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I “sanbabilini”...e Milano ebbe paura [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Milano, piazza Duomo, il centro della città meneghina. Un monumento conosciuto in tutto il Mondo. Lasciandosi la struttura religiosa sulla destra, andando dritto, si prosegue per corso Vittorio Emanuele, una delle tante vie dello shopping milanese. Dopo 500 metri, si sbuca in piazza san Babila, piazza che prende il nome dalla chiesa intitolata in ricordo del santo di Antiochia. Salotto buono milanese, è servita da una fermata della metro “rossa” e conosciuta come la piazza chic della città di sant'Ambrogio. Negli anni Ottanta era il centro del movimento dei “paninari”, una sottocultura molto importante nel panorama giovanile italiano dell'epoca.
Negli anni Settanta però “san Babila” era un'altra cosa, era un trincea, un fortino. Dentro al “fortino” c'erano ragazzi poco più che maggiorenni che lottavano contro altri loro coetanei per il controllo del territorio: ragazzi di estrema destra contro ragazzi di estrema sinistra, fascisti contro “antifascisti militanti”, neri contro rossi, occhiali da sole Ray-Ban e stivaletti Barrow's gialli contro eskimo e “Hazel 36”, giovanissimi contro altri giovanissimi, vite spezzate contro altre vite spezzate da entrambe le parti. Fenomeno sociale poco approfondito negli anni, quei ragazzi milanesi di destra avevano un nomignolo curioso che piaceva e non piaceva, “sanbabilini”.
La storia di questo movimento, in auge tra 1967 ed il 1975 (con l'apice a partire dal 1971), è un tassello molto importante per capire non solo la strategia della tensione (1969-1980), ma anche gli “opposti estremismi” e la lotta senza quartiere durante gli anni di piombo.
Piazza san Babila aveva tre significati allora: “difesa” per i neofascisti, “un qualcosa da distruggere” per quelli di sinistra, “paura” per il cittadino milanese lontano dalla lotta politica. Se la lotta politica fra parti diverse ci poteva anche stare, i cittadini milanesi estranei a questa contesa potevano passare dei guai se, transitando dalle parti della “trincea nera”, avevano un abito particolare (sciarpa rossa, capelli lunghi, barba incolta) e potevano essere assaliti con la scusa di essere “di sinistra”, quando ai passeggiatori magari della politica non interessava nulla.
Quelli erano anche gli anni delle ligere e della criminalità milanese dei vari Turatello, Vallanzasca, Ciappina, Epaminonda e tanti altri teppisti che seminavano morte e paura per le strade della città: era possibile che tutt'un tratto anche solo passeggiando si poteva incappare in una rapina o in una sparatoria tra banditi e forze dell'ordine.
Vediamo di capire questo fenomeno “sanbabilini”.

Milano, culla del fascismo e dell'antifascismo
La città di Milano è legata, nel bene e nel male, al fascismo: in piazza san Sepolcro Benito Mussolini, ex direttore de “L'Avanti!” e socialista interventista, creò i Fasci Italiani di Combattimento il 23 marzo 1919, il partito precursore di quello che dal 1921 si chiamerà Partito Nazionale Fascista. Milano è stata la capitale “morale” della Repubblica Sociale Italiana. Milano è stata un baluardo dell'antifascismo, con l'apice nella morte dei quindici partigiani trucidati e lasciati sul posto in piazzale Loreto il 10 agosto 1944, e lo stesso piazzale Loreto è stato teatro dell'esposizione dei cadaveri di Mussolini, della sua amante Clara Petacci e di altri gerarchi fascisti.
Eppure Milano, città premiata per valore militare nonostante le sue giunte “rosse” dal 1946 in avanti, covava al suo interno una forza “nera” tanto forte quanto inattesa. E proprio la capitale economica del Paese è stata teatro della prima strage di quella che divenne la strategia della tensione, la bomba nell'atrio della Banca Nazionale dell'Agricoltura, in piazza Fontana che causò, il 12 dicembre 1969, 17 morti, 88 feriti e una striscia di sangue e paura che si concluse il 2 agosto 1980 (con la bomba alla stazione di Bologna, che causò 85 morti e 200 feriti). Milano era stato teatro della prima morte “politica” in piazza, quella del poliziotto ventiduenne Antonio Annarumma avvenuta il 19 novembre 1969 a seguito degli scontri tra extraparlamentari di sinistra e Movimento studentesco contro le forze dell'ordine; Milano vide la morte di Giuseppe Pinelli a seguito della sua caduta dall'ufficio del commissario Luigi Calabresi il 15 dicembre 1969 (assassinato a sua volta il 17 maggio 1972 da esponenti di Lotta Continua); a Milano si mosse Giangiacomo Feltrinelli; a Milano nacquero le Brigate rosse e altri movimenti armati, come la Volante Rossa, Gruppi Azione Partigiana, il Gruppo XXII Ottobre. E ancora Milano è stata la base del Movimento studentesco, del connubio tra marxismo e alta borghesia; la città del magistrato Luigi Bianchi d'Espinosa e della sua battaglia per mettere al bando il MSI, e la possibilità per i “rossi” di avere un pretesto per fare la guerra ai neofascisti, ma anche la Milano del “rapporto Mazza” del dicembre 1970.
Nelle scuole e nelle università era iniziata in quel periodo (o comunque a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta) una vera e propria “caccia al fascista” da parte di giovani vicini all'estrema sinistra, dai quali venivano stilate liste di proscrizione con i nomi di tutti coloro in odore, o vicini, al Movimento Sociale Italiano o che erano simpatizzanti del neofascismo, militanti o no.
Erano gli anni della “hazel 36”, la chiave inglese usata negli scontri di piazza senza alcun indugio sui rivali “neri”. Ma erano anche gli anni del boom del voto al partito neofascista: 13,9% nelle elezioni amministrative del giugno 1970 e l'8,7 e il 9,2 alla Camera e al Senato delle elezioni politiche del 7 maggio 1972, che portò in parlamento 56 deputati e 26 senatori missini, il risultato massimo raggiunto dal partito neofascista italiano negli anni di quella che fu la cosiddetta “Prima repubblica”.
