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Alle origini della massoneria: dalle Gilde medievali all'iniziatismo moderno

di Francesco Servetto


Definire storicamente le origini certe della massoneria è un compito arduo a causa della scarsità delle fonti, ma anche per la difficoltà a districarsi nel dedalo delle varie correnti che si sono succedute nel corso dei secoli al suo interno. Tendenzialmente, può bastare a generare dubbi l’evidente dicotomia tra massoneria speculativa e operativa, incorniciate in uno scenario intriso e di simbolismo e di mera competenza professionale. Inoltre, la trasmissione dei segreti costruttivi in origine lascia già intendere un substrato spirituale, poiché l’edificazione di strutture di proporzioni notevoli, come i luoghi di culto cristiano, si interseca indissolubilmente con la tendenza umana a sviluppare le proprie attitudini verso l’alto, verso un apice spirituale che connette il mondo inferiore a quello superiore, non solo a livello ideale. Ecco che la mera competenza matematica, geometrica in primis, rivela fondamenta pitagoriche e neoplatoniche, rafforzate dalla rigorosa attenzione con cui i costruttori necessariamente dovevano fare i conti, in un amalgama indissolubile, fatta di materia e spirito, quindi linea orizzontale e verticale. È importante, prima di iniziare l’analisi documentale, considerare come la religione cristiana, nella sua versione istituzionale spendibile per i popoli, consideri una marcata differenza, soprattutto in epoca medievale, tra corpo e spirito. Essa permise, infatti, la mortificazione del primo per l’edificazione dell’altro, stonando con quelle precedenti correnti religiose e filosofiche che predicavano la cura dell’uno e dell’altra. Appare piuttosto di rottura l’atteggiamento catastrofista di tale mentalità, poiché consegna l’umanità ad un percorso di sofferenza cercato, o quantomeno anelato con la convinzione che porti necessariamente a un risultato, in un’epoca in cui la medicina era appannaggio di pochi e sviluppata in una direzione perlopiù altra, rispetto ai progressi dei secoli successivi. Scarse prescrizioni igieniche e di cura del proprio ambiente non aiutavano certo gli uomini di allora a preservarsi per consentire al proprio spirito di compiere la traversata verso la beatitudine dei mondi superiori, a differenza di quanto, invece, ad esempio, era già predicato in oriente con discipline come lo yoga che, invece, prescrivono la «manutenzione» del proprio fisico perché grazie alla sua integrità la mente possa avere tutte le carte in regola per compiere il proprio percorso di avvicinamento all’essere supremo.
A questo punto, risulta utile considerare come approcciarsi allo studio del movimento massonico, soprattutto a partire dal XVIII secolo, quando il suo sviluppo lo porterà a comprendere tra le sue componenti branche del sapere non convenzionali, quali il neoplatonismo o il pitagorismo, in una cornice esoterica che concentra notevole attenzione al bilanciamento tra anima e corpo. È pur vero che il clima cristiano in cui si sviluppano le gilde medievali prescrive una serie di regole, obblighi e divieti, anche di stampo alimentare, che in qualche modo può essere comparato, seppur con notevoli discontinuità con le dottrina sopracitate, ma si scontra con una lassità di approcci alla vita decisamente contrastante. Da una parte infatti, il pitagorismo, che influenzerà profondamente anche su tale aspetto poi Platone e la sua idea del mondo, prescrive una dieta vegetariana non tanto per rispetto della divinità, come avviene per il venerdì cristiano, ma per il puro e semplice rispetto della vita. Similmente alle dottrine indiane che affondano le radici nei Veda millenari, la vita è intesa come un dispiegarsi delle anime su corpi umani, animali e vegetali e va rispettata, poiché si rispetta l’anima, che nel processo della metempsicosi può assumere corpi umani come animali. Addirittura, per le dottrine indiane, lo stesso nutrirsi di vegetali deve essere fatto con rispetto, come di un mezzo necessario per la sopravvivenza, evitando di sprecare quelle forme di vita, anzi consacrate alla divinità.
