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1994, il primo anno della Seconda repubblica [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Il 1994 è stato un anno molto importante sia in Italia, sia nel Mondo: venne ucciso don Giuseppe Diana, parroco anti-camorra di Casal di Principe; Bettino Craxi fuggì dall'Italia per andare a vivere ad Hammanet, in Tunisia, per scampare all'inchiesta “Mani pulite” che lo vedeva coinvolto (e dove morirà il 19 gennaio 2000); terminarono i lavori di restauro del “Giudizio universale” di Michelangelo nella volta della Cappella Sistina.; il furto, presso la Galleria nazionale di Oslo, del celebre “L'urlo” di Edvard Munch; Erich Priebke, uno degli artefici della pianificazione e della realizzazione dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, venne arrestato in Argentina e portato in Italia; a Mogadiscio vennero uccisi, in un agguato, la giornalista Rai Ilaria Alpi e l'operatore tv Miran Hrovatin; Nelson Mandela venne eletto Presidente del Sudafrica; il film “Schindler's list “di Steven Spielberg vinse il Premio Oscar come miglior film e lui lo vinse come miglior regista; si aprì il processo a carico di Dusan Tadic dove per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale un individuo veniva processato per genocidio, omicidi, torture, deportazioni di massa.
Sportivamente, il Milan vinse la sua quinta Champions League, Alberto Tomba vinse la sua quinta medaglia olimpica a Lillehammer; alla “curva del Tamburello” del circuito di Imola, il 1° maggio, perse la vita il pilota brasiliano Ayrton Senna; la Nazionale di calcio vinse l'argento nel Mondiale americano mentre quella di pallavolo maschile si aggiudicò l'oro in Grecia. Ma il 1994 è stato un anno di svolta per la politica italiana. Motivo? Cambiò la nostra politica: nuovi partiti, nuovi politici, un nuovo sistema elettorale. Un anno che, a distanza di un quarto di secolo, è entrato nell'immaginario collettivo come il primo della Seconda repubblica.

Cambia la scena politica nazionale
Il 1994 “politico” italiano si aprì con una notizia clamorosa: il 18 gennaio si sciolse la Democrazia cristiana, dividendosi nel Partito Popolare Italiano, nel Centro Cristiano Democratico e nei Cristiano sociali, già corrente del partito scudo-crociato nata il settembre precedente.
Il partito della Balena bianca, nato nel 1919, aveva guidato la vita politica italiana sin dalla fine della Seconda guerra mondiale, risultando sempre il partito più votato di tutti, esprimendo sempre la maggioranza relativa e portando al Quirinale cinque Presidenti della Repubblica, a Palazzo Chigi sedici Presidenti del Consiglio diversi (tra cui de Gasperi per otto volte, Andreotti sette, Fanfani sei), sette Presidenti del Senato e quattro Presidenti della Camera.
La fine della Balena bianca è stata dovuta all'inchiesta giudiziaria “Mani pulite” che aveva portato all'arresto dei vertici nazionali e locali del partito ed era ormai inviso a tutta la popolazione come emblema del “magna magna” politico nazionale.
Le elezioni politiche (non anticipate) del 1992, a meno di due mesi dall'inizio di “Tangentopoli”, stabilirono che i partiti tradizionali erano in netta crisi, tanto che la Democrazia cristiana toccò il suo minimo elettorale storico (29,7%), il “pentapartito” aveva lasciato spazio al “quadripartito” (all'appello mancava il Partito Repubblicano Italiano di Giorgio La Malfa) e la coalizione governativa arrivò sotto la maggioranza assoluta dei voti per la prima volta (48,8%). Terminò il triumvirato che aveva le redini della politica nazionale da oltre dieci anni, il CAF (Craxi-Andreotti-Forlani).
Il sistema Italia era in crisi: il 28 aprile il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga si dimise anticipatamente dopo che un anno prima aveva lanciato le celebri “picconate” al sistema politico nazionale; lo stragismo mafioso si faceva pesante dopo gli attentati dove morirono i giudici Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e Paolo Borsellino (19 luglio 1992) e nel 1993 ci furono le stragi di via Fauro a Roma, dei Georgofili a Firenze, di via Palestro a Milano e due autobombe presso le chiese romane di San Giovanni in Laterano e San Giorgio in Velabro (che causarono, in tutto, dieci vittime e molti feriti).
Il governo che nacque dopo quel voto fu presieduto da Giuliano Amato, un socialista molto vicino a Bettino Craxi, e fu un quadripartito DC-PSI-PSDI-PLI passato alla storia per il prelievo forzoso del 6‰ dai conti correnti degli italiani per superare la grave crisi economica che stava colpendo il Paese: un governo tra i meno amati di sempre.
Il governo Amato rimase in carica un anno e gli successe il governo Ciampi, allora Governatore della Banca d'Italia: per la prima volta nella storia della Repubblica italiana diventava Primo ministro una persona non eletta in parlamento, un tecnico. Il 16 gennaio 1994 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro sciolse le Camere poiché non vi era più una maggioranza parlamentare e le elezioni (anticipate) si sarebbero tenute il 27 ed il 28 marzo 1994. In quell'occasione, gli italiani non trovarono sulla scheda elettorale, per la prima volta, il simbolo della Democrazia cristiana e a sostituirlo i suoi tre “eredi”: il Partito Popolare Italiano di Mino Martinazzoli, il Centro Cristiano Democratico di Pierferdinando Casini, Francesco D'onofrio ed Ombretta Fumagalli Carulli ed i Cristiano-sociali di Pierre Carniti.
Il PSI non se la passava bene anche lui avendo indagati (se non arrestati) tutti i vertici, come del resto i partiti laici del fu “pentapartito”. Il Movimento Sociale Italiano stava cercando di scrollarsi di dosso l'etichetta di “neofascista” e voleva diventare un “altro” partito cambiando ideologia, nome e cultura: il 22 gennaio nacque “Alleanza Nazionale”, non ancora un partito, ma una “branca” del MSI. La Lega Nord, barricata al Nord, era in netta ascesa ma non aveva velleità di guida del Paese. A sinistra, quindi, si respirava l'aria di una possibile vittoria.
Il partito forte era il Partito Democratico della Sinistra, nato il 3 febbraio 1991 dalle ceneri del Partito Comunista Italiano con la “svolta della Bolognina” di due anni prima, ed era guidato da Achille Occhetto. Il partito della Quercia era a capo di una coalizione chiamata Alleanza per i Progressisti che incorporava il Partito della Rifondazione Comunista (l'altro soggetto politico nato dalla fine del PCI), la Federazione dei Verdi, La Rete ed Alleanza democratica, due piccoli partiti nati dalla “diaspora” socialista (il nuovo Partito Socialista Italiano e Rinascita socialista) e altri partiti minori. Il 23 gennaio la stessa Rifondazione vide Fausto Bertinotti diventare segretario al posto di Sergio Garavini.
Con il successo delle elezioni amministrative del novembre 1993 ed un centrodestra in stallo, Occhetto si vedeva già a Palazzo Chigi, primo esponente ex comunista alla guida di un governo, forte di un partito molto radicato sul territorio. Ma il leader della Quercia non aveva fatto i conti con ciò che avvenne mercoledì 26 gennaio 1994: il discorso televisivo di Silvio Berlusconi.

“L'Italia è il Paese che amo”: Silvio Belusconi scende in politica
Anche il 1993 fu un anno importante per la politica italiana, non tanto per i fatti in sé ma perché furono introdotti nuovi sistemi elettorali: per quanto riguardava l'elezione dei sindaci delle città sopra i 15mila abitanti e le Presidenti della Provincia, veniva accantonata la nomina successiva alle elezioni con un accordo tra i partiti sulla nomina del sindaco/presidente per fare posto all'elezione diretta di questi da parte dei cittadini. Prima del voto si potevano creare coalizioni elettorali con la presentazione di un candidato unico: diventava sindaco colui che avrebbe ottenuto il 50%+1 dei voti totali. In caso contrario, i due candidati più votati (quelli che avrebbero ottenuto la maggioranza relativa) si sarebbero sfidati due settimane più tardi in turno di ballottaggio dove il candidato più votato avrebbe vinto. Una svolta epocale, con il peso dei cittadini ancora più forte di prima.
Già a giugno molti cittadini si erano recati alle urne per votare le nuove giunte comunali e provinciali con il nuovo sistema elettorale. E non mancarono le sorprese: la Lega Nord di Umberto Bossi al Nord fece incetta di voti, tanto da esprimere come sindaci propri esponenti a Milano, Novara, Vercelli, Lecco, Pavia e Pordenone, mentre le forze di sinistra si imposero nelle città dove avevano sempre avuto voti ed erano molto radicate (Ravenna, Grosseto, Siena, Ancora). Se il partito lumbard non vinceva, arrivava quasi sempre al ballottaggio. I partiti del vecchio “pentapartito” arrancarono ed era il segno dei tempi.
