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Dalla svolta di Fiuggi a oggi: diciannove anni di post-MSI [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Sorpassare “Salò” per abbracciare il conservatorismo. La necessità di cambiare strada

Era il 27 gennaio 1995. Quel giorno in una città del Frusinate celebre per le sue terme e le sue acque minerali, Fiuggi, si scrisse una pagina molto importante nella storia dei partiti politici italiani: si scioglieva dopo quarantotto anni il Movimento Sociale Italiano e nasceva Alleanza Nazionale. Il partito della Fiamma è stato il partito di coloro che, a partire dal 26 dicembre 1946, sono scesi in politica portando avanti le istanze politiche degli eredi della Repubblica Sociale Italiana, i “vinti” della Seconda guerra mondiale, i fascisti.
Lo scioglimento del partito arrivò dopo un percorso molto difficile e caustico in cui si pensava di rifondare l’ideale della destra italiana che non poteva più essere erede di una destra “di quel tipo”, avvicinandosi alle altre destre europee democratiche, conservatrici, europeiste e non antisistema come il partito guidato negli ultimi diciannove anni da Giorgio Almirante. Gli anni Novanta, inoltre, furono lo “spartiacque” della politica italiana: cambiarono la legge elettorale, i partiti politici allora presenti in Parlamento, finirono le vecchie ideologie e finì il loro essere “di massa”. Ed il MSI per sopravvivere doveva cambiare lui stesso, dal nome all'ideologia.
Un prima idea di “nuova destra” il Movimento Sociale Italiano la sviluppò per le elezioni politiche del maggio 1972 (8.67% alla Camera ed il 9.19% al Senato per un totale di 78 parlamentari) che spinsero il management missino a fare il passo di qualità. E per fare ciò il partito si unì al PDIUM di Alfredo Covelli, portando alla nascita del “MSI-Destra Nazionale”. Ma già nel 1976 con la nascita di “Democrazia nazionale”, e la sua deludente esperienza, si capì che il momento non era ancora del tutto maturo, ma la volontà c'era.
Da quel momento la storia della destra italiana, inesistente se non nel piccolo Partito liberale, cambiò radicalmente. Ecco i passi fondamentali a partire dagli anni Ottanta.


