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Le morti di Benito Mussolini e di Adolf Hitler (28/30 aprile 1945) [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Sono stati due personaggi controversi, figure storiche che hanno contraddistinto il Novecento. Amati, idolatrati, detestati e successivamente odiati, hanno cambiato i destini non solo di Italia e Germania, ma anche del Mondo negli anni e nei decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale. Avevano smanie di successo, hanno avuto i loro Paesi ai loro piedi e sono finiti in un vortice di violenza e di morte.
Benito Mussolini ed Adolf Hitler, duce del fascismo italiano e Führer di quello che doveva essere il Reich millenario tedesco, sono morti a due giorni di distanza nel caldissimo aprile 1945. Le loro morti sono ancora oggi oggetto di discussioni, in parte per le loro modalità e in parte per le conseguenze successive.
Si è scritto e detto di tutto e di più sulle loro morti: da chi avesse ucciso realmente il fu Duce a se i resti trovati erano quelli del Fuhrer e se davvero quest'ultimo fosse morto davvero o riparato in Sud America, per non parlare dei fatti di piazzale Loreto e degli ultimi giorni nel bunker.
In questo articolo non si vuole entrare nel dettaglio, ma solo raccontare, e spiegare, gli ultimi giorni di vita di Mussolini e Hitler e i fatti successivi a queste, trattando anche la delicata situazione politico-militare-personale dei loro ultimi giorni.

La situazione: gennaio 1945, l'Asse è prossimo alla sconfitta
Se il 1944 è da tutti considerato come l'anno più duro (ma decisivo) di tutto il secondo conflitto mondiale, il 1945 è stato l'anno della sua conclusione. E dal gennaio di quell'anno si sapeva che la guerra non sarebbe durata ancora molti mesi e che a vincere non sarebbe stato l'Asse Roma-Berlino-Tokyo, ma gli Alleati e l'Unione Sovietica.
La mossa che sancì, praticamente, la vittoria alleata, fu lo sbarco in Normandia: il 6 giugno 1944 da cinquemila navi (753 delle quali da guerra), sbarcarono sulla spiaggia di Caen e sulla penisola del Contentin oltre 150mila soldati, mentre oltre undicimila aerei garantivano loro la copertura dall'alto.
Lo sbarco, noto come D-Day, fece parte dell'operazione Overlord, che vide coinvolte cinque spiagge i cui nomi in codice erano Utah, Omaha, Juno, Sword e Gold, che divennero altrettante teste di ponte.
Nonostante alcuni problemi dovuti alla forte resistenza offerta dai tedeschi, lo sbarco fu portato a termine positivamente e aprì il fronte occidentale. Il 25 agosto la Francia fu liberata, il 3 settembre fu liberata Bruxelles e l'11 settembre gli Alleati erano al confine con la Germania.
Il 16 dicembre iniziarono aspri combattimenti sui monti delle Ardenne che videro una controffensiva nazista che però durò solo fino al periodo natalizio: quello fu l'ultimo tentativo tedesco di risollevare le sorti della guerra lasciando indebolita la resistenza dentro la Germania. L'offensiva tedesca terminò il 20 gennaio 1945 a causa della mancanza di carburante che bloccò le colonne corazzate tedesche.
Il 27 gennaio venne liberato il campo di concentramento di Auschwitz ed il Mondo scoprì l'orrore nazista. Da allora l'Armata rossa iniziò un'avanzata senza freni verso ovest, verso Berlino.
La lotta partigiana in Italia stava causando seri problemi alle forze nazifasciste, la “linea gotica” (il tratto di difesa nazista da Massa e Carrara sino a Pesaro) era stata superata dagli Alleati e l'Italia sarebbe stata liberata il 25 aprile, mentre la Germania era schiacciata su due fronti: quello ad ovest, con l'arrivo degli americani, che uniti a inglesi e francesi stavano marciando verso Berlino dopo aver vinto sulle Ardenne, e quello ad est con l'Armata Rossa che stava inseguendo i tedeschi in ritirata, superando prima l'Oder-Naisse e puntando decisamente verso un unico obiettivo: conquistare la capitale della Germania, sede del nazismo e luogo dove c'era Hitler.
Come detto, l'Italia fu liberata il 25 aprile, quando l'esercito nazifascista si arrese dopo l'ennesima insurrezione partigiana e dopo una serie di sconfitte sulle Alpi e sull'Appennino tosco-emiliano, sul quale si contarono centinaia di eccidi compiuti dai nazifascisti contro le popolazioni locali ed i partigiani: da quello di Marzabotto (29 settembre-5 ottobre 1944, 770 morti) a quello di Sant'Anna di Stazzema (12 agosto 1944 , 560 morti), da quello delle fosse ardeatine (24 marzo 1944, 335 morti eccidio in risposta all'attentato partigiano di via Rasella a Roma dove morirono trentatré soldati nazisti per mano dei GAP), a quello della Bettola (24 giugno 1944, 32 morti), da quello della Benedicta (6-11 aprile 1944, 72 morti nei combattimenti e 75 fucilati), a quello di Boves (19 settembre1943, 59 morti), da quello di Pedescala (2 maggio, 82morti), fino alla morte dei sette fratelli Cervi a Reggio Emilia il 28 dicembre 1943. Si contarono oltre 60 eccidi tra il 1943 e i giorni successivi la Liberazione.
La guerra in Italia, iniziata il 10 giugno 1940, si chiuse con uno Stato a pezzi militarmente, civilmente e psicologicamente.
La notte tra il 13 ed il 14 febbraio 1945 ci fu il bombardamento inglese della città di Dresda, che venne distrutta per il 90%, ed il 16 aprile l'Armata rossa, combattendo a Seelow, iniziò l'avanzata verso Berlino, dove il 25 aprile sovietici ed americani si incontrarono sulle rive del fiume Elba. La Germania era circondata.
Dal 16 aprile al 2 maggio (presa del Reichstag e bandiera sovietica issata in cima al parlamento tedesco) si combatté la battaglia di Berlino, l'ultima in Europa, tra il generale Helmuth Weidling e Georgij Žukov: oltre due milioni di soldati sovietici si scontrarono con un esercito tedesco di tre volte inferiore di numero. La resa della capitale tedesca fu inevitabile.
Nel frattempo c'erano stati degli stravolgimenti in seno alla Germania: in base al testamento politico di Hitler del 29 aprile, Donitz divenne il Presidente del Reich e ministro della guerra, Goebbels fu nominato Cancelliere, Bormann divenne ministro del partito nazista e Arthur Seyss-Inquart ministro degli Esteri. Joseph Goebbels rimase in carica due giorni dopodiché si suicidò anche lui. Al suo posto venne nominato Lutz Graf Schwerin von Krosigk.
L'8 maggio, la Germania si arrese agli Alleati ponendo fine al conflitto in Europa.
Dopo lo sganciamento delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto 1945), la dichiarazione di guerra dell'Urss del'8 agosto e dopo che il 14 agosto l'imperatore Hirohito accettò le condizione di resa e ordinò il cessate il fuoco, il 28 gli Usa invasero il Giappone ed il 2 settembre i nipponici firmarono la resa. Così finì la Seconda guerra mondiale.
