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I primi dieci anni della Guerra fredda (1945-1955) Parte 3 [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

La morte di Stalin, il XX Congresso del PCUS e l'inizio della prima distensione
Il 5 marzo 1953 successe un fatto molto importante nel contesto della Guerra fredda: morì a Mosca Iosif Stalin. Il dittatore dell'Unione Sovietica, a capo dell'Impero russo dall'aprile 1922, aveva 75 anni. La notizia della sua scomparsa fu presa con animi diametralmente opposti: tristezza nell'area comunista e paura che l'Occidente avrebbe avuto vita facile in Europa orientale; gioia in quella occidentale nel senso che forse ora l'Unione Sovietica avrebbe fatto meno paura di un tempo.
Stalin ancora oggi è oggetto di studi: c'è chi lo considera il padre del comunismo, della Russia moderna ed un salvatore, mentre c'è chi lo considera un dittatore al pari (se non di più di Adolf Hitler). C'è chi lo considerò una guida in un Mondo comunista e chi invece alla notizia della sua morte tirò un sospiro di sollievo.
Su una cosa tutti gli storici concordano: nel 1945, Stalin fece risorgere l'URSS ed ebbe un ruolo determinante nell'economia siderurgica.
Alla morte di Stalin, gli successe una direzione collegiale con Georgij Malenkov capo del governo, Nikita Chrušcev Segretario del PCUS, Molotov Ministro degli Affari esteri, Nikolaj Bulganin al Ministero della Difesa, Lazar' Kaganovic alle Questioni economiche e Lavrentij Berija agli Interni con delega a capo della polizia segreta. Poco tempo dopo Berija fu esautorato e Chrušcev divenne padre-padrone dell'URSS (come farà dal 1964 al 1982, Leonid Il'ic Brežnev) a partire dal 1954, quando fu estromesso Malenkov.
Malenkov volle puntare sull'economia leggera per rendere migliore la vita dei cittadini e per ridurre gli armamenti, ma l'URSS era stata fondata sull'economia pesante ed era difficile “tornare indietro”. Con Chrušcev, Nikolaj Bulganin divenne capo del governo. Chrušcev si pose come uomo nuovo del comunismo, era diverso da Stalin, era espansivo, esuberante, ottimista, gioviale ed il suo potere si distaccò dal Politburo' e dal Comitato centrale.
Dopo la morte di Stalin a Ginevra si tenne la conferenza che vide partecipare per la prima volta i Grandi della terra (USA, Gran Bretagna, Francia e URSS. I Grandi discussero di unione delle due “Germanie” e creazione di un patto di mutua difesa e di una zona “neutrale” a cavallo dei blocchi (USA, Gran Bretagna, Francia), di sicurezza europea con l'istituzione di un trattato di mutua difesa tra Paesi europei lasciando fuori gli USA; la politica dei “cieli aperti” (USA) affinché si potessero fotografare dall'alto i Paesi europei. Un primo incontro avvenne dal 5 gennaio al 18 febbraio 1954, parteciparono Dwight Eisenhower e John Foster Dulles per gli Stati Uniti d'America, Vjaceslav Molotov, Nikita Chrušcev e Nikolaj Bulganin per l'URSS, il Premier Anthony Eden per la Gran Bretagna ed il Presidente del Consiglio Edgar Faure ed il Ministro degli Esteri Antoine Pinay per la Francia.
Nonostante la morte di Stalin, l'Unione Sovietica fece ancora la voce grossa la stessa estate ponendo fine agli scioperi operai nella DDR. Il 17 giugno le forze sovietiche reprimettero nel sangue la rivolta degli operai edili.
Lo sciopero ebbe inizio nel maggio precedente, quando l'organizzazione del PCUS della Germania Est, il Politburo, innalzò le quote di lavoro nell'industria tedesca orientale al 10%. Il 16 giugno gli operai scesero in piazza a protestare non appena i loro capi dissero che se le quote non sarebbero state raggiunte (e rispettate), avrebbero avuto una decurtazione del salario. Il SED chiese informazioni alle forze sovietiche sul cosa fare con l'ondata di scioperi e da Mosca partì l'esercito che spense nel sangue la protesta. A oggi le vittime sono almeno 125, ma solo dopo l'unificazione si è saputo con certezza che forse sono state molte di più.