Chi ha voluto vedere l’origine della massoneria nelle gilde corporative medievali, dunque, non ha probabilmente valutato come negli sviluppi dei secoli successivi essa abbia affinato un carattere iniziatico, per quanto praticamente mai connesso a idee di vegetarianesimo, che è decisamente una peculiarità che va oltre la semplice associazione di mestiere. Ad esempio, secondo Henry Carr, ci sarebbe continuità tra le antiche corporazioni di mestiere e le logge di età moderna: il punto di partenza sarebbe individuabile in un documento del 1356, riguardante un contenzioso tra muratori scalpellini, dediti all’intaglio della pietra, e muratori posatori e assemblatori, colori i quali si occupavano di edificare i muri veri e propri. Da ciò, sarebbe stato messo per iscritto il primo regolamento, conosciuto come Codice di Regolamenti di Mestiere, di fronte al Sindaco e ai Consiglieri comunali di Londra presso la Guildhall. In un arco temporale di vent’anni, da ciò nacque la London Masons Company, all’epoca pura associazione operativa, che nella teoria di Carr si sarebbe sviluppata nei secoli seguenti nella massoneria moderna: a sostegno di ciò, lo storico inglese riporta la prima cerimonia di ammissione testimoniata in data 1390, l’Edimburgh Register House Manuscript, un documento riguardante un rituale di due Gradi, risalente al 1696, insieme ad altri due documenti, il Chetwood Crawley Ms. del 1700 e il Kevan Ms. del 1714, tutti stilati in terra scozzese.
Se guardiamo la questione con l’occhio del cronista, un vero e proprio atto fondativo della massoneria moderna esiste ed ha una data, 24 giugno 1717, tuttavia imprecisa poiché simbolica: essa cade infatti nella festività di San Giovanni Battista, che indica una cesura tra due epoche, sulla falsariga delle scritture, tra l’era dei profeti e quella di Cristo.
In questa data avviene la fusione tra quattro logge che confluiscono nella prima Gran Loggia, la Right Worshipfull Fraternity of Accepted Freemasons; si tratta, dunque, di una rifondazione, non certo di una fondazione ex-novo, eppure è un evento non trascurabile nell’ottica della ricerca, poiché testimonia una direzione nuova per l’associazionismo, percorribile su un tracciato filosofico-iniziatico dagli inediti contorni formali, il primo dichiaratamente di stampo esoterico dalla caduta dell’Impero romano, pur ammettendone una flebile sopravvivenza nei secoli all’interno di piccoli gruppi, rimasti sottotraccia. L’epoca in cui ciò accade è emblematica, poiché è foriera di profondi cambiamenti nell’approccio alla natura e all’indagine. Nascono nuove discipline, che spingono nelle soffitte della storia altre, come l’alchimia, inspiegabilmente considerata un’anticipazione incompleta della chimica, a gran torto. Parallelamente, lo studio e chi lo intraprende si svuotano dell’approccio spirituale invece presente nelle antiche dottrine, la scienza inaridisce il campo di indagine con il proprio sottofondo materialistico e, talvolta, ateo e gli straordinari successi del progresso illudono l’uomo di poter fare a meno della tradizione. La componente intuitiva, che sarà alla base della massoneria moderna, lascia spazio a quella logico deduttiva, scrostando l’innatismo delle millenarie conoscenze e prostrandolo all’arido empirismo, dispotico per il proprio dispiegarsi con successo solo nell’hic et nunc, come insegnano le numerose revisioni delle varie discipline, che ancora oggi sono passibili di miglioramenti, quando di non di veri e propri stravolgimenti.
