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Maria Maddalena contro Pietro: il ruolo della donna nella Chiesa delle origini

di Francesco Servetto


Seguendo i Vangeli canonici l’immagine che salta agli occhi appena si pensa a Maria Maddalena è quello di una donna vicina a Gesù Cristo, liberata da quest’ultimo dal giogo di sette demoni: «C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni» (Lc 8,2-3).
Analizzando la struttura del cerchio di persone intorno al profeta, si nota una profonda preminenza dell’elemento maschile, sia in termini numerici, sia di ruolo. I discepoli, secondo gli scritti, infatti, sarebbero stati dodici uomini. La tradizione, inoltre, ha erroneamente inquadrato la figura di Maria Maddalena confondendola con un’anonima peccatrice di cui parla Luca nel settimo capitolo del proprio Vangelo, una prostituta i cui peccati sarebbero stati perdonati da Gesù: «Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. Vedendo questo, il fariseo che l'aveva invitato disse tra sé: "Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!"» (Lc 7, 36-39).
Con addosso lo stigma di prostituta, il personaggio di Maria di Magdala ha attraversato i secoli, restando imprigionata persino nell’iconografia dell’arte: su tutte le raffigurazioni, lo splendido dipinto di Tiziano Santa Maria Maddalena, conservato oggi a Palazzo Pitti. L’opera, un olio su tavolo, ritrae la donna oramai penitente, nuda perché simboleggia la necessità di spogliarsi del proprio passato peccaminoso: gli occhi rivolti al cielo evidenziano una decisa attitudine mistica, che va a intersecarsi con l’elemento erotico tracimante dal soggetto, rendendo la scena viva, carnale e spirituale allo stesso tempo.
Paradossale la confusione sorta attorno al passo di Luca appena citato in cui essa è una peccatrice: altrove, infatti, nel medesimo Vangelo è descritto il suo atteggiamento contemplativo, apprezzato da Gesù, a differenza del pragmatismo della sorella Marta che reputa primario svolgere compiti di servitù (Lc 10, 38-42). Gli altri Vangeli canonici la citano in determinate occasioni, relativamente agli episodi della Passione e della Resurrezione. La concezione femminile secondo il dogma ufficiale appare piuttosto circoscritta in contorni da cui fuggire è impossibile, poiché a differenza dell’uomo la donna è relegata a un ruolo marginale, è considerata inferiore, seguendo l’adagio dell’Antico Testamento per il quale la colpa primordiale ricadrebbe su Eva, la prima donna. Nei testi gnostici tutto ciò è ribaltato: si pensi a Pistis Sophia, opera in divisa in sei parti in cui la Maddalena stessa assume contorni quasi divini e giunge a rappresentare il simbolo della padronanza della gnosi, risultando la prediletta di Gesù.
Nel 1896 spuntò dalla sabbie del tempo un codice redatto su papiro piuttosto antico, contenente quattro componimenti di natura gnostica: l’Apocrifo di Giovanni, la Sofia di Gesù Cristo, gli Atti di Pietro e il Vangelo di Maria. Quest’ultimo è incompleto e si dovette attendere il 1925 per la prima pubblicazione, ad opera di Carl Schimdt, per la verità parziale. Nel 1946 fu affrontato uno studio più approfondito e nel 1955 fu presentata una versione curata da Walter Kurt Till, che nel 1972 fu perfezionata con alcune precisazioni da Hans-Martin Schenke nella sua Die gnostichen Schriften des koptischen Papyrus Beriloniensis. Nonostante non si abbia notizia del luogo di rinvenimento, alcuni indizi di natura archeologica e studi, uno su tutti il libro di Luigi Moraldi del 1982 intitolato Testi Gnostici, lasciano supporre che esso si trovasse nella zona di Nag Hammadi, divenuta celebre negli ’40 del Novecento per il ritrovamento degli omonimi manoscritti.