Sempre nel 1955, il leader comunista incontrò “Tito” il 26 maggio a Belgrado, dal 9 al 14 settembre Adenauer e tra il 18 novembre al 19 dicembre iniziò un lungo tour nei Paesi asiatici. Gli altri Stati del blocco intuirono che forse i tempi erano davvero cambiati e pensarono che ogni Stato potesse essere più autonomo rispetto a Mosca.
I primi dieci anni di Guerra fredda si conclusero con un'impennata di criticità con due elementi: la crisi di Suez e la rivoluzione ungherese. Ma dall'altra parte della cortina qualcosa si stava muovendo e il momento clou fu a Mosca quando, dal 14 al 26 febbraio del 1956, si tenne il XX congresso del Partito Comunista dell'Unione Sovietica.
Chrušc?v parlò di “coesione pacifica”, una competizione pacifica tra i blocchi con la rivalità che avrebbe interessato solo la politica e l'economia fra il capitalismo ed il comunismo.
Nell'occasione, Chrušc?v, col suo celebre rapporto segreto, denunciò le violenze, le purghe e le limitazioni alla libertà imposte dal regime di Stalin. Il rapporto verteva sulle epurazioni criminose compiute da Stalin dopo il 1934 nei confronti di membri innocenti del partito, sulle divergenze tra Stalin e Lenin, su come egli avesse edificato il culto della sua persona, sugli errori da lui compiuti nella conduzione della guerra con la Germania. Non si parlava tuttavia dei milioni di morti provocati dalla collettivizzazione forzata delle campagne e delle carestie ad essa legate, né venivano denunciati i processi farsa con cui Stalin si era sbarazzato di dirigenti politici come Nikolaj Bucharin o gli assassini su commissione di oppositori esiliati come Lev Trotsky. Il discorso scioccò i delegati del congresso che dopo anni di propaganda sovietica erano convinti della grandezza di Stalin.
Le critiche maggiori vanno in direzione della demonizzazione di Stalin, ritenuta un'azione puramente propagandistica volta a cambiare "rotta ideologica" all'URSS. Il “rapporto Chrušcev” capovolse drasticamente il giudizio dei comunisti su Stalin, sino ad allora esaltato quale padre dei popoli, maestro e guida, difensore degli oppressi e della pace. Stalin, secondo il rapporto, era stato invece un tiranno megalomane e senza scrupoli, una persona capricciosa e brutale, irritabile e sospettoso verso tutti, un sadico paranoico ed assassino, un teorico da farsa, un persecutore di innocenti, il responsabile della guerra fredda. Il rapporto lasciava oscuramente intendere, inoltre, che la morte di Stalin era stata probabilmente "accelerata" ed apriva il sospetto sulle stesse circostanze della morte del dittatore. Chrušcev smontò il mito del culto della personalità di Stalin, ma non negò i benefici avuti grazie alla politica staliniana, dando però avvio ad una revisione del sistema sovietico e di una diversa visione della politica estera: la de-stalinizzazione.
Il congresso fu l'evento che determinò la divisione del campo comunista internazionale fra i filo-sovietici e i filo-cinesi ispirati da Mao, che difesero Stalin e accusarono Chrušcev di revisionismo.
Si pensava che il nuovo corso dell'URSS avrebbe raffreddato le paure del Mondo. Ed invece il percorso era ancora tutto in salita.
Il bello (anzi il brutto) doveva ancora incominciare.

Tra i due “Mondi”, il “Terzo” nasce a Bandung
Con l'inizio della Guerra fredda e con il Mondo in mano alle due Superpotenze, i Paesi fino ad allora colonizzati dagli Stati europei (in particolar modo Gran Bretagna e Francia) ebbero la consapevolezza di dover, e poter, emergere dalla loro sottomissione che in alcuni casi era superiore ai cinquant'anni. Ed il fatto che i due Paesi europei non parevano più forti come prima, indusse molti i capi di Stato e di governo di molti Paesi a decidere si unirsi per creare un “terzo polo”, estraneo alla “cortina di ferro” dove i Paesi lontani dai blocchi potevano dire la loro ed emergere.
