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Una vittima del terrorismo: Luigi Calabresi [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Il 1969, l'anno del primo allunaggio, del Pallone d'oro a Gianni Rivera e dell'uscita del primo disco dei Led Zeppelin, dal concerto di Woodstock ad “Easy rider” e della nascita dell'avo di internet, ARPANET, è coinciso con un anno determinante nella vita del nostro Paese.
Quell'anno ha inizio, convenzionalmente, la cosiddetta “strategia della tensione”, il periodo storico che ha portato (o ha cercato di portare) l'Italia sull'orlo del baratro tra spinte terroristiche, violenze politiche e tentativi di colpi di Stato. La data di inizio di questo periodo convenzionalmente è il 25 aprile, quando a Milano, il motore economico del Paese e già teatro delle prime violenze di strada e delle occupazioni delle scuole e delle università, scoppiò una bomba dentro a un padiglione della Fiera ed un'altra fu trovata inesplosa nei pressi dell stazione ferroviaria “Centrale”. Una fine può essere definita con il 23 dicembre 1984, con l'attentato al “Rapido 904” che causò la “strage di Natale”, con 17 morti e duecentosessantasette feriti nei pressi della stazione ferroviaria di San Benedetto Val di Sambro, nel Bolognese.
In quei quindici anni si verificarono cinque stragi che causarono 135 morti e oltre settecentocinquanta feriti, la nascita di movimenti estremisti di destra e di sinistra, la presenza di “cattivi maestri” che inculcavano nelle teste dei giovani idee rivoluzionarie di violenza e tentativi di golpe. Oltre ad instabilità politica, crisi economica e paura tra la gente.
Era l'anno successivo al Sessantotto ed al suo Movimento, dell'”autunno caldo” e delle proteste di piazza e di strada, dove si univano operai, lavoratori, femministe, studenti... Per la prima volta dalla fine della guerra, nel nostro Paese nasceva un qualcosa di nuovo che lo avrebbe cambiato. Ci furono i primi scioperi con i picchetti fuori dalle fabbriche ed agli operai si unirono anche gli studenti ed il nascente movimento femminista. In particolare gli operai volevano maggiori tutele lavorative, mentre gli studenti reclamavano un maggiore diritto allo studio ed un nuovo sistema scolastico che doveva comprendere tutti i ceti sociali, sopratutto quelli più disagiati.
Nel 1970 ci fu una svolta epocale in quanto fu concesso lo “statuto dei lavoratori” e il merito di ciò fu dovuto anche a quelle lotte.


Il Sessantotto e l'Italia

Anche il nostro Paese in brevissimo tempo entrò nel vortice del Sessantotto in maniera molto forte: la piazza rimaneva il luogo cardine di tutte le proteste e luogo finale delle manifestazioni, ma non era più il solo luogo centro di sfogo, perchè veniva sostituita da altri due spazi, la fabbrica e la scuola (superiore o Università che fossero). Iniziarono scioperi ed occupazioni, cose mai accadute prima. Gli operai cercavano di far valere il loro peso pretendendo maggiori diritti lavorativi, mentre gli studenti manifestarono il loro dissenso scendendo in piazza per protestare contro la società che si stava dirigendo verso un consumismo eccessivo considerando il capitalismo come punto nevralgico. Era da poco terminato il cosiddetto “miracolo economico”, dove gli italiani avevano iniziato a fare i conti con un benessere importante quando iniziarono a diventare “schiavi” del consumismo con benefici elitari e non democratici.
Il movimento sessantottino nacque qualche anno prima negli Stati Uniti come movimento pacifista contro la guerra in Viet Nam, era contrario alla segregazione raziale nel sud del Paese e fu portatore della cosiddetta “controcultura”, ponedo come idee principali alcune idee filosofiche fino ad allora sconosciute, ma che divennero in breve tempo mainstream, come le teorie di Theodor Adorno ed Herbert Marcuse, esponenti della “scuola di Francoforte”.
Anche nei Paesi del blocco sovietico iniziarono i primi malumori contro un Paese, l'URSS, che negava le libertà e i principali diritti alla popolazione: tra i primi anni Cinquanta e la nascita del Sessantotto si assistette alla nascita dei moti operai di Berlino Est (1953), la rivolta di Poznan (1956), la rivoluzione ungherese ed il XX Congresso del PCUS, la Primavera di Praga (1968). Le due Superpotenze videro come fumo negli occhi quelle proteste e le intesero come minacce alla loro influenza. Se il 1968 vide la rivoluzione culturale, il 1969 vide una rivoluzione capeggiata da operai e studenti e in pochi attimi si arrivò alla violenze di strada, alle stragi, agli omicidi politici...
In Italia, a partire dal 1969 qualcosa cambiò ed il Paese, cittadini compresi, iniziarono a conoscere parole che caratterizzeranno gli anni a venire: “opposti estremisti”, terrorismo, anni di piombo, morte di giovani militanti politici appartenenti all'extraparlamentarismo e via discorrendo.


