costrinsero Massimiliano a continui spostamenti di campo:

- La necessità di reperire vettovaglie, rifornimenti e, soprattutto, denaro per i propri uomini, sempre più scontenti con l’avanzare dei giorni.
- La scelta obbligata di occupare alcune piazzeforti strategiche, sia per impedire eventuali azioni contro le proprie truppe, sia per assicurare il già citato collegamento con Ferrara e Mantova.
- “L’eterna” attesa delle artiglierie, giunte separatamente dal resto dell’esercito a causa della lentezza nello spostamento.

Il primo aspetto ebbe come conseguenza un infinito peregrinare della composita armata nei territori circostanti. Giunto a Bassano agli inizi di Luglio, l’esercito imperiale stazionò attorno alla città del Grappa fra il 19 dello stesso mese e gli inizi del successivo, compiendo incursioni nella fascia territoriale fra il trevigiano e il padovano. Per tutto il mese d’Agosto si sarebbe aggirato nella pianura attorno gli Euganei, passando per Camposampiero il giorno 9 e a Vigodarzere il giorno successivo, dove stabilì un accampamento fra il 13 e il 18 del mese. Il 20 Agosto ne era segnalata la presenza a Bassanello. Conseguenza diretta fu il saccheggio di tutti i territori attraversati, specialmente a sud – sud/ovest di Padova, al fine di procurarsi i beni necessari per mantenere l’armata, in attesa dei rifornimenti alleati; ciò comportò però un aumento dell’ostilità da parte delle popolazioni rurali, le quali abbandonarono le proprie case per rifugiarsi in città, portando con se tutti i beni che riuscirono a raccogliere e aumentando la consistenza delle truppe a difesa delle mura patavine.
Riguardo al secondo aspetto, ovvero mantenere sicuro il territorio per garantire le vie di comunicazione con gli alleati, Massimiliano I si diresse direttamente contro le piazzeforti nemiche. Il 13 Agosto un contingente imperiale prendeva la rocca di Limena, trucidando i 150 soldati veneziani di guardia, che rifiutarono la resa; la rocca era considerata strategica, poiché guardava il corso della Brentella, torrente che alimentava i fossati difensivi e i mulini di Padova. Si cercò di deviarne il corso, bloccando il letto del canale, ma con scarsi risultati; sebbene il livello calasse vistosamente in città, l’acqua non venne mai a mancare. Una seguente sortita dei contadini ripristinò il canale, ma il livello dei fossati sembra rimanesse comunque basso.
Miglior esito ebbe l’assalto imperiale contro Monselice. La cittadina, che aveva rifiutato la resa, fu cinta d’assedio il 26 Agosto e cadde dopo pochi giorni, subendo un tremendo saccheggio. Scioccate dalle brutalità commesse, le comunità di Este e Montagnana preferirono trattare la resa diretta. Massimiliano riuscì così a eliminare i presidi che avrebbero potuto nuocere alle sue truppe durante il prossimo assedio.
In quei giorni si tentarono i primi assalti contro Padova. Alcune azioni dirette furono compiute tra la fine di Agosto e gli inizi di Settembre contro Porta Santacroce. Gli assalti non ebbero alcun esito; il 3 Settembre, padovani e veneziani abbattevano un presidio trincerato nei pressi della porta. Appare probabile che queste azioni servissero più che altro a distrarre i difensori durante i numerosi spostamenti imperiali nelle campagne e a impedirne le sortite. Del resto era impensabile tentare un assalto alla città senza le artiglierie, che proprio in quei giorni giungevano a Vicenza.
Il terzo aspetto rappresentava, se non la più importante, una delle priorità maggiori per Massimiliano: garantire il transito dei propri cannoni dalle temute scorrerie veneziane. Infatti le forze della serenissima non rimasero passive durante i saccheggi dei territori limitrofi, anche per garantire i rifornimenti alla città, sia di viveri che di denaro, messi a rischio proprio dai continui spostamenti imperiali. Ancora l’8 Agosto precedente, le forze marciane avevano ottenuto un importante successo ai danni dei mantovani, caduti in un imboscata notturna mentre si cingevano a marciare contro Legnago; tra i numerosi prigionieri fu scoperto lo stesso marchese Giovanni Gonzaga (1474-1525), uno dei sostenitori della Lega di Cambrai, subito tratto in cattività in laguna.
Massimiliano temeva i colpi di mano della temuta cavalleria leggera degli Stradioti albanesi, mercenari da sempre al soldo di Venezia, e non a torto. Il 27 Agosto, mentre le sue truppe assediavano Monselice, 400 cavalleggeri marciani intercettavano presso Longare un reparto di 300 uomini diretto a Vicenza con lo scopo di deviare il corso del Bacchiglione e, soprattutto, prelevare le pesanti artiglierie, che finalmente erano giunte; numerosi i prigionieri. Le preoccupazioni dell’imperatore erano dunque giustificate.
Finalmente, il 2 Settembre, le artiglierie furono scortate al campo base dal francese Lapalisse (1470-1525), fra i protagonisti della giornata di Agnadello, il quale si recò a Vicenza alla testa di ben 2.000 lanze; le “bocche da fuoco”, provenienti dalla lontana Innsbruck, erano giunte in Italia su chiatte lungo l’Adige, passando per Trento per giungere infine nel Veneto. Un viaggio interminabile.
Massimiliano poteva ora cingere d’assedio Padova. il 15 Settembre, nonostante un deciso tentativo da parte veneziana e padovana di impedire l’edificazione delle trincee, l’esercito imperiale pose il campo d’innanzi la città.