Per questa ragione a Bandung, in Indonesia, l'allora Presidente indonesiano Sukarno organizzò, grazie alla collaborazione con l'allora Premier indiano Jawaharlal Nehru e del Primo ministro cinese Zhou Enlai, una conferenza cui parteciparono capi di Stati e di Governo di ventinove Nazioni. Lo scopo dell'incontro (che scaturirà nel 1961 con la nascita del Movimento dei Non Allineati) fu quello di consapevolizzare tutti i Paesi al di fuori dei blocchi a riunirsi in una “coalizione” alternativa alle due Superpotenze e diventare un polo a sé e neutrale, soprattutto. La conferenza di Bandung si tenne dal 18 al 24 aprile 1955.
Il Paese del Terzo Mondo più importante fu la Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia. Di stampo socialista e guidata da “Tito”, con la fine della Seconda guerra mondiale il Paese si “allineò” all'inizio con l'URSS, ma nel marzo 1948 il Paese si staccò dal blocco orientale in quanto si ruppero i rapporti tra i due leader, poiché Tito propose una “via nazionale al socialismo”, ovvero instaurare nel Paese una democrazia popolare ma senza subordinazioni di sorta in politica internazionale ed economica. La Jugoslavia non era stata invasa dall'Armata rossa e la sua “resistenza” non richiese l'intervento russo. La rottura dei rapporti fu causata da divergenze su politica militare ed economica e la Jugoslavia decise di non aderire né al Cominform né al Patto di Varsavia, ed usò parte dei fondi destinati al “piano Marshall”.
I capisaldi dell'incontro, ribaditi nella dichiarazione finale, furono l'eguaglianza tra tutte le Nazioni, il sostegno all'anti-colonialismo, il rifiuto di appoggiare le Superpotenze, la cooperazione politico-internazionale fra i Paesi aderenti a quello che divenne il “Terzo Mondo”.
Con la fine della Seconda guerra mondiale, tantissimi Stati ottennero l'indipendenza dai loro Paesi colonizzatori: se nel 1945 l'ONU aveva cinquantuno Stati membri (di cui nove asiatici e tre africani), nel 1965 questi passarono a centoventi, di cui settanta tra africani ed asiatici.
Il processo di decolonizzazione può essere considerato una specie di “effetto domino”: se i “blocchi” avevano un andamento ovest-est, la decolonizzazione lo ebbe nord-sud.
Nel 1946 divennero indipendenti Siria e Libano dalla Francia ed il 15 luglio 1947 fu dichiarata l'indipendenza dell'India dalla Gran Bretagna da cui nacquero l'Unione indiana ed il Pakistan. Ottenne l'indipendenza anche lo Sri Lanka dall'Inghilterra e la Birmania dalla Francia; nel 1949 divenne indipendente l'Indonesia e nel 1954 l'Indocina si divise (come detto prima) in tre Stati e quell'anno iniziò la guerra in Algeria che durò fino al 1962.
Gli USA erano ostili al colonialismo, ma erano interessati alla modernizzazione dei nuovi regimi osteggiando il nazionalismo in quanto questo avrebbe precluso loro interessi economici e favorito il comunismo. Washington era osteggiata dai Paesi non allineati in quanto rappresentavano il nuovo imperialismo figlio dell'Ottocento.

E si iniziò a temere un conflitto nucleare
Un celebre aforisma di Albert Einstein spiega che, a buona ragione, se la Terza guerra mondiale si fosse combattuta con l'atomica, la Quarta si sarebbe combattuta con le pietre: una guerra atomica avrebbe distrutto l'umanità intera facendola ripartire da capo.
I primi dieci anni di Guerra fredda furono anche quelli più caldi sul discorso “armi di distruzione di massa” e solo durante la seconda distensione (1962-1975) l'incubo nucleare pareva debellato, mentre tra il 1945 fino agli accordi del 1969 (accordo SALT I) la paura di un conflitto atomico era molto chiara e tangente. Il discorso “corsa agli armamenti” sarà il trait d'union di tutta la Guerra fredda. Per “corsa agli armamenti” si intende la competizione tra USA e URSS nell'avere più bombe atomiche (o all'idrogeno) rispetto all'avversario, oltre all'avere l'esercito più forte e dotato di armi migliori.
Fino al 1914, l'avere l'esercito più forte era un motivo per instaurare la pace per respingere intenzioni di invasione, ma con il Primo conflitto mondiale tutte le forze europee si dotarono di eserciti molto forti all'inizio: negli anni Quaranta si diceva che la Germania nazista aveva costruito il primo ordigno atomico della Storia.