1969 e Milano

La “città che non dorme mai” è al centro delle prime bombe, della prima strage e della morte di un ferroviere: il 25 aprile scoppia una bomba in Fiera, il 12 dicembre successivo ne splode una all'interno della filiale di piazza Fontana della Banca Nazionale dell'Agricoltura, a pochissimi passi dal simbolo della città, il Duomo, che causò 17 vittime e ottantotto feriti. Tre giorni dopo muore, dopo un fermo di polizia durato più del tempo legale, uno dei presunti autori della strage, Giuseppe Pinelli, ferroviere milanese di 41 anni anni, vicino all'anarchismo ed animatore del circolo “Ponte della Ghisolfa”.
La morte dell'anarchico è legata al nome di uno dei poliziotti di punta della Questura milanese, allora 32enne vice-Capo della squadra “politica”, il romano Luigi Calabresi. La (breve) vita del commissario Calabresi è uno dei simboli degli “anni di piombo” e solo sedici anni dopo il suo assassinio, si è potuto fare chiarezza sulla sua morte.
La sua “vita milanese” può essere analizzata ripercorrendo alcune date: 1967, 1969, 1972, 1975 e 1988.


1967 – lo sgombero delle aule universitarie. Calabresi sulle prime pagine dei giornali.

Nel 1965 Luigi Calabresi, neo laureato in giurisprudenza, vince il concorso come vicecommissario e, dalla natìa Roma, viene mandato a Milano, piazza calda dove iniziavano le prime occupazioni scolastiche e dove il clima politico si faceva infuocato.
Nel 1967 il nascente Movimento studentesco iniziò a farsi conoscere con le sue proteste che lo portano ad occupare le prime aule universitarie. Le prime facoltà ad essere occupate quell'anno furono quella di architettura al Politecnico di Torino e la “Cattolica” di Milano, perchè non volevano lo spostamento verso una sede disagiata ed un ingiustificato aumento delle tasse universitarie. Leader di questo gruppo fu un 22enne originario dell'Umbria, Mario Capanna, ex studente dell'Università Cattolica poi passato alla “Statale”, causa espulsione. La sera del 16 novembre Calabresi coordina lo sgombero delle aule della “Cattolica”. Calabresi entra, suo malgrado, tra i personaggi più importanti del Sessantotto italiano ed il suo nome inizia “a girare” sulle pagine dei giornali, mentre i ragazzi dell'area anarchica (allora molto forte) e della sinistra extraparlamentare iniziarono a vedere in lui un nemico.
Dopo tutti gli sgomberi, le occupazioni aumentarono ed ogni settimana studenti di tutt'Italia protestavano contro il sistema scolastico, ritenuto sorpassato e vecchio. Fino al 16 marzo 1968 universitari di destra e sinistra si unirono nelle proteste, ma da quel giorno, causa un'occupazione degli studenti di destra “non concordata”, il Movimento studentesco espulse gli studenti missini.


