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Il Vangelo di Giuda e lo gnosticismo: il significato del tradimento nella narrazione delle vicende di Cristo

di Francesco Servetto


Quando nel 2006 fu pubblicato l’inedito Vangelo di Giuda, fu persa l’occasione per approfittare di un tale ritrovamento ai fini di una ricostruzione storica il più possibile accurata del pensiero e degli scopi spirituali del mondo gnostico del II secolo, a vantaggio di un sensazionalismo indirizzato a svelare chissà quali improbabili verità storiche sul terzo decennio del primo secolo. In altri termini, chi si occupò di presentare la traduzione al pubblico imbastì un ingannevole quadro secondo cui la scoperta del papiro in lingua copta, copia dell’inizio del III - fine IV secolo di un originale greco antecedente, avvenuta in circostanze poco chiare, avrebbe riscritto la storia della religione cristiana e, secondo i più avventati, avrebbe addirittura fatto tremare le gerarchie vaticane. Premesso che nello stesso anno a maggio uscì la trasposizione cinematografica de Il Codice Da Vinci, romanzo di successo che stuzzicava la curiosità su argomenti come la storia del Graal e i rapporti tra Gesù e Maria Maddalena, gli specialisti e gli appassionati furono oggetto di una propaganda commerciale che nulla a che vedere aveva con l’importanza culturale di un siffatto documento. Se si considerasse le peripezie che il papiro ha dovuto affrontare per essere presentato alla platea internazionale, si potrebbe scrivere una sceneggiatura in cui non manchino gli elementi più prevedibili per vicende poco trasparenti, dai ladri di antichità agli oscuri mercanti antiquari con connessioni in Europa, negli Stati Uniti e nell’immancabile terra dei Faraoni. La confusione sollevata, strategicamente, in qualche modo intendeva ricalcare i contorni della nota vicenda del ritrovamento dei rotoli di Nag Hammadi, quando nel 1945 un gruppo di beduini rinvenne delle giare con all’interno dodici codici e alcuni frammenti di papiro contenenti testi gnostici, apocrifi cristiani, ermetici, nonché una versione della Repubblica di Platone in lingua copta, risalenti ad un periodo tra il quarto e il quinto secolo. Dovettero trascorrere circa dieci anni perché essi fossero messi a disposizione del mondo accademico: lo scalpore fu notevole, in quanto per la prima volta fu possibile delineare un quadro su una parte del cristianesimo delle origini, specialmente riguardo la corrente gnostica, conosciuta per una manciata di frammenti incompleti e, soprattutto, tramite le citazioni, per la verità non lusinghiere, dei Padri della Chiesa, principalmente Ireneo di Lione ed Epifanio di Salamina.
Il primo di essi, nella sua opera Adversus Haereses, redatta intorno al 180, confuta con un certo vigore gli insegnamenti delle varie sette gnostiche e cita il suddetto Vangelo di Giuda, rendendo così inappellabile il terminus ante quem di composizione; per l’inquadramento cronologico, l’ipotesi più plausibile lo colloca intorno alla metà del II secolo, intorno al 130. La questione si fa più spinosa, inoltre, poiché potrebbero essere esistite due versioni del Vangelo di Giuda, una composta dalla setta gnostica dei cainiti, di cui parla Ireneo, e una di cui non è ancora possibile stabilire l’autore o gli autori. Alla base di tale congettura, le notizie che Pseudo-Tertulliano fornisce riguardo la setta dei cainiti, i quali interpretavano la questione del tradimento in due modi: il primo considerava l’impedimento per Gesù di distorcere la verità, il secondo gli permetteva di salvare l’umanità.