Gli Stati Uniti, il 16 luglio 1945, nell'ambito del “progetto Manhattan”, fecero il primo test nucleare nella storia dell'umanità. “Progetto Manhattan” fu il nome di un programma di ricerca e sviluppo in ambito militare che portò alla realizzazione delle prime bombe atomiche durante la Seconda guerra mondiale e fu condotto dagli Stati Uniti d'America con il sostegno di Regno Unito e Canada, sotto il controllo di Leslie Groves del corpo del Genio militare degli Stati Uniti. La bomba atomica è basata sul processo di reazione a catena di fissione nucleare: un nucleo atomico pesante (uranio-235 o plutonio-239) viene diviso quando viene colpito da un neutrone e ciò innesca una reazione a catena con la liberazione di enormi quantità di energia.
Il “progetto Manhattan” iniziò con poche risorse nel 1939 ma crebbe fino ad occupare più di 130.000 persone e costò quasi 2 miliardi di dollari americani. Oltre il 90% dei costi fu impiegato per costruire edifici e produrre materiale fissile, con solo il 10% impiegato per lo sviluppo e la produzione di armi.
L'esplosione-test avvenne il 16 luglio 1945 nello Stato del Nuovo Messico, ad Alamogordo, nello White Sands Missile Range ed il nome in codice dell'operazione fu “Trinity”. La bomba al plutonio, chiamata “The Gadget”, liberò un'energia di 21 chilotoni, pari a 21 tonnellate di tritolo. La bomba atomica che esplose ad Hiroshima si chiamò “Little boy” mentre quella di Nagasaki “Fat man”. La quarta bomba fu chiamata “Thin man”, ma non venne mai utilizzata, anzi il suo sviluppo fu interrotto in quanto sarebbe stata troppo instabile vista la fusione di due tipi diversi di plutonio. Negli anni dell'immediato dopoguerra, il “progetto Manhattan” condusse test nucleari sull'atollo di Bikini nell'ambito dell'”operazione Crossroads”, sviluppò nuove armi, sostenne la ricerca medica nel campo della radiologia e gettò le basi per la nascita della marina militare.
“Ivy Mike” era il nome in codice dato al test statunitense, terminato con successo, della prima bomba all'idrogeno, o bomba H, compiuto il 1º novembre 1952. Fatta esplodere su un atollo delle isole Marshall (allora occupate militarmente dall'esercito americano) nel contesto dell'”operazione Ivy”, liberò un'energia pari a 10,4-12 megatoni, ossia quasi mille volte superiore a quella della bomba di Hiroshima.
Fino al 1949, gli Stati Uniti d'America furono l'unico Paese al Mondo a possedere (e produrre) un armamento atomico: quell'anno l'Unione Sovietica fece il suo primo test nucleare, dotandosi anch'essa di un ordigno atomico. La prima bomba atomica inglese invece venne sganciata il 3 ottobre 1952 nella “operazione Uragano” in Australia e fu simile, come potenza, a “Fat man”.
La decisione di far scoppiare un conflitto armato con armamenti atomici era nelle mani di America e URSS.
In questa fase i test nucleari venivano condotti principalmente sul terreno aperto o nell'atmosfera, per verificare la dinamica delle esplosioni nucleari ed i loro effetti su cose e persone, per progettare nuove armi nucleari e studiare il successivo fallout radioattivo, che è molto maggiore se l'esplosione nucleare avviene al suolo o sulla superficie del mare.
Il 13 giugno 1946, Bernard Baruch fu incaricato dal governo USA di realizzare un piano per giungere al disarmo nucleare, attuando un rigido controllo sulle estrazioni di materiali radioattivi ed il controllo del materiale da “fissare”, istituendo un controllo a livello internazionale su ogni attività di ricerca di tipo militare e civile sulla bomba atomica: nacque l'Autorità Internazionale per lo Sviluppo Atomico con il compito di visionare tutte le attività riguardanti l'energia atomica che avrebbe messo in pericolo il Mondo, con lo scopo di ottenere e mantenere informazioni accurate sulle risorse mondiali di uranio. Il “piano Baruch” però fallì e fu abbandonato nel 1949, proprio quando l'Unione Sovietica fece il primo esperimento nucleare. La bomba all’idrogeno (bomba H) può essere considerata un’evoluzione più potente della bomba atomica (bomba A).