Dopo di allora ci fu un lungo processo di ripresa in tutta l'Europa: la divisione della Germania in quattro zone di influenza, il processo di Norimberga contro i nazisti ancora in vita, la conferenza di pace di Parigi, la fine guerra civile greca e l'inizio della Guerra fredda.

Benito Mussolini, da Campo Imperatore a Salò
Benito Mussolini fu sfiduciato dal Gran Consiglio del Fascismo la notte tra il 24 ed il 25 luglio 1943, dopo l'approvazione del celebre “ordine del giorno Grandi”. Era necessario che il Duce venisse estromesso dal governo per smuovere l'empasse dell'Italia. Il Gran Consiglio votò a maggioranza (19 membri a favore, 7 contrari, 1 astenuto, un membro uscito per non votare) e Mussolini fu esautorato. Poco dopo il re Vittorio Emanuele III lo fece arrestare ed il suo posto di Presidente del Consiglio fu preso dal maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, che lo mantenne fino al giugno 1944 quando fu sostituito da Ivanoe Bonomi. Dopo ventun'anni finiva la dittatura fascista in Italia, ma la guerra non era per nulla terminata.
Gli Alleati furono sorpresi della caduta del fascismo, ma il 26 luglio Hitler ordinò alle truppe tedesche di andare in Italia a combattere e partirono alla volta del Belpaese oltre 100mila soldati. Il Fuhrer non disse però cosa andare ad occupare, lasciando totale libertà. Ma Hitler, sempre convinto di poter vincere la guerra pensò a quattro strategie per dare una svolta al conflitto: liberare Mussolini (operazione Quercia); occupare Roma (operazione Studente); occupazione totale dell'Italia (operazione Nero); cattura o distruzione della flotta italiana (operazione Asse). Queste quattro strategie rientravano nel “piano Alarico”.
I gerarchi nazisti che comandavano in Italia erano il comandante delle SS Karl Wolff, l'ambasciatore Rudolf Rahn ed il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante delle forze armate tedesche in Italia.
Mussolini fu portato presso la Scuola ufficiali dei carabinieri di Roma in attesa di sapere il suo destino.
Il 3 settembre, a Cassibile, in Sicilia, venne firmato l'armistizio “breve” con gli Alleati. L'8 settembre alle 18,30, fu annunciato via radio prima dal generale americano Dwight Eisenhower, e successivamente, alle 19:45, dal maresciallo d'Italia Pietro Badoglio. A firmare la resa furono, per conto di Badoglio e Eisenhower, i generali Giuseppe Castellano per l'Italia e Walter Bedell Smith per gli Stati Uniti d'America.
Gli americani imposero all'Italia alcune severe restrizioni politiche, economiche e diplomatiche. Il 29 settembre a Malta fu firmato l'armistizio “lungo”, che conteneva clausole molto più pesanti di quello "breve" firmato a Cassibile. L'8 settembre segnò l'inizio della guerra “civile” che vide contrapporsi le forze della resistenza contro l'invasore nazista e i fascisti loro alleati.
Da allora il Paese si divise in due parti: la Repubblica Sociale Italiana fino alla “linea Gustav” (ovvero la porzione di Italia sotto il dominio tedesco che partiva dalla foce del Garigliano a nord di Napoli fino ad Ortona) a nord, ed il Regno del sud, dalla “linea Gustav” alla Sicilia, al cui vertice c'era Vittorio Emanuele III di Savoia ed i membri del Governo fuggito da Roma l'8 Settembre.
Infatti, l'8 settembre il re ed i suoi fedelissimi salparono con la corvetta “Baionetta” alla volta della Puglia e questa decisione che è ancora oggi controversa, allora generò molte polemiche, in quanto l'esercito non aveva venne lasciato senza ordini chiari su come comportarsi nei confronti dei tedeschi. Il 13 ottobre il Regno del Sud dichiarò guerra alla Germania nazista.
Furono determinanti per le sorti della guerra gli sbarchi degli Alleati a Salerno il 9 settembre 1943 (“operazione Avalanche”), con successiva liberazione di Napoli dopo le quattro giornate di rivolta popolare (27-30 settembre 1943) e gli sbarchi ad Anzio e Nettuno (gennaio 1944), con la liberazione di Roma del 4 giugno 1944. Da allora iniziò un'offensiva verso Nord per arrivare a liberare tutto il Paese guidata dal generale Harold Alexander.
Il 5 giugno re Vittorio Emanuele III nominò il figlio Umberto luogotenente del Regno, il primo passo verso la sua abdicazione. Il 18 giugno Salerno divenne “capitale d'Italia” con la nuova sede del governo Bonomi: il 15 luglio il governo tornò a Roma. Il 9 luglio ci fu la “politica della mano tesa” del PCI alle altre forze politiche per fare uscire il Paese nel miglior modo possibile ed il 25 luglio fu reso valido il decreto luogotenenziale del Regno con il quale si stabilì che al termine della guerra si sarebbe tenuta un'Assemblea costituente.
Il destino di Mussolini era già segnato: dopo la sfiducia, come detto, fu arrestato e inviato da Roma a Ponza invece di trasferirlo alla Rocca delle Caminate, un castello a pochi chilometri da Predappio, il paese che diede i natali all'ex Duce.
Dal 27 luglio al 7 agosto Mussolini rimase sull'isola di Ponza e dall'8 al 27 agosto sull'isola della Maddalena, nel nord-ovest della Sardegna. Poichè si temeva che l'ex Duce potesse essere liberato, dal 28 agosto egli fu tenuto prigioniero sul Gran Sasso, nei pressi dell'altopiano di Campo Imperatore. Un luogo difficile da raggiungere, a 2200 s.l.m., dove sarebbe stato al sicuro.
Ma il 12 settembre, con un abile colpo di mano, i paracadutisti tedeschi del maggiore Otto Skorzeny, riuscirono a liberarlo e a condurlo in Germania, prima portandolo con un piccolo velivolo presso l'aeroporto militare di Pratica di Mare, dove Mussolini salì su un altro aereo per Berlino facendo tappe a Vienna, Monaco di Baviera (dove ritrovò la moglie e i figli) e poi a Rastemburg, in Prussia orientale (allora in territorio tedesco, ora situata nella Polonia orientale), sede della “Tana del lupo”, uno dei più celebri rifugi di Hitler (teatro dell'“operazione Valchiria” del 20 luglio 1944).
Il Führer lo convinse a continuare la battaglia creando nelle zone dell'Italia dove gli alleati non erano ancora arrivati, uno Stato vicino alla causa nazista, che avrebbe combattuto al suo fianco fino alla fine del conflitto. Mussolini all'inizio fu scettico e volle andare alla Rocca delle Caminate, ma alla fine si lasciò convincere a proseguire la lotta a fianco della Germania
Dopo il suo discorso radiofonico nel quale annunciava che “continuava la battaglia”, il 23 settembre 1943 Mussolini tornò in Italia e chiamò a raccolta i suoi fedelissimi per creare questo nuovo Stato: nacque così la Repubblica Sociale Italiana, con capitale Gargnano del Garda, sulle rive bresciane del lago di Garda, anche se passò alla storia con il nomignolo di “Repubblica di Salò”, dal nome di un'altra località lì vicina che fu il vero centro di tutta la vicenda.
