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La dittatura militare argentina: ascesa, declino e diritti umani calpestati [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

L’inserimento argentino nella politica dei blocchi e la figura di Juan Domingo Peron.

Per sette anni, dal 1976 al 1983, l’Argentina ha avuto una dittatura militare sanguinaria e violenta che ha suscitato orrore e disprezzo nel mondo a causa della sistematica violazione dei diritti politici e, soprattutto, umani. La Junta (questo era il nome della dittatura) ha portato alla sparizione di oltre 30mila persone invise al governo, i cosiddetti desaparecidos.
Senza dubbio sul Paese ha pesato il fatto di aver subito la suddivisione del Mondo in due blocchi contrapposti: l’Argentina rientrava nei Paesi “terzomondisti”, in altre parole i Paesi non allineati, restando in ogni caso nell’orbita di preferenza americana. Il leader indiscusso del periodo post bellico è stato senza dubbio il colonnello Juan Domingo Peron.
L’Argentina tra il 1946 e il 1955, e dal 1973 al 1974, ha potuto godere della forza politica del peronismo, il movimento politico creato dallo stesso Peron nel 1943, che si poneva come “terza via” tra capitalismo e socialismo, unendo però a sé entrambe le politiche, farcite da ideologie patriottiche, corporativiste, populiste e socialnazionalistiche.
Dalla destituzione di Peron nel 1955 alla rielezione nell’estate 1973, il Paese ha avuto oltre una decina di militari tutti andati al potere con colpi di Stato.
Peron vinse le prime elezioni democratiche argentine del 1973 con oltre il 62% dei consensi, sebbene non prese mai le distanze dall’organizzazione militare Triplo A, che provocò il massacro dell’aeroporto di Ezeiza dove 13 persone morirono ed altre 365 rimasero ferite, proprio il giorno del suo ritorno dall’esilio in Spagna.


24 marzo 1976, militari al potere. L’inizio della “guera sucia”