Dopo sei anni dalla fondazione della prima loggia moderna, ne sono stati illustrati i fondamenti con le Constitutions (1723-1738) del pastore presbiteriano scozzese e illuminista newtoniano James Anderson, una serie di prescrizioni imprescindibili per gli adepti, che riguardano la condotta e i doveri verso Dio, lo Stato e le stesse logge. È una massoneria di tipo speculativo, non più meramente operativa e a riprova di ciò i profondi solchi lasciati dal neoplatonismo in terra inglese, principalmente tramite il gruppo dei neoplatonici di Cambridge, quali Benjamin Whichcote, Henry More, Ralph Cudworth, John Smith e altri. Essi erano fieri avversari dell’empirismo, portatori di un ottimismo relativamente alla natura umana, interessati alla libertà della volontà, all’autonomia dell’uomo, nonché all’anti-determinismo. Di contro, erano convinti dell’innatismo conoscitivo, combattendo il materialismo di Hobbes e di Gassendi.
L’uomo, dunque, sarebbe in possesso di conoscenze anteriori all’esperienza, poste nella sua mente da Dio in maniera appunto innata. La conoscenza, perciò, precederebbe l’esperienza e l’uomo avrebbe la facoltà di partire dagli universali per giungere alle cose singolari, e proprio il possesso di tali facoltà dimostrerebbe come la stessa morale sia presente nel suo animo a prescindere. Ecco che Dio diventa un concetto innato, proprio di ogni uomo, e la stessa religione nei propri intenti deve avere una caratteristica comune che la renda permeabile alle altre religioni comuni; in un certo senso essa è più pura, più vera, perché si fonda sul concetto di bene e di divino propri dell’umanità intera. L’approccio alle dottrine platoniche del gruppo di Cambridge è originale, non sempre segue pedissequamente il pensiero del grande filosofo greco, visto come «attraverso una lente deformante», secondo quanto suggerisce il filosofo tedesco Ernst Cassirer nel proprio Dall’Umanesimo all’Illuminismo. Seguendo le idee di Marsilio Ficino e di Pico, anche per i Neoplatonici cartabrigensi esisterebbe una catena di trasmissibilità del sapere che dalle origini divine risalirebbe ai grandi saggi dell’antichità, i depositari della rivelazione divina. È quella Prisca Theologia che avrebbe irrorato le gesta di uomini come Mosè, Zoroastro, Pitagora, Ermete Trismegisto e lo stesso Platone. Notevoli le parole di Henry More a proposito: «Gli antichi, specialmente Ermete Trismegisto, avevano definito Lui come un Circolo il cui Centro è in ogni luogo e la Circonferenza da nessuna parte».
Henry More si ergerà a baluardo contro il cartesianesimo della sua era, proprio lui che all’inizio ne fu un sostenitore e la motivazione è tanto semplice quanto comprensibile: il pensiero di Descartes sembra virare verso l’ateismo, quando sostiene la netta separazione tra anima e corpo. Intriso di elementi ermetici, occultistici, dipendenti dalle intuizioni di Marsilio Ficino, il primo grande sostenitore delle dottrine del Trismegisto in Europa, il pensiero di More mantiene una freschezza metafisica in anni in cui tutto ciò pare dover lasciar spazio a quella nuova scienza dimentica del fondamentale assunto che per indagare nella materia è necessario tenere in conto ogni aspetto, compreso quello spirituale. L’Universo sarebbe portatore di un ordine, allegoricamente collegato alla Scala della Natura, secondo cui si può affermare che «tutte le cose sono collegate», come si evince dall’opera The True Intellectual System of the Universe (1678) di Ralph Cudworth, anch’egli fellow del Christ’s College. Notevoli le sue parole, quando cita una «Scala di Perfezionamento in Natura, un gradino sull’altro, quello delle cose viventi e animate sopra quello delle cose insensibili e inanimate, quello delle cose razionali sopra quello delle cose sensibili». Un concetto del genere è ripreso da un altro neoplatonico di Cambridge, Benjamin Wichcote, nella propria Scala delle Creature, e nei Tre Gradi Distinti dello stesso More, alla base dell’organizzazione ordinata di tutte le cose.