Gli eserciti a confronto

Con probabilità la composita armata imperiale dovette presentare all’incirca 23.000 effettivi, cui andavano aggiunti le centinaia di prostitute, famiglie, mercanti e avventurieri che generalmente accompagnavano gli eserciti. Gli “homeni d’arme” a disposizione di Massimiliano dovettero essere attorno alle 2.000 unità, compresi 500 cavalieri agli ordini di Lapalisse. Il grosso dell’esercito era composto dalla fanteria, 15.000 uomini fra spagnoli e mercenari lanzichenecchi; quest’ultimi, benché in numero superiore e molto temibili in battaglia, avrebbero sofferto del proprio armamento, leggero e insufficiente, più adatto allo scontro in campo aperto che a un assedio; al contrario gli iberici risultavano ben equipaggiati ma in numero nettamente ristretto.
A fianco degli imperiali, oltre ai francesi, presero parte all’assedio alcune truppe della lega; Ferrara inviò 2.000 uomini al seguito d’Ippolito d’Este (1479-1520); Mantova le compagnie di Ludovico Gonzaga (1481-1540); lo Stato pontificio 200 fanti e 100 cavalieri agli ordini del signore di Mirandola, Ludovico I Pico (1472-1509).
Il parco delle artiglierie, provenienti da Innsbruck e da Ferrara, presentava modelli di ogni tipo, dalle ormai superate “petriere” ad alcuni cannoni pesanti addirittura 6.500 Kg; numerosi i pezzi di minor calibro, quali falconi e falconetti, obici e colubrine. In totale Massimiliano schierava 136 “bocche da fuoco”, anche se a causa delle varie sortite degli assediati, pare che in batteria ne risultassero in funzione circa 120.
Al 15 Settembre, giorno in cui ebbe inizio l’assedio, le forze della lega risultavano collocate fra porta Santacroce a sud e porta Codalunga a nord, senza riuscire dunque a cingere completamente la città; tra porta Santacroce e i bastioni di Ognissanti presero posizione i contingenti italiani, seguiti in successione dai ferraresi nei pressi del lazzareto e dai tedeschi in zona Porcilia. I fanti spagnoli si schierarono davanti a Codalunga e al suo bastione principale, passato successivamente alla storia col soprannome di “bastione della gatta”, il luogo dove sarebbe avvenuto il vero scontro.
Il 3 Settembre, nel convento di Santa Giustina, la nobiltà veneziana con Gritti in testa, prestò solenne giuramento di servire la Repubblica sino alla morte. A difesa di Padova, l’armata marciana schierava circa 20.000 uomini tra soldati, contadini e cittadini, alloggiati tutti nelle case fra le antiche mura interne e quelle esterne. A disposizione di Gritti si contavano 600 lanze; circa 1.500 unità fra cavalleria leggera e stradiotti; 9.000 fanti; altri 4.000/5.000 effettivi veneziani tra nobili, arsenalotti e fanti dei sestieri, cui andavano aggiunti i padovani. L’artiglieria a disposizione era costituita da quasi 300 pezzi, quindi in numero nettamente superiore a quello imperiale, ma quasi tutta di piccolo calibro, posizionata per lo più nelle casematte dei bastioni e del fossato interno.
Le forze dei due eserciti apparivano dunque equivalenti, con i veneziani in leggero vantaggio grazie ad alcune circostanze favorevoli. Il fatto che l’esercito imperiale non fosse in grado di circondare completamente la città, garantì ai difensori la possibilità di compiere sortite e di ricevere i sospirati rifornimenti e le agognate paghe per i soldati, già in fermento per le mancate consegne dovute al precedente girovagare di Massimiliano nei contadi, cosa che causò difficoltà logistiche fra la laguna e Padova. Non solo; il mancato taglio del Bacchiglione garantì l’acqua ai mulini, seppur a livello ridotto.
Massimiliano, di fronte all’esaurimento progressivo delle proprie risorse e al crescente malumore fra le truppe, si vide costretto ad agire di fretta.


