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1993, anno di transizione. Forse [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

E' stato l'anno della scissione della Cecoslovacchia e dell'Oscar alla carriera a Federico Fellini (e della sua morte, avvenuta il 31 ottobre), dell'ultimo anno di vita della “Prima repubblica” e delle bombe, nonché del lancio delle monetine a Craxi. Quell'anno entrò in vigore il trattato di Maastricht e la Repubblica italiana ebbe il suo primo Presidente del Consiglio “extraparlamentare”. Il 1993 poteva essere un anno di transizione ed invece è stato un anno importante sia a livello nazionale che internazionale.
Vediamo nel dettaglio.

Repubblica ceca e Repubblica slovacca, bye bye Cecoslovacchia
L'anno inizia con lo scioglimento della Cecoslovacchia: già dal 28 ottobre 1918 a Praga nacque la Repubblica cecoslovacca, completata con il trattato di Saint-Germain del 10 settembre 1919, in seguito alla caduta dell'Impero austroungarico e la nuova ripartizione dei territori dell'Impero scioltosi con la fine della Prima guerra mondiale.
La Cecoslovacchia nacque dall'unione tra Boemia, Moravia, Slesia. Slovacchia e Rutenia subcarpatica.
Nel 1939 il Paese entrò nell'orbita nazista con l'annessione di Boemia, Moravia e Sudeti e con la nascita dello Stato fantoccio della Slovacchia con a capo il presbitero filo-nazista Jozef Tiso.
Nel 1948 la Cecoslovacchia, nonostante un timido avvicinamento al “piano Marshall”, entrò nell'orbita dell'URSS e nel 1968 fu scenario della “Primavera di Praga” con l'invasione dei carri armati russi per reprimere la rivolta che, ispirata da Alexander Dubček, voleva dare nuovo vigore al Paese comunista con una serie di riforme che spaventarono Mosca. Si parlava di “socialismo dal volto umano”, ma ai vertici sovietici ciò non piaceva affatto.
Dopo la fine della “rivoluzione di velluto” dell'autunno 1989, i moti insurrezionalisti senza vittime che hanno portato Praga alla fine del comunismo, si era già pensato di dividere il Paese in due entità. E la scissione avvenne, nell'autunno 1989, senza nessun problema di sorta dopo un lungo dibattito parlamentare terminato nel 1992.
Nacquero la Repubblica ceca, con capitale Praga e capo di stato Vaclav Havel, e la Slovacchia, con capitale Bratislava e capo di stato Michal Kováč.
Nonostante la divisione, i due Paesi sono entrati contemporaneamente nell'Unione europea (1° maggio 2004) e nell'Onu (19 gennaio 1993). La Slovacchia dal 1° gennaio 2009 è entrata a far parte della zona euro ed entrambe fanno parte della NATO, aderendovi in date diverse: 12 marzo 1999 Praga, 29 marzo 2004 Bratislava.

26 febbraio, paura a Manhattan, paura alle Torri gemelle
Tutti ricorderanno per sempre cosa avvenne a New York la mattina dell'11 settembre 2001 tra le ore 08:46 e 10:28: due aerei dirottati da membri dell'organizzazione terroristica islamica Al Qaeda si schiantarono sulle torri che costituivano il World Trade Center di Manhattan. I due edifici, entrambi di 110 piani e alti 417 e 415 metri, paralleli, nel giro di poco crollarono accartocciandosi su se stessi, causando 2.996 morti e oltre 6 mila feriti. Da allora il Mondo non fu più lo stesso e nacque, in ricordo della tragedia “Ground zero”, il piano zero dove ancora oggi si ricordano le vittime e dove tutta l'America si ferma per ricordare il primo attacco interno dopo l'attacco di Pearl Harbour del 7 dicembre 1941.
In pochi si ricordano che i due edifici di Manhattan furono oggetto di un altro attacco terroristico che fu “più indolore”: sei morti e 1042 feriti causati da un'autobomba collocata nei sotterranei. Era il 26 febbraio 1993.
Il pianificatore dell'attacco fu Ramzi Yusuf insieme ad altri cinque componenti. Nei pressi delle “Torri gemelle” venne costruita una fontana di granito alla memoria delle vittime e dei feriti che però venne distrutta con l'attacco dell'11 settembre 2001.

L'arresto di Totò Riina e le bombe mafiose
Il 1993 è stato l'anno legato più di tutti alla mafia: dall'arresto di Totò Riina alle bombe di Firenze, Roma e Milano alla morte di don Pino Puglisi, il parroco -antimafia di Brancaccio, quartiere periferico palermitano dalla fortissima influenza mafiosa.
Il 15 gennaio, dopo 23 anni di latitanza, fu arrestato, da parte del Raggruppamento Operativo Speciale, il super boss Totò Riina, accusato di essere il capo della mafia e una delle menti delle stragi che avevano insanguinato l'Italia in passato, comprese gli attentanti di Capaci e di via d'Amelio dell'anno precedente.
L'arresto di Riina fu un grave colpo alla maggiore organizzazione criminale italiana, ma questa non abbassò il tiro e durante tutto il 1993 colpì duramente lo Stato con una serie di bombe che causarono morti e feriti, oltre a far traballare il nostro Paese, che sembrava inginocchiato ai piedi del terrore mafioso.
Queste bombe vanno ad unirsi a quelle che uccisero, a Capaci e in via d'Amelio, il 22 maggio ed il 19 luglio 1992, i giudici antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Nella strage di Capaci, sull'autostrada A29, morirono anche la moglie del giudice, Francesca Morvillo, e tre agenti della sua scorta (Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro), mentre in via d'Amelio morì il giudice, che stava recandosi a casa della madre e ben cinque membri della sua scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina). A Capaci gli unici sopravvissuti furono i poliziotti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l'autista giudiziario Giuseppe Costanza, mentre in via d'Amelio sopravvisse solo Antonino Vullo, poliziotto della scorta anch'esso.