Ma Milano è stata la culla della “Maggioranza silenziosa” contro tutta la violenza da parte degli extraparlamentari di sinistra che stavano sovvertendo l'ordine in città. Pensata da Luciano Buonocore, Adamo dagli Occhi e Massimo de Carolis (allora segretario regionale del Fronte della Gioventù ed esponenti della DC lombarda) consisteva in un corteo silenzioso lungo il centro cittadino senza bandiere di partito o vessilli, se non il tricolore nazionale. Punti cardine della “Maggioranza silenziosa” erano l'anticomunismo e la difesa dell'ordine, della religione e delle istituzioni. La prima manifestazione della “maggioranza” avvenne l'11 marzo 1971 e portò in piazza oltre 50mila persone. Nonostante il loro anticomunismo, erano dalla parte delle forze di polizia, una cosa che strideva con i “sanbabilini”: secondo i neofascisti di piazza san Babila, i membri della “Maggioranza silenziosa” erano borghesi con il pallino dell'ordine che non volevano la violenza prediligendo di manifestare portando solo un tricolore. E i “sanbabilini” non mancavano mai alle manifestazioni e spesso creavano incidenti portando i “silenziosi” a sciogliere la manifestazione e ad allontanarsi.
Milano era la città dove era impossibile fare politica non solo per i neofascisti, ma anche per chi simpatizzava idee di destra. Perché usare tanta violenza? Semplice, i giovani neofascisti non erano ben visti e dovevano sparire dalla circolazione. Anzi, tornare “nelle fogne”.
Come riconoscere i fascisti a Milano? Dall'abbigliamento e dai loro modi di porsi: se erano vestiti eleganti, indossavano occhiali da sole, jeans a zampa (usati anche dagli altri) e stivali erano fascisti.
Ed i giovani di destra cosa facevano in questo ginepraio di violenza? Ovviamente non stavano a guardare e, se malmenati, rispondevano a tono, ma erano in pochi, rispetto a quanti erano i rivali. Fatto sta che l'unione faceva la forza e molti sabato pomeriggio la città era un continuo suonare di sirene della polizia e di cariche.

Da via Serbelloni a corso Monforte fino a piazza san Babila, i santa sanctorum “neri” milanesi
A partire dal 1967 la Giovane Italia, l'allora movimento giovanile del MSI, aveva una piccola sede al primo piano di un palazzo di corso Monforte al civico 13 a pochi passi da corso Venezia. Il gruppo giovanile del Movimento Sociale Italiano si era trasferito da via Serbelloni, in zona corso Venezia. Erano gli anni della Contestazione, delle lotte e delle manifestazioni politiche e studentesche e delle occupazioni delle fabbriche. Il partito neofascista ebbe un forte incremento di iscritti, ma non capì le necessità dei giovani. E i giovani in quegli anni videro nella bella piazza di san Babila una seconda “sezione” dove trovarsi e discutere.
Gli extraparlamentari di sinistra avevano iniziato una guerra psicologica contro i neofascisti milanesi, fotografandoli per strada o mentre rincasavano oppure schedandoli.
Nel giugno 1970 successe qualcosa di inaspettato: la fusione di Giovane Italia e Raggruppamento in un'unica sigla, il Fronte della Gioventù, con la chiusura della sede di corso Monforte per spostarla in via Burlamacchi, nei pressi di corso Lodi, in Porta Romana. A capo del partito missino a Milano c'era Franco Servello, mentre a capo dei giovani c'era Gianluigi Radice. Il nemico interno di Servello era Nencioni, che puntava sempre di più a diventare il leader della Fiamma milanese, anche se lo stesso Nencioni aveva il timore che dare corda ai giovani poteva rivelarsi controproducente, visto l'andamento della violenza. E questo fu il principale motivo che portò alla chiusura della sede di corso Monforte.
Nel dicembre 1970 a pochi giorni dall'ennesimo scontro fisico tra Movimento studentesco e forze dell'ordine, l'allora Prefetto di Milano Libero Mazza fece pervenire all'allora Ministro degli Interni, Franco Restivo, un rapporto (detto “rapporto Mazza”) in cui descrisse il fatto che nella città di sant'Ambrogio gli extraparlamentari di sinistra erano armati e ben organizzati tanto da creare un ambiente pesante per l'ordine pubblico, con i “rossi” meglio organizzati dei “neri”, rappresentavano un vero problema per la città, visto che si contavano in oltre 20mila soggetti armati. Il “rapporto”, scritto il 22 dicembre 1970 ma pubblicato il 16 aprile 1971, fu aspramente contestato da molti esponenti della sinistra italiana, che accusavano il Prefetto di mistificare la realtà.
San Babila era il fulcro della destra cittadina, anche extraparlamentare. Eppure nella piazza meneghina gravitavano molti personaggi ambigui: dal criminale al tossico in cerca, dai figli di papà ai delinquenti. Non si sono mai esclusi anche informatori. I “sanbabila” spaziavano dai giovani ai “maturi”, dagli studenti medi a quelli universitari, dai lavoratori ai disoccupati, dai ricchi ai poveri.
Giovani violenti, sadici, figli di papà, protetti “dall'alto”, coraggiosi, balordi, ideologizzati e politicizzati, fanatici e generosi verso gli altri camerati.
Il “sanbabilino” medio non condivideva la scelta “doppiopettista” di Almirante e del partito, vicino alle cause governative e lontano parente di quello barricadero di qualche anno prima. Ovviamente molti “sanbabilini” erano antimissini, ma avevano in tasca la tessera e alcuni di loro facevano gli “attacchini” di sera. Insomma, un piede in due staffe e molta ambiguità. Non contava essere vicini al nazismo o al fascismo, al gentilianesimo o al niccianesimo, non contava sapere i testi di Evola e di tanti altri guru “neri”, ma contava agire: meno libri, più mani.
Lo spazio nemico dei “sanbabilini” era la vicina università “Statale”, feudo del Movimento studentesco.
