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Il Giallo Piemonte: quel colore delle caserme codificato come un Pantone

di Marco Bandioli e Francesco Caldari


Recentemente in una importante città capoluogo di provincia, è sorto il mugugno tra i cittadini più attenti, per la decisione sul colore di una caserma, non rispettante quello classico scelto in tali circostanze: ci riferiamo al “Giallo Piemonte”, uno standard codificato delle caserme, non solo piemontesi.

Attualmente, nel mondo del design, della moda, della comunicazione visiva e, più in generale, dell’impiego di colori e vernici, un punto di assoluto riferimento per l’identificazione e la standardizzazione dei colori è rappresentato dal sistema denominato“Pantone” (Pan = tutto / tone = sfumature/toni), sistema nato negli anni Sessanta grazie all’intuizione dell’imprenditore e inventore statunitense Lawrence Herbert (laureato in biologia e chimica). che fondò e diresse la Società “Pantone Inc.”. Tale sistema Pantone ha codificato i colori attraverso un linguaggio cromatico universale, rivoluzionando il modo in cui percepiamo e comunichiamo le sfumature, assegnandone a ciascuna un codice univoco che ne garantisce la coerenza in ogni contesto. Gli stessi colori della bandiera italiana sono stati ufficialmente codificati con il sistema Pantone. Il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 aprile 2006, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 174 del 28 luglio 2006 ha sancito che il tricolore debba essere simboleggiato con il verde felce (relativo codice Pantone 17-6153 TCX), il bianco acceso (11-0601 TCX) e il rosso scarlatto (18-1662 TCX).

In precedenza non esisteva una codifica ufficiale: i colori erano definiti solo descrittivamente. La necessità di standardizzarli nacque quando si notò che le bandiere ufficiali (Quirinale, Senato, Camera, Palazzo Chigi) presentavano sfumature diverse, con il rosso che in taluni casi ... tendeva all'arancione. La commissione del Poligrafico dello Stato mediò i campioni esistenti per stabilire i tre codici Pantone tessile (TCX) definitivi, che sono quelli oggi in vigore per la produzione di bandiere su tessuto in poliestere. Può, quindi, a ragione dirsi che ogni colore Pantone non è semplicemente una tonalità, ma una scelta consapevole, carica di significati tecnici, culturali e per certi aspetti emozionali.


La nascita a Torino del “Giallo Piemonte”

Nondimeno, sin dall’antichità, seppur impiegando metodi e procedure artigianali, una qualsivoglia “codifica dei colori” veniva scrupolosamente seguita dalle varie civiltà per garantire non solo una uniformità di realizzazione ma anche per identificare, proprio attraverso i colori, una specifica funzione o simboleggiare uno specifico “status” sociale o militare.

Un esempio significativo di antica codificazione di colori, tra i vari che si potrebbero citare, è rappresentato dalle vecchie e possenti caserme piemontesi di epoca sabauda il cui caratteristico colore giallo venne chiamato "Giallo Piemonte" (o “Giallo Torino”), colore che, per volere reale, doveva essere associato a edifici, palazzi e manufatti istituzionali o comunque pubblici.

Non fu una decisione estetica casuale, ma il risultato di una precisa codifica storica, economica e simbolica. Tale giallo andò a sostituire il cosiddetto “Giallo Molera” (proveniente da pietra arenaria) che aveva due tipologie di intensità e tonalità, considerate eccessive per essere considerate “standard”. Il “Giallo Piemonte” veniva prodotto con componenti naturali tramite la miscela di ingredienti minerali del territorio ed in particolare attraverso un vasto utilizzo della calce idraulica naturale di Casale Monferrato che, largamente adoperata per intonacare gli edifici, offriva una sfumatura giallastra particolarmente resistente alle intemperie e all’umidità. Inoltre, la terra gialla (ocra) e i pigmenti minerali locali, abbondanti e durevoli, rappresentavano una soluzione economica per standardizzare l’aspetto delle costruzioni. In un’epoca in cui le risorse erano limitate e la manutenzione degli edifici pubblici era una priorità, il Giallo Piemonte diventò una soluzione pratica e simbolica. Peraltro la calce di Casale Monferrato, considerata progenitrice del cemento, era conosciutissima e assai utilizzata fin dal XV secolo.

In verità, oltre al “Giallo Piemonte”, seppur predominante nei vari edifici istituzionali, esisteva anche un altro colore “a pari dignità” chiamato “Rosso Mattone Paramano” (o “Rosso ministeriale”), colore dovuto proprio all’utilizzo di mattoni di elevata resistenza alle intemperie e progettati per rimanere “a vista”, senza avere bisogno di intonaco o di ulteriori rivestimenti protettivi. Tale colore rossastro, tendente al bordeaux (in ragione della particolare cottura di argilla con ossido di ferro), era stato scelto in quanto si riteneva conferisse agli edifici ministeriali un aspetto particolarmente istituzionale. Tra i vari possibili esempi, si può citare la austera caserma degli Alpini “Monte Grappa” in Corso IV Novembre a Torino.