L’oggetto della critica dei Ireneo parte dalle differenze dottrinarie, innegabili e da un certo punto di vista pericolose per le fondamenta della allora nascente religione cristiana, che le varie correnti gnostiche hanno in comune: il dio che avrebbe creato il mondo sarebbe una sorta di dio secondario, un dio imperfetto, malvagio, perché la materia da lui creata è male; inferiore rispetto al vero dio, quello che si erge al di sopra di ogni ente spirituale, costui è avversato dagli adepti gnostici, i quali possono trascendere la materia grazie all’illuminazione della fede. Si tratta di una ristretta cerchia di esseri umani, definibili come eletti, detentori della scintilla divina, presente solo in loro e lo stesso Gesù sarebbe stato mandato nel mondo malvagio per illuminarli. Il concetto di redenzione è legato al rapporto diretto tra l’uomo e dio, mediato dalla conoscenza, dalla gnosi, motivo per cui non avrebbe alcun senso parlare di gerarchie ecclesiastiche. Leggendo l’opera di Ireneo, si coglie il suo risentimento teologico che pare temere la portata libertaria e, per certi versi, anarcoide del messaggio comune alle varie sette e, chiudendo gli occhi, è possibile scorgere sentieri mistici tardo antichi celati dalla solita legge del vincitore, che spazza via prove e documenti scomodi. La vita delle varie sette gnostiche, infatti, per quanto declinata non in maniera del tutto identica, per via delle differenze teologiche che si ripercuotevano sull’immaginario collettivo e sul quotidiano, discostava non di poco da quella dei primi cristiani appartenenti alla corrente definibile «moderata», decisamente meno strutturata da un punto di vista spirituale, e più stringente nei comportamenti sociali.
Ireneo accosta il personaggio di Giuda ai peggiori protagonisti biblici, Caino Esaù Core e i sodomiti, dicendo che per gli gnostici essi «sono stati combattuti dal Creatore, ma nessuno di loro è male accetto, perché la Sapienza strappava da loro per portarlo a sé ciò che c’era di suo proprio. Dicono che Giuda conobbe accuratamente queste cose e proprio perché egli conosceva la verità più degli altri, compì il mistero del tradimento. Per mezzo di lui dicono che si sono dissolte tutte le cose terrestri e celesti. Presentano una tale invenzione chiamandola Vangelo di Giuda».
Epifanio nel suo Panarion, scritto un paio di secoli dopo, conferma quanto detto da Ireneo: «Altri dicono: No, lui [Giuda] lo tradì nonostante la sua bontà per conoscenza divina. Perché gli arconti sapevano che le potenze deboli si sarebbero estinte se Cristo fosse stato crocifisso». Siamo ancora in una evidente cornice gnostica, con le sue suddivisioni spirituali che contemplano come potenze del male quegli arconti già presenti nella filosofia ellenica. Prosegue il testo «Quando Giuda lo scoprì- essi dicono- era preoccupato e fece tutto quel che poté per tradirlo, e compì l’opera buona per la nostra salvezza. E noi dobbiamo lodarlo, e dargli credito, visto che la salvezza della croce giunse a noi tramite lui, come la rivelazione che ne seguì».
Lo storico quando affronta la lettura di testi sacri o quantomeno fondanti scuole di pensiero, quando non vere e proprie sette religiose, ha la necessità di delineare un quadro culturale e sociale del mondo in cui certe idee vennero alla luce o furono raccontate. Per quel che concerne i vangeli, il percorso è il medesimo. Innanzitutto, siano essi canonici o apocrifi, la serietà di ricerca impone di considerare gli scopi plausibili per cui essi furono redatti. Chi si aspettasse cronache di stampo giornalistico resterebbe indubbiamente deluso: chi compose tali documenti apparteneva a quelle che potremmo definire «chiese del cristianesimo primitivo», la cui necessità principale era legittimare ed evangelizzare, in altre parole creare proseliti, diffondere il messaggio a cui si riferivano per la propria condotta di vita. Ecco che appare indispensabile operare una distinzione tra i primi gruppi di cristiani. Il Gesù di cui siamo a conoscenza avrebbe indirizzato la propria missione agli ebrei: ebrei erano i discepoli, così come lo erano quelle persone che assistettero alla Pentecoste. Parallelamente, i gentili erano quei pagani affascinati dalla religione ebraica, non disposti però a convertirsi per via di una serie di regole limitanti. Essi assistevano ai riti nella sinagoga, apprezzando il rigore morale, ma limitandosi alla partecipazione del sabato, conducendo una vita più consona alle proprie abitudini di pagani durante il resto della settimana.