Anni Ottanta: la morte di Giorgio Almirante e la sfida Fini – Rauti

Gli anni Ottanta videro Almirante e soci “in trincea” su alcune politiche che negli anni a venire sarebbero state prese in considerazione: la formazione di un esercito non più di leva ma composto da soli professionisti, un benefit mensile per le casalinghe ed una riforma dello Stato. Il segretario missino incominciò a parlare di un cambiamento del sistema politico nazionale che doveva abbandonare il “bicameralismo rigido” in favore di una nuova Repubblica di stampo presidenziale, con il Capo dello Stato eletto dai cittadini, come avveniva (ed avviene tuttora) nella V Repubblica francese. Inoltre le Camere sarebbero dovute essere sostituite da una Camera eletta dal popolo ed una nominata tra i rappresentanti dei lavoratori, delle arti, dei mestieri e della cultura: un “Consiglio nazionale delle corporazioni” ex post, quindi. Ed il numero di parlamentari avrebbe dovuto diminuire sensibilmente.
Proprio quest’ultima idea ha suscitato l’interesse politico, vedendo per la prima volta l’avvicinamento tra il movimento missino ed un partito di governo, il Partito Socialista Italiano guidato da Bettino Craxi. Il biennio 1983-1985 vide proprio un innamoramento verso il leader socialista, soprattutto per quanto concernette la gestione della “crisi di Sigonella”, dove Craxi si mise di traverso nella gestione del caso dell’”Achille Lauro”, impedendo agli Stati Uniti di aver la giurisdizione sulla sorte dei terroristi che sequestrarono la nave, poichè il fatto successe in acque territoriali italiane. Per la prima volta la “piccola Italia” fece la voce grossa con l’amico americano e per i missini questo fu un gesto strepitoso. Oltre a questo, Craxi si spinse oltre: il politico milanese parlò di superamento dell’arco istituzionale (l’unione dei partiti che scrissero la costituzione repubblicana) in quanto un partito che aveva rappresentanza parlamentare era giusto che venisse almeno convocato nelle consultazioni governative.
Nel 1986 Almirante, in occasione del quarantennale del partito, lanciò un monito ancora in favore del fascismo, dicendo che era ancora vivo in loro: alle elezioni politiche del 1987 il partito perse un punto percentuale rispetto alla precedente tornata elettorale, ottenendo il 5.9%. Ma Almirante incominciò ad avere i primi problemi di salute ed iniziò a pensare alla sua successione.
Tra il 10 e il 14 dicembre 1987 a Sorrento ci fu il congresso del “passaggio di consegna” del partito a Gianfranco Fini, leader del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento sociale, e considerato suo erede designato, il suo “delfino”.
Il congresso vide sfidarsi per la “poltrona” di leader il giovane Fini e il vecchio capo della “sinistra” Pino Rauti, insieme agli altri due candidati Servello e Mennitti. Al primo turno il trentacinquenne bolognese ottenne 532 voti, mentre l’ex leader di Ordine Nuovo ne ottenne 441. Alla “finalissima”, Fini prese 727 voti, Rauti 608. A Fini successe alla guida del “Fronte” Gianni Alemanno, giovane militante barese trapiantato a Roma ed esponente della “destra sociale” (Alemanno rimase in carica fino al 1991. Successivamente diventerà un notabile di Alleanza Nazionale, entrando prima nel Consiglio regionale del Lazio, poi dal 1996 al 2013 deputato, nonchè Ministro dell'Agricoltura nel 201 e dal maggio 2008 all'aprile 2013 a sindaco di Roma. Alemanno era genero di Pino Rauti).
Il maggio del 1988 per il MSI è il mese del lutto: muoiono a distanza di un giorno Pino Romualdi (il 21) e Giorgio Almirante (il 22). In accordo con le famiglie, le esequie furono congiunte e si tennero il 24 maggio presso la chiesa di sant'Agnese, in piazza Navona, a Roma. Vi parteciparono migliaia di persone ed i funerali furono trasmessi in diretta televisiva.
Fini si trovò a 37 anni a guidare un partito da solo, senza “appoggi” esterni e questo non fece che indebolirlo contro le forze interne che erano a lui avverse. Le elezioni europee del giugno 1989 videro un altro arretramento del MSI, ottenendo ora il 5.5%. Il nuovo non stava raccogliendo i frutti sperati.
Nel 1990 però Fini dovette passare la mano a Pino Rauti: il brutto passaggio elettorale delle Europee del 1989 (5.5%) portò Fini a lasciare il posto e Rauti a Rimini, nel 1990, divenne il segretario dell'MSI a 64 anni. Con il leader della “sinistra” il partito si spostò su ideali anticapitalisti, antidemoliberali, antiOccidentali ed americani, nonché filoarabi e terzomondisti.
Ma due eventi del 1990-1991 cambiano le sorti della segreteria Rauti: un’assemblea sindacale a Pomigliano d’Arco che vide presente solo la CISNAL ed assenti i tre sindacati maggiori che non videro il partito però particolarmente attivo e, soprattutto, lo scoppio della guerra del Golfo, che spaccò il partito, in quanto il MSI non appoggiò Saddam Hussein. Questo evento invece avrebbe dovuto vedere il partito di Rauti dare appoggio morale ad un Paese terzomondista contro il nemico americano, ma il
leader missino fece l’opposto, dando supporto agli USA e ai suoi alleati. La base si arrabbiò e venne convocato un ennesimo congresso. Alcune scelte “sinistrorse” non furono ben viste dal partito e anche grazie ad un infortunio del segretario, nel 1991 i finiani tornarono nella direzione del partito e Fini tornò in sella.
La segreteria Rauti durò solo un anno, che coincise anche con il peggior risultato elettorale della storia del MSI: alle elezioni regionali del 1990 toccò il 4%, portando la Fiamma quasi ai risultati di cinquant’anni prima: Fini rivinse la segreteria.
Questa di Fini sarà l’ultima segreteria del Partito, ma sarà anche quella della svolta: il 1992 sarà l’anno di “Tangentopoli”, dell’apice della violenza della mafia e Fini pose il partito come baluardo della legalità (non essendo stato toccato dalle indagini del Pool di Milano), dell’anticomunismo, punto di riferimento contro la criminalità organizzata e la lotta alla partitocrazia.
La seconda segreteria di Fini si differenzia da quella rautiana ponendosi come “di destra”, conservatrice, nazionalista ed aperta ad ampi settori della società civile. Nel 1992 però Fini è ancora un convinto fascista, organizzando la ricorrenza dei 70 anni della “marcia su Roma”, suscitando malumore nel Paese e nei partiti allora al Governo.
E' il 1993 per il MSI l’anno decisivo.