Si nota nei Neoplatonici di Cambridge una sorta di sincretismo religioso, secondo cui la filosofia ancestrale, quella conoscenza spirituale definita come sophia perennis, è anticipatrice del cristianesimo, non lo negherebbe affatto, anzi ne illustrerebbe i pregi, nobilitandola. Per quanto concerne l’anima, in Plotino è illustrato come essa contenga già in sé la rivelazione del divino e sia in grado di farlo germogliare al nostro interno affinché noi stessi diventiamo divini. È evidente come la tendenza dell’anima a divinizzare l’uomo segua un itinerario paragonabile al percorso iniziatico della Liberia Muratoria, che considera nell’allegoria della Pietra Grezza che diventa Pietra Levigata e nel percorso di illuminazione il proprio fine.
Tra chi sostiene non ci sia continuità tra le gilde medievali e le logge moderne, Hamill sostiene che la massoneria accettata nacque in Inghilterra nel XVII secolo, pur ammettendo l’esistenza in Scozia a inizio 1600 di logge operative dotate di statuti. In esse sarebbero stati accettati individui non-operativi, il cui contributo tuttavia sarebbe stato marginale, mentre in Terra d’Albione furono stilati documenti già nel 1619 che dimostrano come alcuni membri non avevano alcun interesse col mestiere ed erano coinvolti nel fenomeno dell’Accettazione, quel processo secondo cui sono ammessi nella loggia individui che non hanno alcuna connessione professionale, ma perseguono intenti di natura speculativa, discutendo di varie discipline, quali filosofia, scienza e politica. Esempio celebre, l’ammissione del 16 ottobre 1646 alla loggia di Warrington del grande collezionista ed alchimista rosa-crociano Elias Ashmole, uomo di straordinaria cultura dai variegati interessi nel campo dell’esoterismo, nonché membro fondatore della prestigiosa Royal Society. A lui si deve inoltre la catalogazione di numerosi Old Charges, una serie di documenti attestanti gli antichi doveri dei muratori, risalenti in buona parte al Medioevo.
La Luce emanata da Dio diventa, dunque, simbolo della conoscenza che procede dall’alto per vari gradi, perdendo nel processo di caduta la propria purezza, motivo per cui si ritiene l’essere imperfetto, a vari livelli. Scampare da questo processo di dissoluzione conoscitivo e spirituale è possibile, così come è possibile comprendere come la contemplazione del divino, della Luce, debba essere intesa come un tuffarsi in essa allo scopo di divenirne parte, così come tra l’altro è sostenuto anche nelle dottrine vediche. Una scala metafisica, la Scala di Giacobbe, può condurre l’uomo al cospetto dell’Uno, della Verità, di quella luce spirituale contrapposta all’oscurità della materia ed entrambe sono parti dell’uomo. A tal proposito, si pensi alla luce narrata dai grandi saggi tibetani, i cui insegnamenti sono rintracciabili nello Dzochen e nella tradizione Bön: essere immersi in essa è l’esperienza apicale del processo della morte. Al momento della dipartita, la coscienza individuale si dissolverebbe, lasciando spazio ad una luce folgorante, vera e propria proiezione della consapevolezza innata dell’uomo. Liberarsi dal ciclo delle nascite e delle morti diventa possibile, allorché ci si riconosce in essa.