La prima bomba all’idrogeno venne fatta esplodere su un atollo delle isole Marshall, nell’oceano Pacifico, il 1° novembre 1952 alle 7,15 (ora locale). Pesava 82 tonnellate, la potenza era di circa 11 megatoni. L’esplosione creò una palla di fuoco del diametro di 3 chilometri che si ampliò salendo nell’atmosfera fino a 5 km. Il fungo atomico raggiunse l’altezza di 33 km in due minuti e mezzo. Il cratere formato dall’esplosione aveva un diametro di 1,9 km ed era profondo 50 metri.
Il primo test di una bomba H sovietica venne denominato dagli americani “Joe-4”. L’esplosione avvenne nell’atmosfera sopra il sito atomico di Semipalatinsk (Kazakistan) nell’agosto 1953. La bomba aveva una potenza di 400 chilotoni. La prima “vera” bomba H sovietica fu fatta esplodere il 22 novembre 1955 con il codice “RDS-37”.
Ma da quel momento prese inizio la corsa tra USA e URSS per avere più bombe rispetto all'avversario e l'apice si ebbe con la crisi di Cuba dell'ottobre 1962, dove davvero il Mondo temette lo scoppio (concreto) di un conflitto atomico. Ma il Mondo incominciò ad avere paura di una catastrofe e dall'8 al 20 agosto 1955 fu convocata a Ginevra la prima conferenza sullo sviluppo delle tecnologie per lo sfruttamento dell'energia atomica. Fu chiamata “Atomi per la pace”, dove vi parteciparono oltre 1.500 ingegneri e scienziati da tutto il Mondo, anche dall'URSS che per la prima volta si incontrarono con gli omologhi occidentali. Per la prima furono messi da parte segreti su tutto ciò che riguardava la scienza atomica ed i sovietici decisero di partecipare alla nascita dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA).

Anni Cinquanta, i primi vagiti dell'integrazione europea
Il 25 marzo 1957 furono firmati a Roma, nella sala degli Orazi e Curiazi di palazzo dei Conservatori, i trattati istitutivi di Comunità Economica Europea e Comunità Europea dell'Energia Atomica.
Il percorso nacque con il Trattato costitutivo della CECA (Comunità europea del carbone e dell'acciaio), firmato a Parigi il 18 aprile 1951 ed entrato in vigore il 23 luglio 1952. Le basi erano state costruite, ora c'era solo da migliorarsi ed estendere il concetto di Europa unita ad altri Stati europei.
Con la nascita di CEE ed EURATOM si superò la “barriera temporale” del 1955 e proprio tra il 1950 ed il 1955 si posero concretamente le basi per la creazione dell'integrazione europea.
L'origine ideale dell'integrazione europeistica può essere individuata nel “Manifesto di Ventotene”, edito da Eugenio Colorni e scritto a due mani da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi: si delineava una nuova democrazia europea e la fine dello Stato-Nazione. L'Europa di allora era uscita con le ossa rotte dal conflitto mondiale, un'Europa decadente rispetto alle due Superpotenze che si imposero, gli Stati Uniti d'America e l'Unione Sovietica.
Tra il 1946 ed il 1948 la sfida fu tra federalisti ed unionisti. Si pensò ad un'Europa non sovranazionale ed interessata a problemi specifici e distinti, ma ad un'Europa con istituzioni ad hoc a fianco degli Stati, per raggiungere fini particolari, in base alla "funzionalità" (pensata sin dal 1943 dal rumeno David Mitrany). Un'Europa che avrebbe dovuto raggiungere un livello di integrazione graduale e per settori separati: partendo dal carbone e dall'acciaio per arrivare ad abbracciare l'energia atomica, per poi terminare con la nascita del Mercato unico europeo. Il Mercato Economico Europeo si basava su quattro libertà all'interno dello spazio europeo: persone, servizi, merci e capitali.