Con Paolo di Tarso la predicazione si fece più plasmabile su quelle personalità restie a obbedire a restrizioni tanto distanti dal loro immaginario e dalle loro aspettative: sorsero le prime chiese cristiane frequentate da gentili che, in breve tempo, crebbero in numero maggiore rispetto a quelle frequentate dagli ebrei, nate in Galilea da quelle correnti che si rifacevano agli apostoli. Paolo, insieme a Barnaba, uno dei referenti della comunità cristiana di Antiochia, ottenne dai capi della Chiesa cristiana ebraica di Gerusalemme il permesso di predicare ai gentili. Quando Giacomo il fratello di Gesù, in qualità di capo della Chiesa di Gerusalemme, pretese che gli ebrei cristiani sedessero a tavola solo con altri ebrei, ricalcando l’ideale del rispetto della purezza cerimoniale della religione israelitica, Paolo si ribellò. Costui, infatti, da tempo permetteva ai non ebrei di partecipare alla consumazione dei pasti, ritenendola una pratica lecita. Si creò un divario tra le due Chiese, che vide al concilio di Gerusalemme svoltosi tra il 49 e il 50, la predominanza della parte dei gentili, che contestava la circoncisione e il fatto che per la parte ebraica la religione cristiana fosse parte del giudaismo. Furono redatte due versioni primarie delle gesta di Gesù, quella definibile come Vangelo secondo Marco dalla fazione dei gentili, e la cosiddetta Fonte Q dagli ebrei, oggi perduta, ma all’epoca utilizzata, in quanto insieme di detti di Gesù, nella composizione dei testi seguenti. Entrambe le fazioni fecero confluire i due testi in un unico documento, da cui derivarono due ulteriori edizioni del Vangelo secondo Marco, declinate a seconda dei punti di vista delle due correnti, quella di Matteo legata alla chiesa ebraica, quella di Luca per la chiesa dei gentili.
Se la figura di Giuda non era citata nella Fonte Q, nei vangeli canonici essa assume il ruolo del traditore, della figura maledetta nei secoli, che ha consegnato il Messia alle autorità che lo avrebbero poi crocifisso. In Marco, ad esempio, l’Iscariota è considerato un delatore, colui il quale avrebbe guidato le autorità nell’orto del Getsemani, accompagnato da una folla inferocita radunata dai sacerdoti e dagli anziani. Ivi, sarebbe avvenuta la scena del famoso bacio, col quale l’apostolo avrebbe reso riconoscibile il suo maestro ai convenuti per l’arresto. Se in Marco i sacerdoti avrebbero proposto il denaro a Giuda per la consegna di Gesù, in Matteo lo stesso Iscariota chiede un pagamento ed è posto l’accento sul concetto di tradimento durante l’Ultima cena, quando chiede a Gesù se sarà lui a tradirlo e come risposta ottiene la non proprio velata frase «Tu l’hai detto». Inoltre, il disprezzo di Matteo per Giuda risalta anche dall’utilizzo del termine rabbì, con cui l’apostolo solo si rivolge al proprio maestro nel suo vangelo, per due volte (Mt 26,25; Mt 26,49). Esplicito il rifiuto dell’epiteto, come risulta dal versetto Mt 23, 5-7, in cui l’autore afferma senza mezzi termini che esso era usato per soddisfare l’orgoglio di insegnanti di legge e di farisei.