Come abitudine riscontrabile in vari testi apocrifi, il titolo è posto al termine del componimento ed è indicato come Vangelo di Maria. L’individuazione della celebre Maria di Magdala come oggetto del titolo è piuttosto certa: essa è individuata dal testo come la preferita di Cristo, come risulta dalle parole di Pietro che le si rivolge affermando: «Sorella, noi sappiamo che il Salvatore ti amava più delle altre donne. Comunicaci le parole del Salvatore che tu ricordi, quelle che tu conosci, (ma) non noi; (quelle) che noi non abbiamo neppure udito». Appare evidente, come la donna incarni la discepola prediletta, come accade per altri apostoli protagonisti di altri testi gnostici, quali Tomaso, Giuda e Giovanni. Se guardiamo al vangelo di Filippo, in esso sono citate tre donne chiamate Maria, la sorella, la madre e la compagna di Cristo (Vangelo di Filippo 59, 8-11), con quest’ultima che ha un secondo nome accanto, Maddalena appunto. È definita la «compagna del Figlio», così come è detto che «Il Signore amava Maria più di tutti i discepoli e spesso la baciava sulla bocca» (Vangelo di Filippo 63, 33).
Il vangelo di Maria, per come ci è giunto, benché mutilo si apre con un frase di chiara matrice gnostica: «...la materia sarà distrutta, oppure no? Il Salvatore disse: «Tutte le nature, tutte le formazioni, tutte le creazioni sussistono l'una nell'altra e l'una con l'altra, e saranno nuovamente dissolte nelle proprie radici. Poiché la natura della materia si dissolve soltanto nelle (radici) della sua natura. Chi ha orecchie da intendere, intenda». Si capisce dalla prime righe, dunque, la ragione per cui esso sia stato dimenticato dalla Chiesa: l’operazione di obnubilamento perpetrata dai Concili dei primi secoli dell’era volgare che colpì i Vangeli considerati apocrifi, come una passata di straccio su un arredo impolverato, ne ha cancellato le tracce, onde evitare pericolose derive eretiche per una religione istituzionale all’epoca in formazione.
Da un punto di vista del contenuto, purtroppo sembrano siano andate perdute circa una decina di pagine di quella che doveva essere presumibilmente l’edizione completa. Attualmente, sono disponibili due versioni, una in copto e una in greco. Numerose le parti in comune, il testo greco è più lungo, ma non può essere considerato il prototipo da cui prese spunto la versione copta, le cui differenze di contenuto sono così marcate da renderlo in buona parte autonomo. Tuttavia, le analisi filologiche hanno stabilito come la versione greca sia la più antica e dovrebbe risalire al III secolo, mentre quella copta sarebbe da inquadrare in una cornice temporale intorno al V secolo.
Nel testo Cristo si rivolge agli apostoli, è da poco risorto ed è latore di un messaggio fondamentale per la propria comunità: predicare la sua parola. Interviene Pietro, personaggio su cui sarà importante focalizzare l’attenzione poiché, si vedrà, avrà un ruolo molto significativo nei rapporti con Maria Maddalena e con l’elemento femminile che essa rappresenta nella storia della nascente religione cristiana: «Pietro gli disse: “Giacché ci hai spiegato ogni cosa, spiegaci anche questo. Che cosa è il peccato del mondo?”. Il Salvatore rispose: “Non vi è alcun peccato. Siete voi, invece, che fate il peccato allorché compite (azioni) che sono della stessa natura dell'adulterio, che è detto il ‘peccato’». Proseguendo, il fatto stesso che gli uomini e con essi gli apostoli siano soggetti alla malattia e alla morte è spiegato dal Messia come una conseguenza dell’errata considerazione degli stessi verso ciò che non è degno di essere reputato importante: la gnosi è presente, ben visibile nelle parole di Gesù: «voi amate ciò che è ingannevole, ciò che vi ingannerà». Il falso dio creatore del mondo materiale proveniente dall’errore di Sophia citato nei testi gnostici è evidentemente l’oggetto dell’amor mal riposto dei seguaci di Gesù. Il bene è giunto in mezzo a loro perché essi lo restituiscano con la loro opera. Gli apostoli, tuttavia, temono di non poter esercitare la missione loro affidata, sono spaventati per la sorte capitata al loro maestro e Maddalena li rassicura, affermando che la grazia di Cristo li proteggerà.