Il Primo luglio 1974 muore Juan Domingo Peron, ad un anno di distanza dal suo ritorno al potere alla Casa Rosada. Il personaggio politico di riferimento di un’intera Nazione muore forse nel momento peggiore per la Nazione. Al suo posto successe la terza moglie, nonché vicepresidente, Isabel Martinez, la quale continuerà l’opera del marito, anche se non all’altezza di governare un Paese instabile, in crisi e con un pesante clima di violenza interna.
Senza dubbio la persona che la influenzò, in peggio, fu l’allora Ministro del Welfare, José Lopez Rega. Lopez Rega era a capo della Tripla A (Alianza Anticomunista Argentina), un’organizzazione paramilitare neofascista molto influente in Argentina negli anni Settanta grazie agli investimenti che il suo fondatore le girava, invece di destinarli al ministero di propria competenza, allo scopo di portare il Paese in un clima di instabilità politica e civile, dando il là ad un golpe militare.
Triplo A è stata accusata di oltre 400 omicidi di persone appartenenti alla sinistra tra il 1973 e il 1975, mentre nello stesso periodo anche “da sinistra” avvennero minacce ed omicidi per mano dell’”Esercito Rivoluzionario del Popolo” (di matrice trotkista e montonerista), il quale usava la guerriglia urbana in contrapposizione al Triplo A.
Dinnanzi a questo quadro di instabilità e recrudescenza, il golpe militare non poteva che palesarsi, anche perché Isabelita Peron nel 1975 promosse il tenente generale Jorge Rafael Videla ministro degli Interni, rafforzando ancora di più una piega militare nelle “stanze dei bottoni”. Una situazione che ricordava molto la “strategia della tensione” in Italia, solo che dinnanzi a ciò il golpe era pressoché logico: il 24 marzo 1976 la Peron fu destituita e al potere andò la Junta capitanata da tre esponenti delle forze militari argentine, vale a dire lo stesso Videla per l’Esercito, Emilio Eduardo Massera per la Marina, Orlando Ramon Agosti per l’Aeronautica.
I militari evitarono la “dissoluzione naturale del Paese” e si presero ciò che gli spettava, ovvero la funzione di garanti dell’unità e dell’ordine nazionale. Da allora, e fino al 1983, si alterneranno ben quattro “governi” che cercarono di realizzare il “Processo di Riorganizzazione Nazionale”, macchiandosi di efferati delitti politici e portando il Paese all’isolamento internazionale.
Questo “Proceso” fa rima con “guerra sporca”, per i metodi biechi e violenti che lo contraddistinsero. Il generale Videla è stato il vero leader della Junta, primo “Presidente a vita” dell’Argentina e capo di questa fino al 1981, quando fu sostituito da un colpo di stato interno alla stessa Junta per motivi di potere.
Dal quel momento iniziava anche la “guera sucia”, la “guerra sporca”, un conflitto non armato che questi militari intrapresero contro tutti coloro che non erano affini alle politiche governative, subendo sequestri, violenze, torture e morte, poiché considerati nemici del Paese. Studenti, sindacalisti, lavoratori e donne furono colpiti da quest’ondata di violenza ed oltre 30mila di loro persero la vita in circostanze mai del tutto chiare, soprattutto, mai alla luce del sole.
Questa operazione di “pulizia” rientrava, insieme all’alleanza strategica tra i servizi segreti argentini con gli omologhi cileni ed americani (DINA e CIA), nella cosiddetta “operazione Condor”, onde evitare il proliferare di governi di sinistra filo-marxista in un’area, quella Sudamericana, da sempre sotto protezione americana (in base alla “dottrina Monroe”), il cosiddetto “giardino di casa”, per evitare che a tutto il subcontinente toccasse la stessa fine del Cile nel novembre 1970, quando fu eletto Capo dello Stato il socialista Salvador Allende, destituito l’11 settembre 1973 dal golpe del generale Augusto Pinochet, coadiuvato dalla CIA. Esperienze come queste potevano estendersi piano piano anche a tutti gli altri Paesi latini, come accadde con l”effetto domino” asiatico.
Naturalmente, il pericolo comunista era solo uno slogan, poiché il Partito Comunista argentino aveva un peso molto irrilevante e l’unica “sinistra” ufficiale nel Paese era espressa dagli esponenti di sinistra del peronismo stesso.


Sistematica violazione dei diritti umani: “guerra sporca” e i desaparecidos.