Il fascismo, morto il 25 luglio, ritornò in pista con questo nuovo progetto di stampo “sociale”, vicino ai primissimi vagiti del fascismo, e la nascita di un nuovo partito unico, il Partito Fascista Repubblicano.
Fu un'esperienza breve e tragica: Mussolini non era più il Mussolini dei comizi di piazza Venezia, non era più il leader di un tempo, ma un uomo stanco, provato, forse malato, che non poté dire di no a chi lo aveva liberato. Mussolini annunciò la sua rabbia contro il re e Badoglio che lo avevano tradito e annunciò che avrebbe costituito un nuovo governo-Stato.
Il 15 settembre un'agenzia riportò le parole del Duce, ora pronto a combattere: nominò Alessandro Pavolini segretario del PFR, il nuovo partito nato dalle ceneri del PNF; ripresa la lotta al fianco della Germania, voleva reintegrare tutte le personalità esautorate da Badoglio e punire coloro che avevano portato alla sua sfiducia, ricostituì la Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale , che assunse il nuovo nome di Guardia Nazionale Repubblicana con a capo Renato Ricci; pretese inoltre lo scioglimento dal giuramento fatto al Re per gli ufficiali dell'esercito. La voce di Mussolini tornò a farsi sentire il 18 settembre su Radio Monaco.
La RSI venne istituita il 18 settembre 1943 ma fu veramente attiva con il “Manifesto di Verona” del 14 novembre successivo, con il quale si stabilì, tra i diciotto articoli, la convocazione di un'Assemblea che sanciva la fine della monarchia; l'elezione di un Capo dello Stato da parte dei cittadini che sarebbe rimasto in carica cinque anni; diritto di critica verso la Pubblica Amministrazione; il PFR sarebbe stato l'organismo deputato alla risoluzione dei problemi politici; l'adesione non sarebbe stata più obbligatoria, la religione di Stato sarebbe stata quella cattolica e tutti i culti sarebbero stati rispettati salvo quello ebraico in base alle leggi razziali del 1938.
La stampa era ancora nelle mani del partito e lui sceglieva chi mettere nelle varie direzioni.
La Rsi era uno Stato con tutti i crismi: un capo di Stato, un governo con ministeri, un esercito e forze di polizia, ma non era uno Stato del tutto indipendente, bensì uno “Stato fantoccio” creato ad arte e guidato da una forza superiore, la Germania nazista, alla stregua della Slovacchia di Mons. Jozef Tiso, della Croazia di Ante Pavelic, della Norvegia di Vidkun Quisling, della Repubblica di Vichy del maresciallo Philippe Pétain e del Manciukuò, con a capo Zheng Xiaoxu e Zhang Jinghui. Essa non venne mai riconosciuta dal nuovo Stato italiano “nato” dopo il 25 aprile.
Il modello “sociale” non convinse gli operai e spaventò sia gli imprenditori che gli stessi nazisti, mentre la Chiesa fu distaccata e mantenne sempre un certo riserbo sulle vicende. La Repubblica sociale fu “mutilata” delle province di Trento e Bolzano e di quelle di Udine, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana che passarono sotto i Gauleiter del Sud Tirolo e della Carinzia.
La RSI ebbe anche molti problemi dal punto di vista dell'esercito: la chiamata alle armi, a partire dal 9 novembre 1943, portò ad indossare la casacca repubblicana solo il 40% delle persone arruolabili e tutti coloro che risultarono renitenti alla leva militare, con il “decreto Graziani” del 18 gennaio 1944 dovevano essere arrestati e condannati per tradimento. Ebbe più consensi la GNR con compiti prettamente di polizia politica e come forza di repressione contro antifascisti e partigiani. Dal 1° aprile 1944 il PFR, per volere del suo segretario Alessandro Pavolini, divenne un organismo paramilitare, con la creazione delle Brigate Nere, che rivestivano compiti di ordine pubblico e di supporto ai reparti militari nelle azioni contro i partigiani. In realtà il loro apporto fu minimo e spesso si macchiarono di odiosi crimini. Per questo motivo, alla fine delle ostilità, molti appartenenti a queste formazioni vennero uccisi o condannati a pene detentive.
La RSI crollò con la caduta del nazifascismo. Durante i suoi 585 giorni di vita, celebre fu il processo intentato contro i gerarchi che il 25 luglio tradirono Mussolini votando l'odine del giorno Grandi (chiamati “venticinqueluglisti”), che portò alla caduta del fascismo e al decadimento di Mussolini da capo del Governo. Passato alla storia come il “processo di Verona”, esso si tenne a Castelvacchio dall'8 al 10 gennaio 1944. Tra gli imputati, Galeazzo Ciano, ex Ministro degli esteri e genero di Mussolini, del quale aveva spostato la figlia primogenita Edda, Emilio de Bono, triumviro della marcia su Roma e già Ministro delle Colonie, Luciano Gottardi, presidente della Confederazione di Lavoratori dell'Industria, Giovanni Marinelli fondatore della Ceka, e Carlo Pareschi Ministro dell'Agricoltura e Foreste, furono condannati a morte e fucilati a San Procolo, mentre Tullio Cianetti, Ministro delle Corporazioni, fu condannato all'ergastolo in quanto, dopo aver sottoscritto in un primo tempo l'ordine del giorno proposto da Dino Grandi, ritornò sui suoi passi e scrisse una lettera direttamente al Duce. Gli altri tredici membri del Gran consiglio che tradirono Mussolini, Dino Grandi, Giuseppe Bottai, Luigi Federzoni, Cesare Maria De Vecchi, Umberto Albini, Giacomo Acerbo, Dino Alfieri, Giuseppe Bastianini, Annio Bignardi, Giovanni Balella, Alfredo De Marsico, Alberto De Stefani ed Edmondo Rossoni vennero condannati a morte in contumacia in quanto riuscirono a fuggire facendo perdere le proprie tracce e scampando così alla fucilazione. Del processo, fece scalpore la condanna a morte del vecchi maresciallo Emilio de Bono e, soprattutto, di Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri (e firmatario del “Patto d'acciaio” con l'omologo nazista, Joachim von Ribbentrop, tra Italia e Germania, il 22 maggio 1939) e marito della figlia di Mussolini, Edda, che non perdonò mai la padre questa condanna.
Il 16 dicembre 1944, Mussolini tenne al teatro Lirico di Milano il “discorso della riscossa” davanti ad un numero limitato di persone: erano lontane le folle oceaniche di piazza Venezia e quella fu l'ultima uscita pubblica del Duce.

Adolf Hitler, il bunker come ultimo riparo
Se Mussolini sapeva in cuor suo che la guerra sarebbe finita in favore degli Alleati, Hitler credeva che nulla era ancora perduto, nonostante l'esercito nazista stesse perdendo uomini, mezzi e terreno sul versante ovest della guerra, così come a est. Tra la fine del 1944 e l'inizio del 1945 era certa una cosa: l'Asse avrebbe perso, c'era solo da aspettare la sua resa.
Il 31 agosto 1944 Hitler ordinò la mobilitazione di tutti i tedeschi: tutti gli uomini tra i 15 e i 60 anni sarebbero stati arruolati per difendere Berlino (compresi i membri della Hitler-Jugend) e la produzione industriale di armamenti subì una grande impennata.