Molti giovani, nonostante la “tessera”, non accettarono il trasferimento della sede giovanile in periferia ma optarono per la piazza di san Babila, non solo perché centrale ma perché vicina alla “Statale”. Una sede all'aperto, esposta a tutti i rischi del caso, un vero fortino da difendere contro i nemici comunisti e dell'estrema sinistra. Eppure i giovani con in tasca la tessera missina erano visti come il fumo negli occhi da parte di molti altri di destra lontani dalla Fiamma, in quanto non capirono che il partito non era più di lotta, ma si era troppo imborghesito e “democristianizzato”.
I giovani neofascisti basavano i loro studi e i loro dibattiti sulle opere di Evola, Rosenberg e Nietzsche e i loro capisaldi erano l'onore, la fedeltà, la lealtà, la gerarchia, l'aristocrazia del sangue.
Molti ragazzi gravitanti intorno a piazza san Babila (oltre il centinaio) erano politici e credevano nell'ideale, ma molti altri, forse spinti dall'adrenalina e dal non essere legati al partito, usarono la piazza come valvola di sfogo di violenze e soprusi.
E molti missini, in difficoltà non solo numerica ma anche di “mezzi”, chiesero spesso l'aiuto “a quelli di san Babila” nell'aiutarli nelle manifestazioni o davanti alle scuole. E loro, consci del fatto di non dover rispondere a nessuno (se non alle loro coscienze) aiutavano i giovani missini, anche se il loro aiuto è stato di mera violenza.
In quegli anni i bar circostanti la piazza divennero i ritrovi alternativi dei “sanbabilini”: dal “Borgogna” al “Pedrinis”, dall'”Harry's” ai “Quattro mori”, locali ora chiusi o che negli anni hanno cambiato gestione e clientela, oppure il “Motta”. I bar frequentati dai “sanbabilini” potevano essere considerati come una sede di partito, ritrovi goliardici ma anche base per pianificare attacchi ai “rossi”.
La chiusura della sezione di corso Monforte fu dovuta al forte legame tra il partito e la base giovanile e i troppi problemi di ordine pubblico fecero capire ai vertici della Fiamma che era ora di cambiare aria. E la cosa, forse peggiore, fu quella di non coinvolgere i giovani militanti “perdendoli” in favore di movimenti extraparlamentari allora molto forti come Avanguardia Nazionale (guidata in città da Mario di Giovanni) o i nazi-maoisti di Organizzazione Lotta di Popolo, con a capo in città Stefano di Luia. Insomma, movimenti più di “azione” che non di “riflessione”.

I “sanbabilini” più noti
Come detto, oltre un centinaio di ragazzi tra i 18 e i 25 anni stazionavano dentro piazza san Babila.
Fra i più noti, saliti all'onore delle cronache, si ricordano Maurizio Murelli, Rodolfo Crovace, Cesare Ferri, Giovanni Ferorelli, Nico Azzi, Giancarlo Rognoni, Giancarlo Esposti, Riccardo Manfredi, Attilio Carelli, Lino Guaglianone, Davide Petrini, Mauro Panzironi, Umberto Vivirito, Alessandro d'Intino, Alessandro Danieletti, Biagio Pitarresi, Angelo Angeli, Vittorio Loi, Fabrizio Zani, Roberto Locatelli e “Franz” de Min.
Il più noto “sanbabilino” è stato senza dubbio Maurizio Murelli. Milanese del 1954, da sempre fascista dichiarato, è stato un'anima di san Babila. Il suo nome salì all'onore delle cronache durante gli scontri con la polizia durante quello che è passato alla storia come il “giovedì nero di Milano” (12 aprile 1973), dove perse la vita il poliziotto Antonio Marino per mano di una bomba lanciata da Vittorio Loi e passatagli dallo stesso Murelli. Attivo in san Babila sin dall'inizio, è stato capace di unire violenza con comizi agli altri camerati, impegnati in una guerra contro il nemico comunista che li schedava, li braccava e li malmenava in una lotta strana che fece tornare Milano indietro di cinquant'anni.
Arrestato dopo il “giovedì nero”, conobbe il carcere per essere stato colui che ha lanciò due delle tre bombe durante gli scontri di piazza del Tricolore. Oggi Murelli è uno scrittore, giornalista ed è a capo della casa editrice di area “Società Editrice Barbarossa”.
Altro nome forte è stato quello di Rodolfo Crovace, detto “Mammarosa”. Di origine pugliese, emigrò da giovanissimo al Nord in cerca di fortuna: la sua “fortuna” è stata quella di essere uno degli animatori di san Babila. Ragazzo gentile, disponibile, generoso e pronto all'azione (violenta), è uno dei simboli della Milano fascista degli anni '70. Già noto alle forze dell'ordine, è stato indagato per tante aggressioni a persone vicine all'estrema destra e per gli scontri davanti al bar “Harris”. Come molti “sanbabilini” venne “abbracciato” della malavita e il 3 luglio 1984 fu ucciso durante uno scontro a fuoco con la polizia nella sua abitazione di via Pastorelli, nei pressi di viale Cassala. Come tanti, divenne uno spacciatore di sostanze stupefacenti.
Braccato dalla polizia, intavolò un selvaggio scontro a fuoco contro la polizia che lo crivellò di colpi.
Bazzicò la piazza nera anche Giancarlo Rognoni, membro di Ordine Nuovo e animatore della rivista “La fenice”. Rognoni era da sempre vicino alle idee di Pino Rauti e si definiva nazista senza se e senza ma. Il suo nome è stato sempre in primo piano nelle stragi e nelle violenze di quegli anni.
