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Cinquecento anni dopo Machiavelli [ di Carlo Montani ]

Mezzo millennio è ormai trascorso da quel fatidico 1513, quando il Segretario fiorentino, ingiustamente accusato di cospirazione da parte della Signoria, venne costretto a lasciare l’incarico ed a ritirarsi nella campagna di San Casciano, non senza avere provato le angherie della prigione e della tortura, emblemi di un ordinamento per alcuni aspetti primordiale. Per la scienza politica moderna fu grande fortuna, perché dal momentaneo esilio del Machiavelli ebbe origine quel “Principe” che costituisce una pietra angolare nella storia del pensiero umano ed ora compie cinquecento anni senza nulla aver perduto in chiave di attualità.

Messer Nicolò era piuttosto giovane, essendo nato a Firenze nel 1469, ma da almeno un quindicennio aveva acquisito crescenti esperienze politiche, culminate nella Segreteria dei Dieci ed in parecchie ambascerie, e fra il 1503 ed il 1510 aveva composto le prime opere, improntate ad un forte realismo, in cui è possibile cogliere alcune anticipazioni essenziali del “Principe” e dei lavori più maturi, con particolare riguardo ai “Discorsi” ed alle “Istorie fiorentine”. Nella quiete dell’Albergaccio, la sua piccola villa, il rammarico per l’allontanamento dalla politica attiva indusse spunti di meditazione che avrebbero modificato in modo profondamente rivoluzionario il rapporto dell’uomo con la vita associata.

Machiavelli ha scoperto l’autonomia della politica, che non deve intendersi legata all’etica tradizionalista come forza “subalternante” ma risponde ad una nuova legge morale, in cui l’obiettivo di fondo è la “salvezza” dello Stato. Proprio per questo, venne considerato da buona parte dei contemporanei alla stregua di un personaggio cinico non privo di connotazioni diaboliche (non si dimentichi che Firenze aveva appena vissuto la grande esperienza di Savonarola), ma già nel Seicento avrebbe avuto un’ampia rivalutazione da parte di Giovanni Botero, massimo teorico della ragione di Stato, cui avrebbero fatto seguito quelle di illuminismo, romanticismo e liberalismo.

Francesco De Sanctis lo avrebbe definito primo “fondatore della modernità” mentre Benedetto Croce vide in Machiavelli “aperti segni di austera e dolorosa coscienza” agli antipodi della presunta immoralità, attribuita al Segretario solo perché “il volgo chiama morale solo l’azione moralistica”. Del resto, non è forse vero che Machiavelli avrebbe desiderato il “governo dei puri” e che ammirava i popoli meno civili perché meno corrotti?

Naturalmente, una cosa è la teoria ed altra cosa è la prassi: di qui, la necessità che il “Principe” consideri in modo scientificamente pragmatico la “verità effettuale” ed agisca in conseguenza, coniugando con realismo altrettanto consapevole la propria “virtù” intesa come capacità creativa, intuizione ed azione, con quella “fortuna” che governa il cinquanta per cento delle cose umane e che in quanto “donna” richiede di essere “colta” tempestivamente, perché certe occasioni sono irripetibili.

Per Machiavelli, “chi voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni” ma è anche vero che il “Principe” alieno da tali sovrastrutture non deve agire da solo perché “se uno è atto a ordinare, non è la cosa ordinata per durare molto quando la rimanga sopra le spalle d’uno; ma sì bene quando la rimane alla cura di molti e che a molti stia il mantenerla”. In altri termini, la novazione conquistatrice esige il completamento razionale nella conservazione, come quello che Numa Pompilio, sovrano pacifico e religioso, assicurò all’opera di Romolo, il re guerriero fondatore della Città Eterna.

Fuor di metafora, il Principato deve fondarsi sul giusto “contemperamento” di forza e ragione, senza il quale l’obiettivo di salvaguardare la continuità e la funzionalità dello Stato rischia di restare a livello di “noumeno”.

I cinquecento anni della massima opera machiavelliana debbono essere ricordati non solo per la rivoluzione “etica” in senso moderno di cui si è detto, e per la conseguente fondazione della scienza politica, ma nello stesso tempo perché il Segretario, come ha scritto Augusto Sainati, “fu il primo ad avvertire la necessità politica dell’unificazione nazionale italiana” e ad avere compreso, in una visione quasi messianica, che non avrebbe potuto sussistere “salvezza” per un’Italia tristemente e pervicacemente divisa.

Il sogno del “Principe” liberatore ed affrancatore era tipico dell’epoca, ma quello dell’unità, che si sarebbe compiuta dopo tre secoli e mezzo, fu davvero un lucido vaticinio e nello stesso tempo, una costante del pensiero machiavelliano. Non a caso, nella lettera scritta all’amico e confidente Francesco Vettori nel 1527, poco tempo prima della morte “in somma povertà” come da testimonianza del figlio Piero, Machiavelli avrebbe firmato una sorta di alto testamento spirituale affermando di “amare la patria mia più dell’anima”. Le stesse parole, sia consentito sottolinearlo, rivolte da Maria Pasquinelli al Presidente della Corte britannica che nel 1947 l’avrebbe condannata per l’uccisione del Gen. Robert De Winton, quale simbolo del “diktat” (un esempio, per certi aspetti machiavelliano, della sintesi tra forte agire e nobile sentire).

Oggi, sottolineare l’attualità del Segretario fiorentino potrebbe apparire cosa anacronistica o banale, visto il dilagare dell’individualismo e del relativismo. Al contrario, è cosa prescrittiva, perché la necessità di rifondare il carattere etico dello Stato e di perseguire alacremente la sua “salvezza” assume motivi di urgenza inderogabile.
Documento inserito il: 23/12/2014
  • TAG: rinascimento, macchiavelli, segreteria dei dieci, savonarola, teoria ragione di stato, repubblica fiorentina

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