Tralasciando i numerosissimi palazzi in “Giallo Piemonte” della vecchia Torino è doveroso ricordare che, a seguito della fondazione ed istituzione a Torino del “Corpo dei Carabinieri Reali” (1814) e del “Corpo dei Bersaglieri”(1836), due furono le caserme che ne accolsero i primi contingenti nella capitale: per i Carabinieri Reali, la caserma “Chiaffredo Bergia” in piazza Carlo Emanuele II (comunemente chiamata dai torinesi “Piazza Carlina”); per i Bersaglieri la caserma “Ceppi” (Palazzo di “Sua Eccellenza il Conte Ceppi”) nell’allora via D’Angennes (caserma ora non più esistente e via ridenominata in via Principe Amedeo). Tra le numerose citabili, è sicuramente menzionabile anche la storica caserma di Cavalleria “Generale Dardano Ferulli” a Pinerolo (Torino).


Il ruolo di Vittorio Amedeo III di Savoia

In ogni caso, il “Giallo Piemonte”, che si diffuse a partire dalla fine del XVIII secolo, ha trovato la sua massima applicazione durante il regno di Vittorio Amedeo III di Savoia (1773–1796). Figlio di Carlo Emanuele III e Polissena d’Assia-Rheinfels-Rotenburg, sposò Maria Antonietta di Spagna nel 1750. Salì al trono nel 1773, ereditando un regno solido ma con sfide crescenti.

Nonostante il suo spirito conservatore, promosse riforme amministrative, urbanistiche e culturali. Basti pensare che Torino fu la prima città in Europa a dotarsi di illuminazione notturna a olio (1773). Nell’avviare l’espansione della capitale sabauda, egli istituì l’Osservatorio Astronomico, ripristinò le scuole di pittura e scultura (1778), e potenziò l’Accademia delle Scienze e l’Orto Botanico. Anche Nizza gli è debitrice, poiché ne migliorò il porto. Sotto l’aspetto militare, riorganizzò le truppe (istituendo la Legione Truppe Leggere, precursore della attuale Guardia di Finanza). Accanto a questi aspetti positivi, gli storici ne evidenziano però altri negativi: egli negli ultimi anni di regno, a causa della sua prodigalità (elargizioni verso i sudditi e la nobiltà) svuotò le casse dello Stato, portando a una crisi finanziaria. Ne vengono sottolineati errori anche in politica estera: inizialmente cercò un avvicinamento alla Prussia per contrastare l’Austria e la Francia, ma poi si legò ai Borbone di Francia tramite matrimoni dinastici (il figlio Carlo Emanuele IV sposò Maria Clotilde di Borbone-Francia). Schierò il Piemonte contro la Francia rivoluzionaria (1792), ma le sconfitte militari (Battaglia di Millesimo e Mondovì, 1796) costrinsero alla cessione di Savoia e Nizza alla Francia con l’Armistizio di Cherasco (1796).

Il malcontento popolare e le rivolte giacobine in Piemonte e Sardegna indebolirono ulteriormente il regno. Morì nel 1796 a Moncalieri, lasciando un regno indebitato, mutilato territorialmente e in preda al caos, sì che il giudizio storico si divide in due fasi: prima del 1789, sovrano lodato per magnanimità e intelligenza, ma circondato da ministri inetti; dopo il 1789, incapace di gestire la crisi rivoluzionaria, portando il Piemonte al collasso.

Nella prima fase del suo governo dunque il Regno di Sardegna conobbe una fase di modernizzazione: le caserme, gli edifici pubblici e le strutture militari vennero uniformati non solo per ragioni funzionali, ma anche per trasmettere un’immagine di ordine, autorità e coesione statale.

Si ebbe così – come abbiano accennato sopra - un vasto utilizzo della calce idraulica naturale di Casale Monferrato largamente adoperata per intonacare gli edifici. La sua produzione è stata abbandonata, al pari delle cave per l'estrazione delle marne, per essere dal XIX secolo sostituita dall'industria del cemento, economicamente più vantaggiosa. Nondimeno – proprio come un codice Pantone definisce un colore in modo universale - il Giallo Piemonte diventò un marchio visivo del territorio, un simbolo di uniformità e presenza statale, capace di trasmettere autorità e identità.


Nell'immagine, Vittorio Amedeo III.


Per saperne di più: Maria Franco, tesi di Laurea su “La calce idraulica : esempi di estrazione e produzione in Piemonte : Casale Monferrato tra passato e futuro” (https://webthesis.biblio.polito.it/1826/)

Documento inserito il: 07/09/2026
  • TAG: Vittorio Amedeo III, Giallo Piemonte, Rosso Mattone Paramano

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