Si parlava di attacco allo Stato che, complice il precario sistema politico nazionale e la crisi economica, cercava di sovvertire l'ordine nazionale seminando morte e distruzione per arrivare a trattare con lo Stato.
L'Italia scoprì chi erano Totò Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Michele Greco e Pippo Calò, solo per citare alcuni tra i mafiosi più (tristemente) celebri.
I vertici mafiosi iniziarono a parlare di attentanti già nell'autunno del 1991. Obiettivi: giudici scomodi e politici “inaffidabili”, vale a dire Falcone, Borsellino e Salvo Lima, deputato democristiano molto vicino a Giulio Andreotti e “referente” della mafia in politica, ma anche molti altri (da Mannino a Martelli ad Andò).
La mafia decise di uccidere in grande stile, con attentati dinamitardi. Per questa ragione iniziò una raccolta di armi da fuoco ed esplosivo da usare contro tutti quelli avrebbero limitato il “potere” mafioso in quegli anni. La goccia che fece traboccare il vaso fu la decisione della Corte di Cassazione di confermare, il 30 gennaio 1992, l'ergastolo (in contumacia) a Riina e a tutti i vertici mafiosi.
Il 12 marzo 1992 venne assassinato a Mondello il deputato siciliano democristiano Salvo Lima, portavoce di Andreotti nell'Isola. Aveva 64 anni e fu assassinato da Francesco Onorato. Il motivo dell'assassinio fu la volontà di punire il candidato principale della DC alla Presidenza della Repubblica, Giulio Andreotti, colpendo uno dei personaggi della sua “corrente”.
Dopo la morte di Borsellino si decise di convertire il decreto “Scotti-Martelli” in legge. Inasprendolo prese il via l'operazione “Vespri siciliani”, con 700 militari inviati in Sicilia per difendere il territorio.
Il 17 settembre venne ucciso Ignazio Salvo, imprenditore vicino a Lima, per mano di mafiosi di San Giuseppe Jato, Corleone e Altofonte (Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Gioè, Santino Di Matteo, Gioacchino La Barbera).
Si cercò di uccidere anche l'allora procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia Piero Grasso, ma l'attentato non prese forma.
Era chiara la strategia della mafia: fare paura allo Stato per avere in cambio un ammorbidimento del 41 bis.
Ed ecco il 1993, con la sua sequenza di bombe.
La prima bomba esplose il 14 maggio: Roma, via Fauro, quartiere Parioli. Fortunatamente non ci furono né vittime né feriti, ma il presentatore televisivo Maurizio Costanzo scampò casualmente. E si seppe che lui fu il vero obiettivo.
La seconda scoppiò il 25 maggio a Firenze, in via dei Georgofili, nei pressi del Museo degli Uffizi e causò 5 morti e 30 feriti. I responsabili furono Giuseppe Barranca, Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Pietro Carra, Vincenzo Ferro, Gioacchino Calabrò, Giorgio Pizzo, Antonino Mangano. Morì l'intera famiglia Nencioni (Fabrizio, Angela Fiume, Nadia e Caterina) e lo studente Dario Capolicchio.
Il 27 luglio scoppiarono addirittura tre bombe: in via Palestro a Milano e a Roma presso le chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. Nel primo caso, un'auto carica di tritolo esplose presso il Padiglione d'Arte Contemporanea, causando 5 morti (i Vigili del Fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, il poliziotto municipale Alessandro Ferrari e Moussafir Driss, immigrato clandestino che stava dormendo su una panchina nei pressi dell'esplosione) e 12 feriti, mentre nei pressi delle due importanti chiese della Capitale si contarono “solo” 22 feriti e solo danni strutturali agli edifici.
In quel tempo, il nostro Paese visse una grave crisi economica e la lira uscì dallo SME, mettendo in ginocchio il nostro sistema economico. In questa situazione di grave incertezza istituzionale, politica ed economica, le bombe della mafia vennero intese come la possibilità di un colpo di Stato...in uno Stato debole e in cerca di sé stesso.
Anche Ciampi, allora Presidente del Consiglio, ebbe paura ma capì che era indispensabile agire contro i terroristi mafiosi.
A distanza di 23 anni, non si è ancora fatta bene luce sui fatti di allora.
E sempre 23 anni fa, ma il 15 settembre, la mafia colpì anche un prete, Pino Puglisi, per il suo impegno contro la mafia nel difficile quartiere di Braccaccio: quel giorno, don Pino fu ucciso sulla sua macchina da Salvatore Grigoli, con l'aiuto di Gaspare Spatuzza, con una colpo di pistola alla testa. I mandanti furono i fratelli Graviano. Il motivo dell'uccisione del religioso è da trovare nel fatto che da sempre don Puglisi aveva fatto in modo di togliere più giovani possibili dalla strada e dal loro avvicinamento alla mafia.
Dal maggio 2013 Pino Puglisi è beato.

Le monete del “Raphael”, la fine politica di Bettino Craxi
Il 17 febbraio 1992 scoppiò il “Tangentopoli” e in un anno l'allora classe politica venne decimata.
Il 1993 è stato un anno importante nel computo delle indagini e il 10 febbraio Claudio Martelli, delfino di Craxi e allora Ministro di Grazia e Giustizia, di dimise in quanto raggiunto da un informazione di garanzia per concorso in bancarotta fraudolenta nel crack del Banco ambrosiano. Al posto di Martelli, Scalfaro nominò il giurista indipendente Giovanni Conso.