1969 – Antonio Annarumma, piazza Fontana, Giuseppe Pinelli

Calabresi quando a Milano, come detto, cominciò ad occuparsi delle prime occupazioni studentesche e degli anarchici (tra cui a Milano era molto forte il circolo “Ponte della Ghisolfa”), dell'estrema sinistra locale e di tutte le sue sigle.
La prima indagine delicata affidata al commissario riguardò le bombe del 25 aprile allo stand della FIAT alla Fiera campionaria, esplosa poco dopo la chiusura della struttura e che causò sei feriti, e quella nei pressi della Stazione Centrale, che non esplose. Calabresi fece partire le indagini scandagliando gli ambienti anarchici, tralasciando le altre (possibili) piste.
Il nome del commissario Calabresi appare sui giornali poco dopo la morte della prima vittima degli “anni di piombo”, il collega Antonio Annarumma, morto il 19 novembre 1969 a seguito di un oggetto contundente che gli trafisse la testa e che fu lanciato da un manifestante a seguito dei tafferugli scoppiati tra le forze di polizia e alcuni manifestanti di un corteo anarchico e l'Unione dei Comunisti Italiani, di stampo marxista e leninista, ai margini di una manifestazione sindacale promossa dalle tre sigle sindacali nei pressi del Teatro Lirico. Poco dopo, in via Larga, iniziò una feroce battaglia durata alcune ore e che portò alla morte del ventiduenne agente irpino del 3° Reparto “Celere” milanese, Annarumma.
Il giorno delle esequie del giovane poliziotto si presentò un personaggio molto controverso, Mario Capanna, leader del Movimento studentesco di Milano, e Luigi Calabresi lo salvò da un linciaggio da parte dei colleghi di Annarumma che non potevano sopportare la presenza di quel personaggio al funerale del loro collega. Il gesto di Capanna voleva significare che il suo Movimento era estraneo ai fatti ed era lì per solidarietà. Questo gesto avvicinò Calabresi e Capanna.
Ma il nome di Luigi Calabresi è legato ad un episodio, ancora oggi misterioso: la morte di Giuseppe Pinelli, precipitato dal terzo piano della Questura milanese, proprio dall'ufficio di Calabresi. Il 15 dicembre alle ore 11 si tennero i funerali delle vittime dell'attentato di piazza Fontana in una Milano attonita e addolorata. Dentro il Duomo erano presenti oltre 20mila persone e la piazza antistante era piena di gente.
Pinelli viene arrestato la sera stessa dell'esplosione della bomba di piazza Fontana insieme ad altri duecento “colleghi” a seguito della retata effettuata dalla squadra “politica” della Polizia di Milano. L'attenzione di Calabresi, del questore Guida e del capo dela “politica”, Antonino Allegro, si rivolge su Giuseppe Pinelli, di professione ferroviere con un forte credo anarchico, con cui lo stesso commissario aveva avuto a che fare per quanto concernette alcuni passaggi burocratici.
La sua versione non convince. Si cerca di torchiarlo per due giorni. Peccato che in base al codice, il fermo di polizia doveva durare non più di 48 ore, dopodiché o l'imputato viene rilasciato oppure viene condotto in carcere. Pinelli invece è ancora negli uffici di via Fatebenefratelli.
In base alle indagini, alle 23:30 Calabresi si allontana dal suo ufficio per andare da Allegro, la sua assenza dura pochi minuti e nel tornare dice a Pinelli che Pietro Valpreda, anarchico del circolo “22 marzo” arrestato come lui, aveva “cantato”. Pinelli rimane di sasso, quasi come se fosse stato mandato in un angolo ed inizia ad avere paura. Calabresi mentiva, perchè Valpreda non aveva detto nulla ma per uscire da quella situazione era necessario un bluff. Il commissario si allontana un'altra volta dalla stanza e dopo pochi passi sente un urlo: erano le 23:57 quando Giuseppe Pinelli cadde dal quarto piano e, poco dopo il suo ricovero in ospedale, muore. Aveva da poco compiuto 41 anni.
I vertici della Questura convocarono una conferenza stampa in cui affermarono che l'anarchico si era suicidato in quanto il suo alibi non reggeva e si sentiva perciò braccato. A dire questo, il questore Marcello Guida, il capo della “politica, Antonino Allegro, e colui che aveva gestito gli interrogatori, il commissario Luigi Calabresi.
Il caso colpì molto l'opinione pubblica e da quel momento nacquero gli “antiCalabresi”, che lo accusavano di aver spinto volutamente Pinelli nel vuoto, ed i “proCalabresi”, che davano la colpa della morte all'anarchico stesso, suicidatosi, discolpando il poliziotto.
I giornali di partito (di sinistra) iniziarono ad incolpare i vertici della Questura e la loro attenzione si sposta su Calabresi, in quanto dalle sue indagini si decise di spostare l'attenzione sugli anarchici, abbandonando la pista neofascista. La morte di Pinelli sarebbe stata la “pietra tombale” delle indagini.
Ma come avrebbe potuto fare una cosa del genere un poliziotto “in casa sua”? Per chi conosceva bene il commissario, profondamente cattolico, nessuno pensava minimamente che avrebbe compiuto un gesto del genere. D'altro canto, tutti quelli che conoscevano bene “Pino” Pinelli mai avrebbero pensato che si fosse ucciso, anzi la sua indole glielo avrebbe impedito.


