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Una disavventura in mare per i seminaristi del Pontificio Collegio Scozzese di Roma

UNA DISAVVENTURA IN MARE
PER I SEMINARISTI DEL PONTIFICIO COLLEGIO SCOZZESE DI ROMA
(Anzio, 23 maggio 1899)


di Gerardo SEVERINO
Col. Aus. GdiF – Storico Militare, della Diplomazia e dell’emigrazione italiana nel mondo.


Premessa

Anzio, la bellissima città che s’affaccia sul Tirreno, praticamente alle porte di Roma, è da qualche secolo a questa parte méta di turisti e viaggiatori, come ci documentano molti i numerosi testi di storia che la riguardano, nonché le riviste e i giornali d’epoca, sui quali è facile cogliere la vocazione ospitaliera di questa fantastica località. Un tempo affollata da villini, case di campagne alle porte di essa e da palazzetti (molti dei quali andati distrutti dopo lo sbarco Alleato del 22 gennaio 1944), eretti dalla nobiltà romana, Anzio divenne, soprattutto dopo l’entrata in funzione della linea ferroviaria che la collegò a Roma (1884), uno dei principali punti di riferimento per la balneazione estiva dei Romani. In verità, le vacanze ad Anzio furono organizzate anche da vari Enti e Istituzioni, soprattutto religiose, e spesso anche per altri fini: la cura di particolari malattie, ovvero, talvolta, anche per il ritiro spirituale per i membri dei vari Ordini Ecclesiali, così come per concedere qualche momento di relax ai tanti Seminaristi che affollavano, soprattutto sul finire dell’Ottocento, la “Culla della Cristianità”. Fra questi anche i Seminaristi del “Pontificio Collegio Scozzese”, i quali da qualche tempo frequentavano, a turno, Anzio, ove potevano così godere delle bellezze della natura, della salubrità dell’aria e degli effetti dei bagni marini, ma anche per socializzare con altri giovani Seminaristi presenti sul territorio. Non mancavano, anche per loro, le tradizionali gite in barca, volendo ammirare da vicino gli allora più vasti resti della mastodontica Villa di Nerone e del grande porto che la tutelava dal mare. Si trattava di una consuetudine che durava da tempo, e per la quale il Rettore del Collegio aveva disposto un apposito programma, con gite programmate anche a Tor Caldara (oggi rinomata riserva naturale), Nettuno e Torre Astura. Nel maggio del 1899, una di tali gite stava per trasformarsi in un’autentica tragedia, come cercheremo di documentare attraverso queste poche righe.


Una gita in barca da ricordare (Anzio, 23 maggio 1899)