La donna, che appare come una maestra gnostica abile a padroneggiare la conoscenza e viene considerata meritevole di presentarsi al cospetto della luce mistica, racconta di aver avuto una visione in cui Gesù le rivelava che chi assista a un tale fenomeno non lo vede per mezzo dell’anima né dello spirito: responsabile è la mente, il noũs che si trova tra i due. Dopo quattro pagine andate perdute, a parlare è Cristo, che racconta di un dialogo dell’anima con la seconda e con la terza potenza del male, rispettivamente la bramosia e l’ignoranza, quindi con la quarta, l’ira. Se si compara con l’Apocrifo di Giovanni, in cui le potenze negative sono le medesime e sono legate alla composizione del corpo di Adamo, si può ricostruire anche la prima, perduta, verosimilmente la materia. L’anima deve compiere un’ascesa verso il luogo di mezzo, altro tema gnostico, e perché il suo percorso sia completo deve imbattersi in quelle potenze che crearono il corpo, l’involucro che l’Apocrifo di Giovanni indica come «catena dell’oblio», prendendone le distanze. Il concetto è lo stesso che Gesù spiega agli apostoli dopo la risurrezione in Pistis Sophia: la rinuncia al mondo e alla materia.
Le parole di Cristo nel vangelo di Maria non lasciano spazio a dubbi quando dice «L'anima rispose e disse: "Ciò che mi lega è stato ucciso, ciò che mi circonda è stato messo da parte, la mia bramosia è annientata e la mia ignoranza è morta. In un mondo sono stata sciolta da un mondo, in un typos da un typos superiore, dalla catena dell'oblio, che è passeggera. D'ora in poi io raggiungerò, in silenzio, il riposo del tempo, del momento, dell'eone"».
Gli apostoli sono increduli, non pensano sia possibile che Maddalena abbia ricevuto tale insegnamento; il primo a prendere parola è Andrea, ma chi si scaglia con più veemenza è Pietro. Lapidarie le sue parole: «Ha egli forse parlato realmente in segreto e non apertamente a una donna, senza che noi lo sapessimo? Ci dobbiamo ricredere tutti e ascoltare lei? Forse egli l'ha anteposta a noi?». Invidioso, quello che sarà considerato dalla tradizione cattolica il primo vescovo di Roma appare in preda ad un raptus di gelosia che con molta probabilità dimostra il motivo per cui la religione che poi divenne istituzionalizzata e politicizzata, sopravvivendo a duemila anni di storia, sia così fallocentrica. D’altronde non si tratta di un esempio isolato: anche nel vangelo di Tomaso Pietro è maldisposto verso la donna e in Pistis Sophia è ancora più spietato, più rancoroso, tanto da essere descritto da Maddalena come un odiatore del genere femminile. Interviene inoltre di persona per farsi le proprie ragioni, mosso da un’idiosincrasia per nulla celata: «Quando Gesù terminò di dire queste parole ai suoi discepoli, domandò: Capite in qual modo vi parlo? Pietro si fece avanti e disse a Gesù: - Signore, non possiamo sopportare questa donna; ci toglie l’occasione, non lascia parlare alcuno di noi, parla sempre lei» (PS, 36,1).
Se il Pietro che emerge dal vangelo di Maria riveste le citate caratteristiche, risultando impregnato di una ginofobia a tratti comica, il testo, dopo il pianto di Maddalena ferita nell’animo, prosegue con l’intervento di un altro discepolo, Levi, il quale sottolinea l’assurdità dell’atteggiamento del collega affermando: «Tu sei sempre irruente, Pietro! Ora io vedo che ti scagli contro la donna come (fanno) gli avversari. Se il Salvatore l'ha resa degna, chi sei tu che la respingi? Non v'è dubbio, il Salvatore la conosce bene. Per questo amava lei più di noi. Dobbiamo piuttosto vergognarci, rivestirci dell'uomo perfetto, formarci come egli ci ha ordinato, e annunziare il Vangelo senza emanare né un ulteriore comandamento, né un'ulteriore legge, all'infuori di quanto ci disse il Salvatore». La chiosa con cui termina il testo, dunque, evidenzia come il clima che doveva esserci tra le diverse sette del cristianesimo primitivo fosse molto dipendente dalla concezione sociale e non solo da quella dottrinaria.