Il 21 novembre ci fu un secondo round di elezioni amministrative e si votò anche a Roma e a Napoli. In entrambe le città si andò al ballottaggio, poiché nessun candidato ebbe la maggioranza assoluta dei voti: Francesco Rutelli e Gianfranco Fini nella Capitale; Antonio Bassolino e Alessandra Mussolini a Napoli. Per la prima volta, due esponenti missini di primissimo piano andarono al ballottaggio in due capoluoghi di Regione: Roma era la roccaforte “morale” del MSI e per il partito di destra sarebbe stato un sogno vedere un proprio esponente con la fascia tricolore al collo, mentre la città partenopea era sempre stata un luogo dove il partito aveva un certo seguito
. Il partito di Fini (con Fini candidato primo cittadino) a Roma ottenne addirittura il 31% e ben tredici consiglieri. Al ballottaggio, il leader della Fiamma ottenne il 46% dei consensi, soccombendo contro il candidato verde. Il dado però era tratto: avevano votato per Fini non solo persone vicine alla Fiamma, ma anche persone di altri partiti, raccogliendo consensi tra democristiani, liberali, repubblicani, dal centro alle periferie. A Napoli si impose Bassolino, ma la Mussolini al primo turno portò la Fiamma anche lei al 31%, ma perse il ballottaggio 57 a 43.
Il MSI nella tornata elettorale del novembre 1993 conquistò quattro città del Centro-Sud, conquistando il 14% nazionale.
Ma è stato ancora più importante quello che successe martedì 23 novembre a Casalecchio di Reno, in Provincia di Bologna, durante l'inaugurazione di un supermercato “Standa”, marchio del gruppo imprenditoriale guidato da Silvio Berlusconi. Quelli erano happening che portavano sempre tanta gente a curiosare e tanti giornalisti a fare i loro pezzi di cronaca. Un giornalista ad un certo punto chiese all'allora presidente del Milan, presente all'inaugurazione, cosa avrebbe votato al ballottaggio di Roma. L'imprenditore milanese, senza problemi, disse che se fosse stato un cittadino romano al ballottaggio del 5 dicembre avrebbe votato sicuramente per Fini. Il tanto criticato Silvio Berlusconi, l'amico di Craxi, quello che senza il leader socialista non poté avere il lasciapassare per diventare un importante imprenditore televisivo, quello che forse senza l'appoggio dello stesso leader del Garofano avrebbe avuto un'altra carriera, per la prima volta aveva espresso un giudizio politico. Per la prima volta, soprattutto, un importante imprenditore aveva “rotto il silenzio” e per la prima volta il partito missino, prossimo a trasformarsi in un nuovo soggetto rompendo il cordone ombelicale con il passato salottino, ebbe un endorsement importante. La manifestazione di voto verso Fini è stata considerata una vera “bomba” politica. Quella scelta di campo fu pensata da tutti come una probabile entrata in scena dell'imprenditore in politica. Le parole di Berlusconi sancirono l’inizio dello “sdoganamento” del partito di Fini, un partito neofascista, nemico dell’Italia repubblicana, anti-sistema e fuori dall’arco costituzionale. Fini era riuscito dove i suoi predecessori avevano fallito: portare il partito ad avere un ruolo popolare vicino alle persone, votabile.
Le parole di Silvio Berlusconi furono una pietra lanciata in uno stagno.

Silvio Berlusconi, l'esempio italiano del self made man
Classe 1936, Silvio Berlusconi, dopo la laurea in giurisprudenza, intraprese un'attività di vendita porta-a-porta e di agente assicurativo, oltre ad aver avuto un passato da cantante sulle navi da crociera. Nel 1961 si gettò nel mondo imprenditoriale nel campo dell'edilizia: la sua prima società fu la Cantieri Riuniti Milanesi, creata con una fideiussione da parte della banca dove lavorava il padre Luigi, la “Rasini”, e con la liquidità dello stesso Luigi. Due anni dopo fu creata la EdilNord sas.
Nel 1968 la EdilNord sas si scorporò nella EdilNord 2: a Segrate, cittadina ad est di Milano a ridosso dell'aeroporto di Linate, Berlusconi comprò un terreno di poco superiore ai 700 mila metri quadri da poco valutato come residenziale dal Comune ed iniziò a costruire degli edifici. Nel 1972 nacque la EdilNord Centri Residenziali, che incorporò le precedenti “EdilNord”.
Gli anni '70 furono il decennio del boom dell'immobile e Berlusconi, nel 1973, creò la Italcantieri Srl che due anni dopo divenne una società per azioni. Nel 1979 terminò la costruzione del quartiere residenziale di “Milano Due” a Segrate, fiore all'occhiello della sua attività edilizia. Il 2 giugno 1977 Berlusconi fu nominato, dall'allora Capo dello Stato Giovanni Leone, Cavaliere del Lavoro.
Se il campo edile diede i suoi frutti, Berlusconi intuì che il futuro era l'etere e nel 1978 rilevò dall'imprenditore (e futuro sindaco di Segrate per i repubblicani) Giacomo Properzj TeleMilanocavo, una televisione privata via cavo ad uso degli abitanti di “Milano 2”, attiva sin dal 1974. Due anni dopo questa si trasformò in TeleMilano e poi in TeleMilano 58. Nel 1980, divenne Canale 5.
Tra il 1982 e il 1984, Berlusconi acquistò poi da Edilio Rusconi e da Mario Formenton Italia 1 e Rete 4, fino a quel momento in mano ai Rusconi e all'Arnoldo Mondadori Editore. A capo di tutto questo c'era la holding Fininvest, nata nel 1975 a Roma come società a responsabilità limitata per poi diventare, alla fine di quell'anno, una SpA e dal 1979 avere la sede centrale a Milano, sede di tutte le aziende berlusconiane.
Nel 1988 Berlusconi acquisì la Standa dalla Montedison, i Supermercati Brianzoli dalla famiglia Franchini e nel 1991 creò Programma Italia, la banca privata creata dal suo gruppo a Basiglio, nel quartiere residenziale di “Milano 3”, costruito anch'esso dalla Edilnord, diventata poi, nel 1997, Banca Mediolanum.
Il 20 febbraio 1986, inoltre, Silvio Berlusconi rilevò da Giuseppe Farina la squadra di calcio del Milan, allora in fase decadente e sull'orlo del fallimento. Sempre quell'anno acquistò i titoli sportivi di altre squadre sportive milanesi (Volley Gonzaga Milano, Hockey Club Devils Milano, Milano Baseball, Amatori Rugby Milano), unendole sotto il nome di Polisportiva Mediolanum per creare un'unica società che potesse raggruppare sotto i colori rossoneri il meglio dello sport cittadino.
Politicamente, Silvio Berlusconi era da sempre vicino alla causa del Partito Socialista Italiano, anche perché amico di lunga data dell'allora dominus del Garofano, Bettino Craxi. Un'amicizia fraterna che vide Craxi prima padrino della figlia di Berlusconi Barbara e poi lo stesso leader socialista testimone delle seconde nozze dell'imprenditore. Un'amicizia che nessuno dei due nascose mai, una stima reciproca che portò al “favore” che fece il governo Craxi a Berlusconi con i due decreti del 20 ottobre e 6 dicembre 1984 contro l'”oscurità” della programmazione indetta dai pretori di Milano, Roma e Pescara. Per non parlare dell'esito della Legge Mammì del 1990 che riorganizzò il sistema radiotelevisivo nazionale, con Berlusconi che acquistò la maggioranza azionaria della Mondadori e della Giulio Einaudi Editore, diventando il principale imprenditore italiano nell'ambito editoriale.
Alla fine degli anni Novanta, Craxi chiese più volte a Berlusconi di entrare in politica, sfruttando anche la sua notorietà televisiva, ma l'imprenditore era stato sempre reticente alla cosa. Craxi gli disse di partire da zero: non candidarsi con un partito, ma creare da zero un nuovo partito.
Tra la seconda metà del 1992 e la fine dell'anno, l'imprenditore milanese si sarebbe inoltre confrontato non solo con la famiglia, ma anche con i suoi manager più fidati: fare politica o non fare politica? Se in famiglia tutti erano d'accordo (tranne la madre Rosa, all'inizio), i suoi fidati collaboratori erano spaccati tra chi era d'accordo (da Marcello dell'Utri a Cesare Previti a Ennio Doris) e chi era contrario (da Gianni Letta ad Indro Montanelli, da Maurizio Costanzo a Fedele Confalonieri).