Lo stesso ermetismo riveste un ruolo non trascurabile nello sviluppo della massoneria, ne illustra dettami e testi come il Pimandro sono veri e propri pilastri fondativi; in esso, Ermete, in seguito all’evocazione della visione, è permeato da una luce infinita e ne parla in questi termini: «Disse: “Io sono il Pimandro, la Mente della sovranità” […] Dopo queste parole, mutò aspetto, e tutto improvvisamente si aprì a me, e scorgo una vista illimitata, e tutto divenne luce, chiara e gioiosa; e ne fui innamorato, vedendola». Il Nous-intelletto pervade ogni cosa, l’accarezza inglobandola, l’infinito si traspone nella mente come una lente spirituale a 360 gradi, in un continuo e luminoso risveglio spirituale che illustra all’anima la sua totale estraneità al mondo delle tenebre, lasciando intendere come dopo la morte essa dovrà ritornare alla luce. La contemplazione è il mezzo con cui entrare a far parte della Luce, così come essa è richiesta nella Cerimonia di Passaggio della Libera Muratoria. In essa, infatti, il Maestro Venerabile invita il candidato ad aprire gli occhi, cioè a vedere quanto non ha potuto vedere sino ad allora, pronunciando queste parole: «Ora vi è permesso di estendere le vostre ricerche ai misteri occulti della Natura e della Scienza». L’iniziando entra a far parte di un organismo, di una comunità, non è passivo, anzi partecipa alla contemplazione come gli altri presenti, prendendo parte al processo di indagine conoscitiva che si traduce in un cammino ascensionale verso il Grande Architetto dell’Universo.
Interessante l’analogia geometrica, secondo la quale l’uomo è come un poligono inscritto in una circonferenza. Essa rappresenta la Verità, la sapienza più pura, e l’uomo per quanto possa tendere a padroneggiarla mai sarà come essa, cosi come il poligono in questione non potrà mai essere uguale al cerchio che lo circoscrive. Emergono i limiti umani, quegli stessi limiti che geometricamente tentano di comprendere le differenze tra finito e infinito, facilitati in ciò dal concetto di retta, in apparenza contrapposto a quello di circonferenza, ma che, come Cusano insegna, se considerata estesa all’infinito, nulla potrà differenziarla dalla retta stessa.
L’uomo è una riproposizione in miniatura dell’Universo, è un microcosmo che trae spunto da e manifesta analogie con il macrocosmo. Al suo interno, intere galassie e pianeti, chiamati con nomi differenti, siano essi organi o cellule, sono soggetti alle leggi della vita e l’uomo è allo stesso modo un riflesso di Dio. Anche nella struttura del Tempio è espressa l’unità di uomo e Dio, quel “così sopra come sotto”, con le sue misure che indicano largo quanto alto e lungo il doppio, andando a formare un doppio cubo, uno rappresentante il microcosmo, l’altro il macrocosmo. Come anche sostenuto dalla dottrina dell’Anima Mundi, lo stesso Universo va visto come un organismo vivente, quindi dotato non solo della parte materiale, ma anche di quella animica. Si ritorna a Platone, uno dei grandi iniziati della storia, che nel Timeo sostiene che tale analogia debba per forza tradursi anche in termini di capacità di pensiero, di durata della vita e del possedere un’anima per entrambi.
Essendo tutto collegato, si sostiene da sola la concezione di «simpatia universale», tanto presente nell’alchimia, che affronta processi di manipolazione della materia, di vera e propria trasmutazione, tenendo in conto inderogabilmente la componente metafisica della stessa. Ruolo altrettanto notevole è quello degli archetipi geometrici, di derivazione pitagorica, il cui ruolo sarebbe quello di rappresentare immagini di simboli legati a concetti trascendenti di difficile comprensione, la cui contemplazione e interiorizzazione portano il praticante a comprendere i significati mistici.
Si è a lungo ragionato sulle componenti che hanno influenzato la nascita e, soprattutto, lo sviluppo della massoneria moderna. Un nodo non trascurabile è l’apporto intellettuale del grande Giordano Bruno, il quale era un sentito sostenitore di una religiosità di tipo egizio, cristiano di formazione, ma anti-trinitarista, legato profondamente all’idea di infinito, nonché vera spina nel fianco per la cultura accademica aristotelica del suo tempo. Appare certo prudente non concedere troppo spazio all’influenza del Nolano, il quale sicuramente portò una ventata di aria fresca in quel finire di XVI secolo europeo stravolto da isterie religiose e decadenti concezioni naturalistiche, pronte a volgere in nuove dottrine, tra Rosacrocianesimo ed empirismo nascente; tuttavia, la diffusione del messaggio ermetico, di cui fu responsabile, in qualche modo è andata a lambire, a mio parere, seppur indirettamente le menti di quanti ragionavano in termini di società iniziatiche e di studio.