Fini candidato sindaco di Roma e lo “sdoganamento” da parte di Silvio Berlusconi

Fini candidato sindaco di Roma e lo “sdoganamento” da parte di Silvio Berlusconi Nell’autunno 1993 si tennero le elezioni amministrative in diverse città italiane, tra cui Roma. Ci fu una novità, perchè si votava direttamente per il sindaco e andavano al ballottaggio, in caso di mancata maggioranza assoluta di voti al primo turno, i due candidati che al primo turno avevano ottenuto la maggioranza relativa.
Decise di candidarsi alla poltrona di primo cittadino proprio Gianfranco Fini. Lo sfidante fu Francesco Rutelli, esponente della coalizione di sinistra e volto noto per la sua militanza radicale e nei Verdi negli anni Ottanta. La scelta di Fini fu strategica: diventare il primo sindaco neofascista di Roma, la città simbolo del partito.
Il segretario del MSI non riuscì a vincere, ma ottenne un risultato decisamente inaspettato andando al ballottaggio proprio contro Rutelli. Fini era riuscito dove i suoi predecessori avevano fallito: portare il partito ad avere un ruolo popolare vicino alle persone, votabile. I voti di Fini non arrivarono solo dall’estrema destra, ma anche dai moderati. Al primo turno ebbe il 35% ed il partito il 31%. In più Fini ebbe inaspettatamente un endorsement non da poco: in suo favore, durante la campagna elettorale per il ballottaggio, si schierò il Presidente di Mediaset e del Milan Silvio Berlusconi, affermando il fatto che se fosse stato un elettore romano avrebbe votato senza dubbio per Gianfranco Fini. Il pensiero di Berlusconi sancì l’inizio dello “sdoganamento” del partito, un partito neofascista, nemico dell’Italia repubblicana, antisistema e fuori dall’”arco costituzionale”. Al ballottaggio prese il 47%.
Un altro risultato molto importante il partito lo ottenne anche a Napoli dove con Alessandra Mussolini, giovane deputata missina nipote del Duce, il partito andò anche lì al ballottaggio, perdendo la sfida al secondo turno contro il pidiessino Antonio Bassolino, ottenendo però un lusinghiero 31% al primo turno. Divennero invece città guidate da un sindaco missino Benevento, Chieti e Latina, città dove il partito ha sempre contato su un consistente bacino elettorale. Era chiaro ormai che il partito doveva rifondarsi in vista delle successive elezioni politiche che si sarebbero tenute il 27 marzo successivo.
Grazie proprio alla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, che il 18 gennaio 1994 fondò Forza Italia, nacque la coalizione elettorale del Polo delle Libertà insieme alla Lega Nord nell’Italia settentrionale e con il Movimento Sociale Italiano (diventato per l'occasione MSI-Alleanza Nazionale). La vittoria andò alla coalizione di centrodestra ed il partito ottenne un risultato clamoroso, passando dal 5,4% (con 34 parlamentari) al 13,5% con 109 seggi alla Camera e 48 al Senato. Il partito ebbe molti voti nell'Italia centromeridionale, storico bacino elettorale del MSI, mentre al Nord ebbe voti in due Regioni storiche del partito della Fiamma, il Trentino Alto Adige ed il Friuli Venezia Giulia. I tanti voti che furono incanalati verso il partito furono dovuti al fatto che il partito fu estraneo alle indagini di “Mani pulite”, ebbe un clamoroso successo alle precedenti elezioni amministrative, l'alleanza con Forza Italia e la polarizzazione, per la prima volta, della politica nazionale.
Il risultato ancora più eclatante fu il fatto che per la prima volta nella storia repubblicana esponenti missini vennero nominati ministri: Giuseppe Tatarella alle Telecomunicazioni, Altero Matteoli all’Ambiente, Adriana Poli Bortone all’Agricoltura, Publio Fiori ai Trasporti e Domenico Fisichella ai Beni culturali. Tatarella fu anche nominato vicePresidente del Consiglio. Erano lontani anni luce i tempi del governo Tambroni dove la sola ipotesi che il MSI potesse andare al governo dopo la fiducia accordata all’esponente democristiano, causò i “moti di Genova” e violenze e morte in alcune città. I ministri però rappresentarono la parte “moderata” del partito missino. Allora si era in piena “Prima repubblica”, mentre si era ora nella “Seconda”, in cui i partiti storici si erano sciolti o rifondati: dalla DC smembrata nacquero i Popolari e l’Unione di Centro, il PCI divenne PDS con i “cugini” di Rifondazione comunista che cercarono posto di rilievo nell’alternativa alla sinistra, il PSI sciolto del tutto e molti esponenti confluiti in Forza Italia. Anche il MSI-AN doveva andare oltre se stesso: ora aveva le carte in regola per farlo, visto anche il consistente bacino elettorale.