Lo stampo intrapreso dai militari argentini fu autoritario, anticomunista, nazionalista, patriottico e rivolto al recupero del tradizionalismo cattolico, tanto da coinvolgere anche alcuni esponenti locali della Chiesa nelle nefandezze di Videla e soci.
Dal punto di vista economico, si sviluppò un forte liberismo che aprì le braccia agli investitori esteri, i quali trovarono in Buenos Aires una gallina dalle uova d’oro da spennare, l’inflazione subì una decisa impennata (tra il marzo 1975 e il marzo 1976 arrivò al 566%), il deficit pubblico in poco tempo aumentò in maniera molto rapida (12% del PIL) e le riserve del Paese andavano esaurendosi. Furono aboliti gli scioperi e gli stipendi furono bloccati.
Dal punto di vista della politica interna si diede una netta forza alla negazione della libertà e dei diritti di tutte quelle persone che potevano creare dei problemi all’ordine del Paese, tanto che incominciò una forte politica repressiva contro studenti ed oppositori politici, nonché le forze d’ispirazione comunista, come i Montoneros ed alcuni peronisti, arrivando allo scioglimento del Parlamento, sminuendo la forza dei partiti politici, imponendo la censura sugli organi di informazione sulla falsa riga del fascismo.
La caratteristica del “Processo” è stata la totale segretezza degli atti di violenza compiuti contro gli oppositori. Il motivo principale era quello di ben figurare all’estero, facendo passare la Giunta come un governo conservatore e non incline alla violenza, perché non si poteva permettere di fare come il Cile del generale Augusto Pinochet, dove gli arresti “a cielo aperto” e gli stadi trasformati in campi di detenzione, gettarono fango sul governo di Pinochet. Una particolarità rispetto al Cile è che il golpe in Argentina avvenne di notte e tutto in silenzio, senza portare i carri armati nelle piazze, bombardare la sede presidenziale o internando gli oppositori negli stadi.
La repressione e la “guerra sporca” portarono alla coniazione di una parola ad hoc per la situazione argentina: desaparecidos, gli scomparsi. Alla fine della dittatura si scoprì, grazie ad una commissione speciale, la “Commissione Nazionale sulla Scomparsa delle Persone”, istituita nel dicembre 1983 e supportata dal rapporto “Mai più” del settembre 1984, che oltre 30mila persone persero la vita durante la dittatura, istituendo il processo contro tutti i militari che si alternarono al potere alla Casa Rosada. Si contarono negli oltre 7890 incartamenti analizzati oltre 2300 omicidi politici e delle restanti 21mila persone non si ha la certezza della loro sorte.
Tutte le persone che anche solo apparvero come eversive furono sequestrate, incarcerate nei luoghi di detenzione (i Centri Clandestini di Detenzione), sottoposti a processi sommari e a torture come ustioni sul corpo, scariche elettriche dopo docce fredde, pestaggi, capovolgimenti a testa in giù e bendaggi per farli crollare psicologicamente, mentre le donne furono picchiate, stuprate mentre quelle in stato interessante furono fatte partorire e i figli “regalati” a famiglie compiacenti e vicine ai militari.
Ma la vera brutalità furono i famigerati “voli della morte”, vale a dire uccidere gli oppositori sedandoli e facendoli salire su aerei speciali e poi gettati in mare legati, morendo sul colpo o per le ferite riportate (si contarono oltre tremila morti di questo tipo). Chi non era gettato in mare, era ucciso e seppellito nella terra in maniera segreta o in fosse comuni o sotto lapidi anonime con inciso “N.N.”.
La segretezza è stato il modus operandi della “guerra sporca”: i registri della polizia non riportavano le informazioni sui rapimenti delle persone, anche se alcuni avvenivano di giorno, e nessuno (compiacente e colluso con il regime) sapeva, quando invece nei CCD avvenivano le torture, e i famigliari erano all’oscuro di tutto ciò.
Il più famoso Centro fu la sede della Scuola di Meccanica dell’Esercito (ESMA) capeggiata dall’ammiraglio Emilio Massera, a Buenos Aires, il più grande centro dove transitarono oltre 5mila persone.
Nata come scuola di formazione degli ufficiali della marina, già dall’insediamento della Junta divenne subito operativo come campo di internamento e cominciò ad ospitare i primi futuri desaparecidos. Tutta questa violenza è stata ripetuta in maniera sistematica e i diritti umani sono stati dissacrati in maniera organica. Dal marzo 2004 l’ESMA è diventato il “luogo della memoria”, in ricordo delle vittime e monito per la cultura dei diritti umani non solo in Argentina, ma anche nel resto del Mondo.
Nel giugno 1978 l’Argentina ospitò l’undicesima edizione dei Campionati del Mondo di calcio, una vetrina mondiale, si rendeva quindi necessario nascondere le brutalità perpetrate dalla Giunta militare. Il regime ci riuscì e la questione desaparecidos per un breve periodo fu accantonata “dal Mondo”, anche perché la Nazionale albiceleste vinse il suo primo titolo e il capitano Daniel Passerella ricevette proprio dalle mani di Videla la Coppa del Mondo, alzandola al cielo. Da ricordare le mancate partecipazioni al Mondiale dei famosi giocatori Johan Cruijff e Paul Breitner, entrambi con simpatie di sinistra, a causa del governo fascista argentino. Per alcuni mesi l’euforia fece dimenticare al Paese la dittatura e i desaparecidos.


Una guerra e finisce tutto: la guerra per le isole Falklands/Malvine.