Emerge con indizi non troppo celati ciò che moderni studi hanno appurato, la variegata composizione e il numero non trascurabile di differenti confessioni, o quantomeno modalità di approccio alla parola di Cristo. Si contano numerosi Vangeli apocrifi, che insieme alle citazioni dei Padri della Chiesa, ai frammenti e alle epistole raggiungono un numero considerevole, una cinquantina circa, più o meno recenti. La declinazione stessa all’interno delle due principali tendenze nei primissimi anni dopo la morte di Gesù, quella dei gentili e quella degli ebrei, assume una serie di denominazioni e differenti orientamenti che rendono molto complicato districarsi in cerca della verità storica. Tuttavia, le menzioni da parte avversa, come gli Annali di Tacito o le Antichità giudaiche di Flavio Giuseppe rendono obbligatorio per lo specialista un atteggiamento che vada al di là dell’aspetto religioso, spirituale o dogmatico. Da parte romana spesso i cristiani sono descritti come depravati, seguaci di una fede indegna, ma sono anche visti come una minaccia.
È proprio in Tacito che è riportata la notizia della condanna di Gesù da parte di Ponzio Pilato «Prendevano essi il nome da Cristo, che era stato suppliziato ad opera del procuratore Ponzio Pilato sotto l'impero di Tiberio e quell'esecrabile superstizione, repressa per breve tempo, riprendeva ora forza non soltanto in Giudea, luogo d'origine di quel male, ma anche in Roma, ove tutte le atrocità e le vergogne confluiscono da ogni parte e trovano seguaci» (Annales, XV, 44, 5). Flavio Giuseppe riporta un numero maggiore di eventi: oltre a citare la condanna di Pilato, inquadra storicamente il periodo della predicazione di Gesù tra il 26 e il 35 d.C, sotto Tiberio, e cita il fratello Giacomo, uno tra primi rappresentanti delle nascenti comunità cristiane, individuato nel vangelo di Tomaso come il prescelto per dirigere i seguaci del Nazareno dopo la sua dipartita: «I discepoli dissero a Gesù: “Sappiamo che te ne andrai da noi. Chi tra di noi sarà il più grande?” Gesù rispose loro: “Dal luogo ove sarete, andrete da Giacomo, il Giusto, per il quale sono stati fatti il cielo e la terra”» (Vangelo di Tomaso, fr.12).
Lo stesso Giacomo è confermato essere fratello di Gesù da Origene, il quale commenta il vangelo di Matteo, opera in cui sono tra l’altro indicati anche altri fratelli di Cristo; un aspetto degno di nota, è che l’intellettuale divenuto celebre per essersi auto evirato in uno slancio di fede un po’ troppo letterale, si rallegra del fatto che un autore ebreo che non credeva assolutamente alla natura divina del Nazareno come Flavio Giuseppe avesse tuttavia deciso di includere nella propria opera Antichità Giudaiche lo stesso Gesù.
La figura di Pietro è inquadrata in modo sorprendente da Ireneo di Lione, quel Padre della Chiesa che nel II secolo, con il suo Adversus Haereses ha permesso, pur tramite attacchi e denigrazioni, di tramandare una buona parte del pensiero gnostico ai posteri. L’affermazione che va assolutamente tenuta in considerazione, poiché contrasta con la storia della Chiesa, rivelando una verità sconvolgente è quella secondo cui il primo vescovo di Roma fu Lino, principe di Britannia, figlio del re Carataco. Queste le parole di Ireneo: «Dunque, dopo aver fondato ed edificato la Chiesa, i beati apostoli affidarono a Lino il servizio dell'episcopato; di questo Lino Paolo fa menzione nelle lettere a Timoteo» (Adv. Haer. III,3). La seconda lettera di San Paolo a Timoteo afferma: «Ti salutano Eubulo e Pudente e Lino e Claudia e i fratelli tutti», dove è possibile identificare in Rufo Pudente, senatore romano il secondo dei personaggi citati. Costui era sposato con la sorella di Lino, al secolo Gladys, la quale aveva cambiato il proprio nome nel romanizzato Claudia Rufina Britannica. La donna è citata anche da Marziale nel suo epigramma XI, 53: «Sebbene Claudia Rufina sia nata dai Britanni cerulei (dai corpi dipinti), quanto possiede l'animo della stirpe latina!».