Il 16 dicembre l'esercito tedesco sul versante ovest del conflitto riuscì a contenere la forza degli Alleati, ma il successo fu effimero e sotto Natale gli Alleati iniziarono a muoversi verso Berlino.
Il 12 gennaio 1945 iniziò il movimento dell'Armata rossa verso Berlino. Il 27 gennaio l'Armata russa superò l'Oder-Naisse: era iniziata la corsa verso la capitale del Reich che distava 70 km. L'1 febbraio Poznan fu circondata e liberata tre settimane dopo. Il 1° marzo, gli Alleati occidentali penetrarono in territorio tedesco e si misero in marcia verso Berlino.
Dalla metà di gennaio del 1945, Hitler si ritirò nel celebre bunker di Berlino (il Führerbunker), situato sotto la Cancelleria: colui che aveva guidato la Germania alla guerra e che voleva conquistare il Mondo con il suo Reich millenario, era costretto a nascondersi a otto metri sotto terra per evitare di essere catturato.
Nel bunker Hitler vide cadere il suo sogno e anche la sua salute ne risentì: tremolio alle mani e alle gambe, depressione, disturbi alla gola, crampi allo stomaco, manie di persecuzione, ipocondria e problemi gastrici per l'uomo forte del nazismo che era ridotto alla pari di un fantasma. Il fallimento dell'Operazione Valchiria gli compromise l'uso del braccio destro e gli procurò tanti problemi fisici, tanto da dover essere curato con punture di ormoni e stricnina. L'attentato del 20 luglio 1944 fu un fallimento. Hitler pretese che i congiurati ed i loro fiancheggiatori venissero puniti con la morte. Dopo un processo farsa di fronte al tribunale del popolo presieduto da Roland Friesler, generali, marescialli, ufficiali di vario grado vennero condannati a morte e impiccati. L'accusa per tutti fu di alto tradimento, essendo intenzione dei cospiratori di abbattere il regime hitleriano e costituire un governo di larghe intese per patteggiare con gli Alleati una resa onorevole della Germania.
Il 19 marzo Hitler diede ordine al Ministro Speer di fare della Germania terra bruciata. Nulla doveva cadere in mano ai vincitori, tutto doveva finire con lui. Naturlamente Speer non eseguì mai quel folle ordine. I suoi fedelissimi gli consigliarono di lasciare il bunker di Berlino per quello (forse) più tranquillo del “Nido dell'aquila”, a Berchtesgaden, in Alta Baviera, ma lui rifiutò categoricamente: se Berlino fosse caduta, lui sarebbe caduto con essa.
Il 22 aprile egli fece una riunione con i suoi collaboratori militari: il comandante della Wehrmacht Wilhelm Keitel, il capo di Stato maggiore della Wehrmacht Alfred Jodl, il capo di stato maggiore delle forze di terra Hans Krebs e Wilhelm Burgdorf, assistente del Fuhrer e già generale di fanteria) che gli dissero che oramai la città sarebbe stata presa dai sovietici e non ci sarebbe più stata difesa. Hitler, in preda al delirio e con la salute cagionevole, ebbe uno scatto d'ira e se la prese con tutti quelli che lo tradirono o che non fecero abbastanza per difendere lui e il Paese.
Il 25 aprile gli Alleati e l'Armata Rossa si incontrarono a Torgau, in Sassonia: la capitolazione della Germania era solo questione di giorni. Nonostante tutto, Hitler ribadì di non voler lasciare Berlino Berlino, ma iniziava a capire che la Germania avrebbe perso la guerra. Come per Mussolini, anche il suo destino era segnato.

Da piazza Venezia al un muro di cemento di Giulino di Mezzegra: la morte di Mussolini
Se Gargnano era la capitale de iure della RSI e Salò quella de facto, Milano fu quella politica, soprattutto da metà dell'aprile 1945. Gli ultimi giorni di quel mese videro la RSI sconvolta da problemi interni e Mussolini decise di spostare la capitale a Milano
. Il 16 aprile si tenne a Gardone l'ultimo consiglio dei Ministri e, dal 18 aprile 1945, la Prefettura del capoluogo lombardo divenne la nuova casa di Mussolini ed il centro nevralgico degli ultimi giorni di guerra e della caduta della Repubblica sociale.
Tra il 20 ed il 25 aprile 1945 anche il Nord Italia fu liberato e terminò la guerra in Italia. Mussolini il giorno della Liberazione ebbe la riunione più importante della sua carriera politica: presso l'Arcivescovado, con la moderazione del cardinale milanese Ildefonso Schuster, si incontrarono il Duce con il fido sottosegretario Francesco Mario Barracu, il ministro degli Interni della RSI Paolo Zerbino, il ministro della difesa Nazionale generale Rodolfo Graziani e l'ex Ministro delle Corporazioni e prefetto a Torino e Milano Carlo Tiengo, con una rappresentanza del CLN formata dal comandante dei Corpi Volontari della Libertà, generale Raffaele Cadorna, l'azionista Riccardo Lombardi, il democristiano Achille Marazza, l'avvocato liberale Giustino Arpesani e il socialista Sandro Pertini. Oggetto dell'incontro fu la resa di Mussolini, visto che la città di Milano era pronta ad un'insurrezione popolare contro i nazifascisti. Mussolini prese tempo visto che molti erano divisi tra la resa (il tradimento nel firmare la resa) e la prosecuzione della guerra. La scadenza dei termini era la sera.
La scadenza non venne rispettata, non ci fu la firma e fu dato ordine di far scoppiare l'insurrezione. Mussolini si consultò e decise di fuggire verso il lago di Como, visto che in quella zona i partigiani erano pochi e sarebbe stato al sicuro in attesa di confrontarsi ancora con Hitler.
Prima della riunione, Schuster cercò di convincere Mussolini ad arrendersi in quanto non c'erano altre possibilità.
Graziani era per la resa, mentre Pavolini, già dal 21 aprile, aveva parlato di un Ridotto alpino in Valtellina dove Mussolini avrebbe guidato la riscossa fascista in montagna. Anche Mussolini pensò che sarebbe stato il luogo giusto dove combattere e difendere il fascismo insieme a migliaia di camicie nere, ma scoprì che erano pronti a combattere solo pochi soldati e cambiò idea molto amaramente. Segno che per lui non ci sarebbe stato più nessuno a combattere ed a rischiare la vita.
Mussolini rifiutò la fuga in Spagna e decise di partire verso Como con Mezzasoma, Pavolini, Liverani, molti gerarchi, il figlio Vittorio e l'amante Claretta Petacci, che non riparò come la sua famiglia in Spagna. Rimasero a Milano Pisenti, Montagna e Graziani.
Mussolini lasciò Milano alle 20 del 25 aprile ed il giorno dopo la città lombarda fu liberata. Il gruppo rimase a Como poco tempo per poi spostarsi a Menaggio e poi a Cardano, frazione del comune di Grandola, dove fu raggiunto dall'amante di Mussolini, Claretta Petacci, dal fratello Marcello (precedentemente rinchiusi nelle prigioni del castello sforzesco di Novara) e da un reparto tedesco che aveva l'ordine di proteggere Mussolini e di portarlo in Germania in salvo.