Altro pezzo da novanta fu Cesare Ferri. Vicino a Ordine Nero, movimento neofascista accusato di ben dieci attentati dinamitardi. Oggi è un giornalista e ha messo alle stampe un romanzo in cui racconta tutta la vicenda di san Babila. Ferri fu accusato per le bombe delle Squadra d'Azione Mussolini (SAM) e della strage di Brescia del 28 maggio 1974, per cui fu incarcerato ma poi prosciolto e rimborsato per l'ingiusta detenzione. Attivo sia verbalmente che fisicamente, nel suo libro Ferri spiega per filo e per segno cosa è stato il “fenomeno san Babila”, dalla sua gestazione all'uso della violenza come metodo unico contro la violenza rossa. Come dire: picchiare per non essere picchiati e sopravvivere in una città che considerava san Babila un ghetto e una zona da non frequentare. Ma anche un'esperienza fatta di giovani amici “guasconi”, “dannunziani” che mettevano l'amicizia e il rispetto reciproco davanti a tutto, oltre alla solidarietà. Cesare Ferri entrò in carcere il 5 settembre 1974 e ne uscì il 21 giugno 1978 e allora il movimento dei ragazzi di piazza san Babila era ormai un ricordo sbiadito, dovuto al fatto che molti di quei ragazzi si erano “rinsaviti”, erano stati arrestati o erano morti.
Riccardo Manfredi e Gianni Nardi erano due personaggi di spicco della piazza milanese. Prestanti, carismatici, erano molto attivi dal punto di vista “fisico” piuttosto che ideologico. Manfredi era vicino ad Avanguardia Nazionale, mentre Nardi era lontano dal concetto di partito, anche se in gioventù fu membro della Giovane Italia. Manfredi morì il 3 giugno 1978 in una rocambolesca fuga da un treno mentre si recava in tribunale, mentre Nardi, accusato all'inizio anche della morte di Calabresi nei primi momenti per un giro di armi, morì a Maiorca nel 1976 in un incidente stradale “misterioso”. Inoltre Nardi era un militarista e voleva che un giorno i militari prendessero il potere in Italia.
Ma il nome più altisonante di piazza san Babila è stato, senza dubbio, Giancarlo Esposti. Lodigiano del 1949, era stato in passato un paracadutista e aveva un certa conoscenza di tutto ciò che era di tipo militare. Ex membro della Giovane Italia, fu uno dei primi a passare da corso Monforte a piazza san Babila dove divenne uno dei più presenti, nonché uno dei più attivi.
Esposti morì il 30 maggio 1974 a Pian del Rascino, anonima località sugli appennini al confine tra il Reatino e l'Abruzzo, dopo un conflitto a fuoco con i carabinieri. Con lui c'erano Danieletti e d'Intino. L'intenzione del gruppo era quello di arrivare a Roma per il 2 giugno e compiere un atto terroristico durante la parata della Festa nazionale. Non si seppe mai la vera intenzione, ma i fatti di Pian del Rascino, nella fase decadente del “sanbabilismo”, fecero capire ai neofascisti che in Italia non era possibile attuare un golpe di stampo militare. Un identikit di Esposti era nelle mani della polizia bresciana e milanese per la strage di piazza della Loggia, anche se si scoprì che era del tutto estraneo ai fatti. Si disse che qualcuno avesse fermato Esposti nella sua azione terroristica, ma ciò non è stato mai confermato. Il nome di Esposti è legato alle SAM, le Squadra di Azione Mussolini, operanti a Milano tra il 1971 e il 1973 traendo spunto da un gruppo neofascista operante in città nei mesi successivi la Liberazione. Fu un gruppo attivo nell'ambito “bombarolo”, senza però causare né morti né feriti, colpendo obiettivi “nemici” come le sedi di partito della sinistra, scuole, abitazioni di magistrati. Esposti ne fu da sempre considerato la mente ed il braccio esecutore, ma lui smentì sempre le accuse.

Il “giovedì nero”: il non ritorno “sanbabilino”
In un contesto di violenza e di lotte, non poteva che scapparci il morto. Ma il morto non fu né un neofascista e né un “rosso”, ma un poliziotto di 22 anni. Quello fu il punto di non ritorno: via Bellotti (a poche centinaia di metri da corso Venezia), ore 18:30, giovedì 12 aprile 1973. Quel giorno fu definito dai media del tempo come il “giovedì nero di Milano”.
Prima di addentrarci in questo grave fatto di cronaca nera, è da contestualizzare tutto il discorso.
Innanzitutto c'è da iniziare dal partito organizzatore della manifestazione, l'MSI. Il partito neofascista a livello nazionale non stava andando malissimo (per quanto potesse andare bene un partito lontano dall'arco costituzionale e spesso accusato di essere l'erede del disciolto partito fascista) e i risultati a livello locale era apprezzabili, in particolare nell'Italia meridionale. Al nord il partito non riusciva a sfondare e in molte città anche solo i banchetti organizzati erano visti in malo modo dagli avversari e i comizi erano presidiati da molte forze dell'ordine. Figurarsi a Milano che, come abbiamo visto, è stata la città di piazzale Loreto e delle cinque giunte “rosse” dalla Liberazione fino a quei giorni.
Eppure il partito aveva i suoi rappresentanti in consiglio comunale e provinciale, ma era osteggiato da quando Almirante era diventato segretario (il 29 giugno 1969). Il partito cercava di uscire dal “ghetto” e di porsi come partito dell'ordine, tanto da rodere voti alla Dc. Invece il partito era molte volte ambiguo verso alcuni movimenti extraparlamentari, anche se la Fiamma si era da sempre dichiarata contraria ai movimenti eversivi. Molti giovani missini avevano legami, non solo amichevoli, con esponenti di Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e altri movimenti dell'estrema destra eversiva.
Il MSI nel 1973 era in crisi nonostante i tanti tesseramenti del biennio precedente e il boom elettorale. Troppi missini erano coinvolti nelle violenze di strada, troppi missini erano stati arrestati, troppi missini avevano un piede tra la legalità e l'illegalità. E quindi il partito, guidato in città da Franco Servello e da un gruppo dirigente che comprendeva Franco Petronio, Tommaso Staiti e i fratelli La Russa (figli dell'ex deputato Antonino), decise di scendere in piazza in difesa di sé stesso e contro la violenza “rossa”. E per il 12 aprile fu indetto un corteo per il centro con il comizio finale di Francesco Franco, senatore missino leader dei moti di Reggio del luglio 1970 - febbraio 1971.