Ci fu un terremoto in casa PSI: il giorno dopo Craxi si dimise da segretario dopo diciassette anni consecutivi. Al suo posto venne nominato Giorgio Benvenuto.
Il partito fu bersagliato (giustamente) dalla magistratura di Milano subendo uno scossone inaspettato: le dimissioni di Craxi non furono un vero fulmine a ciel sereno in quanto molti vollero la sua testa.
Ma facciamo un passo indietro per inquadrare la vicenda.
II 17 febbraio, alle ore 17:30 circa, avvenne un arresto a Milano. Ogni giorno in Italia, ieri come oggi, ci sono arresti quotidiani per ogni svariato motivo. Ma quel giorno, un lunedì, l'arresto fu celebre e pesante: nel suo ufficio del Pio Albergo Trivulzio, storica casa di riposo per anziani nel quartiere di Baggio, venne tratto in arresto Mario Chiesa. Ingegnere 47enne, era a capo della “Baggina” in quota PSI da dieci anni. Chiesa era stato colto in flagranza di reato mentre stava incassando una tangente di 7 milioni di lire da un piccolo imprenditore per un appalto nel settore delle pulizie. Un arresto che si apprestava a scoperchiare un sistema perverso.
Chiesa, volto noto del “garofano” milanese, aveva il sogno di candidarsi e di diventare un giorno sindaco di Milano.
Il 3 marzo 1992, a circa un mese dalle elezioni del 5 aprile 1992, Craxi, intervistato sulla questione, accusò Chiesa di essere un “mariuolo” (espressione napoletana per definire il “ladruncolo”, ma che può essere vista come mix tra “ladruncolo” ed il nome di Chiesa), dicendo che nessun socialista milanese era mai stato indagato (o inquisito) nella storia milanese del Garofano, scaricandolo come fecero i vertici meneghini socialisti.
Peccato che il 23 marzo Chiesa in carcere decise di fare nomi e cognomi di tutti i concussi e nel giro di pochi mesi molti imprenditori e politici, locali e nazionali, vennero arrestati: la vicenda era molto più vasta di quanto si potesse pensare, visto che gli appalti erano truccati da anni.
Protagonista di quel periodo fu il pool di Mani pulite guidato da Francesco Saverio Borrelli con i magistrati Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo.
Nel frattempo, il 5 aprile 1992 si tennero le elezioni politiche (non anticipate) che videro il crollo dei partiti storici. Solo il Garofano tenne (5,3 milioni di voti pari al 13,62% con un calo di 0,65 punti percentuali rispetto alle “politiche” di cinque anni prima), ma a Milano il crollo fu di oltre cinque punti.
Craxi, capo dell'unico partito che non subì lo scossone di Tangentopoli, era considerato (anche da sé stesso) la persona capace di guidare il nuovo esecutivo e sperò fino all'ultimo che il nuovo Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, gli conferisse l'incarico, ma l'ottenne un altro socialista, Giuliano Amato.
Il 3 luglio 1992, durante il voto di fiducia al governo Amato, Craxi pronunciò uno storico discorso: il leader socialista si dichiarò (praticamente) lontano dal discorso “corruzione”, vivo nel Paese e vero problema sociale, e parlò dei finanziamenti illeciti ai partiti, cui tutti nell'emiciclo parlamentare hanno fatto più o meno ricorso e se fossero stati chiamati in causa avrebbero dato falsa testimonianza in proposito (“Non credo che ci sia nessuno in quest'aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”). Nessuno allora presente al momento delle parole di Craxi ribatté, segno che il politico socialista aveva ragione.
Ed invece il 15 dicembre successivo fu il giorno che cambiò la vita politica nazionale: Bettino Craxi ricevette un avviso di garanzia. Da allora e fino al 23 marzo 1993 ne ricevette in tutto undici, dalla corruzione al finanziamento illecito ai partiti. A partire da quei giorni in Italia nacque un forte risentimento verso Craxi, accusato di essere il deus ex machina di tutta la vicenda che ha portato allo scoppio di Tangentopoli ed il simbolo del potere corruttorio.
Nel frattempo, anche i suoi alleati Forlani ed Andreotti ebbero pesanti problemi con la giustizia: il politico marchigiano fu indagato per le tangenti sugli appalti ENI – SMAM - Autostrade, mentre il “divo” fu accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso.
Nel gennaio 1993 a Craxi fu notificato un avviso di garanzia per le presunte tangenti sugli appalti della centrale nucleare di Montalto di Castro, nel Viterbese ed il mese successivo ne “arrivò” un altro per delle tangenti sui lavori eseguiti all'aeroporto di Milano - Malpensa, oltre ad un altro avviso per il concorso in bancarotta fraudolenta, insieme all'ex Guardasigilli e suo “delfino” Claudio Martelli, del Banco ambrosiano, per il quale due esponenti socialisti incassarono una tangente di 50 milioni di dollari pagati da Roberto Calvi.
Il 29 aprile 1993 ci fu l'ultimo discorso di Craxi alla Camera dei Deputati: 45 minuti di intervento per “convincere” i suoi colleghi a votare contro l'autorizzazione a procedere nei suoi confronti in quanto godeva dell'immunità parlamentare. La Camera negò l'autorizzazione a procedere e a Craxi furono risparmiate le dimissioni e l'incriminazione.
Il voto ebbe degli strascichi molto pesanti in aula: esponenti di MSI e Lega brandirono slogan e cartelli, quattro ministri del governo tecnico di Ciampi si dimisero e a Roma la gente scese in piazza inferocita.