Il biennio 1992-1993 per Berlusconi, dal punto di vista aziendale, fu un periodo problematico poiché le sue aziende furono lambite (ma non toccate direttamente) dall'inchiesta “Mani pulite” ed ebbero un periodo di crisi dal punto di vista del fatturato, tanto che si diceva che molte fossero piene di debiti ed in forte crisi.
Nel settembre 1993 Berlusconi confidò ai suoi stretti collaboratori di volere entrare in politica definitivamente. L'idea di creare un partito nuovo nello scacchiere politico Berlusconi la ebbe nell'autunno 1993 dopo aver ricevuto un niet sia da Mariotto Segni, leader del movimento referendario del 18 aprile, sia da Mino Martinazzoli, ultimo segretario politico della Democrazia cristiana, per creare una coalizione moderata contro le sinistre. Il 12 gennaio, dopo un periodo di tensioni e contrasti, Indro Montanelli decise di lasciare la direzione de “Il Giornale” dopo venti anni: secondo il giornalista toscano, la decisione, a pochi giorni dall'entrata in politica di Berlusconi, non avrebbe più mantenuto indipendente la linea del quotidiano, di cui l'imprenditore milanese era l'editore. Venne sostituito da Vittorio Feltri e Montanelli fondò “La Voce”.
Il 18 gennaio venne annunciata la nascita del nuovo partito di Silvio Berlusconi, Forza Italia. Il 26 gennaio poi Berlusconi spiazzò l'Italia e gli italiani, dicendo che si sarebbe candidato alle successive elezioni politiche con il suo nuovo partito politico. E lo fece a modo uso, spettacolarizzando la vicenda con un video-messaggio registrato su una videocassetta con un discorso televisivo letto durante i telegiornali nazionali in cui spiegava i motivi della sua “discesa in campo” nell'agone politico.
Questo è il famoso incipit del discorso letto da Berlusconi che durò 9 minuti e 30 secondi:
"L'Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore. Qui ho anche appreso la passione per la libertà. Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare”.
Nel discorso, Berlusconi disse di essersi dimesso “da ogni carica sociale nel gruppo [da lui] fondato, rinunciando al ruolo di editore e di imprenditore per mettere la [sua] esperienza e tutto il [suo] impegno a disposizione di una battaglia in cui credo con assoluta convinzione e con la più grande fermezza”. Disse che la classe politica nazionale era superata e travolta dai fatti e dalle inchieste ed i “vecchi governanti” erano stati “schiacciati dal peso del debito pubblico e dal sistema di finanziamento illegale dei partiti, [lasciando] il Paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento e del passaggio a una nuova Repubblica".
Nel discorso, Berlusconi parlò del suo nuovo partito, Forza Italia, dicendo di “scendere in campo” in quanto sognava “una società libera, di donne e di uomini, dove non ci sia la paura, dove al posto dell'invidia sociale e dell'odio di classe stiano la generosità, la dedizione, la solidarietà, l'amore per il lavoro, la tolleranza e il rispetto per la vita”. Forza Italia non come “l'ennesimo partito o l'ennesima fazione che nascono per dividere, ma una forza che nasce con l'obiettivo opposto; quello di unire, per dare finalmente all'Italia una maggioranza e un governo all'altezza delle esigenze più profondamente sentite dalla gente comune”, dando “una forza politica fatta di uomini totalmente nuovi, [offrendo] alla nazione un programma di governo fatto solo di impegni concreti e comprensibili. Noi vogliamo rinnovare la società italiana, noi vogliamo dare sostegno e fiducia a chi crea occupazione e benessere, noi vogliamo accettare e vincere le grandi sfide produttive e tecnologiche dell'Europa e del mondo moderno”. Ed in conclusione esortò i cittadini a costruire “insieme per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano".
L'idea del discorso fu tutta farina del sacco di Berlusconi, ma per avere la certezza di fare colpo sull'elettorato fece leggere le cartelle del discorso a persone fidate: Paolo del Debbio, Gianni Letta, Giuliano Ferrara, Cesare Previti, Marcello dell'Utri, Niccolò Querci e, si dice anche, Mike Bongiorno
. La mise di Berlusconi, la libreria dietro di lui, la foto della famiglia sullo sfondo unita ad una parlata calma e serena sono il simbolo del nuovo che stava avanzando. E tutto era stato pensato per filo e per segno. Il video-messaggio fu una clamorosa novità e stupì tutti. L'idea di Berlusconi era quella di indirizzare verso il suo movimento i voti che fino al 1992 (e gli anni precedenti) andavano al centro, diventando il primo e vero partito della destra moderna, cercando di accattivarsi i moderati.
Berlusconi si disse entrò in politica per amore di Patria e per senso di responsabilità, con “l'imprenditore prestato alla politica” in aiuto di uno Stato in crisi di valori e di senso civico, usando uno spirito imprenditoriale lontano dal passato, rendendo lo Stato più moderno, più veloce, più efficiente e meno burocratizzato. Berlusconi si pose come moderato, liberale, liberista, alternativo al vecchio sistema dei partiti, un comunicatore ed un punto di riferimento degno di nota capace di colpire al cuore l'elettore. In più c'era da impedire che gli ex comunisti andassero al governo perché il Paese era già in difficoltà. Berlusconi sparigliò le carte in tavola, tutti i sondaggi furono riveduti e la “gioiosa macchina da guerra” delle forze di centrosinistra subì uno scossone.
Il 6 febbraio 1994 si tenne al PalaFiera di Roma, la prima convention del nuovo partito e Berlusconi stupì la platea con il suo primo discorso “da politico”.
Forza Italia era pronta per la scalata alla politica nazionale, con un'impostazione diversa da tutti gli altri partiti politici:
- presenza di una forte gerarchizzazione;
- centralizzazione del leader;
- essere un “partito liquido”, quindi “non definito” (come riporta la Treccani);
- essere una novità.
Da lì ebbe inizio la campagna elettorale di un partito che cominciava da zero e doveva risalire la china nei sondaggi. ECome se non bastasse, in alcuni programmi dei palinsesti Fininvest, molti presentatori e volti noti suggerivano di votare alle prossime elezioni Forza Italia (da Ambra Angiolini a Mike Bongiorno a Raimondo Vianello), alla faccia dell'attuale legge sulla par condicio.
Mancavano sessanta giorni esatti al voto di marzo: il tempismo di Berlusconi fu eccezionale.

Il nuovo sistema elettorale: il “Mattarellum”
Le elezioni del 27-28 marzo marzo 1994 ebbero un importante risvolto storico per il nostro Paese, poiché furono le prime della cosiddetta Seconda repubblica: la “Prima”, in vigore dal 18 aprile 1948, era caduta a causa dell'inchiesta del pool milanese di “Tangentopoli” che aveva affossato il vecchio sistema partitico nazionale. Per la prima volta, inoltre, fu cambiato il sistema elettorale: stop al sistema proporzionale puro in vigore dalla I legislatura (1948-1955), largo al “Mattarellum” (Legge Mattarella, 04/08/1993 n. 276-277). Con quel nuovo sistema elettorale, il 75% dei parlamentari veniva eletto con il sistema maggioritario a turno unico (in collegi uninominali) ed il restante 25% per la Camera con il proporzionale, mentre per il Senato l'elezione avveniva con il metodo dello scorporo con liste bloccate. Per la prima volta veniva introdotta una soglia di sbarramento: il 4% era la percentuale minima da superare per avere deputati e senatori eletti con il proporzionale. I candidati potevano essere presenti sia nei collegi sia nelle circoscrizioni e molti non eletti al maggioritario entrarono in Parlamento con il “recupero”.
La nuova legge elettorale era frutto del referendum abrogativo del 18 aprile 1993 (otto schede). Mariotto Segni, figlio dell'ex Presidente della Repubblica Antonio, fu il “condottiero” di quella cavalcata referendaria dopo la sua uscita dalla Democrazia cristiana, denunciandone la crisi politica e morale in tempi non sospetti.
Il 27 marzo, per la prima volta nella storia della Repubblica, i cittadini italiani si trovarono in un nuovo contesto politico: non erano più presenti i partiti tradizionali di massa (Dc e PCI, che avevano determinato la scena dalla fine della Seconda guerra mondiale, oltre quelli del vecchio “pentapartito”), era cambiato il metodo di elezioni dei rappresentanti in Parlamento e gli stessi italiani avevano voglia di gettarsi alle spalle quasi mezzo secolo di mala politica. L'Italia con quelle elezioni voleva ripartire da zero.