Nei primi anni del cristianesimo esistevano due Chiese ubicate in zone geografiche distanti, quella di Roma e quella di Gerusalemme, la prima retta dalla parte legata all’eredità apostolica, la seconda unita agli eredi di sangue. Così come sappiamo che i primi Vangeli furono predicati da differenti punti di vista, divisibili grossolanamente in due tra ebrei e gentili, allo stesso modo occorre porre l’attenzione sul processo di inscatolamento dottrinario e, soprattutto politico, avvenuto durante il regno di Costantino. L’intervento dei Concili sul corpus letterario protocristiano ha evidentemente prodotto una serie di risultati plasmabili sulle necessità politiche dell’Impero. Ecco che, oltre alla codifica di un canone preciso che escludesse tutto ciò che stonava con i fini politici, si decise di propagandare una successione apostolica che partiva da Pietro, anche perché quanto riportato dal citato Vangelo di Tomaso sulla successione di Cristo, da lui individuata nel fratello Giacomo, non avrebbe consentito una compatibilità con le istituzioni romane. I primi cristiani erano sicuramente differenti da quelli post Concilio di Nicea, non avrebbero accettato la commistione tra fede e politica, soprattutto in ottica imperiale. L’elemento spirituale era molto importante, non solo tra gli gnostici, pur portatori di istanze pericolose per la natura libertaria dei messaggi veicolati: con l’intervento di Costantino religione e potere si fondono, a vantaggio del mondo romano. Inoltre, la necessità di porre la propria egida su un culto che stava espandendosi nei territori dell’Impero con una viralità inarrestabile, senza dimenticare di strizzare l’occhio ai seguaci di altre dottrine, suggerì al figlio di Costanzo Cloro di manipolare il credo inserendo anche elementi ad esso estranei, come la festività pagana del Sol Invictus, celebrata il 25 dicembre per onorare la rinascita del sole dopo il solstizio di inverno. Eppure, bisogna ricordare che i seguaci di Cristo, soprattutto coloro i quali ebbero contatti con lui in vita, erano pur sempre ebrei e seguivano tradizioni e leggi israelitiche. Risultò più utile, dunque, in ottica imperiale affidare le chiavi della Chiesa al partito legato alla successione apostolica soprattutto perché era più facile da manovrare, rispetto a quella di sangue che sarebbe discesa da Giacomo e avrebbe potuto ambire ad un’indipendenza ideologica pericolosa. Tenendo presente questi aspetti, ecco che è possibile delineare un quadro ben preciso riguardo il rapporto con l’elemento femminile da parte Gesù e in particolar modo nei confronti di Maddalena.
In una lettera del Padre della Chiesa Clemente Alessandrino indirizzata a Teodoro è criticata una setta, detta dei carpocraziani, che si rifaceva agli insegnamenti di Maria Maddalena, di Marta di Betania e di Salomè, rifiutando perciò quanto predicato dalla scuola di San Paolo. Si parla di un Vangelo segreto, che sarebbe stato espunto dal Vangelo di Marco, all’interno del quale era narrata la vicenda della resurrezione di Lazzaro tenendo conto di un importante elemento assente nel Vangelo canonico di Giovanni, l’unico che affronta il citato episodio. Secondo quest’ultimo i fatti si sarebbero svolti con Maria Maddalena e Marta che avrebbero fatto avvisare Gesù della morte di Lazzaro: «Marta, dunque, appena seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa [...] [Marta] se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama». Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui» (Gv 11, 20-29). Secondo il Vangelo espunto citato da Clemente, Maria sarebbe invece andata incontro a Gesù, prima che questi la facesse chiamare e per tale motivo gli apostoli la redarguirono. Inoltre, in tale scritto non è contemplata la presenza di Marta.