Fiuggi, nasce la nuova idea di destra italiana

Come detto, solo il Movimento Sociale Italiano era rimasto indenne al passaggio dalla “Prima” alla “Seconda repubblica”, grazie anche al fatto di non aver subito direttamente il ciclone “Tangentopoli”. Anche se il partito era in “ibernazione” almeno fin dai tempi del tentato governo Tambroni del 1960, salvo la parentesi delle politiche del 1972.
Due esponenti di spicco del partito come Francesco Storace, direttore de “Il Secolo d’Italia”, e Domenico Fisichella, professore universitario ed intellettuale vicino in gioventù ad idee monarchiche, furono i primi a pensare ad un’”alleanza nazionale” che unisse in un nuovo periodo della storia non solo i missini, ma anche tutte le altre espressioni che toccavano da vicino il pensiero della destra, dal conservatorismo al liberalismo, dall’europeismo al nazionalismo. Fisichella sulle pagine del quotidiano romano “Il tempo” espresse la volontà della destra italiana di non essere erede del fascismo e non aver nessun tratto in comune con esso e di andare oltre. Necessitava fare come il Partito Comunista Italiano: dare una svolta al movimento superando il proprio passato. I tempi erano maturi, anche perché la nuova legge elettorale, che prevedeva una sfida a livello di collegi uninominali, avrebbe visto il MSI, strutturato com’era allora, soccombere pesantemente.
L'obiettivo era fare una “svolta” come aveva fatto Achille Occhetto alla “Bolognina” per il PCI il 23 novembre 1989: abbandonare l'Idea (il comunismo ed il marxismo) per abbracciare nuovi stimoli e nuovi obiettivi (la socialdemocrazia) per ampliare il proprio bacino elettorale.
Sempre in quell’anno però Fini inceppò in alcune gaffe, sostenendo che il più importante statista italiano del Novecento fosse stato senza dubbio Benito Mussolini, facendo arrabbiare la coalizione e l’opinione pubblica, affermando però che l’antifascismo era stato necessario per il ritorno della democrazia in Italia e che lo sbarco in Normandia era stato indispensabile per la libertà dell’Europa, anche se quell’azione ha tolto al Vecchio Continente la propria identità.
Ma Fini verso la fine del 1993 incominciò ad accelerare per definire il progetto “Alleanza Nazionale”: l'11 dicmebre 1993 il Comitato centrale del Movimento Sociale Italiano decise di unire la sigla “Alleanza Nazionale” (AN) a quella “Movimento Sociale Italiano” (MSI): l'ultima volta era per le elezioni 1972 quando nacque il “Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale”.
Dal 25 al 27 gennaio 1995, subito dopo la caduta del governo Berlusconi causata dal “ribaltone” leghista, il partito si riunì a Fiuggi, storico feudo elettorale del partito, e si tenne il diciassettesimo, ed ultimo, congresso nazionale della Fiamma. Fu una “tre-giorni” molto infuocata. La svolta di Fiuggi ha rappresentato ciò che fu per la SPD il congresso di Bad Godesberg nel novembre 1959: superare il passato ed abbracciare un nuovo progetto politico.
L'ultimo giorno si decise di dare la svolta: Fini annunciò che il Movimento Sociale Italiano si sarebbe sciolto per fare posto ad Alleanza Nazionale, il nuovo soggetto politico che avrebbe superato il neofascismo, per fare spazio ad un nuovo soggetto più moderno in grado di poterlo rendere da lì in avanti un vero partito di governo. A differenza della “svolta della Bolognina” dove alcuni militanti, e diversi dirigenti, piansero per la commozione e per la fine di un’esperienza significativa, al congresso laziale la calma fu piatta, serena e non ci furono drammi quasi come a dire che era nell’aria il “passaggio di consegne”, nonché un qualcosa di naturale ed ovvio.
Alleanza Nazionale divenne quindi un partito postfascista, un partito che aveva compiuto una revisione ideologica del fascismo, abbandonandolo per abbracciare una politica di destra classica “all'Occidentale”, conservatrice e liberale: dimostrazione del superamento del MSI che, essendosi proclamato erede del fascismo repubblicano, invece era neofascista.
La svolta di Fiuggi ha chiuso l'esperienza dei “fascisti in democrazia” aprendo l'era della nuova Grande destra nazionale.


Alleanza Nazionale: breve storia (28 gennaio 1995 - marzo 2009)