La scelta di far parlare un movimentista come Franco fece storcere il naso a molti missini: cosa ne sapeva Franco di Milano? Cosa ne sapeva Franco delle difficoltà dei missini di fare politica nella città della Madunina? Cosa serviva un barricadero come Franco in una città con tanti problemi di ordine pubblico (politico)? Eppure Franco piaceva alla base giovanile del partito e non appena seppero che “Ciccio” Franco avrebbe parlato fece salire loro l'adrenalina e sarebbe stato necessario partecipare in massa.
La questura milanese concordò con i vertici milanesi del partito il tragitto del percorso e dove far tenere il comizio, in piazza Tricolore: siamo al 27 marzo. Ma la violenza era tanta e l'ordine pubblico era in pericolo: il 10 viene modificato il percorso per poi decidere di fare solo il comizio ma alle ore 12 del 12 aprile la questura annullò tutto. L'allora prefetto Mazza, a cinque ore scarse dal comizio, decise di sospendere tutto, con Servello molto arrabbiato per il “bidone” all'ultimo minuto. L'ordine era che fino al 25 aprile (una data a caso?), in città non dovevano tenersi manifestazioni e comizi.
Dove nasce tutta questa “paura” per una manifestazione di un partito? C'è da tornare indietro al 18 settembre 1972 quando ci fu l'assalto “rosso” a san Babila, con i ragazzi neofascisti che riuscirono a far arretrare il “nemico”. Il 23 gennaio 1973 durante degli scontri morì il giovane militante di sinistra Roberto Franceschi, di 20 anni. E sabato 3 febbraio ci fu l'assalto a san Babila dopo il funerale di Franceschi. Migliaia di extraparlamentari di sinistra si recarono nella trincea nera per far pagare ai neofascisti la morte del giovane militante. Nel frattempo alcuni “sanbabilini”, per premunirsi contro la violenza, riuscirono ad entrare in possesso di molte pistole e il pomeriggio del 3 febbraio per la prima volta i “neri” spararono in piazza.
Il 7 aprile 1973 però successe un qualcosa di molto importante, che fece capire che i neofascisti facevano sul serio: alle ore 12:30 nella toilette di un vagone del treno “DD603” partito da Torino e diretto a Roma esplose un ordigno esplosivo. Non ci furono morti e feriti, se non il solo Domenico Azzi detto “Nico”. Azzi, “sanbabilino” del 1951, salì sul treno a Genova e per molti minuti andò avanti e indietro tra gli scompartimenti mettendo in bella vista una copia del quotidiano “Lotta continua”, voce del noto movimento extraparlamentare i cui vertici erano stati arrestati per la morte del commissario Calabresi. Azzi, ferito (e menomato tutta la vita), fu arrestato a Santa Margherita Ligure. Il 9 aprile disse che aveva fatto tutto da solo, mentre il 16 disse che la mente dell'attentato era “La Fenice” e che Mauro Marzorati lo aiutò nella preparazione dell'ordigno.
L'altro “sanbabilino” fu arrestato il 17 e due giorni dopo parlò, arrivando a dire, il 26, che tutto era stato fatto per incolpare la sinistra.
Il messaggio era chiaro: i fascisti volevano fare in modo che la colpa della strategia della tensione fosse da far ricadere sull'estrema sinistra creando scompiglio nel paese.
Tornando al 12 aprile, la macchina organizzativa era già in azione visto che il giorno prima, onde evitare problemi con gli avversari politici, Gianluigi Radice e Mario de Andreis, si recarono in piazza san Babila per arruolare più persone possibili per l'ordine pubblico del giorno dopo: si pensava potessero partecipare tantissimi “sanbabilini”.
Alle ore 12 la situazione era questa: il MSI e il Fronte della Gioventù erano in piazza Tricolore con Franco, mentre ai bastioni di Porta Venezia stazionavano gli extraparlamentari e i “sanbabilini”. Iniziò la guerriglia urbana.
Alle 14 esplose la prima bomba in piazza Tricolore, che distrusse un'edicola ma a parte due feriti (tra cui un poliziotto), non causò danni.
Per almeno quattro ore il centro fu messo a ferro e fuoco dai neofascisti, che irruppero in circoli e associazioni di sinistra, cercando lo scontro fisico con chiunque capitasse loro a tiro. L'aria era irrespirabile per colpa dei lacrimogeni delle forze dell'ordine, le strade erano piene di cocci di qualsiasi tipo.
Alle 18:10 si sentì un altro botto e venti minuti dopo un altro. E proprio l'ultimo fu il più grave. Le bombe esplosero in via Bellotti.
L'ultimo ordigno colpì due agenti, uno si alzò stordito mentre l'altro aveva uno squarcio al petto ed il volto sfigurato. Il poliziotto si chiamava Antonio Marino, aveva 22 anni e faceva parte della II compagnia del 3° reparto Celere. Chi aveva lanciato le tre bombe e soprattutto, chi aveva lanciato la bomba mortale? La polizia, arrabbiata per la morte del collega, alzò la repressione e a fine giornata si contarono 64 neofascisti arrestati, altri 9 manifestanti feriti e 26 tra le forze dell'ordine. Per la prima volta i neofascisti avevano sparato contro le forze dell'ordine.
Il Partito capì la gravità dei fatti, si dissociò subito dalla violenza e mise una taglia di 5 milioni di lire (37mila euro attuali) a chi avrebbe consegnato i delinquenti alla giustizia. La decisione di pagare chi scovasse i responsabili non fu considerata astuta, ma i vertici del partito decisero in quel modo per tutelarsi e per far capire che il partito con la violenza, e con l'omicidio, non c'entrava nulla mettere la taglia da parte del partito aveva un significato solo, scaricare una volta per tutti i “sanbabilini”.