Il giorno dopo si toccò l'apice per le strade della capitale: durante il corso del pomeriggio si tennero sei cortei organizzati dalle persone comuni e dagli studenti tra piazza Colonna, piazza Navona, la sede del Psi di via del Corso ed il Pantheon. Ma il clou ci fu nel piazzale davanti all'hotel “Raphael”, in largo Febo, nei pressi di piazza Navona. L'hotel 5 stelle era da sempre la residenza romana di Craxi. Moltissime persone, intorno alle 19:30, si trovarono davanti all'hotel urlando cori da stadio contro Craxi ed inveendo contro di lui. Non appena Craxi uscì dalla porta d'ingresso per salire sulla sua auto, fu bersagliato da ogni cosa, in particolare monetine. Finiva nel peggiore dei modi la storia politica di un personaggio tanto amato, quanto detestato, della politica nazionale.
Era finita nel peggiore dei modi la parabola politica di uno dei personaggi politici più controversi della storia repubblica, fino a quel momento il Presidente del consiglio più longevo della “Prima repubblica”.
Tornando ancora a “Tangentopoli”, il 1993 fu l'anno dei suicidi eccellenti: il 15 luglio si uccise a san Vittore il presidente dell'ENI, Gabriele Cagliari, si tolse la vita a Milano nel carcere di San Vittore, dove era detenuto per corruzione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti, mentre il 23 luglio successivo si tolse la vita a Milano l'ex leader del gruppo Ferruzzi, Raul Gardini.
Il 5 marzo 1993 per successe un qualcosa di mai visto prima nella storia della nostra politica: l'allora Presidente della Repubblica Scalfaro non firmò il decreto legge proposto dall'allora Guardasigilli Conso che andava a depenalizzare il reato di finanziamento illecito ai partiti e chiamato per l'occasione “colpo di spugna” in quanto avrebbe potuto avere ripercussioni sugli inquisiti di “Tangentopoli”, come la loro scarcerazione, senza contare che avrebbe potuto portare ad uno stallo definitivo delle indagini. Scalfaro lo definì “incostituzionale” e per questo motivo lo “rimandò” al mittente.
Nel 1993 ci fu l'esplosione del caso “tangenti rosse” con le indagini in mano al giovane sostituto procuratore Tiziana Parenti e la salita della ribalta di Primo Greganti, il dirigente dell'allora PDS coinvolto nel giro di tangenti del gruppo Ferruzzi.
Sempre nel 1993 iniziarono il processo contro Sergio Cusani, consulente finanziario vicino ai Ferruzzi, che aveva fatto da tramite tra Raul Gardini ed il mondo politico. Il processo fu battezzato “Enimont”.

Lo scioglimento della Democrazia cristiana
Il 1993 è stato l'ultimo anno di vita della Democrazia cristiana. Il partito dello Scudo crociato, nato nel dicembre 1942 dalle ceneri del Partito Popolare Italiano sciolto dal fascismo, aveva espresso 16 Presidenti del Consiglio, 5 Presidenti della Repubblica, 7 Presidenti del Senato, 4 Presidenti della Camera e tutti i ministri dell'Interno dell'allora “Prima repubblica”.
La Balena bianca si sciolse definitivamente il 29 gennaio 1994, ma il 23 giugno 1993 tra i vertici del partito si iniziarono a pensare ad un superamento dello stesso, creando una nuova entità. Ed il mese dopo, a seguito dell'Assemblea programmatica costituente, si diede all'allora segretario Mino Martinazzoli il compito di creare il nuovo partito che si decise di chiamare PPI.
Il 5 novembre 1993, Mariotto Segni, figlio dell'ex Capo dello Stato Antonio, e fautore della battaglia referendaria per la nuova legge elettorale, si dimise dal PPI e fondò il Partito di Rinascita Nazionale. Aveva lasciato la DC già il 29 marzo a causa della sua crisi politica e morale.
“Mani pulite” aveva praticamente fatto arrivare a tutti i pezzi da novanta del partito avvisi di garanzia: da Forlani a Pomicino a de Mita fino a tanti amministratori locali. Per arrivare all'allora tesoriere Severino Citaristi, che di avvisi di garanzia ne ricevette addirittura 74 durante tutto il periodo di Tangentopoli.
Era finito nel peggiore dei modi uno dei partiti storici del panorama istituzionale europeo, nonché uno dei principali della vita nazionale, da sempre il partito più votato (salvo la parentesi “europea” del 1984, quando fu superato per una manciata di voti dal PCI) e uno dei promotori dell'integrazione europea.

Novembre, Berlusconi voterebbe per Fini a sindaco di Roma
Domenica 27 e lunedì 28 marzo 1994 si tennero le elezioni politiche per la XII legislatura della Repubblica italiana. Erano elezioni anticipate (si era votato il 5 aprile 1992 ed il termine naturale sarebbe stato nel 1997), decise dopo che l'inchiesta “Mani pulite” (iniziata il 17 febbraio 1992) aveva decimato il Parlamento italiano ed il governo tecnico presieduto da Carlo Azeglio Ciampi non ebbe più la maggioranza dando le dimissioni il 13 gennaio 1994. L'allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, fu costretto ad indire nuove elezioni.
Quelle elezioni ebbero un importante risvolto storico per il nostro Paese, in quanto furono le prime della cosiddetta” “Seconda repubblica”: la “Prima”, in vigore dal 18 aprile 1948, era caduta a causa dell'inchiesta del pool milanese di “Tangentopoli” che aveva affossato il vecchio sistema dei partiti politici.