L’assedio imperiale

Il 19 settembre 1509 le artiglierie della lega aprirono il fuoco. Per quindici giorni Padova avrebbe subito una violentissimo bombardamento: circa 10.000 proiettili caddero sulla città. Iniziò il celebre assedio.
I colpi dei cannoni imperiali misero a dura prova le mura che, pur rinforzate dal terrapieno interno, iniziarono a crollare sotto i possenti colpi; eroici interventi riparatori furono compiuti da soldati e cittadini, corsi a colmare le brecce sotto il fuoco nemico. All’inizio del giorno successivo, stando ad alcune fonti, presso Codalunga si contavano tre brecce.
Tuttavia l’animo degli assediati era lungi dall’essere arrendevole; con un’abile sortita, alcuni cavalleggeri veneziani riuscirono a catturare circa una ventina di carri colmi di viveri e munizioni, dando respiro a una città continuamente bersagliata dai cannoni e in trepida attesa del primo assalto nemico, che giunse la sera stessa, nel settore di porta Codalunga e del suo bastione.
La porta sorgeva in un tratto dell’antico perimetro murario stretto e piuttosto allungato, una sorta di sporgenza verso l’esterno simile a un imbuto o a uno sperone. Un tratto difficile da difendere. Ciò non era sfuggito agli osservatori imperiali, che lo giudicarono il luogo adatto per tentare l’assalto frontale; non per niente le batterie principali erano state posizionate ai fianchi del bastione principale, edificato ex novo dai difensori.
La sera del 20 Settembre gli imperiali diedero inizio all’assalto. Fanti spagnoli e tedeschi si scagliarono furiosamente contro le mura sotto i colpi delle artiglierie e, soprattutto, sotto il lancio degli arcieri veneziani. L’impatto fu terrificante; le prime linee imperiali ressero bene al fuoco dei difensori, ma il centro, costituito dai mal protetti lanzichenecchi, fu scompigliato dalle frecce provenienti dal reparo interno. Ma anche i veneziani avevano commesso un grave errore: le artiglierie erano state collocate in un punto troppo avanzato, così che i colpi sparati tendevano a sorvolare i fanti avversari e a mancarli. Rapidamente gli imperiali superarono il fossato e si lanciarono contro il bastione, difeso dagli uomini di Citolo da Perugia (circa un migliaio).
Con grande abilità Citolo difese il bastione dalle ripetute ondate degli assalitori, continuamente ricacciati indietro; in segno di scherno, i difensori della struttura issarono su di una picca una gatta, sfidando gli avversari a prenderla tra le grida d’insulto e scherno. Fu l’episodio “simbolo” dell’assedio: da quel momento, il bastione sarebbe stato battezzato “della gatta”.
L’assalto imperiale sembrò comunque superare l’ostacolo; la gatta venne presa e, soprattutto, la prima cerchia muraria fu superata. Fu allora che Citolo diede l’ordine di lanciare l’arma segreta veneziana, ovvero i “fuochi incendiari”; le fonti a noi giunte non specificano di cosa si trattasse, probabilmente una sorta di proiettili incendiari da lanciare a mano con caratteristiche simili al celeberrimo fuoco greco.
Fatto sta che la prima cerchia fu avvolta dalle fiamme e l’esercito di Massimiliano, incalzato dai difensori passati al contrattacco, dovette ripiegare in fretta.