La storia ha conosciuto pochi iniziati e di essi ne hanno parlato in tanti. Straordinaria l’opera di Édouard Schuré I grandi iniziati che percorre secoli di presenze tra i mortali di mortali dalle caratteristiche quasi divine, a tratti avvolti da aloni leggendari. Tra essi, Pitagora riassume le antiche tradizioni indiana ed egiziana, elevandole all’apice intellettuale nella propria missione di vita, una missione educativo-speculativa con forti connotati politici, volta al conseguimento della Verità, alla cura delle anime e al rispetto della vita. Notevole la descrizione della sua intuizione riguardo la scienza divina: «Il suo sguardo affascinato si fissò alla facciata dorica del tempio: il severo edificio pareva trasfigurato sotto i casti raggi di Diana, ed egli credette di scorgere l’immagine ideale del mondo e la soluzione del problema che egli cercava, perché la base, le colonne, l’architrave e il frontone triangolare gli rappresentarono subitamente la triplice natura dell’uomo e dell’Universo, del microcosmo e del macrocosmo, coronato dall’unità divina, che è essa stessa una trinità».
L’intelletto, come guidato da una forza non umana si muove tra simboli ed archetipi, rivelando strati di coscienza e di conoscenza invisibili perché sotto agli occhi tutti i giorni. Prosegue: «Sì, era là, nascosta in quelle linee geometriche, la chiave dell’Universo, la scienza dei numeri, la legge ternaria che regge la costituzione degli esseri e quella settenaria che presiede alla loro evoluzione; e, in una visione grandiosa, Pitagora vide i mondi muoversi secondo il ritmo e l’armonia dei numeri sacri, vide l’equilibrio della terra e del cielo, di cui la libertà umana tiene il bilanciere; i tre mondi, naturale, umano e divino, che si sostengono e si determinano reciprocamente, rappresentando col loro doppio moto, ascendente, e discendente, il dramma universale; indovinò le sfere del mondo invisibile che avvolge il visibile animandolo senza posa; e concepì infine la purificazione e la liberazione dell’uomo fin dalla sua vita terrena, per mezzo della triplice iniziazione».
La morte come rinascita è un evento che si deve manifestare affinché l’iniziato sia consapevole della crescita intellettuale che distanzia l’anima dalle zone infime del mondo materiale. È un’antichissima tradizione che emerge dalle sabbie del tempo, come in quel rito narrato da Plutarco nel De Iside et Osiride che parla di morte volontaria per ottenere la salvezza. Non tutti possono compiere un percorso del genere, tanto che il praticante è messo alla prova, sin da subito con il dominio delle emozioni e delle passioni, che provocano il ristagno nel ciclo delle nascite e delle morti, della generazione appunto, impedendo il raggiungimento della rigenerazione. A tal proposito, si può trarre un paragone con le logge moderne e la loro prescrizione di «scavare prigioni al vizio, cioè sottraendo le tentazioni negative proprie delle passioni carnali».
Il concetto di intuizione, di accesso all’innata conoscenza è ben espresso nelle righe seguenti dell’opera di Schuré: «Egli vide tutto questo e la sua vita e la sua opera in una luce, istantanea e chiara, con la certezza invincibile dello spirito che si sente al cospetto della verità. Fu un lampo; ora si trattava di provare con la Ragione ciò che la sua pura intelligenza aveva afferrato dell’Assoluto; e per questo era necessaria una vita umana ed un lavoro erculeo».


Nell'immagine, simboli massonici.


Bibliografia

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Documento inserito il: 22/04/2026
  • TAG: Massoneria, gilde medievali, ermetismo, iniziazione, innatismo, neoplatonismo, pitagorismo, storia dell'esoterismo, Europa moderna, storia della cultura, Inghilterra, Illuminismo

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