Alleanza Nazionale nasce (non elettoralmente) il 23 gennaio 1994 come “obiettivo di (aggregazione di) tutte le forze che intendono opporsi alla vittoria delle sinistre”, in vista delle elezioni del successivo 27 marzo. A pensare a questo nome furono Domenico Fisichella, docente universitario in gioventù vicino ad idee monarchiche, e Francesco Storace, esponente di spicco della corrente “Destra sociale”: il primo parlò di An sul quotidiano romano “il Tempo” nel settembre 1992 , mentre Storace lo espresse sulle colonne del quotidiano di riferimento del partito, il “Secolo d'Italia”.
Il simbolo del partito divenne un cerchio biancoblù con all’interno un piccolo cerchio con il simbolo del MSI: quello che un tempo era fondante, la fiamma tricolore, ora era diventato un piccolo simbolo dentro un nuovo contenitore, una nuova alleanza di carattere nazionale. Alleanza Nazionale si pose fin da subito come post-fascista e “pallido riflesso” della Fiamma missina. Gianfranco Fini vinse il congresso con oltre 1.500 voti e divenne il primo segretario del partito che si svolse il giorno dopo la svolta e che durò due giorni.
Nei primi anni di vita del partito si accantonò il simbolo della fiamma, ma ci fu un serio problema ideologico, in quanto Fini (come si diceva) riteneva ancora Mussolini un grande statista, mentre la classe militante del partito aveva in Gentile ed Evola i propri punti di riferimento e non condannava in toto il fascismo, ma alcuni lo reputavano in parte un buon governo ed altri il miglior governo possibile: del resto non si potevano cancellare settant’anni anni di storia in poco tempo, anche perché l’85% dei parlamentari eletti nel 1994 proveniva dal Movimento Sociale Italiano.
Fini fu molto chiaro: se si voleva crescere, era necessario lasciare da parte la pregiudiziale del fascismo (non a caso per aderire al nuovo partito c'era da esprimere l'essere antifascisti), tutte le idee rivoluzionarie (accantonate da un po’ di anni dal MSI) ed uscire dal ghetto dove era finito il partito e la destra italiana. Grazie al politico bolognese, il partito da rivoluzionario ed antisistema riuscì ad avere poltrone ministeriali ed entrare nella “stanza dei bottoni” della politica italiana. Iniziò la rivalità politica con la Lega Nord in quanto il partito di Umberto Bossi si batteva per cause opposte ad Alleanza Nazionale: secessionismo contro nazionalismo, federalismo contro statocentricismo, questione settentrionale contro questione meridionale. Berlusconi lo capì e fece due alleanze con i due partiti nel nascente centrodestra. I due partiti lottavano su posizioni differenti, ma nel centrodestra dove non arrivava l'uno arriva l'altro.
Ed i risultati elettorali, fino alle “politiche” dell’aprile 1996, furono uno migliore dell’altro per il partito aennino: politiche 1994 13%, regionali 1995 15%, politiche 1996 16%. E nel 2000 il partito toccò l’apice, in quanto divennero Presidenti di Regione Francesco Storace e Giovanni Pace, eletti Presidenti delle Giunte regionali di Lazio ed Abruzzo. Nel 1996 nacque l'erede del “Fronte della Gioventà”, “Azione Giovani”.
Nel discorso per la fiducia al “Berlusconi I” Fini fece un'accurata dissertazione in cui espresse l'importanza del pluralismo, della libertà e della tolleranza come capisaldi del partito.
I valori di AN divennero la riforma dello Stato di stampo presidenziale (riprendendo l'idea missina di inizio anni Ottanta), la rivalutazione dell'orgoglio nazionale, la difesa della vita e della famiglia (capisaldi di tutti i partiti conservatori), nonché la creazione di un nuovo stato sociale e la lotta contro la partitocrazia, riprendendo un altro tema caro al MSI. Il nuovo partito avrebbe dovuto incuriosire nuovi elettori e catturare un vasto consenso elettorale.
La fortuna del partito è stata lo stesso Gianfranco Fini nel suo modo di porsi garbato ed educato, pacato ed elegante, mai volgare ma al tempo stesso pungente, dando al nuovo soggetto politico un aspetto “appetibile” per tutti quelli “indecisi” della politica. E anche gli avversari hanno per lui parole di elogio.
Alleanza Nazionale diventa “appetibile” agli occhi dell'elettore moderato e Fini iniziò a parlare di liberismo economico e di superamento definitivo del fascismo. In più aveva tutte le carte in regola per prendere i voti di destra puri, visto che non aveva concorrenti “presentabili” che potessero rubargli voti, dato che Forza Italia e Lega Nord non erano dei veri partiti di destra. Il successo di Alleanza Nazionale è stato nell'aver posto fine alla radicalizzazione del conflitto politico e nella storicizzazione del fascismo.
Nel marzo 2009 Fini decise di sciogliere Alleanza Nazionale, facendola confluire nel Popolo della Libertà. Il PDL terminerà di esistere nel novembre 2013 per confluire nella nuova Forza Italia.
Il simbolo di Alleanza Nazionale è tornato “attivo” per le elezioni europee dello scorso 25 maggio 2014 quando viene inserito nel simbolo di “Fratelli d'Italia” che è diventato, già dall'inizio dell'anno, “FdI-AN”: fondatori di questo nuovo (ennesimo) partito della destra post 1994 furono Ignazio La Russa, nome storico del missinismo milanese, Giorgia Meloni, ex leader di Azioni Giovani nonché la più giovane vicePresidente della Camera della storia repubblicana, ed un fuoriuscito del PDL, Guido Crosetto. I tre fondatori non erano d'accordo con le politiche del PDL, in particolare le primarie e su un appoggio a Mario Monti, decisero quindi di “cambiare strada”. Alle politiche del 24 e 25 febbraio 2013 la “creatura politica” del trio Meloni-La Russa-Crosetto ottenne quasi il 2% dei consensi e in base alla legge elettorale le liste collegate a una coalizione che abbia superato la soglia prescritta partecipano alla ripartizione dei seggi se superano il 2% dei voti; partecipa inoltre alla ripartizione il primo partito al di sotto di questa soglia all'interno della stessa coalizione (il cosiddetto miglior perdente). Forza Italia e la Lega superarono la soglia ed essendo la loro la coalizione perdente, FDI entrò il Parlamento con 9 deputati ma nessun senatore. FdI è stato il primo partito di destra ad eleggere il proprio segretario tramite le elezioni primarie: il 24 febbraio scorso Giorgia Meloni, unica candidata, fu eletta segretaria del partito. Alle ultime elezioni europee del 25 maggio il movimento prese il 3,6%, di poco inferiore al quorum del 4% non invia a Strasburgo nessun eurodeputato.