In Luca Satana tenta Giuda, addirittura entra in lui, e lo spinge a compiere il tradimento (Lc 22, 3-6). È lo stesso Giuda a capo della folla nel Getsemani, è un indemoniato e se Gesù perdona uno degli uomini giunti per arrestarlo, a cui un discepolo taglia un orecchio, e perdipiù lo guarisce con il tocco, nulla viene detto di quello che pensa del discepolo infedele. Diversamente da Matteo, in cui si suicida (Mt 27, 3-10), sappiamo dagli Atti (Atti 1:18-19) che Giuda acquistò un terreno con il provento della delazione e che, ivi cadendo, il suo petto si squarciò lasciando fuoriuscire le viscere.
Per l’evangelista Giovanni Gesù sa già dal principio che sarà tradito da Giuda e, effettivamente, appare singolare che lo accetti nella propria cerchia. Lapidarie le parole «”Ma vi sono alcuni tra voi che non credono” […] “Non ho forse scelto io voi, i dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!” Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: questi infatti stava per tradirlo, uno dei dodici» (Gv 6, 64-71). Anche in Giovanni il diavolo entra in Giuda, lo corrompe e lo stesso Gesù lo indica come colui che lo tradirà durante l’ultima cena, dicendo «“È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò”. E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone» (Gv 13, 26).
Quando si analizza la figura del discepolo traditore, non può che saltare all’occhio la rivelazione di Gesù durante l’Ultima cena, quando afferma che si adempirà il contenuto delle scritture e subirà il tradimento. La citazione è riferita al Salmo 41, 10, secondo cui il re Davide prega con le seguenti parole: «Anche l'amico in cui confidavo, anche lui, che mangiava il mio pane, alza contro di me il suo calcagno». Appare singolare che se Giuda ha svolto il ruolo di strumento per l’adempimento di una profezia, d’altra parte Gesù lo maledica lo stesso, come fa in Mt 26, 24: «In verità io vi dico: guai a quell'uomo per cui il Figlio dell'uomo è tradito; meglio per quell'uomo se non fosse mai nato».
È necessario, tuttavia, una precisazione sul termine utilizzato nei vangeli canonici per indicare il «tradire», il verbo greco παραδίδωμι, il cui significato è ben altro; nei dizionari, infatti, esso è indicato come «consegnare, porgere», men che mai tradire. Ecco che il valore della scena cambierebbe, quantomeno da un punto di vista dello scopo. Giuda avrebbe potuto infatti consegnare il proprio maestro convinto che con tale gesto sarebbe riuscito a garantirgli una difesa inappellabile, un ristabilimento della verità rispetto alle false accuse, convinto della sua innocenza e perciò senza temere che la situazione degenerasse. Ipotesi non certa, ma plausibile, quantomeno allo stesso livello di quella portata avanti dalla narrazione sinottica.
In Celso, l’autore dell’opera del II secolo Alethès logos o Contro i cristiani, è sostenuto un punto di vista polemico, tuttavia piuttosto utile per tentare di comprendere dal di fuori la vicenda del tradimento e della relativa Passione. Scrive l’intellettuale pagano «Quale dio o demone o uomo sensato, sapendo in anticipo che gli sarebbero occorse tali disgrazie, non avrebbe cercato di evitarle, se pure avesse potuto, ma si sarebbe lasciato precipitare in quei mali che aveva previsto? E come mai, se veramente avesse indicato in anticipo sia chi l’avrebbe tradito, sia chi lo avrebbe rinnegato, quelli non ne avrebbero avuto timore come di un dio sì che l’uno non tradisse più e l’altro non lo rinnegasse?». Tranchant, polemico, per Celso la questione è paradossale, fuori di ogni logica, come del resto è considerato un impostore lo stesso Gesù Cristo, posto sullo stesso piano dei finti guaritori e di quei sedicenti maghi che girovagavano per il mondo antico con l’intento di stupire gli stolti.