Nel 1939 l’Asse provocò la Seconda guerra mondiale e la perse. Nel 1982 l’Argentina provocò una guerra e la perse. Come per le forze dell’Asse la guerra significò la fine della dittatura in Italia e Germania, lo stesso avvenne a Buenos Aires portando al ritorno della democrazia.
Nel caso di Germania ed Italia i nemici cui muovere guerra furono “le democrazie plutocratiche e reazionarie d’Occidente”, nel caso dell’Argentina i nemici furono gli inglesi per il possesso delle isole Falklands/Malvines, dal 1833 nelle mani di Sua Maestà, ma spagnole per tradizioni e cultura.
La guerra fu solo la punta dell’iceberg, la dittatura era già indirizzata sul viale del tramonto a causa della pressione dell’opposizione interna per gli abusi sui diritti umani ed il Paese era colpito, da qualche anno, da una crisi economica-sociale a pieno regime e non poteva più reggere l’isolamento internazionale.
La crisi dei Militari iniziò già nel marzo 1981, quando Videla fu destituito da una “golpe interno” alla Giunta e sostituito da Roberto Viola, ma i diritti umani vennero violati anche con il nuovo direttorio Viola-Lambruschini-Graffigna, il quale non cambiò l’approccio alla lotta contro l’opposizione, anzi aumentò il numero di persone “scomode” uccise e fatte sparire. Questa seconda Junta durò solo nove mesi, fu destituita da un’altra triade, la Galtieri-Dozo-Anaya, che portò il Paese a perdere il possesso (presunto) sulle Malvinas, intervallata dall’interim di Carlos Lacoste.
Nel marzo 1982 i militari sapevano di essere alla fine del loro governo e, da buona dittatura, decisero di attuare un colpo di teatro per rialzare l’orgoglio di un Paese ferito. L’occasione fu l’occupazione delle isole Falklands, una serie di isolotti posti a poche centinaia di chilometri dalle coste argentine.
Il 19 marzo uno sparuto numero di militari argentini invase la Georgia del Sud, mentre il 2 aprile il generale Leopoldo Galtieri fece invadere la Falklands all’interno dell’”operazione Rosario” e in poco tempo l’isola fu “argentinizzata”, a partire dal nome della capitale (da Port Stanley a Puerto Argentino). L’invasione venne bocciata anche dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’esercito argentino era dotato di una forza militare importante ma obsoleta, mentre Londra non pensava di affrontare una guerra così distante dall’Europa, ma era troppo forte la voglia di riprendersi queste piccole isole.
Nata come guerra lampo e in pratica vinta, questa fu un boomerang per i Militari, poiché l’Inghilterra non volle perdere il primato sulle isole e mandò nell’Atlantico del Sud una forte task force (100 navi e 20mila uomini) e vinse la guerra a mani basse, ritornando una potenza coloniale, mentre l’Argentina commise un forte errore di sottovalutazione dello sfidante credendo che gli Stati Uniti sarebbero stati neutrali mentre invece appoggiarono il governo Thatcher, ipotizzando di far governare l’isola da un direttorio anglo-argentino.
Per l’Argentina si profilò la fine perché il dissenso interno aumentò e la Giunta di Galtieri il 18 giugno si dimise, Alfredo Saint-Jean assunse l’interim fino alla nomina dell’ultimo dittatore, Reynaldo Bignone, il quale capì che l’epoca dei Militari era terminata e non gli rimase che indire le prime elezioni democratiche il 30 ottobre 1983. Con Galtieri oltre ai 700 militari argentini morti nella guerra delle Falklands, sparirono oltre novemila oppositori.
Bignone, responsabile del “Campito”, un altro campo di detenzione clandestino, decise in compenso di distruggere tutte le documentazioni sui desaparecidos. Il 6 dicembre 1983 la Giunta si dimise ed il 10 successivo Raul Ricardo Alfonsin, vincitore delle elezioni con oltre il 52% dei consensi, si insediò alla Casa Rosada.