La strana alleanza di Berlusconi: padani al nord, missini al sud Il “Mattarellum” prevedeva la creazione di coalizioni elettorali e Forza Italia sapeva che non poteva presentarsi da sola alle elezioni politiche. Berlusconi tra il 27 gennaio e la presentazione delle liste cercò di creare una coalizione con a capo Forza Italia insieme ad altri partiti che avevano la sua stessa visione politica. A quali partiti chiedere? Sicuramente non a quelli della sinistra, sicuramente no ai Popolari. Berlusconi chiese, nei mesi successivi, ed ottenne il “sì” di due partiti: il Movimento Sociale Italiano-Alleanza Nazionale e la Lega Nord.
Molti pensarono che era troppo tardi per scendere in campo, creare un partito ex novo a due mesi esatti dal voto e creare un'alleanza elettorale che puntava a diventare “di governo”. Altri sostennero che non sarebbe servito a nulla, visto che la coalizione dei progressisti avrebbe vinto a mani basse. Insomma, nonostante potesse avere buone intenzioni e buoni propositi, l'idea berlusconiana avrebbe perso. Ed invece Berlusconi fece un qualcosa di inaspettato a ridosso del voto: il leader di Forza Italia strinse un patto per presentare, sotto le insegne del Polo delle libertà, il nome della coalizione elettorale, candidati del partito leghista in molti collegi dell'Italia settentrionale, mentre al Sud, il partito forzista avrebbe presentato liste con l'MSI-Alleanza nazionale, dando vita al Polo del buon governo. In pratica, due mini-coalizioni in una grande coalizione.
Ma c'era un problema: la Lega Nord aveva idee totalmente diverse rispetto al partito della Fiamma ed entrambe avevano bacini elettorali diversi: la Lega Nord era forte solo ed esclusivamente in Pianura padana, il partito della Fiamma nel Lazio ed in Abruzzo e in molte regioni dell'Italia meridionale. In più Umberto Bossi, il focoso segretario del Carroccio, non vedeva di buon occhio un rapporto coalizzativo con i fascisti e non prese mai sul serio lo stesso Berlusconi. Il terzo partito ad allearsi con Berlusconi fu il il CCD, il Centro Cristiano Democratico, con candidati in collegi e circoscrizioni.
Vediamo nel dettaglio come erano i due partiti “rivali” nella coalizione di centrodestra.
La Lega Nord era nata nel 1991 e si era posta come la vera novità politica, fin da subito, dello scenario politico nazionale. O meglio, settentrionale. Guidato da Umberto Bossi, il partito si presentò per la prima volta alle elezioni politiche nel 1987 eleggendo, sotto il nome di Lega Lombarda (l'embrione del futuro Carroccio), due parlamentari: Giuseppe Leoni alla Camera e lo stesso Bossi al Senato (per questo chiamato senatur).
Il partito, forcaiolo e lontano dalle beghe di palazzo, sfruttò le vicende di “Tangentopoli”, facendo il boom alle seconde elezioni politiche cui prese parte (quelle del 1992), portando nella tanto contestata “Roma ladrona” ben cinquantacinque deputati e venticinque senatori. Le elezioni amministrative del 1993 (primavera e autunno), diedero un peso importante al Carroccio, tanto da conquistare molti municipi (del Nord). Uno su tutti, Milano con Marco Formentini, ex capogruppo alla Camera dei deputati.
Berlusconi capì che per vincere le elezioni bisognava trovare un accordo con Bossi ed i suoi uomini, solo che, come detto, le idee politiche della Lega erano diametralmente opposte a quelle missine e quindi Berlusconi, saggiamente, costituì due mini-coalizioni nella grande coalizione del “Polo”: il “Polo delle Libertà” con la Lega Nord al Nord, il “Polo del buongoverno” al Sud con il MSI
. La decisione fu accettata mal volentieri da tanti leghisti, eppure Bossi era certo: l'alleanza con Berlusconi avrebbe funzionato, la Lega avrebbe preso tanti voti e tanti seggi per poter arrivare un giorno all''autodeterminazione dei “popoli del Nord” e poi all'indipendenza della “Padania”.
Rispetto alla Lega Nord, invece, il Movimento Sociale Italiano aveva dietro di sé una lunga storia parlamentare, tanto da avere parlamentari fin dalla prima legislatura.
Il MSI in quel periodo era un partito in ebollizione in senso positivo. Il leader del partito, Gianfranco Fini, da tre anni segretario della Fiamma (dopo esserlo stato tra il 1987 ed il 1990), cavalcando l'onda lunga della caduta del Muro di Berlino e la fine delle ideologie, parlava da tempo di creare dalle ceneri della Fiamma un nuovo soggetto politico ed iniziare a parlare non più di neofascismo ma di post-fascismo, superandolo una volta per tutte.
Il momento era caldo: un nuovo sistema elettorale, nuovi partiti sulla scena e la “svolta della Bolognina” che aveva posto fine al Partito Comunista Italiano in favore del Partito Democratico della Sinistra doveva essere l'esempio da seguire. Quella di Fini fu l’ultima segreteria del Partito, ma sarà anche quella della svolta: il 1992 sarà l’anno di “Tangentopoli”, dell’apice della violenza della mafia e Fini pose il partito come baluardo della legalità, dell’anticomunismo e punto di riferimento contro la criminalità organizzata e la lotta alla partitocrazia. Fini doveva però ancora far capire “da che parte stare”, poiché in un'occasione aveva definito Benito Mussolini come uno statista, creando sdegno nel Paese e tra gli antifascisti.
Anche se il partito era in “ibernazione” almeno dai tempi del governo Tambroni del 1960, salvo la parentesi delle politiche del 1972 dove il partito ottenne il suo massimo storico (8,67%), due esponenti di spicco del partito come Francesco Storace, direttore de “Il Secolo d’Italia”, e Domenico Fisichella, professore universitario ed intellettuale vicino in gioventù ad idee monarchiche, furono i primi a pensare ad un’”alleanza nazionale” che unisse, in un nuovo periodo della storia, non solo i missini, ma anche tutte le altre espressioni che toccavano da vicino il pensiero della destra, del conservatorismo, del liberalismo, dell’europeismo e del nazionalismo. Fisichella sulle pagine del quotidiano romano “Il Tempo” espresse la volontà della destra italiana di non essere erede del fascismo, non aver nessun tratto in comune con esso e di andare oltre. Necessitava fare come il Partito Comunista Italiano: dare una svolta, superando il proprio passato. I tempi erano maturi, anche perché la nuova legge elettorale, che prevedeva una sfida a livello di collegi uninominali, avrebbe visto il Movimento Sociale Italiano, strutturato com’era allora, soccombere pesantemente.
Fini verso la fine del 1993 incominciò ad accelerare per definire il progetto “Alleanza Nazionale”: l'11 dicembre 1993 il Comitato centrale del Movimento Sociale Italiano decise di unire la sigla “Alleanza Nazionale” (AN) a quella del partito al posto di “Destra nazionale”, come era dalle politiche del 1972. Era questione di un anno ed il partito della Fiamma avrebbe fatto posto a questa novità della scena politica nazionale.

27-28 marzo 1994: la vittoria del Polo
Domenica 27 e lunedì 28 marzo, 41 milioni di italiani (l'86% degli aventi diritto al voto) si recarono alle urne per eleggere i 630 deputati e i 315 senatori che sarebbe andati a comporre la XXII legislatura parlamentare, quella che ha dato il via, secondo il linguaggio giornalistico, alla Seconda repubblica.
Erano elezioni anticipate (si era votato il 5 aprile 1992 ed il termine naturale sarebbe stato il 1997), poiché non ci fu una maggioranza parlamentare ed il Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, decise di sciogliere, nel gennaio precedente, le Camere ed indire nuove elezioni. L'XI legislatura (1992-1994) aveva prodotto due governi: Amato e Ciampi. Il governo Ciampi diede le dimissioni il 13 gennaio 1994.
Le settimane precedenti al voto furono molto calde, con le due coalizioni alla ricerca disperata del voto in più per avere il sopravvento sugli avversari e governare il Paese.
Visto che furono elezioni particolari, il 23 marzo accadde qualcosa di mai visto prima, vale a dire un duello televisivo fra i leader dei due schieramenti politici: Achille Occhetto contro Silvio Berlusconi. Da quel momento, oltre alle consuete tribune politiche che avevano contraddistinto fino a quel momento la tv italiana, ecco il duello davanti alle telecamere come si faceva sin dal 1960 negli Stati uniti quando, per la prima volta nella storia, ci fu una serie di dibattiti tra i due candidati alla Casa bianca, il democratico John Fitzgerald Kennedy e Richard Nixon, il nuovo che avanzava contro la vecchia classe dirigente. E la sfida italiana era simile a quella del 1960: Berlusconi rappresentava il nuovo, Occhetto invece la vecchia classe dirigente, essendo in parlamento dal 1976 consecutivamente.