Il 26 aprile Guido Buffarini Guidi (primo ministro dell'Interno della RSI), Angelo Tarchi (ministro repubblichino dell'economia) ed altri fascisti furono arrestati dai partigiani lungo la strada per tornare a Como. Facevano parte di una colonna che aveva tentato di convincere Mussolini a lasciar perdere la fuga in Svizzera in quanto inattuabile e di tornare indietro con loro.
Nel mentre l'insurrezione a Milano era scoppiata: tanti fascisti furono arrestati e condannati a morte.
Il gruppo di cui facevano parte l'ex Duce e i gerarchi si spostò ancora verso Maneggio, tornando indietro, dove fu raggiunto da un convoglio militare tedesco in ritirata con 38 autocarri e 200 militari al seguito che si stavano spostando verso Merano e poi l'Austria. Il gruppo capeggiato da Mussolini si aggregò come ultima scelta possibile onde evitare di essere scoperti dai partigiani e condannati a morte, perché sapeva che questi ultimi lo avrebbero preso per ucciderlo.
La colonna partì da Menaggio alle 05:30 del mattino ma un'ora e mezzo dopo fu fermata a Musso da un posto di blocco costituito da elementi della “Clerici”, un gruppo partigiano facente capo alla brigata “Garibaldi”, il cui comandante era Pier Luigi Bellini delle Stelle, nome di battaglia “Pedro”.
La colonna si scontrò con i partigiani e al termine della trattativa si arrivò ad un patto: i camion avrebbero potuto proseguiere previa ispezione e tutti gli italiani presenti sarebbero stati presi in consegna dai partigiani.
Mussolini capì che la sua fuga era terminata, ma il sottotenente Fritz Birzer ebbe un'idea: far vestire l'ex Duce da militare della Wehrmacht facendolo salire su un altro camion della colonna, confuso tra gli altri militari tedeschi.
La colonna venne fatta spostare a Dongo, a pochi chilometri di distanza, per l'ispezione concordata. Salì sul carro 34 il partigiano Giuseppe Negri e scoprì che tra i militari ce n'era uno con l'elmetto abbassato sulla fronte, fatto passare per ubriaco: Benito Mussolini fu scoperto e non oppose resistenza. Successivamente disarmato, fu arrestato e preso in consegna da Urbano “Bill” Lazzaro. Nel frattempo, la colonna tedesca era ripartita verso Merano di tutta corsa e nessun soldato nazista andò in soccorso del Duce.
Verso la sera del 27 aprile giunse a Milano la notizia che Mussolini era stato trovato, arrestato e che era in mano ai partigiani. Da quel momento iniziarono le sue ultime ore di vita.
Vennero tratti in arresto anche Francesco Maria Barracu, Alessandro Pavolini, Ferdinando Mezzasoma, Augusto Liverani, Ruggero Romano e Paolo Zerbino, tutti ministri della RSI.
Cosa fare di Mussolini? In base ad un accordo con gli Alleati, doveva essere consegnato insieme a tutti i fascisti e a tutti quelli che avevano compiuto crimini di guerra e processato. Mussolini era da portare a Milano, diventata nel frattempo capitale della lotta partigiana.
Il 27 aprile il Comitato, per ordine di Longo, ruppe gli indugi e decise di far partire alcuni membri verso Dongo. Obiettivo: uccidere Mussolini.
Incaricato dell'esecuzione fu Walter “Valerio” Audisio, affiancato da Aldo “Guido” Lampredi, i quali partirono la mattina del 29 aprile, con altri partigiani, verso Dongo. “Valerio” arrivò sulle sponde del lago di Como intorno alle 14. “Pedro” acconsentì al “passaggio di consegne” tra il suo gruppo e quello di Audisio.
Alle 18:30 del 27 aprile Mussolini venne portato in una caserma della Guardia di Finanza a Germasino e poco dopo lo raggiunse anche la Petacci, sulla cui testa non pesava nessun capo d'accusa né una condanna a morte.
Il 28 aprile, Mussolini e la Petacci furono portati a Mezzegra in località Bonzanigo nei pressi di una abitazione degli amici del “capitano Neri” Luigi Canali.
Intorno alle ore 15 iniziano gli ultimi minuti di vita di Mussolini: il Duce e la Petacci salirono su un camioncino e da Bonzanigo si misero in viaggio verso Giulino, altra frazione di Mezzegra. Qui furono fatti scendere e Mussolini venne portato davanti ad un muro a ridosso del cancello di un'abitazione in via 24 maggio. Il mitra di “Valerio” si inceppò ed egli si fece dare da Lampredi il suo, scaricando su Mussolini cinque colpi. Il Duce cadde a terra e, sempre con il MAB, gli vennero sparati due colpi di grazia.Anche la Petacci morì, colpita involontariamente da “Valerio” in una colluttazione per impedire che il suo amante venisse ucciso.
Mussolini fu giustiziato alle 16:10 del 28 aprile 1945, aveva 61 anni. Finiva la vita di colui che pontificava davanti alla folla oceanica di piazza Venezia, che aveva un Paese ai propri piedi e che si trovava ora debole ed ombra di sé stesso a chiudere la sua vita davanti ad un'anonima villa in riva al lago di Como.
La notizia arrivò ai giornali che pubblicarono la notizia dell'esecuzione di Mussolini e l'Italia intera esultò.
Con il tempo si disse che coloro che uccisero l'ex Duce non avrebbero dovuto farlo in quel modo senza un processo. Come ricordò Montanelli in un'intervista anni fa. Si decise di non far processare Mussolini (ed i gerarchi) in quanto si sarebbero sapute molte cose che sarebbe stato meglio non far sapere sul regime stesso, coinvolgendo forse anche persone di spicco attive nella Resistenza.
Furono fucilati a Dongo, poco prima delle ore 18, anche quindici dei cinquantasette gerarchi fascisti ricercati: Alessandro Pavolini (già ministro degli Interni e capo del PFR), Paolo Porta (segretario federale di Como), Augusto Liverani (ministro delle Corporazioni), Ruggero Romano (ministro delle Comunicazioni), Niccolò Bombacci (fondatore del Partito Comunista d'Italia ma vicino anni dopo al fascismo e a quello “repubblicano”), Fernando Mezzasoma (ministro del MinCulPop repubblichino), Goffredo Coppola (presidente dell'Istituto Nazionale Cultura Fascista), il direttore della “Agenzia Stefani” Ernesto Daquanno, il comandate Mario Nudi, il segretario di Mussolini (ed ex Prefetto di Milano) Luigi Gatti, il comandante della Brigata Nera “Piacentini” Idreno Utimpergher, gli alti militari Pietro Calistri e Vito Casalinuovo e i già citati Francesco Maria Barracu e Paolo Zerbino. A decretare la morte fu il rispetto dell'articolo 5 del Decreto sulla Giustizia emesso dal CLN.
Cosa farsene del cadavere di Mussolini e della Petacci? Ai partigiani venne in mente un'idea sulla base di una tragedia che aveva colpito il 10 agosto 1944 quindici giovani partigiani a Milano. Nel frattempo in Italia era iniziata la caccia al fascista e nei giorni successivi alla Liberazione ne furono uccisi molti.