Sabato 14 aprile vengono arrestati Maurizio Murelli e Vittorio Loi, figlio del celebre pugile Duilio. L'organo della Fiamma, “Il Secolo d'Italia”, mise la notizia in prima pagina specificando che gli arrestati non erano iscritti al partito. Loi era stato vicino ai tempi alla Giovane Italia, mentre Murelli era iscritto al MSI anche se ne era uscito l'anno precedente. Tra le voci che (come sempre) corrono in quei frangenti si disse che i due “bombaroli” erano di AN e di ON, ma i dirigenti dei due partiti extraparlamentari, per tutelare i loro movimenti, smentirono che i due giovani gravitassero o avessero gravitato tra le loro fila.
La somma venne incassata da Radice, coordinatore del Fronte, che disse che a lanciare le bombe erano stati Murelli e Loi. Il 14 Loi fu incarcerato e due giorni dopo Murelli, nel frattempo riparato a Firenze, fu fermato nei pressi della stazione di santa Maria Novella.
I media nazionali fecero un grande clamore dei fatti di via Bellotti e si chiese la messa al bando del MSI. Il partito nato nel 1946 visse momenti tragici e i vertici temevano che la “legge Scelba” avrebbe posto fine al partito.
Ma “in favore” della Fiamma arrivò il rogo di Primavalle: il 18 aprile 1973 venne bruciata la casa-sezione del MSI di quella zona nord-ovest di Roma. L'incendio fu doloso e perirono i due figli del locale segretario missino, arsi vivi, Virgilio e Stefano Mattei, di 22 e 8 anni. L'eco fu molto imponente e il partito passò in men che non si dica da “carnefice” a vittima.
Il 10 aprile 1975 si aprì il processo contro i responsabili della morte di Antonio Marino. Gli imputati furono ben 41, ma Murelli e Loi avevano l'accusa più grave: omicidio aggravato. Con Loi accusato anche di aver calunniato il tenente colonnello Santoro di averlo istigato alla confessione.
Furono accusati di detenzione e porto di bombe Nico Azzi, Davide Petrini, Ferdinando Alberti e Ferdinando Laggiano. Tra gli imputati mancarono Francesco Servello e Franco Petronio, indiziati di radunata sediziosa e resistenza aggravata a pubblico ufficiale e indicati come promotori della manifestazione del 12 aprile, la cui posizione fu stralciata, in attesa che la Camera dei deputati concedesse l'autorizzazione a procedere. Invano, nel corso del processo, si tentò di appurare la provenienza delle bombe, al fine di comprendere chi possa avere avuto interesse a far degenerare la manifestazione del 12 aprile. Le bombe SCRM furono date da Azzi a Petrini che le nascose nei pressi di un traliccio in via Salvanesco, nella periferia a sud di Milano, e poi date a Murelli come “custode”. Murelli ammise i lanci delle bombe in quanto non pensava che potessero essere così distruttive. Le bombe SCRM erano bombe a mano usate per le esercitazioni e non avevano un effetto mortale se non di stordimento, ma qualcosa quel 12 aprile 1973 andò storto. Le indagini portarono alla luce che nulla fu fatto per caso, ma tutto era stato pianificato a modo.
Il 27 maggio 1975 la Corte di Assise di Milano pronunciò la sentenza e condannò gli allora “sanbabilini” alla sbarra: Murelli, Loi, Azzi, Marzorati, Locatelli e Ferri. I neofascisti (di cui tre con indosso gli occhiali da sole) si alzarono, fecero il saluto romano e urlarono “Sieg Heil”, lo slogan nazista per antonomasia.
Le sentenze furono molto dure: 23 anni a Loi accusato della morte di Marino, 20 a Murelli, 3 a Azzi come fornitore delle bombe. In appello, due anni dopo, le condanne furono più lievi: 19 a Loi, 18 a Murelli, 2 a Azzi. Loi confessò di aver lanciato la bomba assassina e fu “graziato”.
Il 26 maggio 1978 vennero assolti perché estranei ai fatti Servello e Petronio: furono sentiti più tardi in quanto la Camera fu lenta nell'autorizzare a procedere contro i due deputati.
Il terribile 1973 di Milano vide una seconda strage, quella della Questura del 17 maggio: ad un anno dalla morte di Calabresi, la questura milanese decise di ricordare il commissario con l'apposizione di un busto e con un comizio dell'allora ministro degli Interni democristiano Mariano Rumor. A lanciare l'ennesima bomba fa Gianfranco Bertoli, un anarchico vicino sia all'estrema destra che all'estrema sinistra, e per un errore di traiettoria la bomba non colpì Rumor ma la gente intorno alla questura. Tre agenti morirono insieme a un passante. Bertoli, arrestato poco dopo, disse che la bomba era di origine israeliana e che l'aveva rubata in un arsenale militare. Fu condannato all'ergastolo, i mandanti furono gli ordinovisti Maggi e Neami che volevano colpire Rumor fin da quando decise, da Presidente del Consiglio, indagare meglio contro i neofascisti, accusati di essere autori e mandanti della strage di piazza Fontana.

Il declino e la fine dei “sanbabilini”
I fatti del “giovedì nero” portarono al declino del fenomeno “sanbabilino”: la politica attiva stava lasciando spazio alla criminalità. Se i “rossi” usavano mani, coltelli, spranghe e “Hazel 36”, i “neri” usavano bombe e armi e la sfida divenne impari.
Nel 1974 nacque Ordine Nero, una sigla terrorista neofascista autrice di molti attentanti dinamitardi, che però non causarono morti. Il movimento era nato tra il 28 febbraio e il 2 marzo 1974 in un hotel di Cattolica e si divideva in tre aree territoriali: la milanese (guidata da Ferri, Esposti, Zani, di Giovanni), la toscana (Augusto Cauchi) e la abruzzo-marchigiana, guidata da Luciano Benardelli.
Ordine Nero legato ai “sanbabilini”? Si, visto che tutte le persone arrestate erano tutte transitate, o facevano parte, della piazza nera milanese. Anzi, Ordine Nero è da considerare l'evoluzione delle SAM. Su Ordine Nero si disse di tutto: nato per volontà dei servizi segreti o essere l' evoluzione del disciolto Ordine Nuovo. Ordine Nero compì atti dinamitardi contro le sedi del “potere”: non più sedi di partito di sinistra o lapidi partigiane, ma sedi di giornali (Corriere della Sera), scuole (il liceo scientifico Vittorio Veneto di Milano), sedi di industrie (la Chiari&Forti di Bologna che faceva olio adulterato), tribunali ed esattorie.