I contrari alla svolta: nascono il Movimento Sociale Fiamma Tricolore e tanti micropartiti. La fine del neofascismo “unitario”
La scelta compiuta da Gianfranco Fini a Fiuggi fu accettata dalla maggior parte degli iscritti al partito e dai militanti. Alcuni però, i cosiddetti “duri e puri”, si dimostrarono contrari a questa mossa perché avrebbe significato tradire l’Idea e non fu accettata (o forse non fu capita) l'alleanza elettorale con partiti politici con personalità poco affini al partito: un esponente del capitalismo italiano (Silvio Berlusconi), un partito anti-italiano e secessionista (la Lega Nord) e gli eredi della Democrazia Cristiana, il partito che tra gli anni Sessanta e Settanta ebbe un rapporto poco cristallino con la Fiamma.
Proprio il 2000 fu l’anno della svolta fra i neofascisti: si iniziò a parlare e a pensare ad un alleanza tra tutti i micropartiti per formare un solo cartello elettorale, ma in sei mesi il progetto naufragò ancora a causa di Pino Rauti che ne voleva diventare il leader mentre i suoi adepti desideravano un cambio generazionale. Il vecchio leader missino cercava accordi elettorali con Berlusconi e l'allora Casa delle Libertà. Nel 1996 e nel 2001 la Fiamma Tricolore ebbe il suo primo (e finora unico) rappresentante al senato grazie al voto di tutti i partiti del centrodestra.
Uno dei primi a staccarsi dalla nascente Alleanza Nazionale fu proprio Pino Rauti che nel marzo 1995 fondò il Movimento Sociale Fiamma Tricolore. Il partito ebbe da subito almeno 25 mila adesioni, tra cui un eurodeputato (lo stesso Rauti), un deputato e quasi duecento tra gli amministratori locali. Alle elezioni europee del 1999 ottenne il 1.6% dei consensi, mandando a Strasburgo il solo Roberto Bigliardo, un ex missino.
Nelle elezioni politiche del 30 aprile 1996 e del 13 maggio 2001, grazie ad un patto elettorale con la coalizione guidata da Berlusconi, la Fiamma Tricolore ebbe un proprio candidato nel collegio uninominale di Avola, Francesco Caruso. Quello fu l'unico esponente della Fiamma a varcare le soglie del Parlamento, grazie anche alla convergenza di voti di tutti gli elettori della CDL siciliana. Il problema del neofascismo non è mai stato un problema di partito, ma di persone e poco dopo lo stesso Pisanò abbandonò il progetto creando un altro nuovo minipartito dal nome decisamente forte, Fascismo e Libertà. Il neofascismo radicale se prima aveva un ruolo marginale, ora ne aveva ancora meno.
Nel 1997 nacque il Fronte Sociale Nazionale, guidato da Adriano Tilgher, uomo forte di Avanguardia Nazionale arrestato per apologia del fascismo e per stragismo tra gli anni '70 e '80, e Tommaso Staiti, personaggio carismatico del MSI milanese. Il partito si rifaceva al nome dell'omologo francese, ma con molto meno seguito. Nato nel 1997, si inserì ne La Destra di Storace nel 2008 per uscirne nel 2013. Il “Fronte” si definiva alternativo a Rauti, nonché contrario alla sinistra e al “berlusconismo”, nonché filoarabo ed antiamericano.
Nel 1997 invece nacque il partito più controverso dell’estremismo di destra “post-Fiuggi”, Forza Nuova, sorto grazie a due personaggi di spicco della destra radicale romana, Roberto Fiore e Massimo Morsello, vicini rispettivamente a Terza Posizione e ai NAR. Poco dopo la strage di Bologna furono accusati di stragismo e si rifugiarono a Londra per sfuggire all'arresto. Non appena le acque “si calmarono”, i due neofascisti tornarono subito in Italia e misero in action il partito, fondandolo in una data particolare, il 29 settembre, giorno del culto di san Michele arcangelo, protettore del movimento parafascista rumeno della “Guardia di Ferro” di Corneliu Zelea Codreanu. L'ideologia di questo movimento è un mix di neofascismo, nazionalismo, xenofobia, omofobia e tradizionalismo cattolico. Forza Nuova trae seguito tra i giovani, pescando nel campo degli skinhead e delle curve calcistiche. Ha una politica che si basa su alcuni principi del cattolicesino (il no all'aborto), sulle politiche sociali verso la famiglie e il “no” convinto all'immigrazione clandestina. Oltre che essere in prima linea nella manifestazioni “contro” (GayPride, immigrazione, caro vita).