Per la prima volta si presentarono alle elezioni coalizioni elettorali: se fino alla tornata elettorale precedente era un “tutti vs tutti” e dopo si decidevano le alleanze, ora le coalizioni si formavano prima. Nel frattempo, erano cambiati i riferimenti culturali ed era cambiata la classe dirigente politica. Le due coalizioni contendenti erano l'Alleanza dei Progressisti ed il Polo delle Libertà. La vittoria andò alla seconda, espressione di partiti di centrodestra.
A capo di quella coalizione ci fu Silvio Berlusconi. Proprio lui, l'imprenditore italiano più famoso di tutti che aveva deciso due mesi prima di scendere in politica. Dietro il successo dell'allora 57enne Berlusconi, c'era la sua “creatura”, il partito politico (o movimento) Forza Italia che, in appena due mesi, arrivò al 21% dei consensi, compiendo un vero “miracolo politico”. L'altro candidato Premier, Achille Occhetto, in cuor suo, pensava di vincere le elezioni e portare per la prima volta un partito di sinistra (ed una coalizione) al potere in Italia, ma invece le elezioni furono un successo di Silvio Berlusconi e della sua coalizione. A dire il vero è errato parlare di “candidati Premier”, perché in Italia gli elettori votano i rappresentanti parlamentari che poi dovranno votare la fiducia al governo che ne scaturirà (o che dovrebbe scaturire) e non votano direttamente il candidato Premier.
Al Polo andò il 42,84% dei voti, mentre i Progressisti si fermarono al 34,34%”. Forza Italia arrivò al 21% ed il solo Polo delle Libertà (al Nord) conquistò gli stessi seggi che i Progressisti ottennero a livello nazionale (164). Il centrodestra si affermò al Nord e al Sud, mentre il centrosinistra prevalse nelle Regioni del centro, le cosiddette “roccaforti rosse”, e in alcune zone di Puglia, Basilicata e Calabria.
A livello di singoli partiti, Forza Italia ottenne, come detto, il 21%, il PDS il 20.3% ed i Popolari l'11%. La Lega Nord ottenne lo 0,20% in meno rispetto alle elezioni di due anni prima (8.36 contro 8.65), ma portò a Roma molti parlamentari in più poiché la maggior parte furono eletti nei collegi uninominali, mentre il MSI-AN incrementò i suoi voti di otto punti rispetto a due anni prima arrivando al 13.4%: primo partito in Lazio e Abruzzo e risultato migliore del partito della Fiamma nella storia elettorale nazionale. Il partito ebbe molti voti nell'Italia centromeridionale, storico bacino elettorale del partito, mentre al Nord ebbe la maggior parte dei voti in due Regioni storiche come il Trentino Alto Adige ed il Friuli Venezia Giulia. I tanti voti che furono incanalati verso il partito furono dovuti al fatto che si presentava sotto una nuova veste, pronto a cambiare pelle e a rifarsi il look non solo come simbolo ma come ideali politici.
Forza Italia ottenne novantanove seggi “puri” (132 totali, poiché a questi si unirono candidati di CCD, UDC e del Polo Liberal-Democratico) e trentatré “puri” al Senato (trentacinque totali, poiché si unirono anche due senatori dell'UDC), il Movimento Sociale Italiano–Alleanza Nazionale centodieci deputati e quarantotto senatori, la Lega Nord fece il boom con centodiciotto deputati e sessanta senatori. Dall'altra parte, il Partito Democratico della Sinistra ottenne centosedici deputati “puri” (per un totale di centoventiquattro, poiché si unirono otto eletti tra le file dei Cristiano sociali) e sessantotto senatori “puri” (settantasei in totale), Rifondazione comunista invece portò “a casa” trentotto deputati e diciotto senatori. La terza coalizione, il Patto Segni, ottenne solo quarantasei deputati e trentuno senatori.
Dei 915 parlamentari eletti, il 70% era alla prima legislatura. Non fu candidato ovviamente Craxi e lo stesso Berlusconi ed i suoi più fidati collaboratori iniziarono a prendere le distanze da lui, nonostante il grandissimo legame che li legava tra loro da anni.
Il forzista Carlo Scognamiglio venne eletto Presidente del Senato per pochi voti (quattro) su Spadolini, repubblicano e Presidente del Senato uscente. Furono decisivi i voti di senatori eletti in altri schieramenti che poi passarono alla maggioranza parlamentare. La leghista Irene Pivetti fu eletta alla presidenza della Camera: dopo Nilde Iotti, la Pivetti divenne la seconda donna a ricoprire la terza carica dello Stato, nonché la più giovane.
Berlusconi era pronto a sciogliere la riserva e a giurare come nuovo Presidente del Consiglio dei ministri non appena il Presidente Scalfato gli avesse dato il compito di formare il nuovo governo. Un governo che avrebbe visto per la prima volta insieme leghisti e missini.
Erano lontani anni luce i tempi del governo Tambroni dove la sola ipotesi che il MSI potesse andare al governo causò i “moti di Genova” con violenze e morte in alcune città italiane. I tempi erano cambiati, la politica italiana era cambiata e, soprattutto, il sogno di Silvio Berlusconi si era realizzato.

Il primo governo Berlusconi ed il voto delle Europee: Forza Italia pigliatutto
Il 28 aprile Berlusconi ricevette dal Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, l'incarico di formare il nuovo governo. Tredici giorni dopo (l'11 maggio), il Presidente del Consiglio in pectore sciolse la riserva e varò il governo composto da elementi di Forza Italia, Lega Nord, MSI-AN CCD (e parte dell'UDC) e due ministri indipendenti. Divenne il LI Presidente del Consiglio della storia della Repubblica italiana.
Il governo Berlusconi ottiene la fiducia del Senato, con 159 voti a favore e 153 contrari ed il 20 maggio alla Camera ottiene 366 voti favorevoli e 245 contrari: decisivo fu il voto favorevoli di molti parlamentari di altri partiti esterni alla coalizione del Polo delle libertà. Con il voto delle due Camere, il governo Berlusconi iniziò ad essere operativo. Il “Berlusconi I” si componeva di due vice-Premier (il missino Giuseppe Tatarella ed il leghista Roberto Maroni), ventisei ministri e trentacinque sottosegretari. Gianni Letta, da sempre uomo fidato del Cavaliere, ebbe l'incarico di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
A Forza Italia andarono il Ministero degli Affari Esteri (Antonio Martino), Difesa (Cesare Previti), Lavori Pubblici (Roberto Radice), Commercio con l'Estero (Giorgio Bernini) e Università e della Ricerca scientifica (Stefano Podestà); alla Lega Nord andarono il Ministero degli Interni (Roberto Maroni), Bilancio e Programmazione economica (Giancarlo Pagliarini); Industria del Commercio e dell'Artigianato (Vito Gnutti); Alleanza nazionale ebbe il Ministero delle Risorse agricole (Adriana Poli Bortone), Trasporti (Publio Fiori), Ambiente (Altero Matteoli), Poste e Telecomunicazioni (Giuseppe Tatarella) e Beni Culturali (Domenico Fisichella); all'UDC andarono il Ministero di Grazia e Giustizia (Alfredo Biondi), Pubblica istruzione (Francesco d'Onofrio) e Sanità (Raffaele Costa); al CCD andò il Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale (Clemente Mastella). I ministeri retti da indipendenti furono quello delle Finanze (Giulio Tremonti) e del Tesoro (Lamberto Dini).
Forza Italia ebbe anche tre Ministeri “senza portafoglio”: Famiglia e Solidarietà sociale (Antonio Guidi), Affari regionali (Giuliano Urbani) e Rapporti con il Parlamento (Giuliano Ferrara); alla Lega Nord andarono il Ministero per le Politiche europee (Domenico Comino) e ke Riforme istituzionali (Francesco Speroni) mentre il Ministero per gli Italiani nel Mondo andò all'indipendente Sergio Berlinguer, cugino di Enrico e già Segretario generali alla Presidenza della Repubblica italiana con Francesco Cossiga dal 1987 alla fine del suo mandato presidenziale.
Tempo dopo si seppe che ci furono delle frizioni tra Berlusconi e Scalfaro sulle nomine poiché il designato per il ministero di Grazia e Giustizia doveva essere inizialmente Cesare Previti, ma il Capo dello Stato si oppose fermamente perché ritenne inopportuno che l'avvocato della Fininvest presieduta da Berlusconi andasse ad occupare quella poltrona nel governo presieduto da Berlusconi. Lo stesso Berlusconi, si seppe poi, volle Antonio di Pietro, magistrato del pool di Milano di “Tangentopoli”, al Ministero degli Interni ma il magistrato, dopo un incontro con Berlusconi, rifiutò. Altri due membri del pool “Mani pulite” furono contattati per diventare il Ministro della Giustizia visto il loro background: Tiziana Parenti e Piercamillo Davigo. Davigo rifiutò, mentre la Parenti era già uscita dal pool di Francesco Saverio Borrelli perché candidata con Forza Italia, diventando poi Presidente della Commissione parlamentare Anti-Mafia per la durata della legislatura.