È necessario a questo punto tenere in considerazione un’usanza tipicamente ebraica, lo Shiv’à, che veniva osservata nelle occasioni di lutto. Era possibile per una donna interrompere questo periodo della durata di sette giorni, durante il quale doveva restare ritirata in casa, solo su disposizione del marito. Entrambe le donne avrebbero dovuto rispettare l’obbligo derivante dalla legge ebraica, tuttavia, in Giovanni Marta non lo fa e non viene redarguita, mentre Maddalena attende il permesso di Gesù. Appare, dunque, piuttosto chiaro come i rapporti tra Gesù e Maria di Magdala fossero ben più che di un semplice livello di conoscenza: si sarebbe trattato di una coppia regolarmente unita in matrimonio secondo la tradizione.
Esiste un altro avvenimento che si trova nel vangelo di Giovanni, ma non nei sinottici e riguarda il famoso episodio delle nozze di Cana, in cui è raccontato del miracolo della trasformazione dell’acqua in vino ed è ubicato precedentemente a livello temporale rispetto alla resurrezione di Lazzaro. Ivi, Maddalena non è tuttavia citata per nome dall’autore, che si limita ad affermare che tra i presenti c’erano la madre di Gesù, i discepoli, non tutti, e l’anfitrione. Va notato che Giovanni non cita esplicitamente la parola “nozze” e la questione risulta compatibile con l’idea che si trattasse di un banchetto di fidanzamento e non di matrimonio. Gesù, per come è descritta la cena pare essere il protagonista del simposio, lo sposo se si trattasse di uno sposalizio; in contesti del genere, erano tre le figure in possesso di una certa autorità, l’organizzatore, detto architriclinos, la madre dello sposo e lo sposo stesso. Giovanni, quando si presenta la questione della comunione del vino fa dire a Maria, che innegabilmente indica Gesù: «Fate quello che vi dirà», dimostrando così che il protagonista dell’evento altri non sarebbe che il figlio. Tuttavia, è stato considerato come, ricostruendo la successioni di eventi nel Vangelo, la cerimonia si sarebbe svolta nel mese di giugno del 30, mentre secondo la tradizione il matrimonio veniva celebrato in settembre, preceduto da una festa di fidanzamento tre mesi prima. Non è citato espressamente un matrimonio, ma sono citate due unzioni da parte di Maddalena, la prima a casa di Simone, avvenuta con olio profumato applicato sui piedi e la seconda quasi tre anni più tardi nello stesso luogo. Sebbene in Giovanni si citi come proprietario di casa Lazzaro, è possibile individuare lo stesso in quel Simone citato da Marco e Matteo. Considerando che i Vangeli sinottici non nominano mai Lazzaro, il cui episodio della resurrezione era stato espunto da Clemente Alessandrino nella versione di Marco, tuttavia va notato come in Giovanni il discepolo Simone Zelota sia rinominato Lazzaro. Ciò avviene perché l’uomo viene seppellito in una caverna chiamata il Seno di Abramo, lasciando intendere perciò ad un’allusione al personaggio biblico Eleazar (Lazzaro), servitore di Abramo, di cui Luca cita una parabola in cui è trattato il tema della resurrezione.
In Giovanni quando Maddalena cosparge il capo di Gesù è detto: «Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo». La scena richiama il Cantico dei Cantici, quando Abisag, nobildonna sunammita contesa da re Salomone e Adonia, racconta nei dettagli le proprie nozze, dispiegando una serie di elementi comuni così innegabili, da aver spinto Bernardo di Chiaravalle a descrivere Maria Maddalena come moglie di Gesù in uno dei propri Sermoni sul Cantico dei Cantici. L’unguento di nardo è l’unguento che simboleggia l’unione regale ed era nell’antichità un prodotto di nicchia, costoso che cresceva solo in determinate condizioni di altitudine in Himalaya. Soprattutto, veniva utilizzato esclusivamente nell’unzione matrimoniale, riservata alla sposa, mentre in altre occasioni, quali unzioni di re o di sacerdoti, era impiegato un differente olio, ricavato dalla commistione di olio di oliva, mirra, cannella e cassia. Inoltre, in questi casi il gesto era compito del Sommo Sacerdote. Appare plausibile, dunque, che l’unione simboleggiata dal gesto riveli un rito di consacrazione nella sua interezza, a sua volta emblema della raggiunta condizione di Messia, Cristo, Unto. Si ricordi, inoltre, come la discendenza dalla stirpe reale di Davide, di cui Gesù faceva parte, sia citata più volte nei Vangeli.