Per giungere alla CEE, la CECA dovette affrontare, già nel biennio 1952-1954, quando era ancora "in fasce", la sua prima crisi. Già la nascita del primo esercito europeo nel 1950 spaccò l'opinione politica dei Paesi CECA (Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Francia, Germania e Italia) in merito ai metodi necessari per arginare l'espansionismo sovietico. Il progetto di difesa europea, battezzato Comunità Europea di Difesa (CED), avviato il 27 maggio 1952, prevedeva un'alleanza militare sotto il nume tutelare di un Ministro della Difesa europeo e di un esercito devoluto tra i sei Paesi firmatari del trattato CECA, comprendente anche un contingente tedesco (visto con preoccupazione dalla Francia), il tutto guidato da un'Assemblea politica, ribattezzata Comunità Politica Europea (CPE), e fortemente voluta da Alcide de Gasperi. Questo ambizioso progetto venne affossato indirettamente proprio dall'Italia, la quale voleva attendere l'esito del voto parlamentare francese, esito che arrivò tra il 19 ed il 22 agosto 1954 con la bocciatura.
La decisione francese fu condizionata da alcuni episodi, in particolare dalla morte di Stalin (marzo 1953), dal sopravvenuto armistizio fra le due Coree (27 luglio 1953) e dall'esito della lunga crisi indocinese (1946-1954). Nascerà poco dopo l'Unione Europea Occidentale, una pseudo-alleanza militare che comprese anche le due Nazioni sconfitte nel Secondo conflitto mondiale, ma che non portò mai a nulla di concreto. Il fallimento della CED sarà il primo di una lunga serie di impasse che affronterà l'Europa unita.
Dopo la conferenza di Messina (1-3 giugno 1955), si decise di mettere mano a un progetto più concreto. Si passò così da una comunità carbosiderurgica ad una settoriale atomica sino ad una meramente economica, passando per un'unione doganale per un mercato comune dei prodotti industriali ed agricoli. "Messina" rilanciò il percorso nato cinque anni prima, il 9 maggio 1950 con la "dichiarazione Schuman", che ipotizzava l'alleanza carbo-siderurgica avviata da Francia e Germania ovest per allargarsi a tutti quegli Stati che ne avrebbero fatto richiesta.
Il 25 marzo 1957 venne firmato il Trattato di Roma, che andava ad istituire la Comunità Economica Europea, una comunità senza eguali allora a livello mondiale che andava ad affiancarsi alla CECA. Al progetto integrazionista non aderì la Gran Bretagna e la Repubblica d'Irlanda: il motivo era da individuare da una parte nella scelta inglese di non far parte di un progetto che ne avrebbe visto sminuire il suo ruolo a livello continentale, e dall'altra parte nelle sue politiche distanti dalle politiche socialiste presenti nei Paesi fondatori.
Precedente alla CECA, è stata l'Unione Europea Occidentale. Istituita il 17 marzo 1948, questa organizzazione intergovernativa ha rappresentato il primo modello di difesa collettiva europea, proprio nei giorni in cui la Guerra fredda ebbe inizio. L’UEO si basava su una cooperazione militare di difesa regionale finalizzata alla sicurezza ed alle politiche di difesa nell’Europa occidentale, che era sotto l’egida degli Stati Uniti d’America.
Quel giorno Francia, Inghilterra ed i Paesi del BENELUX (Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo) decisero di unire le loro capacità militari, costruendo un trattato di difesa militare in chiave anti-tedesca: la guerra era finita da appena tre anni ed il solo parlare di un possibile riarmo tedesco faceva rabbrividire. Il Trattato fu firmato il 4 marzo 1947 in una città simbolo della Seconda guerra mondiale, Dunkerque, città francese sul canale della Manica teatro nella tarda primavera del 1940 di una storica battaglia che vide l’esercito anglo-francese resistere contro i nazisti, impedendo loro di invadere l’Inghilterra. Questo fu l’embrione della futura Unione Europea Occidentale. Ma il suo ruolo era così necessario?
Si parlò, nel settembre 1950, di un “piano Acheson” (dal nome dell’allora Segretario di Stato americano, Dean) per dare alla Germania ovest un proprio esercito all’interno del contesto atlantico. La Francia era totalmente contraria, rispondendo con il “piano Pleven” (dal nome dell’allora Primo ministro francese, René) andando a creare un unico esercito europeo diviso in sei unità, ognuna coordinata da ogni singolo Paese membro della CECA (Germania occidentale compresa), e l’istituzione di un Ministro della Difesa comune, nonché un proprio bilancio.