Non era la prima volta che Scalfaro disse niet per un incarico istituzionale: nel giugno 1992, dopo le elezioni di aprile, Craxi chiese all'allora Capo di Stato di avere l'incarico di formare il governo ma il politico democristiano rifiutò, dicendo che a seguito dell'indagine “Mani pulite” ed il suo partito coinvolto in maniera importante era una cosa non possibile.
Il traino del trionfo delle politiche si spostò poi a Strasburgo: il 12 giugno 1994 si tennero le quarte elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo e Forza Italia ottenne il 30.6% dei voti, pari a poco più di 10 milioni di voti, conquistando 27 seggi degli (allora) ottantuno spettanti all'Italia. Forza Italia nel luglio 1994 creò un nuovo gruppo politico a Strasburgo, Forza Europa, costituito da ventinove esponenti e confluì un anno dopo nel gruppo conservatore Gruppo dell'Alleanza Democratica Europea.
Il Movimento Sociale Italiano-Alleanza Nazionale ottenne il 12.5% con un calo di un punto percentuale, mentre la Lega Nord dimezzò i suoi voti, scendendo al 4.7%. Questi risultati rispetto alle politiche di marzo, perché rispetto alle elezioni europee di cinque anni prima, la futura “Alleanza nazionale” incrementò di quasi sette punti percentuali, mentre la Lega Nord prese quattro volte i voti di cinque anni prima. Nel complesso, il “Polo” ottenne il 48% dei consensi.
Chi uscì sconfitto furono ancora una volte le forze di centro-sinistra, con il Partito Democratico della Sinistra che ottenne il 19% e 8.5 voti percentuali in meno, mentre Rifondazione comunista cinque anni prima non esisteva ed ottenne un incoraggiante 6%. Il Partito Popolare Italiano, a causa della fine della Democrazia cristiana, perse addirittura il 23% dei voti ed i socialisti il tredici percento dei consensi. Tutti quei voti, in pratica, erano andati a Forza Italia.
Questa batosta elettorale spinse Achille Occhetto a rassegnare le dimissioni da segretario della Quercia il 13 giugno successivo: il politico torinese, che puntava alla poltrona più importante di Palazzo Chigi, nel giro di tre mesi si vide ridimensionato e capì che doveva farsi da parte. Il 1° luglio Massimo d'Alema venne eletto segretario del PDS con Walter Veltroni presidente. Nel mentre, si dimisero anche i segretari del PSI, Ottaviano del Turco, e di Alleanza democratica, Willer Bordon, i cui sostituti furono Valdo Spini e...lo stesso Bordon, le cui dimissioni vennero respinte.

I primi problemi del governo: dal “decreto Salva-ladri” alla conferenza di Napoli sulla sicurezza
Le prime settimane furono difficili per il governo Berlusconi, chiuso nella morsa dei due alleati forti che iniziarono a detestarsi.
Dall'8 al 10 luglio, Berlusconi fece gli onori di casa a Napoli, ospitando il XX° incontro annuale dei G7, il meeting dei Capi di Stato e di Governo dei sette Paesi più industrializzati del Mondo. Fu invitata anche la Federazione russa che, ad ogni sua partecipazione successiva, avrebbe trasformato le riunioni nel G8.
Il 13 luglio il governo Berlusconi iniziò a tremare a causa del varo del “decreto Biondi”, un decreto-legge che andava a limitare i reati per i quali la magistratura poteva disporre la richiesta di custodia cautelare e imporre il segreto sulla comunicazione degli avvisi di garanzia (decreto-legge 14/7/94, n. 440). Questo provvedimento, noto con il nome di “decreto Salva-ladri”, comportò una conseguenza importante: molti imputati di “Tangentopoli” sarebbero usciti dal carcere ed andati agli arresti domiciliari.
Si levarono gli scudi contro questo decreto che venne definito inaccettabile ed incostituzionale. Andarono ai domiciliari le persone coinvolte in reati finanziari e a seguito dell'inchiesta “Mani pulite”: dall'abuso di ufficio alla concussione e alla corruzione, dal finanziamento illecito alla bancarotta fraudolenta, dal falso in bilancio alla frode fiscale, dall'associazione a delinquere alle fatture false, dalla ricettazione alla truffa ai danni dello Stato.
La sera del 14 luglio di Pietro ed i suoi colleghi del pool, in una conferenza stampa, dissero che si sarebbero dimessi dai loro incarichi ed avrebbero chiesto il trasferimento ad altro incarico. Era chiaro il malumore dei magistrati milanesi di vedere vanificata la loro fatica dei due anni precedenti di porre fine al malcostume corruttivo della politica nazionale.
Ci fu maretta nel governo e tutta la solidarietà del Paese nei confronti del pool. In sette giorni 2.764 detenuti uscirono, di cui oltre trecento per le vicende di “Tangentopoli”.
Il 18 luglio Maroni dichiarò che se il “decreto Biondi” fosse stato approvato, si sarebbe dimesso dal governo per protesta. Il governo ritirò quel decreto, ma molti ritennero questo un grosso passo falso di Berlusconi. Questo decreto fece traballare il governo, con la Lega che si infuriò ed un'opinione pubblica che iniziò a rumoreggiare contro il Premier, iniziando a pensare che fosse sceso in politica solo per un tornaconto personale e per aiutare gli “amici”. Il 21 luglio il decreto fu bocciato dal governo e fu trasformato in disegno di legge.
Il 29 luglio iniziarono i primi problemi seri per il Premier: quel giorno suo fratello minore Paolo, editore del quotidiano “Il Giornale” (società cedutagli dal fratello maggiore a seguito della Legge Mammì), venne tratto in custodia cautelare a seguito di un'indagine di corruzione da parte del gruppo Fininvest verso la Guardia di Finanza. L'11 febbraio, Paolo Berlusconi era stato interrogato dal pool Mani pulite per le tangenti pagate al fondo pensioni Cariplo in cambio dell'acquisto di tre immobili appartenenti a Edilnord. Un'intricata vicenda che vide coinvolto (allora indirettamente) l'allora Premier.
Il 28 settembre il governo presentò al Parlamento il disegno di legge per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato, la sua prima Legge finanziaria: 48 mila miliardi di lire con un netto taglio alla spesa per le pensioni.
Il 14 ottobre 1994 oltre 3 milioni di lavoratori partecipano alla manifestazione contro la manovra economica del governo ed il 10 novembre il Governo fu battuto al Senato sulla vicenda “Rai”.
Il 12 novembre oltre 1.5 milioni di persone scesero in piazza contro il governo per la legge finanziaria e la riforma pensionistica.
Il 14 novembre arrivò la prima questione di fiducia sul governo, su una parte della Finanziaria (l'articolo 30), ma l'esecutivo ebbe la fiducia.
Il 16 novembre ci fu l'accordo Bossi-Buttiglione affinché il governo riaprisse il dialogo rotto con i sindacati ed il 20 novembre ci fu una pesante sconfitta elettorale da parte del Polo alle amministrative, perdendo al primo turno in cinque provincie su sette al voto.
Il 21 novembre, inoltre, Silvio Berlusconi ricevette l'ordinanza di comparizione il 26 novembre successivo presso la Procura di Milano per essere interrogato in veste di indagato e rispondere di concorso in corruzione continuata della Guardia di Finanza. I tre capi di imputazione erano mazzette di Mediolanum, Mondadori e Videotime alla Finanza.
Il Premier stava presiedendo la conferenza internazionale sulla criminalità organizzata a Napoli con il patrocinio dell'ONU. Per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, un Presidente del Consiglio in carica riceveva un ordine di comparizione. L'avviso di comparizione di Berlusconi riguardava ”inchiesta Tele+ [sulla] proprietà della pay tv e la compatibilità del ruolo di Fininvest con quanto stabilito dalla legge Mammì”.
In quei giorni tutto il Paese era in subbuglio per questa notizia (che non era un'accusa o un avviso di garanzia) che fece pensare a molti che il governo Berlusconi non sarebbe arrivato alla fine naturale della legislatura, tenuto conto dei problemi con la Lega Nord.
Berlusconi non si dimise come molti si auspicavano, ma il 26 novembre non si presentò perché il suo avvocato non stava bene. Berlusconi fu interrogato il 13 dicembre da Borrelli, Colombo e Davigo. Antonio di Pietro si era dimesso dal pool il 6 dicembre e non poté interrogarlo.