Il Vangelo di Giuda si muove su direttrici proprie, peculiari, delineando i contorni di un personaggio diverso, non solo nelle qualità morali, ma anche nel rapporto con Gesù. Il discepolo è il protagonista del testo, insieme al suo maestro. Il titolo, per la precisione, andrebbe tradotto come Vangelo riguardante Giuda e non si trova all’inizio dello scritto, ma intorno alla parte finale, il quale comincia con la frase «Il logos segreto della rivelazione che Gesù scrisse con Giuda una settimana tre giorni prima di celebrare la Pasqua». Appare evidente l’intenzione dell’anonimo autore di rimarcare la natura esoterica del messaggio e il ruolo privilegiato dell’apostolo in questione. Altri apocrifi gnostici cominciano in maniera analoga, come il Vangelo di Tomaso, il cui incipit è «Questi sono i detti segreti pronunciati da Gesù, il Vivente, e scritti da Didimo Giuda Tomaso», il Vangelo dell’atleta Tommaso e l’Apocrifo di Giovanni, incentrati sulla segretezza del messaggio di cui si fa portatore il Maestro per il discepolo a cui si riferisce.
Il Vangelo di Giuda prosegue narrando i prodigi compiuti da Gesù, la scelta dei dodici apostoli e la diffusione ad essi dei «misteri che sono nel cosmo e che saranno». Gesù si rivolge a loro come un fanciullo, anche se per alcuni la traduzione è incerta e la definizione potrebbe essere sostituita con «fantasma». Ad ogni modo la scena continua con gli apostoli che stanno celebrando l’eucaristia e Gesù inizia a ridere di loro, stupendoli. La differenza con gli altri vangeli, non da poco, è che sono gli apostoli e non il maestro a recitare la preghiera e l’elemento del riso con la sua arroganza sottolinea l’errata convinzione dottrinaria degli uomini riuniti. Prosegue spiegando «Io non irrido voi, né fate questo secondo la vostra volontà, ma in questo il vostro dio sarà benedetto». Gli apostoli appaiono sia non responsabili del proprio errore, che è quello di pregare un dio falso, sia colpevoli di celebrarlo. Gesù prende le distanze da costui, da questo dio che i discepoli credono sia suo padre, ma che è in realtà un arconte, un emissario del male.
Lo gnosticismo prorompe dalla pagina, con Gesù che afferma che essi hanno sbagliato a inquadrarlo in tale cornice, affermando «Nessuna generazione fra gli uomini che sono con voi mi conoscerà». Il maestro è lapidario, genera inquietudine nei suo adepti, si fa portatore del messaggio gnostico secondo cui chi non possiede la gnosi è destinato a non conoscere la salvezza, ma dovrà perseverare nell’errore, adorando il falso dio, imprigionato nel mondo. A Giuda verrà invece svelata la gnosi e con essa il messaggio di verità. La scena prosegue con Gesù che invita gli apostoli a dimostrarsi forti, a estrapolare dal proprio io l’uomo perfetto e l’unico che si dimostra all’altezza, non solo a parole, è proprio Giuda. «Da una parte ebbe la capacità di stare in piedi di fronte a lui, dall’altra non fu capace di guardare nel suo volto i suoi occhi, ma voltò il suo viso all’indietro. Giuda disse a lui: “Io so chi sei tu e che tu sei venuto fuori dall’eone immortale di Barbelo, quello che ti ha inviato, (di) questo io non sono degno di pronunciare il suo nome”».