Cianuro e pistola: la morte di Hitler
Come detto, Hitler credette sempre di risollevare le sorti della guerra. Fino all'ultimo, ovvero fino al 22 aprile. Il giorno dopo Albert Speer informò il Fuhrer che l'operazione “terra bruciata” non era stata effettuata, ma Hitler non disse nulla.
Il 29 aprile, Hitler venne a sapere che Mussolini era stato ucciso dai partigiani con la compagna Claretta Petacci, i loro corpi trasportati a Milano e dati in pasto alla folla, dopodiché, erano stati esposti a testa in giù dalla pensilina di un distributore. Il Fuhrer disse che non avrebbe voluto fare la fine del Duce e pensò quindi al suicidio, ma non sapeva quale fosse il metodo più sicuro.
Consultandosi con uno dei suoi medici, questi gli disse che la cosa migliore sarebbe stata ingerire una pastiglia di cianuro e spararsi alla testa poco dopo: se non fosse morto avvelenato, sarebbe morto sparandosi. E le cavie per valutare se il veleno funzionasse veramente, e rapidamente, furono il pastore tedesco di Hitler, Blondi, ed il suo cucciolo.
Morto Hitler quale sarebbe stato il futuro della Germania? Dal punto di vista politico, chi avrebbe trattato la resa? Già il 23 Hitler ricevette una lettera da parte di Goring che gli chiedeva di succedergli in caso di sue dimissioni. Il dittatore decise di far arrestare Goring per alto tradimento e decise che il suo successore sarebbe stato Donitz. Goring fu arrestato, ma liberato due giorni dopo.
La città di Berlino stava iniziando a diventare un cumulo di macerie, si erano interrotti tutti i collegamenti e non si sapeva dove fosse arrivato il nemico.
Hitler ebbe la conferma del tradimento da parte dei suoi: il 28 aprile seppe che Himmler aveva cercato di trattare con gli Alleati per trovare un'intesa per la resa, ma gli Alleati rifiutarono in quanto capirono che non aveva il peso per decidere una cosa del genere. Hitler ordinò di catturare il capo delle SS, di portarlo al suo cospetto e nel mentre uccidere il suo rappresentante a Berlino, Hermann Fegelein, marito della sorella di Eva Braun.
A questo punto Hitler capì che sarebbe stato meglio per lui suicidarsi.
Il 29 aprile, tra l'1 e le 3 di notte sposò Eva Braun, sua compagna da tredici anni, organizzò un minuto banchetto di nozze, dopodiché, insieme alla segretaria personale Traudl Junge, si appartò in un'altra sala e le dettò il suo testamento. Goebbels e Bormann furono testimoni di Hitler. Lo stesso giorno Goebbels ricevette l'incarico di Cancelliere e Bormann quello di Presidente del Partito Nazional Socialista dei Lavoratori Tedeschi.
Hitler e la moglie si recarono il giorno dopo in una stanza del bunker verso le 14:30, chiusero la porta alle loro spalle ed i testimoni sentirono uno sparo poco dopo. Heinz Linge (ufficiale SS e cameriere personale del Fuhrer) e Bormann, già d'accordo con Hitler, entrarono in quella stanza e trovarono per terra i corpi senza vita di Hilter e della Braun: il Führer si era sparato alla tempia con una pistola Walther “PPK 7,65/9”, mentre la donna si era avvelenata ingerendo la pastiglia di cianuro.
Adolf Hitler aveva da dieci giorni compiuto 56 anni. I due presero i corpi e, aiutati da altri militari, li portarono al di fuori del bunker, in una sorta di giardino/parco con sullo sfondo gli attacchi aerei e di terra. Vennero adagiati per terra, cosparsi di benzina e dati alle fiamme. I due cadaveri vennero salutati da un ristretto numero di fedelissimi con il saluto romano e seppelliti.
La notizia della morte di Hitler venne data via radio poche ore dopo e fu Donitz a dire al popolo tedesco che il Fuhrer era morto.
Il 1° maggio Goebbels invitò alcuni soldati a mettersi in contatto con il generale sovietico Antonov e trattare la pace separata, ma l'esito fu negativo. Verso sera Bormann riuscì a fuggire dal bunker, mentre Goebbels decise di rimanerci.
Quando i sovietici liberarono Berlino, issarono alla sommità del Reichstag la bandiera dell'URSS, dopo che poco prima avevano fatto esplodere la grossa svastica di pietra sopra la sede dell'ex parlamento nazista.
I sovietici entrarono nel bunker ma trovarono solo dei cadaveri, tra i quali anche i sei figli di Joseph Goebbels, uccisi poco prima dalla moglie Magda nel sonno con una pastiglia di cianuro ciascuno, dopo averli narcotizzati con la morfina. Il 1° maggio Goebbels, dal 30 aprile nuovo Cancelliere, si uccise con la moglie e anche i loro corpi vennero bruciati ma seppelliti sommariamente in quanto gli addetti dovettero scappare.
I sovietici trovarono i resti carbonizzati di due persone e scoprirono che quei corpi erano di Hitler e della Braun, ma solo dopo aver fatto analizzare la loro unica parte controllabile, l'arcata dentale.
Stalin fu informato della morte, ma non ci credette fino a quando non ne ebbe la certezza. Accertatosi, il 2 maggio disse al suo generale Vasily Chuikov di trattare con i tedeschi una resa senza condizioni. Donitz nel frattempo ordinò il ritiro delle operazioni militari sul fronte ovest, riuscendo a salvare quasi due milioni di soldati dalla cattura, ma la guerra in Germania durò fino all'8 maggio, un'altra settimana di combattimenti cruenti e di migliaia di altre vittime.
Il 23 maggio si sciolse il governo Donitz ed il 5 giugno i vincitori ebbero il controllo totale sulla Germania: il Paese incominciava a dividersi in parti di influenza.
La Germania contò un numero elevato di vittime (soprattutto civili) ed era in ginocchio. Per il Paese iniziò una difficile ricostruzione e per prima cosa si avviò un processo di denazificazione del Paese e la messa al bando del partito nazista: la vergogna era stata troppo grande e tutto ciò che fece Hitler doveva essere dimenticato al più presto.
Il 9 maggio fu il primo giorno di pace in tutta Europa.

Da piazzale Loreto alla restituzione alla famiglia: le “disavventure” della salma di Mussolini
Cosa successe il 10 agosto 1944? C'è da tornare indietro di due giorni, all'8 agosto quando, in viale Abruzzi, due camion tedeschi vennero fatti saltare in aria con dell'esplosivo. Non si segnalarono vittime tra i nazisti, se non alcuni civili milanesi. Si decise di punire chi avesse compiuto quell'atto: vennero fatti uscire dal carcere di San Vittore quindici partigiani di età compresa tra i ventuno e i quarantacinque anni, catturati precedentemente. Portati in piazzale Loreto, vennero fatti mettere in fila e fucilati. I cadaveri vennero lasciati per terra, al sole, fino ad inizio serata quando vennero tolti: chi avrebbe commesso atti contro i nazisti avrebbe fatto quella fine.