Padova aveva respinto il primo assalto nemico. L’umore dei difensori salì alle stelle, rinvigorito ulteriormente dalle tanto attese paghe, giunte finalmente il 22 Settembre. Al contrario, nell’accampamento imperiale tutto sembrava precipitare; iniziavano a registrarsi i primi malumori e le prime diserzioni, dovute soprattutto ai mancati pagamenti e alle cattive condizioni: alcuni soldati “di professione” passarono coi veneziani. Massimiliano era alle corde; le necessità materiali avevano ora la priorità su quelle militari: o avrebbe preso Padova al più presto o avrebbe dovuto ritirarsi.
Il 24 Settembre le forze della lega approcciarono un nuovo tentativo d’assalto, ma furono costrette a rinunziarvi quasi immediatamente da alcune sortite della cavalleria marciana. Il vero attacco avvenne due giorni dopo, nella notte del 26 Settembre. Nel frattempo gli assediati avevano provveduto a ricollocare le proprie artiglierie, arretrandole di diversi metri: fu strage fra gli attaccanti. Una seguente sortita contro le batterie imperiali fu compiuta dalla cavalleria leggera veneziana, uscita da Porta Porcilia sotto il comando di Lattanzio da Bergamo (1480-1510), costrinse le forze di Massimiliano a ripiegare nuovamente, proprio nel momento in cui, una volta riorganizzatisi, sembravano vicine a superare le mura.
I veneziani erano euforici; le forze di difesa si sentivano prossime alla vittoria, così come Massimiliano al proprio fallimento.
L’imperatore decise di giocare il tutto per tutto. La sera del 29 settembre 1509, le artiglierie della lega bombardarono duramente le mura di Codalunga; tre brecce larghe alcune centinaia di braccia si spalancarono agli assedianti. Fu dato l’ordine d’assalto; tedeschi, spagnoli e italiani si lanciarono ostinatamente contro il bastione della gatta e contro le aperture, riuscendo a penetrare oltre la cinta e a occupare la struttura strenuamente difesa dai veneziani. Sembrò la volta buona: la cavalleria pesante della lega si schierò, pronta a irrompere in città.
Ma ancora una volta gli assediati lanciano i cosiddetti “fuochi”; le fiamme divamparono nuovamente sui soldati imperiali, che nel frattempo erano caduti in trappola all’interno del fossato fra le mura esterne e il reparo. Citolo da Perugia guidò il contrattacco; fu riconquistato il bastione. Le truppe imperiali, sconfitte, ripiegarono ancora una volta, perdendo due insegne.
I veneziani avevano vinto. Un ultimo grido d’allarme risuonò a notte fonda, quando si sparse la voce di un’irruzione imperiale a Santa Croce: migliaia di cittadini padovani scesero armati nelle piazze per respingere l’invasore. Ma si trattò di un falso allarme.
Le forze imperiali erano battute. Invano l’imperatore cercò di risollevarne l’umore; tentò addirittura di convincere l’élite nobiliare a combattere a piedi a fianco dei fanti, ricevendo un gentile ma netto diniego, specie dal Lapalisse e dalle altre lanze francesi. Senza denaro, coi viveri scarseggianti e con la truppa sconfortata, Massimiliano decise di abbandonare l’impresa.
Tra l’ 1 e il 2 Ottobre l’assedio era tolto. La Repubblica veneta aveva sconfitto il temibile esercito imperiale.