Il clou del “post Fiuggi” si ha all'inizio degli anni Duemila a Roma, che si ritrova capitale dei primi centri sociali di destra. Il 27 dicembre 2003 alcuni ragazzi decisero di occupare un condominio abbondonato a civico 8 di via Napoleone III, nel quartiere Esquino: nasceva CasaPound. Il primo centro sociale creato a destra fu però il “Bartolo, sempre all'Esquilino, nel dicembre 1990 grazie a giovani del Fronte della Gioventù e fu un punto di riferimento per la destra romana. Nel luglio 1998 si creò PortAperta, nella zona di San Giovanni.
A guidare gli occupanti fu Gianluca Iannone, leader di una band musicale alternativa di destra, ma con il piglio della politica. Il nome del centro sociale è in onore di Ezra Pound, pensatore americano anticapitalista e contrario all'usura e alle banche, eletto a idolo dei giovani neofascisti. La modalità di fare politica di CasaPound è caratterizzata sulla comunicazione e sull'uso dei social network, proclamandosi fin da subito “fascisti del terzo millennio”, oppure “squadristi mediatici”.
I punti di riferimento sono il recupero del fascismo, della sua dottrine, della sua estetica e del suo linguaggio, ponendo come esempi da seguire Filippo Tommaso Marinetti, Gabriele d'Annunzio e Benito Mussolini. Oltre ad un'altra serie di politici anche di sinistra della storia.
Nel 2006 CasaPound confluì i voti nella Fiamma, visto che candidò da indipendente Iannone. Nel 2009 i ragazzi di Casapound aiutarono la popolazione aquilana dopo il terremoto dell'8 aprile e lo stesso fecero nel 2012 con i terremotati dell'Emilia. Dopo alcune liste a livello locale, nel 2013 nacque il partito “CasaPound Italia” che candidò come Premier Simone di Battista. I capisaldi elettorali sono stati il diritto alla casa (il logo del partito è una tartaruga), il mutuo sociale, le politiche verso le madri lavoratrici ed una diversa sovranità monetaria.
Ma la causa della crescita dei partiti neofascisti è Fini stesso: nel febbraio 1999 andò in visita ad Auschiwitz e nel gennaio 2002 disse che Benito Mussolini non era più il grande statista italiano del Novecento. Ma lo strappo più grande Fini lo fece nel novembre 2003 quando visitò lo Yad Vashem di Gerusalemme, il museo in ricordo delle vittime dell'Olocausto. All'uscita della toccante visita, il Segretario di An disse che il fascismo era da condannare, così come le leggi razziali del 1938 e il Manifesto repubblichino di Verona, che la Rsi fu un episodio vergognoso e che il fascismo era stato il “male assoluto”. Apriti cielo: il partito si spacca, dimostrando la doppiafaccia di alcuni suoi esponenti. Alessandra Mussolini lasciò il partito, La Russa e Alemanno non presero mai le distanze dalle parole del loro leader, donna Assunta Almirante ammise di pentirsi della scelta di Fini come erede di suo marito Giorgio. Storace non ebbe anch'esso parole dolci.
La Mussolini a fine anno creò “Liberta d'Azione” che per le elezioni europee dell'aprile successivo trasformera in “Azione Sociale”, leader del cartello elettorale “Alternativa Sociale” con i partiti della Fiamma tricolore, Forza Nuova e Fronte Sociale Nazionale: 1.2% per Alternativa Sociale e 0.7% per la Fiamma di Luca Romagnoli che si staccò quasi subito. I due leader furono eletti eurodeputati.
La Fiamma andò da sola e senza Rauti, espulso da Romagnoli per dissidi interni. L'ex leader di ON fondò un nuovo partito, il Movimento Idea Sociale, che prese appena lo 0.1%. Nel 2007 nacque un altro partito della galassia della destra radicale: la Destra, fondata da Francesco Storace, uscito da An dopo che Gianfranco Fini aveva manifestato l'interesse di portare Alleanza Nazionale nel Partito Popolare Europeo e di avvicinarsi a politiche neocentriste. Nel 2008 il partito si alleò elettoralmente con la “Fiamma” di Romagnoli, candidando la prima donna (in ordine temporale) alla carica di Presidente del Consiglio, Daniela Santanchè, fuoriuscita anche lei da Alleanza Nazionale. L'alleanza ebbe il 2.5% e non ebbe parlamentari. Nel 2008 vi aderì il FSN, per poi uscirne nel 2013 quando Storace fece aderire il partito a Forza Italia.