Poiché le vittime dell'attentato erano italiane, il plotone d'esecuzione fu formato con militi della “Legione Autonoma Ettore Muti”. Ad esecuzione avvenuta, essi posero un cartello tra i cadaveri con la scritta “assassini”. La “Muti” era un corpo militare della RSI con compiti di polizia militare e politica, sorto a Milano nel marzo 1943 e che compì molti rastrellamenti ed omicidi, sotto la guida di Francesco Colombo. La Legione Muti ebbe spesso a che fare con la famigerata “banda Koch” che, prima di arrivare sotto il Duomo, si era macchiata di gravi atti criminali contro oppositori.
I partigiani del GAP negarono sempre di aver compiuto l'attentato in viale Abruzzi e tutte le altre formazioni partigiane negarono un loro coinvolgimento. Fu Theodor Saevecke, capitano nazista alla guida della Gestapo a Milano, a volere la fucilazione dei quindici antifascisti milanesi e la loro macabra esposizione.
I quindici partigiani uccisi erano Gian Antonio Bravin, Giulio Casiraghi, Renzo del Riccio, Andrea Esposito, Domenico Fiorani, Umberto Fogagnolo, Tullio Galimberti, Vittorio Gasparini, Emidio Mastrodomenico, Angelo Poletti, Salvatore Principato, Andrea Ragni, Eraldo Soncini, Libero Temolo e Vitale Vertemati.
Ricordando l'episodio, i responsabili del CLNAI decisero che sarebbe stato doveroso portare i cadaveri di Mussolini e dei gerarchi fascisti a Milano ed esporli in piazzale Loreto.
La sera del 28 aprile 1945, alcuni camion partirono da Dongo con tutti i cadaveri e dopo alcune peripezie giunsero in piazzale Loreto prima dell'alba. Nel piazzale furono riversati i cadaveri di diciotto persone e poco dopo iniziò il passaparola: tra quei cadaveri accatastati c'era quello di Benito Mussolini.
In pochissimo tempo il piazzale si riempì di una folla inferocita per vedere il corpo di colui che aveva portato alla distruzione l'Italia. Non era presente nessun cordone di sicurezza e nessuno mosse un dito. La folla si gettò su tutti i cadaveri, dilaniandoli e umiliandoli.
I vigili del fuoco, verso le ore 11, liberarono la piazza pulendola dal sangue e da tutto ciò che c'era sull'asfalto e fu deciso di togliere i cadaveri dalla strada e di appenderli alla pensilina del distributore di carburante della piazza, in maniera tale che potessero essere salvati dalla distruzione, ma che potessero essere anche visti.
Vennero appesi solo i cadaveri di Mussolini, della Petacci, di Bombacci, Pavolini, Zerbino, Mezzasoma e Barracu: quest'ultimo poco dopo fu sostituito con quello di Achille Starace, fucilato dai partigiani accanto al luogo dell'esposizione dei corpi dopo un sommario processo nelle aule del Politecnico.
Alle ore 13 circa i corpi di Mussolini e della Petacci vennero tirati giù e portati nell'obitorio di piazza Gorini: i corpi furono presi in consegna da alcuni partigiani di un distaccamento della “Crespi” ed analizzati dal dottor Cattabeni il giorno successivo.
La salma della Petacci fu tumulata nella cappella di famiglia presso il cimitero romano del Verano, mentre quella di Mussolini fu inumata nel cimitero di Musocco il 5 agosto 1945 in forma anonima.
Fino alla notte tra il 22 ed il 23 aprile 1946 la bara del fu Duce rimase al suo posto, nel campo 10 del camposanto milanese, fino a quando un gruppo di nostalgici guidati da Domenico Leccisi la trafugò: sotto i festeggiamenti del primo anniversario della Liberazione era necessario un atto eclatante da parte dei nostalgici. Leccisi era il capo del Partito Democratico Fascista, uno dei tantissimi gruppuscoli neofascisti che prima della nascita del MSI nacquero e commisero azioni di grande impatto. Con Leccisi, parteciparono all'azione Mauro Rana e Antonio Parozzi.
Il PDF prese in custodia la salma visto che nessuno l'aveva reclamata. Inviarono due lettere a “L'Unità” e a “L'Avanti!” denunciando il trafugamento e firmandosi come “Comitato Direttivo Centrale” del Partito Democratico Fascista.
Il corpo fu mandato a Madesimo, ma il 7 maggio i tre lo lasciarono nel convento dei frati minori presso la chiesa di Sant'Angelo, vicina all'odierna via della Moscova: padre Alberto Parini e padre Enrico Zucca si presero carico della custodia della salma presso l'Angelicum. Il 3 luglio Leccisi e Parozzi furono arrestati, mentre Rana li aveva preceduti già il 29 aprile e ci fu una retata contro alcuni esponenti della cellula neofascista più famosa (allora) in Italia. Nel frattempo la salma fu inviata alla Certosa di Pavia, in quanto i due padri ebbero troppa paura della piega che stava prendendo la situazione.
Il 12 agosto padre Parini confessò tutta la vicenda alla questura di Milano, pregando che la salma fosse inumata in maniera decorosa. Il 12 agosto 1946 il cadavere di Mussolini venne portato alla Questura di Milano e tumulato nella Chiesa della Visitazione della Beata Vergine Maria di Cerro Maggiore tredici giorni dopo.
Il 30 agosto 1957, grazie anche ad una mossa politica, l'allora Presidente del Consiglio Adone Zoli, forlivese come Mussolini ma democristiano, con una mossa elettorale per ingraziarsi i missini, consegnò la salma alla moglie Rachele e ai figli ancora in vita e due giorni dopo fu tumulata in una cripta nel cimitero di Predappio, paese natale di Mussolini. A oggi, quella cripta è oggetto di un turismo “nostalgico” da parte di tanti neofascisti italiani e stranieri che vanno a rendere omaggio a quello che è stato per oltre venti anni il padre padrone del destino di una Nazione intera che, spinto dal suo opportunismo, volle fare diventare grande, ma che invece la portò alla distruzione.
Domenico Leccisi fu eletto tra le file del MSI deputato della Repubblica per due legislature consecutive, dalla II alla fine della terza (1953-1963).

Ma Hitler era morto...o no?
Dopo la fine della guerra, il Führerbunker fu distrutto in due occasioni, i ruderi furono abbandonati almeno fino al 1989 e nel 2006 quando fu innalzata una piantina verticale del bunker con la mappa dello stesso.
Nel 1970 i resti di Hitler, della Braun e dei Goebbels furono esumati dal luogo segreto dove erano sepolti (che si scoprì essere nei pressi di Magdeburgo, allora nella RDT) cremati e le ceneri gettate nell'Elba. A prendere questa decisione fu Jurij Andropov, allora capo del KGB, sentito Leonid Il'ič Brežnev.
Sorse allora un dubbio: ma Hitler era morto davvero? Perché se di Mussolini si ebbe la certezza (cadavere esposto in piazzale Loreto), di Hitler nessuno, a parte i sovietici, vide il corpo, anche se gli stessi sovietici confermarono che quei resti carbonizzati erano del Fuhrer: il dubbio prese spesso il sopravvento, almeno per qualche anno.