Per la prima volta si presentarono coalizioni avverse: se fino alla tornata elettorale precedente era un “tutti vs tutti” e dopo si decidevano le alleanze, ora le coalizioni si formavano prima. Nel frattempo, erano cambiati i riferimenti culturali ed era cambiata la classe dirigente politica.
Fu il 1993 l'anno in cui Silvio Berlusconi pose le basi per la nascita del suo nuovo soggetto politico, non scegliendo di aderire ad un partito, ma creandone uno ex novo.
Il clou avvenne in occasione del turno di ballottaggio per le elezioni amministrative del 21 novembre 1993. A partire proprio da quell'anno, ci fu un'importante novità nel panorama politico nazionale: i cittadini potevano scegliere direttamente chi avrebbe governato città e Province con un elezione a doppio turno, se uno dei candidati non avesse vinto al primo turno con il 50%+1 dei voti.
Fu l'eventuale voto nella Capitale che smosse il mondo politico nazionale: intervistato all'uscita di un supermercato della “catena Berlusconi” appena inaugurato, il 23 novembre 1993, il Cavaliere disse che se i moderati non si fossero organizzati per le prossime elezioni politiche, lui avrebbe fatto in modo di intervenire direttamente, visto che riteneva di avere dalla sua la fiducia degli italiani. In merito alle comunali romane, se fosse stato un cittadino romano alla domanda su chi avrebbe votato al ballottaggio fra il candidato del centrosinistra Francesco Rutelli e quello del centrodestra, il segretario del MSI, Gianfranco Fini, Berlusconi rispose che non avrebbe avuto dubbi nel votare il secondo. Per la prima volta un importante imprenditore aveva “rotto il silenzio” e per la prima volta il partito missino, prossimo a trasformarsi in un nuovo partito rompendo il cordone ombelicale con il passato salottino (il 27 gennaio 1995), ebbe un endorsement così importante. La manifestazione di voto verso Fini è stata considerata una vera “bomba” politica. Quella scelta di campo fu pensata da tutti come una probabile entrata in scena dell'imprenditore in politica. C'era solo da sapere con chi.
La strada che portò alla nascita il partito di Berlusconi iniziò il 29 giugno 1993 quando nacque “Forza Italia. Associazione per il buon governo” nello studio del notaio milanese Roveda. Sottoscrissero l'atto di fondazione di questa associazione lo stesso Berlusconi con Marcello dell'Utri (manager di Publitalia), Antonio Martino (docente di economia della Luiss e vicino al PLI), Gianfranco Ciaurro (già Ministro della Repubblica), Mario Valducci (commercialista e sondaggista politico), Antonio Tajani (ufficiale dell'Aeronautica militare e giornalista), Cesare Previti (avvocato, in passato vicino al MSI) e Giuliano Urbani, politologo: i fondatori erano uomini fidati di Berlusconi, in quanto lo stesso Cavaliere li conosceva sin tempi dell'università o erano a lui molto vicini.
Nel settembre 1993 Berlusconi confidò ai suoi stretti collaboratori di volere entrare in politica, creando un partito tutto suo e il settimanale “berlusconiano” Epoca, in un numero uscito l'ottobre successivo, mostrò in anteprima il logo dei “Club di Forza Italia”.
Il 25 novembre 1993 nacque l'”Associazione Nazionale Club Forza Italia” con sede a Milano in via Isonzo, nei pressi di Porta Romana, con a capo Angelo Codegoni, manager scuola Fininvest e già direttore di La Cinq, la versione francese di Canale 5. Lo stesso 9 dicembre 1993, con l'inaugurazione del primo “Club di Forza Italia”, fu presentato l'inno del partito, scritto dallo stesso Berlusconi con l'arrangiamento del mastro Renato Serio. Sei giorni dopo, Forza Italia aprì la sua prima sede romana in via dell'Umiltà, nei pressi della Fontana di Trevi. La sede del nuovo partito a Roma fu il palazzo appartenuto in passato al Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo. L'idea di creare un partito nuovo nello scacchiere politico Berlusconi la ebbe nell'autunno 1993 dopo aver ricevuto un niet sia da Mariotto Segni, leader del movimento referendario del 18 aprile, e da Mino Martinazzoli, ultimo segretario politico della “balena bianca”, per creare una coalizione moderata contro le sinistre. L'11 gennaio dopo alcuni mesi di tensioni e contrasti, Indro Montanelli decise di lasciare la direzione de “Il Giornale” dopo venti anni: secondo il giornalista toscano, la decisione, a pochi giorni dall'entrata in politica di Berlusconi, non avrebbe più mantenuto indipendente la linea del quotidiano, di cui l'imprenditore milanese era l'editore. Venne sostituito da Vittorio Feltri e Montanelli fondò “La Voce”.
Il 18 gennaio 1994 fu il giorno del non ritorno: nasceva Forza Italia. Quello stesso giorno si sciolse dopo 52 anni e oltre quarantaquattro di maggioranza relativa, la Democrazia Cristiana: nasceranno poco dopo il il Partito Popolare Italiano di Mino Martinazzoli (ultimo segretario DC) ed il Centro Cristiano Democratico di Pier Ferdinando Casini.
Il 26 gennaio lo stesso Cavaliere fece una cosa mai fatta prima nella storia politica nazionale: un discorso televisivo letto nei telegiornali nazionali in cui spiegava i motivi della sua entrata nell'agone politico.
Il 6 febbraio 1994 si tenne al “PalaFiera” di Roma, la prima convention del partito e Berlusconi stupì la platea con il suo primo discorso “da politico”.