A questo punto è d’obbligo una breve digressione riguardo la figura di Barbelo, la controparte femminile del Dio Sommo, come si evince dallo gnosticismo sethiano, di cui il Vangelo di Giuda echeggia alcune peculiarità. In esso, si trovano tre figure trascendenti principali, il Padre (lo Spirito Invisibile), la cui dimensione trascende la realtà stessa dell’essere, la Madre che è il Primo Pensiero del Padre, detta anche Barbelo, Protennoia-Pronoia, Ennoia e Misericordiosa Padre-Madre, e il Figlio. La Madre, inoltre, si accompagna a tre entità o attributi, Previdenza, Incorruttibilità e Vita Eterna, e opera nel mondo inferiore come Voce, Discorso e Parola. La figura femminile è, dunque, nella declinazione sethiana dello gnosticismo un principio di notevole spessore. In qualità di Barbelo è la Madre divina che si trova su un piano superiore ed è salvatrice ed illuminatrice, mentre al livello inferiore diventa Sophia, da cui proviene, per difetto, il demiurgo ignorante, colui il quale ai non gnostici apparirà come creatore dell’unico cosmo, responsabile dell’incarnazione parziale dello Pneuma nella parte carnale degli uomini. La terza figura femminile che va delineandosi è l’Eva spirituale, che si manifesta per generare con Adamo una discendenza non contaminata. Il Figlio è detto Autogenes, ossia colui che si è generato da sé ed è il Figlio dell’Uomo (l’Uomo è da identificare con il Dio Supremo). Ad esso si collega l’Adamo archetipico, e forse va con esso identificato. Seth ne è figlio spirituale ed ha il ruolo di redentore o di mediatore del proprio padre Adamo, si può presentare a livello terrestre in maniera anonima come Allogenes, ossia straniero, oppure come il Logos che coinvolge Gesù.
Si può fare un paragone con il Vangelo di Matteo e con l’apocrifo Vangelo di Tomaso, in cui in circostanze differenti Gesù è rivelato come figlio del vero dio: nel primo Simon Pietro lo chiama «Messia, Figlio del Dio Vivente», nel secondo il discepolo viene chiamato in disparte da Gesù il quale gli rivela una verità sul proprio conto così sconvolgente da fargli dire ai compagni «Se vi dicessi una sola delle parole che mi ha detto, prendereste dei sassi e li scagliereste contro di me». Nel Vangelo di Giuda, il discepolo è colui il quale merita la rivelazione dei misteri divini, così come si evince dal prosieguo del testo, quando Gesù gli dice «Separati da loro affinché io dica a te i misteri del regno. È possibile che tu giunga là e che tu soffra molto perché un altro, infatti, sarà al tuo posto affinché i dodici discepoli arrivino alla perfezione con il loro dio». Gesù si allontana per ricomparire il mattino dopo e, alla domanda degli apostoli su dove sia andato, risponde di essere andato verso «un’altra grande generazione santa. […] in verità vi dico, nessuna generazione di questo eone vedrà quella, e nessun esercito angelico delle stelle governerà sopra essa, e non uno di generazione umana mortale può legarsi a essa».
Il testo da qui in avanti è corrotto, poi riprende con i discepoli che rivelano di aver avuto una visione che non sanno interpretare, in cui sacerdoti malvagi compiono sacrifici terribili, chi ai danni dei propri figli, chi della proprie mogli, mentre alcuni uomini intorno all’altare chiamano Gesù. La spiegazione lascia sbigottiti gli apostoli: essi stessi sono coloro i quali diffonderanno alle genti l’errata verità, convincendole della liceità del demiurgo ignorante, in poche parole distaccandosi dal messaggio gnostico per propagandare quello della Chiesa che si vuole ergere a detentrice del giusto dogma. Interviene Giuda e domanda delucidazioni su quanto appena udito, quindi Gesù lo rassicura dicendogli «Tutte le generazioni umane, le loro anime periranno. Ma proprio questi, ogni volta che avranno compiuto il tempo del regno e lo spirito li avrà abbandonati, i loro corpi morranno ma le loro anime vivranno, ed essi saranno innalzati».