La tradizione voleva che la moglie mettesse da parte un’ampolla dello stesso olio per il rituale della sepoltura del marito, quando avrebbe dovuto romperla e porla sulla tomba del congiunto. In Marco 16,1-8 troviamo Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome portare oli aromatici per l’imbalsamazione del defunto Gesù e se le ultime due possono essere inquadrate come testimoni di ciò che andranno a scoprire riguardo la resurrezione nonché come accompagnatrici della prima, la presenza di Maddalena può essere benissimo inquadrata come legata al rituale sopra citato.
Considerando come la cerimonia nuziale regale sia sopravvissuta nei secoli, va notato inoltre che la considerazione di Messia da parte dei seguaci stonerebbe con un Gesù non sposato, in quanto per essere re, quindi unto, essere sposati era condizione non evitabile. Il rituale, inoltre, non era una prerogativa ebraica, ma nasceva nella Cananea settentrionale, l’odierna Siria da cui Iacopo di Varagine e Rabano Mauro fanno provenire Siro, il padre di Maddalena, che è descritto come di stirpe reale siriana.
Il Nuovo Testamento riporta vari episodi in cui Gesù riprende i sadducei e i farisei, due delle tre fazioni in cui erano divisi gli ebrei del I secolo, manifestando una condotta di vita differente, compatibile con quella del terzo gruppo, gli esseni. Essi avevano una visione della religione più liberale e vivevano la quotidianità distaccati dalla concezione delle ricchezze e dei riti battesimali e matrimoniali degli altri due gruppi. Inoltre, la loro dottrina era intrisa di misticismo ellenico, tanto che lo stesso Flavio Giuseppe li accomuna per analogia ai pitagorici. Il Gesù che emerge in più parti dai Vangeli canonici è piuttosto coinvolto nella concezione della religione degli esseni, come confermato dalla Jewish Encyclopedia: «Avendo queste pretese egli seguiva una tendenza che, nel periodo in cui visse, caratterizzava il pensiero degli esseni».
Flavio Giuseppe rivela che tra gli esseni esisteva un periodo di prova variabile che poteva raggiungere al massimo tre anni prima che fosse suggellata definitivamente l’unione matrimoniale dinastica. Ciò avveniva per valutare se le donne fossero fertili, in quanto donare una discendenza era il motivo principale per cui si celebravano matrimoni dinastici. I rapporti sessuali tra la coppia unita in matrimonio erano consentiti solo durante il mese di Tebeth, tra dicembre e gennaio e durava 29 giorni, di modo che le nascite degli eredi della dinastia avvenissero a Tishri, tra settembre e ottobre e durava 30 giorni, che era il mese dell’Espiazione, o Yom Kippur. Si attendevano dopo il concepimento altri tre mesi per scongiurare possibili aborti, quindi il matrimonio diventava valido. Tornando al discorso delle due unzioni sopra citate, se come plausibile la prima avvenne nel 30 e la seconda nel mese di Nissan (tra marzo e aprile) del 33, si può affermare che Maddalena al momento della cerimonia era incinta di tre mesi.


Nell'immagine, Santa Maria Maddalena, di Tiziano Vecellio.


Bibliografia

GARDNER L., L’enigma del Graal. Gli eredi segreti di Gesù e Maria Maddalena, Newton Compton, Roma, 2011.
IRENEO DI LIONE, Contro le eresie e gli altri scritti, a cura di E. Bellini e G. Maschio, Jaca Book, Milano, 1997.
MORALDI L. (a cura di), I Vangeli gnostici. Vangeli di Tomaso, Maria, Verità, Filippo, Adelphi, Milano, 1984.
MORALDI L. (a cura di), Testi gnostici, a cura di L. Firpo, Utet, Torino, 1982.

Documento inserito il: 26/01/2026
  • TAG: gnosticismo, Maria Maddalena, vangeli apocrifi, Pietro, storia delle religioni, paleocristianesimo, Padri della Chiesa, successione apostolica.

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