Conclusioni. Cosa rimane di “Fiuggi”?

“Fiuggi” ha aperto gli occhi sulla politica europea: finalmente anche l'Italia diventava un Paese con una destra con tutti i crismi. Ma l'Italia è anche un Paese strano politicamente, perchè il ruolo di guida non lo ha avuto (non lo ha mai avuto) la creatura di Fini, ma bensì Forza Italia: Berlusconi è molto più mediatico ed accentratore del leader di AN, che è più politico.
La “Seconda repubblica” ha aperto ad Alleanza Nazionale ad un altro tipo di elettorato: molti voti sono arrivati da tanti ex democristiani e socialisti, in quanto il tempo delle divisioni era terminato e si stava entrando in una nuova epoca politica. Non a caso se il MSI nelle politiche del 1992, le utime della Prima repubblica, prese il 5.37%, nelle successive politiche del 1994, con la nuova sigla, toccò il 13 e alle regionali del 1995, solo come AN, arrivò ad oltre 3,2 milioni di voti, pari al 14% nazionale Le cose sono due: o tutti i neofascisti sono usciti allo scoperto o votare destra in Italia non era più tabù. E la seconda opzione sembra essere quella più plausibile.
Dopo le elezioni politiche del 1996 AN toccò il 15% e poi scese: dal maggio 2001 si entrò nel “berlusconismo”, accentratore e distruttore di nuove idee che non fossero quelle di Silvio Berlusconi.
E' giusto dire che Berlusconi è un padre nobile della destra? No, assolutamente perchè la destra di Berlusconi non è come quella che aveva in mente Fini. Del resto il leader aennino è sempre stato un politico di professione, avendo iniziato a fare politica, tra l'altro, in una Bologna molto calda, quando il fondatore di Forza Italia era un imprenditore edile di successo, ma lontano dalla politica. Fini ha avuto il merito di creare una destra italiana presentabile e votabile. Il leader di Alleanza Nazionale è riuscito a diventare Ministro degli Esteri e poi Presidente della Camera dei Deputati, niente male per uno che fino agli inizi degli anni 90 considerava Mussolini il più grande statista della storia italiana, salvo poi dire nel 2003, dopo la visita allo Yed Vashen, che il fascismo è stato il “male assoluto”. Fini è stato un coraggioso, uno che non si è mai nascosto dietro un dito: lo ha dimostrato con le sue posizioni sulla legge contro le droghe leggere oppure nel 2009 con la volontà di togliere una volta per tutte il simbolo del MSI, chiudendo i conti il passato, in attesa della fusione con Forza Italia nel PDL, con le parole in favore sui diritti delle coppie omosessuali e sulla fecondità assistita, due capisaldi di un partito conservatore.
Fini però si è inviso i leghisti (con cui fece la legge sull'immigrazione con Umberto Bossi, ma bollata dalla base del carroccio come “legge all'acqua di rose”) ma si è inviso addirittura donna Assunta Almirante, la moglie del padre politico di Fini che negli ultimi anni ha detto di pentirsi della scelta di Almirante arrivando a dire di pentirsi di aver conosciuto Fini. La nascita di FLI, un fallimento politico, ha chiuso Fini all'angolo e da un anno non fa più politica attiva, anche se pare plausibile un suo ritorno sulla scena.
Con l'uscita di scena di Fini dalla politica, manca un vero leader al centrodestra nazionale.
Dopo le elezioni europee e le difficoltà della destra, sarebbe necessaria un'altra svolta politica in Italia e creare una volta per tutte una destra alternativa, magari ancora di governo da contrapporre al Pd e ai pentastellati. La strada è ancora lunga, ma si spera che non passino anni. Si è parlato di “destr-utti”, per rimarcare il fatto che la destra italiana nata dalle ceneri del MSI nel tempo si sia disunita e distrutta. Nel frattempo il partito di Beppe Grillo, che ora attinge voti anche dalla destra, ringrazia.
Chissa cosa direbbe Giorgio Almirante di tutto questo baillame.


Bibliografia essenziale

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Tassinari U.M, Fascisteria. I protagonisti, i movimenti e i misteri dell'eversione nera in Italia (1945-2000), Castelvecchi, Roma, 2001.
  • TAG: movimento sociale italiano, alleanza nazionale, svolta fiuggi, partiti politici

Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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