Il biennio 1952-1954 vide il progetto crollare a causa della Francia, in quanto l’Assemblea Nazionale rigettò il 30 agosto 1954 la nascita della CED per vari motivi tra cui la fine della guerra di Corea con la firma dell’armistizio che divise il Paese in due. I tempi erano cambiati radicalmente in appena due anni ed una difesa europea passava in secondo piano, mentre diventava inderogabile far partire il Mercato Europeo Comune.
Necessitava comunque la nascita di un’istituzione ad hoc. La nuova organizzazione avrebbe dovuto vedere tra i partecipanti anche le due Nazioni sconfitte, la Germania e l’Italia, come già era avvenuto con la CECA, in quanto un’Europa unita sarebbe stata più forte e avrebbe impedito un’eventuale invasione sovietica nel blocco occidentale.
Con il trattato di Bruxelles “modificato”, il 23 ottobre 1954 nacque l’Unione Europea Occidentale. “Modificato” in quanto si andava a correggere un trattato che si pensava, almeno alla data della firma, unico ed esclusivo. L’UEO è stata un buon modello di cooperazione difensiva tra i Paesi dell’Europa occidentale, dando un forte impulso al successivo processo di integrazione europea, che permise, ad esempio, a Bonn di potersi integrare nell’alleanza atlantica, risolvendo l’annosa questione della Saar, nonché promettere un mutuo controllo degli armamenti.

NATO, un'appendice
Istituita il 4 aprile 1949 per rispondere al pericolo di un’invasione comunista in quella parte di Europa sotto l’egida degli Stati Uniti, in cinque decenni, la NATO è stata militarmente operativa solo a partire dal 1999, con la guerra nel Kosovo per respingere la Serbia.
Sorta sulle basi dell’Unione Europea Occidentale (UEO), l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, dopo la fine della Guerra fredda, inglobò anche i Paesi europei della ex sfera sovietica (dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia la maggior parte di quei Paesi è entrata a far parte, nel tempo, dell’Organizzazione con sede in Boulevard Leopold III a Bruxelles).
La NATO è stata “il prodotto di due rivoluzioni, entrambe nate dalle ceneri della Seconda guerra mondiale”: la fine dell’isolazionismo statunitense e l’intento dell’Europa occidentale di superare le sue antiche conflittualità. Il 9 maggio 1950, il ministro degli Esteri francese Robert Schuman pose le basi per superare la rivalità tra la Francia e la Germania, che segnò l’avvio dell’integrazione europea.
L’Alleanza nacque come “cane da guardia della Germania” e come “contenimento” del comunismo in Europa, sviluppandosi “in una vera e propria alleanza diplomatica per la difesa comune […] ancorata alla garanzia data dagli USA”: un “impero ad invito”, dove la libertà si contrapponeva alla repressione propria nel blocco rivale, con l’impiego di circa 11,9 milioni di soldati nei primi cinquant’anni.
Punto nevralgico della NATO è il famoso articolo 5, nel quale “le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o in America del Nord sarà considerato come un attacco diretto contro tutte […] (e) convengono che […] ciascuna di esse […] assisterà la Parte e le Parti attaccate”.
Il rifiuto comunista di riconoscere l'European Recovery Plan, il colpo di Stato comunista in Cecoslovacchia ed il “blocco” di Berlino ovest furono tutti eventi che spinsero la parte filo-statunitense ad organizzarsi in chiave anti-sovietica: nacquero i cosiddetti “due campi” nelle relazioni internazionali.
L’Alleanza ha superato nelle attese il patto di Bruxelles dell’UEO, la fallimentare prima alleanza europea di difesa tra Francia, Regno unito e BENELUX. L’Europa, da sempre al centro delle questioni mondiali, dal 1945 necessitò dell’aiuto degli USA. Il 4 aprile 1949, dodici Paesi dell’area Nord atlantica stipularono il Patto atlantico, premessa della NATO.
Il Patto non fu all’inizio una vera e propria alleanza, ma un’unione di intenti, per poi militarizzarsi secondo lo spirito della successiva guerra di Corea (1950-1953), che pose fine alle illusioni di “contenimento” sovietico e che acuì la guerra fredda: fu, di fatto, il conflitto coreano a stimolare effettivamente la NATO, ponendo l’atlantismo come “cemento pseudoideologico” di coesione.