Nuove forme di resistenza: le Madri di Piazza di Maggio

Una Nazione consapevole è tenuta anche ad andare contro le scelte governative, in quanto da sempre la gente scende in piazza a manifestare il proprio dissenso.
Se in Spagna e Portogallo il passaggio alla democrazia fu indolore, in Argentina le cose non andarono nella stessa maniera. Già dall’aprile 1977 qualcosa iniziò a muoversi nella piazza del Ministero degli Interni quando un nutrito numero di donne si riunì tutti i giovedì sera marciando intorno alla piazza (la plaza de Mayo) per chiedere spiegazioni al ministero sulla sorte dei propri figli e di cui nessuno sapeva nulla dal giorno della loro scomparsa. Queste erano le “madri di Plaza 5 de Mayo” che in silenzio marciavano con tra le mani la foto del figlio, o con cartelli con il nome dello stesso, indossando un fazzoletto bianco, che diverrà il loro simbolo.
La marcia fu silenziosa, ma faceva rumore. La Giunta decise fin da subito di reprimere questo movimento, intervenendo con la forza, arrestando le donne. Ovviamente alcune di loro fecero la stessa fine dei figli, scomparendo nel nulla.
Le Madri più celebri per le loro battaglie furono Azucena Villaflor, Maria Antokoletz e le suore francesi Alice Domon e Léonie Duquet. Fonti del rapporto “Nunca mas” parlano di oltre 720 madri uccise. A queste donne se ne affiancarono poco dopo altre, le madri delle stesse Madri, le abueles, “le nonne di Piazza di Maggio”, che si affiancarono nella ricerca della verità sulla sorte dei loro cari.
La protesta durerà fino al 1982, poi scoppiò la guerra per il possesso delle isole Malvinas e a partire dal 1983, con il ritorno della democrazia, poterono avere qualche notizia in più sulla sorte dei loro figli. Notizie di morte, ma almeno riuscirono a sapere la sorte ad essi toccata, riuscendo a portare i Generali davanti ad un tribunale a partire dal 1985.


Il ritorno alla democrazia

Ad una dittatura segue un’elezione democratica, cui segue la stesura di una Costituzione, cui seguono una serie di processi contro coloro che hanno governato durante la dittatura.
Il 6 dicembre 1983, come detto, i Militari si fecero da parte e si tennero le elezioni che videro la vittoria del radicale Raul Ricardo Alfonsin, che governerà il Paese fino al 1989. Appena eletto Alfonsin si mosse subito alla ricerca della verità sui desaparecidos, attuando e promuovendo la Comision Nacional sobre la Desaparecion de Personas (CONADEP), facendo rialzare la testa al Paese dopo sette anni oscuri, portando in tribunale i membri della Giunta e controllando i membri dell’esercito per evitare altri colpi di coda.
Si contarono oltre 2mila processi che portarono all’ergastolo gli stessi Videla, Massera, Viola e Bignone per crimini contro l’umanità.
Nel 1990 vennero indultati dal nuovo Presidente, Carlos Menem, ma nel 2010 grazie al Presidente Nestor Kirchner fu tolto questo beneficio e i militari ancora in vita tornarono in carcere.
In particolare Videla confessò di aver causato la morte di quasi 10mila persone, non pentendosi mai e si scoprì che era un sostenitore della loggia massonica segreta “P2”, capeggiata da Licio Gelli e di cui furono invece appartenenti Massera e Lopez Rega.
Il 1983 è da considerarsi davvero come l’”anno 0” della storia dell’Argentina contemporanea.


Bibliografia essenziale

Carlotto M., Le irregolari. Buenos Aires Horror Tour, edizioni E/O, Roma, 1998

Moretti I., I figli di Plaza de Mayo, Sperling&Kupfer, Milano, 2007

Novaro M., La dittatura argentina (1976-1983), Carocci, Roma, 2005

Timerman J., Prigioniero senza nome, cella senza numero, Mondadori, Milano, 1982

Verbinsky V., Il volo. Rivelazioni di un militare pentito sulla fine dei desaparecidos, Feltrinelli, Milano, 1996
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