Da lì ebbe inizio una forte campagna elettorale in quanto il partito cominciava da zero e doveva risalire la china. E Berlusconi colpì l'attenzione con la prima delle sue promesse, quello di dare oltre 1 milione di posti di lavoro agli italiani. Come se non bastasse, in alcuni programmi del palinsesto Mediaset, molti presentatori e volti noti suggerivano di votare alle prossime elezioni Forza Italia.
Molti pensarono che fosse troppo tardi per creare un partito dal niente in pochi mesi e presentarsi alle elezioni politiche. Altri sostennero che non sarebbe servito a nulla, visto che la coalizione dei “Progressisti” avrebbe vinto a mani basse. Insomma, nonostante potesse avere buone intenzioni e buoni propositi, la coalizione berlusconiana avrebbe perso.
Ed invece Berlusconi fece un qualcosa di inaspettato a ridosso del voto: il 30 gennaio 1994, il leader di Forza Italia strinse un patto per presentare, sotto le insegne del “Polo delle libertà”, candidati del partito leghista in molti collegi dell'Italia settentrionale, mentre al Sud, il partito forzista, avrebbe presentato liste con l'MSI - Alleanza nazionale, dando vita al “Polo del buon governo”.
La Lega Nord era la grande sorpresa elettorale degli ultimi anni, alle politiche del 1992 prese l'8,65% alla Camera e l'8,2% al Senato, portando a Roma 55 deputati e 25 senatori (nel 1987 ebbe un solo deputato ed un solo senatore), molte città del Nord Italia erano guidate da sindaci leghisti (una su tutte, Milano) ed in Lombardia era il terzo partito. Il MSI - AN invece era guidato dal 1991 da Gianfranco Fini, erede designato dal deus ex machina del partito, Giorgio Almirante, ed era in procinto (lo farà il successivo 29 gennaio) di cambiare nome, identità, valori e punti di riferimento, avvicinandosi ad essere il punto di riferimento, per la prima volta nella storia repubblicana, della nuova destra italiana.
L'altro candidato Premier, Achille Occhetto, in cuor suo, pensava di vincere le elezioni e portare per la prima volta un partito di sinistra (ed una coalizione) al potere in Italia, ma invece le elezioni furono un successo di Silvio Berlusconi e della sua coalizione.

Amministrative, la Lega vola
Il 28 gennaio e il 25 marzo le Camere votarono una legge molto importante a livello locale: l'elezione diretta del sindaco delle città con più di 15 mila abitanti, del presidente della Provincia e dei rispettivi consigli. Fino ad allora, i cittadini erano chiamati alle urne per votare singoli partiti che poi si sarebbero coalizzati e avrebbero espresso il sindaco e il presidente della Provincia, a seguito della spartizione dei seggi in consiglio comunale e provinciale.
D'ora in avanti, i candidati sindaci venivano scelti prima dai partiti e i cittadini sapevano già entrando nelle cabine chi votavano ed in caso di mancata vittoria al primo turno (50%+1 dei voti verso un candidato), si sarebbe ricorso a un ballottaggio fra i due più votati, quelli con la maggioranza relativa più alta.
Si votò in due momenti distinti: il 6 giugno e il 21 novembre, con i ballottaggi due settimane dopo. Nella prima tornata si votò in due capoluoghi di regione (Torino e Milano) ed in tredici città capoluogo di provincia, mentre nella seconda si votò a Venezia, Trieste, Genova, Roma, Napoli e Palermo e altre tredici città capoluogo. Si votò in entrambe le tornate anche per nove consigli provinciali, di cui il più grande era Genova.
La Lega Nord conquistò una città capoluogo di regione, sette di provincia e 4 province (Mantova, Pavia, Gorizia e Varese).
Il momento forse più alto della storia leghista è rappresentato dall’elezione del sindaco di Milano il 20 giugno 1993.
Milano era importante perché era la città di Craxi e dei socialisti, insieme ai democristiani nemici giurati di Bossi e soci. Al ballottaggio si sfidarono proprio le due novità politiche di allora, la Lega Nord e La Rete, due partiti che avevano cancellato DC e PSI, egemoni nella città meneghina, e che si sfidavano per la poltrona principale di palazzo Marino. A contendersi la vittoria furono l'allora capogruppo della Lega Nord alla Camera, Marco Formentini, e Nando dalla Chiesa, docente universitario figlio dell’ex prefetto di Palermo ucciso dalla Mafia. Vinse Formentini con il 57,08% dei voti: dopo ventisei anni la città meneghina cambiava “colore politico”.
La vittoria milanese è da unirsi ad altre vittorie di candidati sindaci leghisti nel Nord Italia (Novara, Vercelli, Lecco, Pavia, Pordenone). A Varese divenne sindaco Raimondo Fassa, con la Lega al 37%. Fassa sarà il primo di una serie di sindaci leghisti, ponendo la città capoluogo della Lombardia occidentale un vero e proprio feudo leghista.
Il Carroccio arrivò al ballottaggio in tre comuni e in tre province: Belluno, Venezia e Genova, sia città che Provincia.
Un ruolo importante lo ebbe il MSI, prossimo alla trasformazione in AN: nelle due tornate elettorali espresse quattro sindaci (Latina, Chieti, Benevento e Caltanissetta) e due sue esponenti, Gianfranco Fini ed Alessandra Mussolini, arrivarono al ballottaggio a Roma e a Napoli.
Il voto leghista del 1993 è stato percepito come un voto di rottura contro i partiti allora reduci dalla fallimentare esperienza del Pentapartito e il voto leghista fu visto come fumo negli occhi dagli oppositori.

Nasce l'Unione europea: tre pilastri su cui fondare il futuro
Il 1° novembre il processo di integrazione europea fece un passo da gigante: entrò in vigore il trattato di Maastricht che poneva fine alla vecchia CEE per far posto alla nuova UE.