Le dimissioni di Di Pietro avevano spaccato il Parlamento: la sinistra colpevolizzò il governo che aveva fatto la guerra al pool dal “decreto Biondi” alle ispezioni ministeriali, mentre la destra sostenne che il pool era diviso tra buoni e cattivi (di Pietro contro Davigo e Borrelli).
Il “novembre nero” del governo Berlusconi non terminò lì, perché i rapporti con i sindacati furono molto tesi, con questi che decisero di protestare pesantemente contro la riforma pensionistica voluta dal ministro Dini sin dal 14 ottobre.
Il 30 novembre il governo fece marcia indietro sulle pensioni ed i sindacati indirono una manifestazione il 2 dicembre. Il governo si sconfessò ed il 1° dicembre le parti trovarono l'accordo: venivano eliminate le penalizzazioni per le pensioni d'anzianità e furono sbloccate le pensioni per i lavoratori con trentacinque anni di servizio dal giugno 1995. CGIL, CISL e UIL, soddisfatti dell'esito della decisione, decisero di revocare lo sciopero generale del giorno successivo.
I problemi erano solo all'inizio: il peggio, per il governo Berlusconi, doveva ancora arrivare.

Il “ribaltone” leghista. Tutti a casa
La Lega Nord, forte del suo 8.36% elettorale ed i tanti parlamentari, ebbe sempre un rapporto conflittuale con i “colleghi” di governo, dimostrandosi un partito focoso e molto legato al suo leader, Umberto Bossi.
Il punto di non ritorno si ebbe già a luglio, con il “decreto Biondi” perché vietava la custodia cautelare nei confronti di persone colpevoli di diversi reati, tra cui quello di corruzione e bancarotta fraudolenta. Maroni si oppose, ma comunque il Parlamento non riuscì ad approvarlo.
Il partito del Cavaliere, secondo i vertici leghisti, in quei mesi tolse (elettoralmente) diversi voti ai bossiani. In particolare Bossi temeva il MSI-Alleanza Nazionale, poiché vicino alla causa dell’Italia meridionale e che potesse trarre più benefici per perorare la causa “sudista” a scapito di quella settentrionale, sbilanciando il governo.
Il 26 ottobre Umberto Bossi fece una dichiarazione shock: la Lega Nord sarebbe uscita dalla maggioranza parlamentare subito dopo l'approvazione della Finanziaria per i troppi problemi del governo. Gli scricchiolii estivi stavano diventando scosse telluriche.
La Lega Nord si era sempre posta come un partito della legalità e contro il malaffare che aveva contraddistinto la politica nazionale fino a quel momento e con il “decreto Biondi” il Carroccio iniziò a brontolare e a polemizzare. Ed il fatto che Berlusconi ricevette il mandato di comparizione davanti ai giudici fu la classica goccia che fa traboccare il vaso.
La Borsa, nei primi dieci giorni, era sempre in segno negativo e venivano bruciati miliardi su miliardi.
Il 17 dicembre alla Camera vennero presentate ben tre mozioni di sfiducia contro il governo, due provenienti dalle opposizioni ed una dalla maggioranza, con firmatari popolari e leghisti. Le mozioni furono “targate”PDS, una Lega-Buttiglione e l'altra PPI.
Il 22 dicembre Bossi scaricò Berlusconi durante un discorso alla Camera. La sera stessa Berlusconi andò da Scalfaro e si dimise, evitando di essere sfiduciato. Volarono gli stracci tra lui e Bossi. Berlusconi sperò che Scalfaro gli desse l'incarico di fare un nuovo esecutivo con un rimpasto o di andare al voto, ma il Capo dello Stato gli disse che in Parlamento c'era la maggioranza e che quindi non si poteva tornare al voto.
Il gesto leghista passò alla cronache giornalistiche con il nome di “ribaltone”.
Il sogno governativo di Berlusconi era durato sette mesi. A oggi, il “Berlusconi I” è il quarantesimo governo (su sessantatré) per durata con 252 giorni.
Nel frattempo, caduto il governo Berlusconi, i partiti si mossero. Il 13 gennaio 1995 Scalfaro diede l'incarico di formare un nuovo governo a Lamberto Dini, già direttore della Banca d'Italia e ministro del Tesoro con Berlusconi.
Il 17 gennaio fu varato il primo governo tecnico della Repubblica a tutti gli effetti che rimase in carica fino al 17 maggio 1996. Il governo Dini ebbe i voti a favore di PDS, centrosinistra, popolari e Lega.
Il 27 gennaio 1995 si sciolse il Movimento Sociale Italiano e nacque, a Fiuggi, Alleanza Nazionale. La Lega Nord subì il “fascino” della sinistra (non entrando in coalizione con lei) e premette l'acceleratore sulla causa secessionista della “Padania”.

Conclusioni: 25 anni da quel discorso e da quelle elezioni, cosa è cambiato?
Se nel dicembre 1993 Forza Italia era una bozza di idea di partito, il 28 marzo era diventato il partito più votato di tutti capace di esprimere maggioranza parlamentare relativa, un Premier, otto ministri e dodici sottosegretari.
Il 1994 è stato l'anno di Forza Italia, partito accentratore di voti che un tempo sarebbero stati del “pentapartito”, ma anche l'anno di Silvio Berlusconi, il parvenu della politica che scrisse una pagina importante, nel bene e nel male, nella storia della Repubblica italiana: a distanza di venticinque anni da quel messaggio televisivo inaspettato, lo scorso 17 gennaio Berlusconi ha annunciato che si candiderà per le elezioni del rinnovo del Parlamento europeo che si terranno (in Italia) domenica 26 maggio. Motivo? Fare in modo che il suo partito (Forza Italia), non perda voti nei confronti della Lega, a oggi (secondo i sondaggi) il partito che prenderebbe più voti. E per far tornare la sua “creatura” forte come venticinque anni fa (o anche diciotto) il Cavaliere ha deciso di candidarsi capolista in tutte le cinque circoscrizioni dei seggi per Strasburgo. Un ritorno (l'ennesimo) in politica a distanza di cinque anni e mezzo dalla sua decaduta da senatore.
Questi venticinque anni di Seconda repubblica hanno visto Berlusconi grande protagonista della scena politica.
Il successo politico, datato 1994, di Berlusconi, dipendeva da almeno tre fattori:
- novità in un mondo politico che voleva scrollarsi di dosso la vecchia classe dirigente che aveva portato, tra le tante cose, allo scoppio di “Tangentopoli”, al forte debito pubblico, alla svalutazione della lira, all'inflazione al 6%;
- per la prima volta, un politico ed un partito guardavano totalmente ai liberi professionisti, agli imprenditori, ai commercianti e agli artigiani cercando i voti perduti del fu Pentapartito;
- la nuova legge elettorale aveva spazzato via il concetto di “centro”, polarizzando la sfida politica tra destra e sinistra divise in coalizioni.
Berlusconi ebbe un merito (o demerito, in base ai punti di vista): focalizzare su se stesso l'agone della politica. Non a caso, a partire proprio dalla sua “discesa in campo”, l'elettorato italiano si è diviso in “berlusconiano” ed “anti-berlusconiano”: i pro- vedevano in Berlusconi l'uomo giusto al posto giusto nel momento giusto, garanzia di onestà senza pensare ad un nuovo arricchimento con la politica e sorpassare il concetto di “politica” dando spazio a nuove persone che non lo erano di professione; i suoi detrattori videro la sua entrata in politica come una convenienza dello stesso Cavaliere per salvare le proprie aziende dal fallimento e se stesso dal carcere, scrivendo leggi ad personam, leggi che avrebbe potuto far avere un tornaconto a lui, alle sue aziende o alle persone a lui più vicine.
Dopo le elezioni del 1994, a oggi si sono tenute altre tornate elettorali che hanno visto in campo gli stessi politici di venticinque anni fa ma con altri partiti.
Berlusconi è stato Premier dal 2001 al 2006 e dal 2008 al 2011, quando dovette dimettersi a seguito della perdita della maggioranza parlamentare e a causa della grave crisi economica che aveva colpito il nostro Paese (spread a 575 punti, ovvero differenziale tra i titoli decennali italiani rispetto ai Bund tedeschi) ed è stato il protagonista assoluto della Seconda repubblica. Anche se tanti, dopo le elezioni dello scorso 4 marzo, con la vittoria della coalizione di centrodestra, la maggioranza relativa del Movimento Cinque Stelle e la crisi politica durata due mesi, diverse consultazioni e tentativi falliti di creare un nuovo governo fino alla nascita di quello pentastellati-Lega guidato da Giuseppe Conte, parlano di inizio della Terza repubblica.