Come si pensa sia stata di matrice sanbabilina la seconda strage, in ordine di tempo, della strategia della tensione, la strage di piazza della Loggia, del 28 maggio 1974: una bomba piazzata in un cestino dei rifiuti ai margini della centrale piazza bresciana scoppiò alle ore 10:12, causando otto morti e 102 feriti. Nel frattempo si stava tenendo una manifestazione antifascista da parte di sindacati e associazioni contro il dilagare della violenza squadristica nella città “leonessa d'Italia”.
Un'altra cosa era certa: i “sanbabilini” erano legati anche al Movimento di Azione Rivoluzionaria (MAR) di Carlo Fumagalli, il partigiano bianco “Jordan”, anche lui intenzionato a fare un golpe per dare una guida autoritaria al Paese. Fumagalli, di professione meccanico, disse che avrebbe fornito armi e strutture per il golpe, ma il tentativo fallì. Fumagalli, oltre ai “neri”, aveva anche stretto accordi con alcuni militari, ma se il suo vice- Orlando vedeva di buon occhio un legame con parte delle forze amate e vedeva come il fumo negli occhi l'assoldo dei “sanbabilini”.
A partire dal 1975 cambiarono i luoghi e gli interpreti: Milano e il Veneto lasciarono il passo a Roma, che divenne la nuova capitale del neofascismo italiano, con i protagonisti che divennero giovani per nulla legati al vecchio passato nostalgico, lontani dai partiti e senza una vera e propria ideologia, se non quella dell'uso della violenza di strada e con l'obiettivo di colpire anche le forze di polizia, diventate in quegli anni un nemico al pari degli extraparlamentari.
La divaricazione avvenne il 28 febbraio 1975 con la morte dello studente greco di stanza a Roma, Mikis Mantakas, di 22 anni, ucciso durante gli scontri nei pressi di palazzo di Giustizia dove erano alla sbarra gli imputati del rogo di Primavalle. Dopo la pausa del processo, la sinistra parlamentare si spostò dal tribunale alla zona Prati, cercando di colpire la locale sede missina di via Ottaviano. Alvaro Lojacono, vicino a Potere Operaio, estrasse una pistola e uccise il giovane studente greco. Lojacono dopo l'omicidio scappò all'estero e tornò in Italia cinque anni dopo.
Ma anche a Milano ci scappò un altro morto: Sergio Ramelli, il 29 aprile 1975. Missino, aveva diciannove anni quando fu braccato da alcuni giovani di sinistra nei pressi della sua abitazione di via Paladini, zona Lambrate. Subì un gravissimo trauma cranico a seguito dei colpi infertigli da esponenti di Avanguardia operaia con le chiavi inglesi. Morì in ospedale dopo 48 giorni di coma. Ramelli era stato schedato in quanto fascista e in quanto in un tema aveva scritto parole di fuoco contro il terrorismo rosso. La morte di Ramelli fece ancora di più salire il tono dello scontro a Milano contro la sinistra.
Il 16 aprile, ancora a Milano, venne ucciso Claudio Varalli, diciottenne studente aderente al Movimento studentesco. Il clima milanese era infuocato, tanto che le sinistre scesero in piazza per manifestare contro il fascismo dilagante in città. La città era in mano alla violenza più cupa: da una parte si assaltarono i locali di sinistra e dall'altra si volle mettere in prigione tutti i neofascisti. Quel giorno si tenne un corteo della sinistra extraparlamentare, Lotta Continua a Avanguardia Operaia. Un pezzo di corteo si staccò e si fiondò su alcuni ragazzi del MSI lì vicino intenti a fare gli attacchini in favore di Ramelli. Ne scaturì una grande colluttazione e il 21enne avanguardista Antonio Braggion, in difficoltà, si nascose in macchina e tirò fuori una pistola. Il giovane missino sparò in faccia ad uno degli aggressori, Claudio Varalli. Morì poco dopo il suo arrivo all'ospedale.
Il 17 aprile, di mattina, ci scappò un altro morto a Milano: a cadere fu il 28enne Giannino Zibecchi. Non fu colpito da nessun colpo o a seguito di una colluttazione, ma investito da una camionetta della polizia della caserma di via Lamarmora chiamata in rinforzo a dei colleghi nei pressi della sede missina di via Mancini dove c'erano stati degli scontri contro la polizia in “antisommossa”. La camionetta, in corso XXII Marzo, andò a forte velocità, sbandò, salì sul marciapiede e travolse Zibecchi.
Milano in due giorni vide la morte di due giovani ragazzi, a ridosso dei festeggiamenti per i trent'anni della Liberazione.
Il momento che segnò un solco tra passato e (allora) presente neofascista fu la strage di Acca Larentia, nella zona Tuscolano di Roma, quando il 7 gennaio 1978, davanti alla locale sezione missina, un commando di extraparlamentari rossi fece fuoco contro dei giovani missini fuori dalla sezione. Morirono due giovani sul colpo (Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta), mentre negli scontri della sera cadde un terzo neofascista, Stefano Recchioni. Le vittime avevano, rispettivamente, 20, 18 e 19 anni. La strage del Tuscolano fu il punto di non ritorno dei “neri” romani: da allora nacquero i NAR, TP e il 2 agosto 1980 ci fu la strage di Bologna. Ma con la bomba in piazza delle Medaglie d'oro il movimento di San Babila era già morto e sepolto da almeno cinque anni.
Il 22 maggio 1975 il governo Moro approvò la legge 152 detta “legge Reale”, dal nome del promotore, il repubblicano Oronzo Reale allora ministro di Grazia e Giustizia. Il Paese aveva paura, gli “anni di piombo” stavano entrando nella loro fase calda, caldissima. La legge fu molto restrittiva contro la paura del terrorismo dilagante (fu abrogata solo nel 1989) e la forze di polizia poterono estendere il ricorso alla custodia preventiva anche in assenza di flagranza di reato, permettendo un fermo preventivo anche di 96 ore, contro le 48 allora vigenti.