Le conseguenze dell’assedio e l’affermazione dell’architettura bastionata

La vittoria ottenuta a Padova sulle forze di Massimiliano I permise a Venezia di respirare e di riorganizzarsi; furono riconquistate Monselice e le altre fortezze del padovano; fu rioccupata Vicenza. La guerra sarebbe proseguita per altri sette anni con alterne vicende e continui capovolgimenti di alleanze; la Serenissima avrebbe prima aderito alla Lega Santa promossa dal papa (1511) contro la Francia e per poi allearsi con la stessa monarchia transalpina contro l’Impero e la Spagna. Alla fine la Repubblica avrebbe dovuto rinunciare ai territori pugliesi, romagnoli e cremonesi, conservando intatto però lo Stato di Terraferma in Veneto, Friuli e nei territori bresciani, bergamaschi e cremaschi.
Le “Guerre d’Italia” furono l’evento che spinsero Venezia a cambiare la propria politica estera, da allora non più aggressiva ma di contenimento: fu l’inizio del lento declino marciano. I confini non sarebbero più stati affidati al solo esercito, ma tutto si sarebbe incentrato attorno alle fortificazioni della città più esterne.
Sull’esempio dell’assedio del 1509, l’architettura bastionata fu adottata e perfezionata in quei centri considerati vitali per mantenere integro e sicuro lo Stato marciano; in Lombardia si fortificarono Bergamo e Brescia; a est del Mincio i bastioni divennero il perno difensivo di Legnago, Peschiera e Verona, basi di quello che nel XIX secolo sarebbe diventato, con l’aggiunta di Mantova, il celeberrimo “quadrilatero” austriaco dell’età risorgimentale; a Oriente fu edificata ex novo la città-fortezza di Palmanova, autentico gioiello militare, baluardo contro eventuali aggressioni ottomane o imperiali.
Curiosamente l’architettura bastionata, ideata efficacemente per riequilibrare le sorti degli assedi, finì col favorire la fine dell’indipendenza della penisola italiana e dei suoi piccoli Stati, troppo deboli finanziariamente per sostenere sia le spese di una nuova struttura muraria che quelle per mantenere un esercito; classico esempio il crollo della Repubblica senese per mano delle forze fiorentine nel 1555(6). Le realtà politiche italiane, per sopravvivere, furono così costrette a legarsi alle grandi monarchie europee, arbitri dei destini d’Italia. Solo Venezia seppe rimanere indipendente, rassegnandosi a trasformarsi lentamente in una potenza di secondo piano.
La cosiddetta “trace italienne” si affermò e si diffuse in tutta Europa; bastioni e rivellini furono eretti e perfezionati in tutto il vecchio continente, dalla Francia ai territori imperiali. Attorno alle nuove cinte si combatterono memorabili battaglie, dall’assedio di Malta (1565), che vide i cavalieri dell’isola respingere gli ottomani, a quelli di Vienna (1529, 1683), conclusisi sempre con una sconfitta per i turchi. Ma non solo; la guerra combattuta nelle Fiandre tra le Province Unite e il Regno di Spagna si svolse quasi esclusivamente attorno ai bastioni delle città olandesi; in alcune di esse si possono ancora ammirare le strutture difensive di allora, talora ben conservate, come a Nardeen (Paesi Bassi).
Per quel che riguarda Padova, la struttura eretta in fretta e furia in previsione dell’assedio imperiale fu ben presto modificata e rinforzata per rendere inespugnabile la città, che nel 1513 avrebbe subito un secondo ma meno memorabile assedio ispano-imperiale. Curiosamente, l’antemurale della laguna, baluardo estremo di Venezia, non avrebbe più visto l’ombra di un assedio; le mura padovane, e con esse quelle trevigiane, mai sottoposte ad alcuna aggressione, sarebbero finite col rappresentare più un monumento alla memoria passata e allo sperpero economico che un struttura realmente utile ai fini bellici della Repubblica, che puntava tutto sulla salvaguardia dei confini. Col passare dei decenni e dei secoli, le mura della città divennero il luogo di passeggiate all’ombra di piante, poste per rendere più gradevole il paesaggio. Eppure fu proprio attorno a quelle cinte che si combatté il primo grande assedio contro una città “moderna” e non più medievale, evento che contribuì all’affermazione dell’architettura bastionata che modificò definitivamente l’aspetto delle città europee.

di Nicolò Dal Grande


Note

(1) La città dell’uomo, p. 87;
(2) DEL NEGRO P., Guerra ed eserciti, p. 16;
(3) ALIGHIERI D., Purgatorio, p. 115-116;
(4) Gli operai addetti all’arsenale di Venezia;
(5) Il castello fluviale che bloccò la risalita ai veneziani fu successivamente abbattuto per garantire il libero collegamento fra Venezia e Padova;
(6) DEL NEGRO P., Guerre ed eserciti, p. 25.


Bibliografia

ALIGHIERI D., Purgatorio, a cura di SALVO T., Milano, Zanichelli, 2000;

ASTEGIANO G., L’artiglieria all’assedio di Padova nel 1509, Padova, Prem. Società coop. Tipografica, 1909;

DEL NEGRO P., Guerre ed eserciti da Macchiavelli a Napoleone, Roma-Bari, Editori Laterza, 2007;

GRECO A., RAVAZZOLO C., SAGGIORATO F., Assedio! Padova 1509, Padova, S.A.R.G.O.N., 2010;

La città dell’uomo, “Storica speciale”, n.3 (2011), p. 71-87;

LENCI A., Il leone, l’aquila e la gatta. Venezia e la Lega di Cambrai. Guerra e fortificazioni dalla battaglia di Agnadello all’assedio di Padova del 1509, Padova, il Poligrafo, 2002;

MEDIN A., Due questioni relative all’assedio di Padova del 1509, Padova, G. B. Randi, 1890;

PELLEGRINI M., Le guerre d’Italia 1494-1530, s.l., il Mulino, 2009;

ZANETTI P., L’assedio di Padova dell’anno 1509 in correlazione alla guerra combattuta nel Veneto dal Maggio all’Ottobre, Venezia, Fratelli Visentini, 1891.
Documento inserito il: 25/12/2014
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