Un percorso avviato nel 1951 con la CECA (la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, CECA) istituita al fine di tutelare la produzione ed il controllo di due elementi industriali allora imprescindibili, il carbone e l'acciaio, i cui giacimenti erano nelle mani dei due eterni nemici, la Francia e la Germania Ovest. Dalla CECA alla CEE il passo fu breve, ma il percorso integrativo fu più lungo e tortuoso.
L'origine ideale dell'integrazione europeistica può essere individuata nel “Manifesto di Ventotene”, edito da Eugenio Colorni e scritto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, un lascito sul concetto nuovo di democrazia da attivarsi con la fine della Seconda guerra mondiale.
Tra il 1951 ed il 1992 videro la luce la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA, 1952), la Comunità Economica Europea (CEE, 1958) e la Comunità Europea dell'Energia Atomica (CEEA, detta EURATOM, 1958) e l'Unione Europea (UE, 1993). In base al Trattato di Parigi che istituì la CECA con il cinquantesimo anniversario questa si sarebbe sciolta e sarebbe stata inglobata nella CEE.
Il 1° novembre 1993 nacque l'Unione Europea, che sostituì la Comunità Economica Europea.
Nacque anche la concezione dei tre pilastri dell'UE: la Comunità Europee (CE), la Politica Estera Sicurezza Comune (PESC) e la Cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale (CGIA)
La CE comprendeva il mercato comune europeo, l'unione economica e monetaria, una serie di altre competenze aggiunte nel tempo, oltre alla politica del carbone e dell'acciaio e quella atomica. Si può definire come tutto il percorso integrativo svolto fino a quel momento e ancora oggi attivo, con le aggiunte del caso (trattato di Amsterdam, Schengen, Nizza, Lisbona).
La PESC era l'istituzione di un'unica politica di difesa dell'Ue, una sorta di Ministero degli Esteri valevoli tra tutti i Paesi membri. Con il trattato di Amsterdam, fu attivata la figura dell'Alto Rappresentante per la PESC (il primo fu il tedesco Jürgen Trumpf) e all'Unione europea furono sanciti poteri di peace keeping nelle missioni militari.
Il CGAI era intendeva costruire uno spazio unico europeo a livello di collaborazione contro la criminalità a livello europeo, nonché creare un unico spazio di libertà, giustizia e sicurezza dentro i confini dell'Unione europea.
I tre pilastri cessarono con il trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2007 ed entrato in vigore il 1° dicembre 2009.
IL 6 gennaio 1993 si insediò la nuova Commissione europea presieduta dal francese padre della CEE, Jacques Delors. In base ai trattati, all'Italia spettarono due Commissari: furono nominati il socialista Antonio Ruberti ed il diplomatico Raniero Vanni d'Archirafi. Furono Commissari per la scienza, la ricerca e lo sviluppo e l'istruzione, la formazione e la gioventù e per le Questioni Istituzionali, le Imprese ed il Mercato Interno.
L'Unione europea si poneva come una nuova realtà nel panorama politico istituzionale post-Guerra fredda.

18 aprile, la “Prima repubblica” ha i mesi contati
Cittadini e referendum, un amore che negli ultimi anni si è infranto con la disaffezione della classe elettorale verso la politica.
Il momento più alto della democrazia è il referendum, quando i cittadini sono chiamati ad esprimersi su una determinata questione. Il primo referendum della storia del nostro Paese (plebisciti a parte) è stato quello del 2 giugno 1946, quando uomini e (per la prima volta) donne dovettero esprimersi sulla nuova forma di stato dell'Italia, repubblica o monarchia.
Il referendum, in Italia, può essere di tre tipi: costituzionale, abrogativo e territoriale.
La nostra Costituzione disciplina l'istituto del referendum in base agli articoli 75 (abrogativo), 138 (costituzionale) e 132 comma 1, di tipo “territoriale”.
Durante la “Prima repubblica” si tennero 58 referendum abrogativi, di cui 39 con il raggiungimento del quorum.
Fino al 7 ottobre 2001 non si tennero mai referendum costituzionali o territoriali, mentre il 18 giugno 1989 si tenne il primo e finora unico referendum consultivo, quello sul dare al Parlamento europeo un potere costituente, insieme al voto europeo. Ad oggi sono stati votati tre referendum costituzionali: confermare o meno la modifica del Titolo V della Costituzione della Repubblica Italiana;
progetto di riforma costituzionale inerente ai cambiamenti nell'assetto istituzionale nazionale della seconda parte della Costituzione italiana (25-26 giugno 2006); conferma o respinta della “riforma Renzi-Boschi” (legge costituzionale 12 aprile 2016, recante “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione”), che si terrà il prossimo ottobre.
Il 18 aprile 1993 si tenne il referendum abrogativo. Quel giorno oltre 46 milioni di italiani dovettero rispondere a otto quesiti referendari, di cui due prettamente politici: la fine del finanziamento pubblico ai partiti e l'abrogazione della legge elettorale del Senato, introducendo un sistema elettorale maggioritario al 75% e 25% proporzionale, contro il 100% proporzionale vigente fino a quel momento. Il quorum fu ampiamente superato (77%) e il “si” vinse” con l'82,7% dei consensi.
Gli altri quesiti, tutti con schiaccianti vittorie del “si”, erano: abrogazione delle pene per la detenzione ad uso personale di droghe; abrogazione delle norme per le nomine ai vertici delle banche pubbliche; abrogazione della legge che istituisce il Ministero delle partecipazioni statali; abrogazione della legge che istituisce il Ministero dell'Agricoltura; abrogazione della legge che istituisce il Ministero dell'Agricoltura; abrogazione della legge che istituisce il Ministero del turismo e dello spettacolo.