Ma Milano fu ancora teatro di violenze e di morti: il 27 aprile 1976 venne aggredito lo studente di sinistro Gaetano Amoroso che morì tre giorni dopo. Come vendetta per l'aggressione (ma non per la morte), i Comitati Comunisti Rivoluzionari, elementi riconducibili a Prima linea, due giorni dopo uccisero al semaforo di viale Lombardia, il consigliere provinciale missino Enrico Pedenovi, colpito con colpi di pistola in macchina al semaforo: Milano era caduta in un turbine senza ritorno e la luce fuori dal tunnel sembrava lontanissima.
Nel 1977 si entrò nell'anno più caldo. L'emblema di quell'anno fu l'immagine del ragazzo che, con indosso un passamontagna, spara ad altezza d'uomo in mezzo a via Carducci, nei pressi dell'Università Cattolica.
Ma proprio nel 1977 il movimento sanbabilino era praticamente disciolto: molti erano in carcere, molti capirono di aver fatto cose brutte e si staccarono in tempo, altri invece avevano perso la vita. E molti “sanbabilini” finirono nel giro della malavita organizzata e morirono. “Malavita organizzata”, punto di riferimento di molti “sanbabilini” anche durante gli anni d'oro della piazza milanese, questo va precisato.
Ma stava cambiando anche il Mondo: i tre regimi fascisti allora vigenti in Europa erano al collasso ed il 25 aprile 1974 (Portogallo), il 24 luglio 1974 (Grecia) e il 20 novembre 1975 (Spagna) terminarono la loro esperienza per fare posto dopo anni alla democrazia; il 9 agosto 1974 Richard Nixon si dimise da Presidente degli Usa per colpa della “scandalo Watergate”, la guerra del Viet Nam vide il ritiro americano il 27 gennaio 1973 (con gli accordi di pace di Parigi) ed il 30 aprile 1975 Saigon cadde in mano Viet Cong; il 12-13 maggio 1974 si tenne il referendum abrogativo sul divorzio, con la schiacciante vittoria del “No”.

Cosa rimane oggi della san Babila anni '70
Se Giancarlo de Cataldo nel parlare della banda della Magliana scrisse “Romanzo criminale”, nessuno hai mai scritto un best seller sulle vicende dei neofascisti milanesi di piazza san Babila. E di materiale per scrivere un romanzo o girare un film o una serie televisiva ci sarebbe, eccome.
Ha senso parlare oggi dei fatti di san Babila? Ovviamente si, perché le vicende della piazza nera milanese sono state uno spaccato di un'Italia che ora non c'è più. I ragazzi d'oggi, milanesi e no, conoscono a mena dito le vicende del “Libanese”, del “Freddo” e del commissario Scialoja oppure dalla famiglia Savastano, di Ciro di Marzio e di Salvatore Conte, mentre non conoscono nulla degli anni “sanbabilini” e dei suoi protagonisti.
Per la difesa di una piazza e di un'ideologia molti diedero via i migliori anni della loro vita, tra risse, battaglie, menomazioni, carcere e morte. Non si tratta di riabilitarli, ma di far sapere che bisogna sempre lottare per un qualcosa cui si tiene e si crede, anche se magari è sulla parte “sbagliata”. Gli anni Duemiladieci non sono come gli anni Settanta e molti non capiscono il significato di ciò che furono i Settanta.
Se i primi “sanbabilini” potevano essere visti come giovani amanti della politica e dell'azione fine a sé stessa, tutto ciò che avvenne dopo le 18:30 del 12 aprile 1973 fece cadere la piazza meneghina in un (come detto) baratro senza via di uscita: la violenza e la cattiveria erano l'alimento principale della piazza meneghina, tanto che alcuni “sanbabilini”, oltre a molti fatti di cronaca nera, furono indagati anche per lo stupro nei confronti di Franca Rame il 9 marzo 1973.
San Babila è stato un coacervo di persone, un via-vai di uomini e donne continuo con un unico obiettivo: la difesa del fortino. Essendo posizionata a pochi passa dalla “Statale”, molti avevano paura che i rossi potessero invadere la piazza e di usurpare loro il feudo. Per questa ragione, molti di loro a partire dal 1971 si presentarono armati, non solo alle manifestazioni e a comizi, ma anche quando si ritrovavano in piazza san Babila per un semplice incontro o per uscire insieme.
San Babila aveva anche una disciplina per i neofascisti: comportarsi sempre bene, non tradire gli amici, non fare i delatori, non cadere in comportamenti grotteschi ed essere il più possibile retti e vicini agli amici in difficoltà, con la pena di essere emarginati dal gruppo.
Tra i “sanbabilini” era in vigore un certo codice cameratesco di solidarietà ed ogni momento era buono non solo per fare politica, ma anche per trovarsi insieme e trascorrere le serate andando anche fuori a cena o a bere qualcosa in qualche locale, non necessariamente “d'area”. Ovviamente la piazza nera era eterogenea: dai giovani con idee politiche ai classici “cani sciolti”, da fuori usciti della Giovane Italia e del Fronte della Gioventù a fomentatori, a futuri delinquenti. Tutti cresciuti con il mito della piazza nera.
Camminando ora in san Babila non rimane nulla di quel periodo e quando si entra nella piazza, in questi ultimi anni, riqualificata e diventata ancora più bella di prima, sembra strano che quarant'anni fa quello spazio facesse così paura. Ma erano anni paurosi quegli anni Settanta.
E chi, non si sa per quale motivo, li rimpiange dovrebbe capire di più la situazione che si viveva allora. Partendo proprio dalla tragedia dei giovani neofascisti di piazza san Babila, la piazza nera fortino.

Nell'immagine, Piazza San Babila a Milano negli anni '70.


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Armati C., Italia criminale. Dalla banda della Magliana a Felice Maniero e la mala del Brenta, Newton Compton, Roma, 2013
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Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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