La “coesistenza pacifica” prevalse, nonostante le Superpotenze furono in due occasioni vicine all’impiego di armamenti nucleari, ma a partire dal 1975, con l’”Atto finale della conferenza di Helsinki”, la minaccia sovietica cominciò a rallentare. Furono gli USA a guidare l’Alleanza e dal 1955 la loro “l’influenza […] raggiunse il suo culmine”, essendo l’unica Potenza in grado di gestire la rivalità con i sovietici. Nei primi cinquant’anni di esistenza della NATO, la Francia ha generato una dialettica all’interno all’Alleanza, soprattutto nel periodo 1958-1969, coincidente con la presidenza del generale Charles de Gaulle, il quale vedeva non di buon grado la predominanza statunitense nella NATO e anche nell’ambito della nascente “forza nucleare europea”.
Per questa ragione, il 29 marzo 1966 fu ritirato il contingente militare di Parigi dal Comando integrato, pur rimanendo la Francia un Paese membro.
L’anno successivo, la NATO entrò in una nuova fase con il “rapporto Harmel” che promosse “con successo pieno una politica di distensione, da affiancare a quella di difesa”, dando da allora maggior peso alla piccole nazioni aderenti, con un ruolo più attivo, e promuovendo la dottrina della “risposta flessibile“ di kennediana memoria, a scapito della “rappresaglia massiccia” teorizzata da John Foster Dulles. La nuova dottrina intendeva rispondere ad attacchi avversari proporzionalmente alla loro forza, piuttosto che esercitare invariabilmente la superiore forza militare ed atomica americana.
L’avvio della Ostpolitik di Willy Brandt fece il resto, distendendo i rapporti all’inizio fra RFT e RDT, successivamente con la Polonia e con altri Paesi del blocco orientale, oltre agli accordi SALT del 1972 per la limitazione della crescita di armamenti atomici e l’apertura della CEE al Regno Unito, l’URSS ed il suo blocco erano entrati in una fase calante mentre la NATO entrava in una crescente.
Il dispiego dei missili russi SS-20 verso l’Europa occidentale e la risposta atlantica coi Pershing II e Cruise acuirono la tensione, ma la NATO, con la “politica del doppio binario”, negoziando e dispiegando missili, ne uscì ancora vincitrice, a scapito di una direzione sovietica in difficoltà.
Dopo la caduta del comunismo, il ruolo della NATO fu ridisegnato: il Mondo cambiava, la geopolitica cambiava, il nemico storico si era dissolto.
L’Organizzazione atlantica è sopravvissuta alla Guerra fredda, ha aperto le sue porte ai Paesi vicini a Mosca e nell’aprile 2009 nel piazzale della sede europea sono state issate le bandiere di Albania e Croazia, portando la NATO a 28 Stati membri, evento impensabile durante la stesura degli accordi di Washington.
È l’ex Jugoslavia il teatro delle prime due azioni militari della NATO dalla sua fondazione. Fu ciò che avvenne dal 24 marzo al 10 giugno 1999 a far scalpore: la prima azione militare dell’Alleanza contro uno Stato sovrano con l’operazione “Allied Force”. In quella occasione la NATO scavalcò le Nazioni unite sulla base dell’emergenza umanitaria a Pristina, causata dalla pulizia etnica messa in atto dalla Serbia di Slobodan Milosevic.
La guerra, l’ennesima nei Balcani, modificò il panorama geopolitico, anche se generò ampio consenso e aspre critiche, come quella per cui l’Alleanza atlantica avrebbe scavalcato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite, l’unico organo, sulla carta, preposto dal 1945 a decidere sulle guerre e sugli interventi.
La NATO da euro-atlantica ha adottato uno spirito più “mondiale”, andando ad inglobare anche i Paesi, che erano un tempo i nemici, dell'Est europeo ed uscendo dal “confine” occidentale.
L’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt disse che la nuova Alleanza atlantica si sarebbe dovuta espandere, poiché il pericolo arrivava oltre la “cortina di ferro”, e che si doveva evolvere in quanto “non (c’era) più la minaccia russa e del Patto di Varsavia”. Al tempo stesso doveva mantenere la sua capacità prevista da quell’art. 5 che la caratterizza. superando l’aggressione classica, ma questo avrebbe comportato un aggiornamento della NATO.

Nell'immagine, John Fizgerald Kennedy e Nikita Chrušcev.Nikita Chrušcev

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Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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