Dal momento del suo suicidio, almeno fino alla riesumazione, molti sostennero che Hitler fosse riuscito a salvarsi e a fuggire in Sudamerica come tanti nazisti sfuggiti al processo di Norimberga. E a Norimberga il procuratore americano Dodd disse che non si aveva la certezza che Hitler fosse morto, anche se l'esame ortodontistico aveva dato responso positivo.
Esistono immagini di presunti Hitler in giro per il Mondo tra la Francia, l'Angola (dove si disse morì nel 1967), l'Argentina, il Mato Grosso e il Brasile, dove si disse morì nel 1984 addirittura quasi centenario. A oggi, la fuga del Fuhrer è considerata una leggenda metropolitana.

Stesso potere, stessa sorte
A distanza di 71 anni dai fatti di Giulino-piazzale Loreto e del bunker di Berlino, le morti di Benito Mussolini e di Adolf Hitler dividono ancora l'opinione pubblica tra complottisti e antinazifascisti.
I dubbi sono legati, da una parte, al fatto su chi avesse davvero ucciso Mussolini e su chi avesse fatto sparire il cosiddetto “oro di Dongo”, l'insieme di tutta la documentazione che avevano con sé Mussolini, la Petacci e i gerarchi arrestati che finirono nelle mani della “Clerici”, di cui non si seppe più niente. Dall'altro, il velo di mistero che ha ricoperto gli ultimi minuti di vita di Hitler e la sparizione del suo corpo tra le fiamme.
Tornando all'”oro di Dongo”, una delle borse sequestrate a Mussolini conteneva il carteggio riservato tra di lui e Churchill e una ingente somma di denaro in assegni e monete d'oro.
L'”oro di Dongo” fu affidato alla compagna di “Neri”, Gianna Tuissi, la quale, come il compagno, morì pochi giorni dopo. Il cadavere mai fu rinvenuto e con lei il tesoro. Si disse che furono i tedeschi a scoprilo e ad eliminarlo bruciandolo o gettandolo nel fiume Mera, un piccolo corso d'acqua che nasce in Svizzera e che sfocia nel lago di Como. Si sono aggiunte leggende su leggende su questo “oro” e ancora oggi su tutto ciò c'è un velo di mistero e di verità nascoste.
Se sulla fine del Fuhrer non si è mai mosso nessuno a compassione, qualche voce in più si alzò dall'Italia nei confronti della fine di Mussolini. Sia sulle modalità dell'uccisione sia sui fatti di piazzale Loreto.
Chi era “Valerio” in realtà? Fu lui ad uccidere Mussolini, o no? E se non era stato lui, chi era stato? E poi, perché lo scempio di piazzale Loreto? Perché dileggiare quei cadaveri e compiere quella che Ferruccio Parri, noto antifascista e facente parte del CLN, disse fosse una “macelleria messicana”? E perché la salma di Mussolini fu affidata ai suoi eredi solo nel 1957 e non prima, ponendo fine a quel macabro tour? Perché furono compiute le stragi contro i fascisti a guerra terminata e perché non si tenne una sorta di processo di Norimberga in Italia? Perché fu fatta l'amnistia di Togliatti verso tutti i fascisti arrestati (ed in vita) dopo il 25 aprile? Tutte domande che non ebbero mai risposte convincenti, ma sempre delle mezze risposte e che fecero passare la morte di Mussolini come un qualcosa di necessario, così come i fatti di piazzale Loreto.
Il CLNAI condannò l'odio popolare di Milano, ma accusò lo stesso Mussolini di aver insegnato al popolo questo comportamento, ma lo stesso Comitato garantì che sarebbero finite le rappresaglie perché oramai il conflitto era terminato.
Del resto, l'Italia arrivava da quasi cinque anni di guerra stremata, distrutta, con la monarchia che aveva lasciato Roma per Brindisi abbandonando il Paese allo sbando ed in preda ai nazisti che compivano eccidi su eccidi, di civili e partigiani. E la piazza voleva vedere Mussolini arrestato, processato e, senza dubbio, ucciso. La folla oceanica che si riversò sul cadavere del leader del fascismo a piazzale Loreto fu la valvola di sfogo contro colui che aveva portato il Paese non solo a perdere la guerra, ma a distruggere il Paese. E la vicenda (si narra) della mamma che sparò cinque colpi di pistola contro il cadavere di Mussolini per fargli pagare la colpa di aver perso i cinque figli in guerra è il chiaro esempio di odio e di rancore all'ennesima potenza.
Ci sarebbe da dire una cosa sulla “piazza”: se fino al 24 luglio tutta l'Italia era fascista, dal 25 tutta l'Italia divenne antifascista e ”le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e, spesso insidiato l'esistenza medesima del Popolo italiano”, vale a dire Inghilterra e Francia, da acerrime nemiche vennero viste come salvatrici, così come i capitalisti americani.
Si seppe solo nel 1973, poco dopo la morte di Audisio, che qualcuno del Movimento Sociale Italiano voleva far uccidere lo stesso Audisio, per “salvare l'onore del fascismo”, nel giugno 1953 dopo le elezioni che videro lo stesso “Valerio” venire rieletto deputato con il PCI dopo la prima elezione con il Fronte popolare (rimase deputato fino al 1963 per poi diventare, fino al 1968, senatore per il PCI). L'omicidio saltò perché si disse che i due che dovevano compierlo furono coinvolti in una rapina dove era morto un ragazzo.
La tragedia nella tragedia furono le vicende di Claretta Petacci e di Eva Braun. Due cose accomunarono le donne di questa tragedia: l'essere state coetanee (erano nate entrambe nel 1912) e non aver abbandonato, o tradito, i loro uomini, accompagnandoli negli ultimi loro istanti di vita. Una morì accidentalmente ed il suo cadavere venne esposto a piazzale Loreto, l'altra morì di sua spontanea volontà avvelenata ed il cadavere bruciato e seppellito sommariamente. E anche il tema della fedeltà ricorre nella vicenda della morte del Duce e del Fuhrer: i gerarchi che seguirono fino alla fine il loro Duce e che furono uccisi dando le spalle al plotone di esecuzione e tutti i fedeli di Hitler che si suicidarono dopo di lui per non finire in mano sovietica o anche solo (nelle loro idee) di poterlo raggiungere in un'altra vita.
Una pagina triste e violenta per due uomini che nella loro follia di grandezza trascinarono con loro anche le loro innamorate e tutti i loro seguaci, con sullo sfondo l'Italia e la Germania completamente distrutte e con la gente che li malediceva, e che li avrebbe maledetti, per l'eternità.

Si ringrazia Paola Maggiora per la collaborazione nella stesura di questo articolo.

Nell'immagine, i corpi di Benito Mussolini e Claretta Petacci appesi al traliccio del distributore di Piazzale Loreto.


Bibliografia

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Filmografia
Germania anno zero (1948), di Roberto Rossellini
Achtung! Banditi! (1951), di Carlo Lizzani
Il processo di Verona (1962), di Carlo Lizzani
Mussolini ultimo atto (1974), di Carlo Lizzani
Io e il Duce (1985), di Alberto Negrin
La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler (2004), di Oliver Hirschbiegel
Miracolo a Sant'Anna (2008), di Spike Lee
Operazione Valchiria (2008), di Bryan Singer
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Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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