1969/1972 – Lotta continua, la campagna anti-Calabresi, l'omicidio
Dall'autunno 1969 un gruppo di ragazzi vicini alla sinistra estrema e all'”operaismo” fonda un foglio politico e successivamente un gruppo militante che farà la “storia” degli “anni di piombo” (1969-1976), “Lotta continua”.
Movimento intellettualistico scissosi dal Movimento studentesco, nasceva prima come foglio e dal 1972 diventò un vero e proprio quotidiano. “Lotta continua” ebbe nel commissario Calabresi il suo nemico principale, soprattutto dopo la morte di Giuseppe Pinelli, creando una campagna stampa molto violenta contro di lui.
Nell'aprile 1970 lo stesso commissario querelò il direttore del giornale per i continui attacchi e le continue menzogne.
Oltre a “Lotta continua”, il 13 aprile 1971 la giornalista Camilla Cederna scrisse un articolo proprio contro Calabresi (“Ingiustizia è fatta”) molto forte sulle pagine de “L'Espresso”, chiedendo l'allontanamento dai pubblici uffici di tutte le persone coinvolte nella morte di Pinelli presenti nella stanza del quarto piano della Questura, definendo lo stesso Calabresi “assassino torturatore”. E la settimana successiva la rivista pubblicò un elenco di firme di 757 persone che si schieravano contro di lui, da filosofi a registi ed attori, da pittori ed editori, da scienziati a scrittori e giornalisti.
Il 24 giugno 1971 la moglie di Pinelli denunciò Calabresi e i vertici della Questura milanese coinvolti per omicidio volontario. Dalla morte di Pinelli al 17 maggio 1972, Calabresi era “un morto che camminava”, come ripetevano in tanti.
In questo clima molto rovente arrivarono molto velocemente le ore 9:15 del 17 maggio 1972. Calabresi scende di casa come tutte le mattine per recarsi al lavoro, ma venne pedinato e, non appena vicino alla sua automobile, fu colpito alle spalle da tre colpi di pistola, di cui uno, mortale, alla testa. L'assassinio avvenne in via Cherubini 6. Il commissario fu trasportato d'urgenza all'ospedale “San Carlo”, dove morì intorno alle ore 10:30.
Il giorno dopo “Lotta continua” uscì con un titolo che lasciò poco all'immaginazione: “Ucciso Calabresi”. Il poliziotto aveva 34 anni e lasciava la moglie Gemma di venticinque, incinta del terzo figlio, dopo Mario e Paolo di 2 anni e di undici mesi.
Il 17 maggio 1973, alle ore 11:30, all'interno della Questura milanese venne scoperto un busto alla memoria di Calabresi alla presenza del Ministro degli Interni, Mariano Rumor. Poco dopo la cerimonia scoppiò una bomba nei pressi dell'edificio che causò 4 vittime e cinquantadue feriti. A lanciare la bomba fu Gianfranco Bertoli, un anarchico. L'obiettivo doveva essere il Ministro. L'attentatore venne arrestato quasi in flagranza di reato. Si scoprì però successivamente che lo stesso Bertoli era stato un agente del Sifar (“Negro”), un infiltrato nel Pci e per cinque anni fu agli ordini dal Sid, i servizi segreti italiani. Il primo marzo del 1975 la Corte d'Assise di Milano condannò Bertoli all'ergastolo per strage, sentenza poi confermata in Appello ed in Cassazione.


1975 – la sentenza finale di d'Ambrosio

Il 27 ottobre 1975, a tre anni e mezzo dall'omicidio di Luigi Calabresi, il giudice impegnato nell'inchiesta, Gerardo d'Ambrosio, concluse l'inchiesta, assolvendo Calabresi dall'accusa di omicidio, in quanto si stabilì (anche grazie a molte perizie, prove e controprove) che Pinelli morì per cause accidentali, non suicidandosi e senza il contributo di nessuno. Le prove balistiche (tra cui il celebre manichino con le fattezze fisiche dell'anarchico gettato dalla finestra) e la sentenza del 1975 del giudice d'Ambrosio diranno che Luigi Calabresi non è l'”assassino” di Pinelli. Chiuso il “caso Pinelli”, tredici anni dopo una confessione riaprì le indagini sull'omicidio di Luigi Calabresi.