La Seconda repubblica si pensava potesse far diminuire il multipartitismo italiano, ma in questi venticinque anni la scena politica si è frantumata maggiormente e solo con alcune leggi elettorali si è cercato di polarizzare la scena: se nel 1994 c'erano in parlamento quindici partiti e tre coalizioni, oggi i partiti rappresentati in Parlamento sono undici, ma con le elezioni politiche del 2008 in Parlamento vi entrarono solo nove partiti, di cui due territoriali ed uno composto da italiani eletti nelle circoscrizioni estere, lasciando fuori la cosiddetta “sinistra alternativa”.
Dal 1994 a oggi, solo in due casi si è arrivati alla fine della legislatura e un solo governo ha governato cinque anni, il governo Berlusconi II-III (2001-2006). Quel Berlusconi, proprio quello che il 26 gennaio 1994 aveva deciso di “scendere in campo” usando un'espressione tratta dallo sport che lo ha reso iconico e vincente (da presidente del Milan, tra il 1986 ed il 2017, vinse ventinove trofei, tra cui cinque Champions League) e che ha governato, in maniera non continua, fino al 2011 per complessivi nove anni.
Si pensava che il 1994 fosse l'anno del rilancio della politica nazionale, falcidiata dall'inchiesta “Mani pulite” e che vide il ritorno dello stragismo mafioso nel biennio 1992-1993, con la paura di un colpo di Stato e la spugna gettata dalle istituzioni. Il 1994 portò freschezza in Parlamento, ma si capì fin da subito che il governo Berlusconi non avrebbe governato fino al 1999 (termine naturale della legislatura) tra l'incapacità dei suoi alleati e la concatenazione di eventi che fecero crollare il suo consenso personale.
Forza Italia e Lega Nord sono gli unici partiti ancora presenti in Parlamento (oltre alla Südtiroler Volkspartei, che però è un partito territoriale) con il primo all'opposizione e il secondo al governo in coabitazione con il Movimento Cinque Stelle. Sono cambiati in questi ultimi anni i rapporti di forza: se nel 1994 Forza Italia aveva il 21% e la Lega Nord l'8%, con le elezioni dello scorso 4 marzo il partito berlusconiano è sceso al 14% mentre il Carroccio è salito al 17% e molti sondaggi danno il Carroccio oggi al 34% e il partito forzista all'8%.
Dei leader del 1994, oggi gli unici presenti in Parlamento sono Pierferdinando Casini e Umberto Bossi (in Parlamento ininterrottamente rispettivamente dal 1983 e dal 1987), mentre Berlusconi ha annunciato due settimane fa che, a distanza di cinque anni e mezzo, tornerà alla politica attiva candidandosi alle prossime elezioni europee. Berlusconi vuole che Forza Italia possa tornare competitiva erodendo voti alla Lega e al Movimento Cinque Stelle.
Il Cavaliere, in questi anni di politica lontana dalle sedi istituzionali, è sempre stato il grande manovratore dall'esterno, non esitando a dire la propria opinione sui fatti nazionali, visto che il suo Partito è alleato con la Lega Nord di Salvini che però è al governo con il M5S dopo la firma del “contratto di governo” post elettorale. Stesso “contratto” che nella primavera 2001, prima delle elezioni politiche, lo stesso Berlusconi firmò in diretta a “Porta a Porta” per stabilire le priorità della sua coalizione pronta per le elezioni del successivo 13 maggio.
In sé la Seconda repubblica non esiste, come non è mai esistita la Prima: questo termine venne coniato per identificare un nuovo percorso politico del nostro Paese che si è apprestato a vivere dopo le elezioni del 1994.
A differenza della Francia dove una diversa “numerazione” di Repubblica indica un nuovo cambiamento istituzionale della stessa, in Italia le differenze tra “Prima” e “Seconda repubblica” sono da ritrovare esclusivamente in un cambiamento politico, perché la forma di governo è sempre una Repubblica parlamentare.
A dire il vero, in Italia sono trent'anni (forse più) che si parla di un nuovo assetto istituzionale, partendo dall'elezione diretta dei Capo dello Stato da parte dei cittadini e non da parte del Parlamento in seduta comune, come recita l'articolo 83 della nostra Costituzione. Va da sé che un cambio di questo tipo trasformerebbe l'Italia in una Repubblica presidenziale (come in Francia), accantonando quella “parlamentare” attiva dal 1946.
Tale alternanza era mancata dalla nascita della Repubblica Italiana, poiché la Democrazia cristiana, il partito che otteneva sempre maggioranza relativa, stringeva di volta in volta alleanze tali da porla nel governo con un peso dominante (dal 1946 al 1981 e dal 1987 al 1992 il Presidente del Consiglio è stato espressione della Balena bianca), bloccando così ogni possibile alternanza politica.
Oggi si parla addirittura di Terza repubblica, senza essere precisi sulla sua “entrata in vigore”: con l'adozione della Legge Calderoli (ripristino del metodo proporzionale con liste bloccate con differenti soglie di sbarramento) o con la caduta del Berlusconi V che ha posto fine al suo “ventennio” di presenza parlamentare? Con la nascita del governo tecnico di Mario Monti o con la bocciatura popolare del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 sulla riforma voluta dall'allora Primo ministro Matteo Renzi e dal Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi? Oppure la vittoria elettorale (con annessa maggioranza relativa) del Movimento Cinque Stelle alle elezioni politiche del 4 marzo scorso che ha posto fine al bipolarismo, dando vita ad un tripartitismo?
Il 1994 ha dato il via ad una lunga egemonia culturale che in Italia non si vedeva dai tempi di de Gasperi che però non riuscì invece a Craxi. E lo stesso Berlusconi ha cambiato il modo di fare politica, sfruttando la televisione. Oggi parlare di “sfruttare la televisione” sembra un concetto anacronistico e superato visto che esistono il web e i social network, ma nell'Italia di venticinque anni fa questo non era un concetto immediato ed il fatto che una persone usasse un video-messaggio per dire al popolo che sarebbe sceso in politico spiazzò tutti. Basti pensare che ora la parte di comunicazione istituzionale è fatta da video fatti dagli smartphone e condivisi sui social o usando tweet o post su Facebook. Ma ogni tempo ha i suoi metodi e i suoi tempi.
Berlusconi divenne, nonostante il “ribaltone” leghista, il punto nevralgico della politica interna ed internazionale da allora e fino al novembre 2013.
Era tutta un'anomalia: un imprenditore che entrava in politica creando da zero un nuovo partito, un partito che in due mesi raggiunse la maggioranza relativa scombussolando la scena politica nazionale che ormai viveva sul chi va là con le indagini del pool di “Mani pulite”.
Un partito che voleva inglobare i voti dei liberal democratici e degli ex democristiani visto di cattivo occhio da tutti quelli che videro sin da subito l'ascesa di Berlusconi come “il male assoluto” grazie ad un partito nato dal niente e che divenne il primo partito in Italia grazie alla televisione e al marketing.
Sabato 26 gennaio sono passati venticinque esatti da quel discorso che cambiò la politica nazionale e che rese il 1994 un anno importante nella storia del nostro Paese. Con il passare degli anni, in Italia, c'è stata una totale disaffezione verso la politica, anche dovuta agli eredi politici di quella stagione elettorale: se nel 1994 andò a votare l'86% della popolazione (un punto percentuale in meno rispetto a quelle del 1992 e due rispetto a quelle di cinque anni prima ancora), alle scorse politiche si è recato addirittura il 73%, due punti percentuali in meno rispetto alle “politiche” del 2013.
Nonostante siano passati anni, tanti sostengono che il 1994 sia stato un anno tragico per la nostra politica, proprio con l'ingresso in politica dell'allora Presidente Fininvest, l'emblema dell'uomo vincente e del self made man, l'uomo nuovo sulla scena politica nazionale. Molti sostennero che Berlusconi, con la caduta del suo primo governo, si sarebbe dovuto ritirare dalla politica, scottato da quel successo brillante ed inatteso ed invece, da allora, Berlusconi non ha perso la sua verve politica e tutt'oggi parla come se fosse ancora un vero leader. Anche se la leadership del centrodestra l'ha persa in favore di Matteo Salvini, ormai accentratore della politica del centrodestra. Un uomo che vive di politica da tanti anni più di Berlusconi, tanto che quando l'ex Presidente del Milan fondò Forza Italia, Salvini era già in consiglio comunale a Milano per la Lega Nord.
Sull'importanza del 1994 (e dei “fratelli” 1992 e 1993 già analizzati precedentemente) stanno realizzando una serie televisiva continuazione dei precedenti “1992” e “1993”. Questo per dire che quell'anno è stato davvero degno di nota.


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Sitografia
http://storia.camera.it/cronologia/leg-repubblica-XII#nav
https://www.youtube.com/watch?v=B8-uIYqnk5A (il discorso di Silvio Berlusconi)
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Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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