Cosa cambiò con quel “sì”? Innanzitutto le successive elezioni avrebbero portato ad un cambiamento epocale, in quanto sarebbe stato accantonato il proporzionale che premiava i singoli partiti in favore di un sistema che avrebbe introdotto un sistema bipolare, come tutti gli altri sistemi elettorali europei.
Il voto referendario dell'aprile 1993 non espresse la legge elettorale, ma fece capire che gli italiani erano stanchi di governi che duravano pochi anni e della confusione politica di allora e degli ultimi anni. Gli italiani volevano un governo e una maggioranza chiara.
Ma con quale legge si sarebbe andato a votare d'ora in avanti? La nuova legge elettorale fu la 4 agosto 1993 n. 276 e n. 277, detta “legge Mattarella”, ma giornalisticamente passata alla storia come “Mattarellum”. Questa prevedeva un turno unico con 475 deputati da eleggere in collegi uninominali e 155 eletti con la quota proporzionale, così come 232 senatori eletti in un modo e 80 nell'altro. In pratica, il 75% era eletto con il maggioritario e 25% con il proporzionale. La novità fu la soglia di sbarramento: per quanto concerneva la quota proporzionale, solo i partiti che avrebbero superato il 4% sarebbero entrati in parlamento e avrebbero avuto modo di ricorrere al metodo dello scorporo, per aiutare le liste che avevano espresso pochi eletti con il maggioritario.
Con il maggioritario l'elettore doveva scegliere un candidato espressione di una coalizione tra una scelta di tre, mentre con il proporzionale lo stesso elettore doveva votare liste bloccate senza esprimere preferenze.
Il “Mattarellum” debuttò con le politiche del 1993 e fu usato per quelle del 1996 e del 2001. Per quelle del 2006, 2008 e 2013 si usò la “legge Calderoli” (legge n. 270/21 dicembre 2005) detta “porcellum”.

Carlo Azeglio Ciampi, il primo non politico a Palazzo Chigi
Il 1993 ha avuto anche l'onore, nel nostro Paese, di vedere il primo Presidente del Consiglio non espressione di un partito politico presente in parlamento: Carlo Azeglio Ciampi, livornese del 1920, venne incaricato di formare il governo da parte dell'allora Capo dello Stato Scalfaro, quasi a volere dare l'incarico di tirar fuori dal pantano in cui era incappato il Paese a una persona lontana dai partiti. Una cosa mai vista dal 1946 e dopo sviluppata altre due volte (governo Dini e Monti nel 1995 e nel 2011).
Il 22 aprile 1993 Amato diede le dimissioni da Presidente del Consiglio dopo la sconfitta referendaria del 18 aprile e dopo una situazione istituzionale molto complessa. Il 3 febbraio il governo Amato superò la mozione di sfiducia con 255 voti a favore e 321 contrari, ma alla fine l'esponente socialista gettò la spugna.
E il 26 aprile Scalfaro fece un coupe de theatre: Ciampi, dal 1979 Governatore della Banca d'Italia, fu incaricato di formare un nuovo governo e due giorni dopo formò l'esecutivo con esponenti DC, PSI, PSDI e PLI.
Il 6 maggio Ciampi illustrò alla Camera il suo programma e la Camera gli diede la fiducia con 309 voti favorevoli, 60 contrari e 185 astenuti mentre al Senato il 12 maggio, dove ottenne 162 voti favorevoli, 36 contrari e 50 astenuti.
Il 4 maggio Antonio Fazio subentrò a Ciampi alla Presidenza della Banca d'Italia.
Il governo Ciampi fu il cinquantesimo della Repubblica, l'ultimo della cosiddetta Prima repubblica. Il livornese fu il XIX° Presidente del Consiglio.
La sua compagine di governo rimase in carica dal 28 aprile 1993 al 10 maggio 1994, quando fu sostituito dal “Berlusconi I”.
Il primo governo tecnico della storia repubblicano si formava da quattro ministri indipendenti dai partiti (Conso, Spaventa, Savona, Ronchey); 8 ministri DC (Elia, Andreatta, Mancino, Barucci, Russo Iervolino, Merloni, Diana, Garavaglia); quattro socialisti (Contri, Spini, Fabbri, Giugni); tre dei PDS (Barbera, Berlinguer, Visco); un liberale (Costa); un socialdemocratico (Pagani) ed un verde (Rutelli). I sottosegretari furono trentasette, di cui venti della Balena bianca, dieci del garofano, tre liberali, tre della rosa nel pugno ed uno dell'edera. Per la prima volta nella storia repubblicana alcuni esponenti del ex PCI (allora PDS) entrarono in una compagine governativa.
Il governo giurò il 30 aprile, ma il giorno dopo quattro ministri (tre pidiessini e il verde Rutelli) si dimisero a causa della mancata concessione, da parte del parlamento, dell'autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi e al loro posto furono chiamati altre personalità indipendenti dai partiti.
Il governo Ciampi attraversò le fase finali della Prima repubblica, quello con l'indagine Tangentopoli che decimò il parlamento a suon di avvisi di garanzia ed arresti, la stagione “bombarola” della mafia, la cruenta guerra civile jugoslava che non ne voleva sapere di cessare.
Insomma, un'esperienza molto tesa e sofferta per colui che nel 1999 diventerà Presidente della Repubblica.

Si ringrazia Paola Maggiora per la collaborazione nella stesura di questo articolo.

Nell'immagine Carlo Azeglio Ciampi, Presidente del Consiglio del dopo Tangentopoli e nel 1999 Presidente della Repubblica.

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