1988 – la confessione di Leonardo Marino e gli arresti di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani

Nel 1988 il gesto che non ci ci aspettava. Un vecchio militante di “Lotta continua”, Leonardo Marino, confessò di essere uno dei due assassini di Luigi Calabresi. Il suo complice fu Ovidio Bompressi, mentre le “menti” furono Giorgio Pietrostefani ed Adriano Sofri, veri maitres à penser del movimento. Dopo sedici anni, il commando omicida del commissario avevano volto e mandante.
Marino disse di essere stato sull'auto (rubata), che a sparare fu Bompressi e che il gesto fu preparato nel dettaglio, dal reclutamento al furto delle armi, al gesto omicida. Il motivo della confessione di Marino era semplice: il rimorso lo stava logorando e, dopo essersi confessato con un sacerdote, decise di “vuotare il sacco”, arrabbiato anche con il Sistema e con i suoi sodali che non erano riusciti a fare la Rivoluzione che con il passare degli anni avevano gettato alle ortiche tutti i “buoni” propositi. Marino serbava molto rancore sopratutto verso la sua musa ispiratrice, Adriano Sofri. Il 28 luglio queste quattro persone furono tratte in arresto.
Nel 1990 la prima sentenza: tranne Marino, tutti i coinvolti furono condannati a 22 anni di reclusione. Marino “prese” metà pena perchè gli fu riconosciuta la condizione di collaboratore di giustizia. Non furono condannati per terrorismo e banda armata, come avveniva per quelle vicende, ma “solo” per omicidio. Nel 1993 i quattro furono assolti, ma l'anno dopo il processo riprese e finalmente il 22 gennaio 1997 le condanne furono confermate.
Nel 2006 Bompressi, gravemente malato, ottenne la grazia da parte di Giorgio Napolitano. Attualmente sono tutti liberi.
Il personaggio cardine della vicenda, nonché di “Lotta continua”, è senza dubbio Adriano Sofri.
Triestino, studente della “Normale” di Pisa, fu uno dei capi del movimento al pari di Guido Viale e Mauro Rostagno, ma con un altro peso, un'altra valenza: fu il leader carismatico e come tutti i leader carismatici affascinava e dalle sue labbra ha dipeso un'intera generazione.
Vicino all'operaismo ed alla sinistra estrema, Sofri sostenne sempre sulle colonne del foglio che Luigi Calabresi era colui che aveva ucciso Pinelli spingendolo giù dalla finestra del suo ufficio.
Durante la sua detenzione non chiese la grazia al Presidente della Repubblica, perchè si riteneva completamente estraneo alla vicenda.


2004 e 2009

Il 14 maggio 2004 l'allora Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, conferì a Luigi Calabresi la medaglia d'oro al valore civile post mortem. A ricevere il premio, la moglie Gemma e i tre figli del commissario di Polizia. Ma il gesto più forte avvenne sabato 9 maggio 2009 in Quirinale durante il discorso che il Presidente della Repubblica tiene ogni anno in ricordo delle vittime del terrorismo. Quella mattina si incontrarono per la prima volta, e si strinsero la mano, la signora Gemma e la vedova di “Pino” Pinelli, Licia Rognini, i cui mariti sono stati vittime di quella spirale di violenza.
Da qualche tempo è in corso una causa di beatificazione di Luigi Calabresi portata avanti da don Ennio Innocenti, suo padre spirituale e confessore, visto che la sua vita è stata segnata profondamente dalla Fede e dalla preghiera.


Bibliografia essenziale:

Calabresi M., Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Milano, Mondadori, 2007;

Cazzullo a., I ragazzi che volevano fare la rivoluzione. 1968-1978. Storia di Lotta continua, Milano, Mondadori, 1998;

Galli G., Il partito armato. Gli "anni di piombo" in Italia (1968-1986), Rizzoli, Milano, 1986;

Serra A, Poliziotto senza pistola. A Milano negli anni di piombo e della malavita organizzata, Bompiani, Milano, 2013;

Zavoli S., La notte della Repubblica, Mondadori, Milano, 1992.
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Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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