Dopo una parte di testo lacunosa, in cui è narrato della mano che ha dato vita al popolo mortale, è il momento del racconto della visione di Giuda: racconta di aver visto i dodici discepoli lapidarlo e di essere giunto dopo Gesù in un luogo, dove una casa enorme, immensurabile, con il tetto di foglie, era circondata da uomini ed essi erano anche nel mezzo della casa stessa. Ivi chiede di essere accolto dal suo maestro, ma la risposta del Nazareno è dura: «La tua stella ti ha sviato, o Giuda. Infatti, non ogni generazione umana mortale è degna di andare dentro la casa che hai visto; infatti, proprio quel luogo è custodito per i beati, il luogo sul quale il sole, la luna non regneranno e neanche il giorno, ma (i beati) vi staranno in piedi in ogni momento nell’eone con gli angeli santi. Ecco ti ho detto i misteri del regno». È spiegata quindi la cosmogonia gnostica, alla quale Giuda avrà accesso dopo dolore e sofferenza, dopo la maledizione che si perpetrerà su di lui nel corso delle generazioni. Un eone privo di confini sta all’inizio di tutto e in esso dimora uno Spirito ineffabile, invisibile e smisurato. L’uomo è creato dall’errore di Sophia che vuole contemplare lo Spirito Invisibile priva di guida e di autorizzazione; da essa, prende vita un Arconte, responsabile della nascita del mondo fenomenico, del mondo e dell’uomo, ma non dell’uomo gnostico. Gesù rivela a Giuda «Ciò è perché Dio ordinò a Michele di dare lo spirito degli uomini a loro come in prestito, ma il grande ordinò a Gabriele di concedere spiriti alla grande generazione senza arconte». Gesù profetizza la fine di questo mondo e delle relative potenze che lo sostengono, quindi ribadisce la preponderanza della stirpe di Adamo, sottolineando ancora una volta la differenza tra gnostici e non gnostici. Prima che avvenga il tradimento, Gesù dice ancora a Giuda «Ecco ogni cosa è stata rivelata a te. Porta il tuo occhio in alto e guarda la nube e la luce che è in lei e le stelle che girano intorno a lei; e la stella che indica la via è la tua stella. Giuda levò il suo occhio in alto e vide la nube luminosa e andò dentro di lei. Quelli che erano in piedi a terra ascoltarono una voce fuori dalla nube che diceva: “vacat la grande generazione vacat immagine vacat”».
Giunge, dunque, il momento del tradimento. I sacerdoti hanno da ridire perché Gesù si è ritirato nella stanza della preghiera, temendo di catturarlo di fronte al popolo perché era da tutti considerato un profeta. Alcuni scribi si rivolgono a Giuda, gli chiedono cosa ci faccia lì e se sia il discepolo di Gesù, quindi gli consegnano il denaro in cambio del suo maestro. Gesù in un’ottica gnostica è liberato, può fuggire da questo mondo privo di significato. La sua passione umana, la vicenda dolorosa che lo vede crocifisso è sottesa nel testo, è priva di significato proprio perché legata al mondo materiale, con le sue inutili propagazioni e peculiarità. Giuda assume il ruolo di degno discepolo prediletto, di quel personaggio che con la propria azione rende libero il suo maestro, a differenza degli altri discepoli che appaiono stolti adoratori di un dio falso. Ecco che in ottica gnostica è lecito, anzi doveroso, esaltare la figura del traditore. Tornando ad Ireneo, erompono ricche di significato le già citate parole sull’argomento «Dicono che Giuda fu messo in piena conoscenza di queste cose e proprio perché ad egli solo fu concessa la verità e non agli altri, (proprio lui) compì il mistero del tradimento».


Nell'immagine, Il tradimento di Giuda, Cappella degli Scrovegni a Padova.


Bibliografia

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ROBINSON J.M., I segreti del vangelo di Giuda. Negli scritti ritrovati la verità sull'apostolo che tradì Gesù, Sperling & Kupfer, Cles (TN), 2008.
SANZI E., Il Vangelo di Giuda. Questioni storico-religiose, in Chaos e Kosmos, IX, 2008 – on line su: www.chaosekosmos.it
Documento inserito il: 31/12/2025
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