Nel 1899, il “Pontificio Collegio Scozzese” di Roma si trovava acquartierato nella storica sede di Via delle Quattro Fontane. Ne era Rettore, da appena due anni, Monsignor Robert Fraser. In esso vivevano in media una trentina di giovani seminaristi scozzesi, tutti impegnati negli studi presso la Pontificia Università Gregoriana. Il Collegio vantava una lunga e affascinante storia, essendo stato fondato, il 5 dicembre 1600, da Papa Clemente VIII. Come è facile intuire, era destinato ad accogliere i giovani cattolici scozzesi, i quali, a causa delle leggi vigenti in Scozia e in Inghilterra in quel frangente, non potevano ricevere un'educazione religiosa nella loro stessa Patria d’origine. La sede del Collegio era stata inizialmente fissata in una piccola casa, situata in quella che oggi è conosciuta come Via del Tritone, di fronte alla chiesa di S. Maria in Costantinopoli. Nel 1604, il Collegio si trasferì, quindi, in Via Felice, l'attuale Via delle Quattro Fontane, ove rimase fino al 1962, anno in cui si spostò nell’attuale sede, sulla Via Cassia. Ebbene, a partire dal 1884, anno di apertura della linea ferroviaria per Anzio, anche i Seminaristi del “Pontificio Collegio Scozzese” si recavano nella località della costa Pontina, spesso ospiti di strutture religiose locali, allora molto numerose sul territorio. Ciò avvenne anche nella seconda metà di maggio del 1899, quando Anzio incominciava ad affollarsi di turisti stranieri, di rampolli dell’alta borghesia Romana, ma soprattutto di cacciatori che riempivano gli alberghi della zona, in attesa dell’arrivo delle famose e ormai sfinite quaglie, che avevano attraversato gran parte del Mediterraneo, provenendo dall’Africa. La vicenda che stiamo per ricostruire ebbe dunque luogo la mattina del 23 maggio, allorquando sette Seminaristi scozzesi, lasciato il “Collegio San Salvatore” (con molta probabilità un ospizio estivo di qualche Congregazione Religiosa Romana) presero imbarco sul battello a vela denominato “Giulia”, del padrone Salvatore Cardoselli, di Anzio, il quale da anni esercitava il mestiere di battellante da diporto, oltre che di membro della locale “Società di Soccorso ai Naufraghi”. Dopo aver girovagato per ore, lungo il tratto di costa compreso tra Tor Caldara e il vecchio Porto Neroniano, il battello prese leggermente il largo, volendo raggiungere Torre Astura. A quel punto ebbe luogo il gravissimo incidente, che colse il “Giulia” proprio all’altezza della punta del Porto Innocenziano. Dalla breve corrispondenza, pubblicata il giorno dopo da <<Il Messaggero>> (1), apprendiamo che: << Stamattina verso le 11 una lancia condotta da Cardoselli Salvatore con 7 seminaristi di questo collegio San Salvatore, i quali si recavano a diporto fu investita ed infranta dal vapore Las Palmas, della società La veloce tutti vennero salvati dai canotti gittati in mare dal capitano del piroscafo>>. Tranciata in due, la lancia del Cardoselli iniziò lentamente ad affondare, ma prima che ciò avvenisse, furono proprio le scialuppe del Vapore Postale investitore a salvare la vita dei naufraghi e a recuperare la stessa “Giulia”. A questo punto, lasciamo la parola alla cronaca publicata, il successivo quattro di giugno, sulla rivista settimanale <<La Tribuna Illustrata della Domenica>>, sulla cui prima di copertina fu riprodotta una bellissima tavola a colori, realizzata dal pittore Giusti (poi ripresa anche dalla rivista sorella <<Patria degli Italiani Illustrata. Supplemento della Tribuna>>. Ecco come la rivista ricostruì la vicenda. <<Il fatto che illustriamo nel quadro di prima pagina ha vivamente commosso, alcuni giorni fa, la popolazione della ridente cittadina di Anzio, sulla spiaggia romana. Sette seminaristi scozzesi, arrivati ad Anzio la mattina del 23 u.s. insieme con altrettanti compagni, s'erano recati su di una barchetta condotta dal battelliere e da due mozzi, a fare una gita in mare. A un certo punto, a circa tre miglia dalla spiaggia, la barchetta, che navigava a vele spiegate, vide avvicinarsi a tutto vapore un grande piroscafo: era il “Las Palmas”, della Società di Navigazione “La Veloce” che faceva rotta per Napoli. L'uf­ficiale di guardia del piroscafo — come risulta dal rapporto del comandante Raffo — tenendosi strettamente alle regole marinaresche, per evi­tare l'abbordaggio, ordinò al timoniere di piegare col timone tutto a sinistra in modo da la­sciar libero il passo alla barca; ma questa, con imprudente manovra, virò a sua volta. Qui occorre una breve parentesi: il regola­mento internazionale prescrive che, quando due navi o barche, l'una a vela e l'altra a vapore, fanno rotta convergente, quella a vapore deve manovrare in modo da lasciare il passo a quella a vela. Sarebbe bene, a evitare spiacevoli in­convenienti e pericoli, che questa ed altre sif­fatte regole non fossero ignorate o trascurate dai battellieri. Accadde, dunque, quello che doveva fatal­mente accadere, quantunque l'ufficiale, vista l'imminenza del pericolo, ordinasse subito alle macchine di dare indietro a tutta forza: la prua del piroscafo investì la barchetta spaccan­dola per metà e quelli che vi stavano dentro fu­rono sbalzati violentemente in mare. Con rapidissima manovra fu calata dal piroscafo un'im­barcazione, mentre una paranzella che navigava in quei paraggi accorreva anch'essa in aiuto dei naufraghi; questi furono condotti tutti a bordo del “Las Palmas”, dove ebbero tutte le cure ne­cessarie; e appena si furono riavuti, vennero trasportati a terra, accolti con grande giubilo dalla popolazione che, appena corsa la notizia dell'investimento, era corsa in gran folla alla riva. Tutto sommato, molta paura, molta trepida­zione, ma per fortuna nessuna vittima umana: uniche vittime la barca spaccata, che tuttavia venne ricuperata e tratta a rimorchio a terra, o i portafogli dei sette seminaristi che purtrop­po non vennero ricuperati ma affogarono mise­ramente insieme con un orologio!>> (2). Raggiunto il porto, i naufraghi furono amorevolmente accolti dai Marinai del Porto, con in testa il loco Comandante, l’Applicato di Porto Carlo Della Nave e da alcune Guardie di Finanza della locale Brigata, presso la cui capiente caserma, sullo stesso Molo Innocenziano, furono inizialmente rifocillati e, soprattutto, rassicurati sul fatto che era tutto andato a buon fine. Nel pomeriggio dello stesso giorno, i malcapitati fecero ritorno in treno, a Roma, ove a piedi percorsero la breve strada che dalla Stazione Termini porta a Via delle Quattro Fontane, ove ad attenderli vi era lo stesso Rettore del “Pontificio Colegio Scozzese”, nel frattempo avvertito telegraficamente. Ci piace pensare che, per il tempo che i giovani allievi della Gregoriana rimasero a Roma fecero comunque ritorno ad Anzio, potendo così visitare, oltre ai ruderi della Villa Neroniana, anche la stupenda costa che porta ad Astura e alla sua celebre e storica Torre. Ma questa è un’altra storia…


Nell'immagine, Il salvataggio dei Seminaristi Scozzesi ad Anzio, ricostruito dal pittore Giusti. (1899)


NOTE:

(1) Cfr. Corrispondenza dal titolo “Investimento in Mare”, in <<Il Messaggero>>, 24 maggio 1899, pag. 2.
(2). Cfr. Corrispondenza dal titolo “L’investimento di Porto d’Anzio”, in <<La Tribuna Illustrata della Domenica>>, n. 23 del 4 giugno 1899, pag. 2.

Documento inserito il: 01/08/2026
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