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Quando la politica portava alla morte: il caso Sergio Ramelli [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Introduzione

Via Paladini, a Milano, si trova nella zona Città Studi. In via Paladini, strada dedicata ad Ettore, attore teatrale, da molti anni c'è una grossa scritta in rosso con un caratteristico font: “Ciao Sergio”. Accanto a questo, una targa e la foto in bianco e nero di un ragazzo con i capelli lunghi sulle spalle. Questo ragazzo è Sergio Ramelli, morto in quel tratto di strada il 29 aprile 1975 quando aveva 18 anni.
Nel 2020, in un Mondo digital, social, veloce e impaurito dal Covid-19, il nome “Sergio Ramelli” può dire poco a nulla, ma per chi ha vissuto gli anni Settanta, soprattutto nella Milano di quel periodo, non si può non sapere chi fosse Sergio Ramelli.
Ramelli è stata una vittima degli “anni di piombo”, una vittima degli “opposti estremismi”. Un ragazzo che faceva politica e che il suo credo politico lo ha portato alla morte per mano di ragazzi con qualche anno in più di lui e che politicamente erano ai suoi opposti. Come lui, una lista lunga di giovani uccisi (da ambo le parti politiche) perché “professavano” un altro credo politico.
Riavvolgiamo il nastro della storia e andiamo nella Milano degli anni Settanta, che non era ancora “da bere”, ma che aveva alcuni problemi di ordine pubblico e la cui vita studentesca era molto movimentata.


La Milano del 1975. Da piazza Fontana ai “sanbabilini”

Milano è legata, nel bene e nel male, al fascismo: in piazza san Sepolcro, a poco più di 500 metri da Piazza Duomo, in una sala di Palazzo Castani, il 23 marzo 1919, Benito Mussolini, ex direttore dell'”Avanti!” e socialista interventista, creò i Fasci Italiani di Combattimento, un micropartito di stampo anticomunista, antisocialista, anticlericale, nazionalista che il 9 novembre 1921 divenne Partito Nazionale Fascista, il partito (l'unico) che guiderà l'Italia dal 1925 alla caduta dello stesso fascismo (25 luglio 1943).
Milano è stata anche la “capitale morale” dello “Stato fantoccio” nato dopo la caduta del fascismo, la Repubblica Sociale Italiana che aveva la sede a Gargnano, sul Lago di Garda, ma le cui battute finali si ebbero proprio nella città di Sant'Ambrogio. Da Milano partì lo stesso Mussolini con la sua compagna, Claretta Petacci, verso la Svizzera per una fuga sicura nel tardo pomeriggio del 25 aprile ed il 28 aprile i cadaveri dello stesso duce, della Petacci e di altri gerarchi nazisti (tutti uccisi sul lago di Como) furono esposti sulla pensilina di una stazione di servizio di piazzale Loreto dove sette mesi prima furono uccisi, ed esposti per terra come “trofeo”, quindici partigiani.
Per la sua lotta antifascista e partigiana, Milano fu premiata, nel 1948, con la medaglia d'oro al valore militare e fino al 1993 è stata guidata da giunte comunali socialiste e socialdemocratiche.
Milano fu poi teatro della strage di piazza Fontana dove, il 12 dicembre 1969, una bomba esplose nei locali della Banca Nazionale dell'Agricoltura causando 17 morti e ottantotto feriti dando il via ad una striscia di sangue e paura detta “strategia della tensione” che si concluse solo il 2 agosto 1980 con la bomba alla stazione di Bologna, che causò ottantacinque morti e duecento feriti.
La stessa Milano vide anche la prima morte “politica” per le strade, con l'uccisione del giovane poliziotto Antonio Annarumma il 19 novembre 1969, in pieno “autunno caldo”, colpito da un tubolare lanciatogli contro da alcuni manifestanti a seguito della degenerazione di una manifestazione in via Larga. Il clima politico e l'ordine pubblico a Milano, in quel periodo, vide anche la morte di Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico accusato di aver posizionato la bomba di piazza Fontana, precipitato in maniera misteriosa dal balcone dell'ufficio del commissario Luigi Calabresi il 16 dicembre 1969.
Inoltre Milano vide nascere le Brigate Rosse e altri movimenti armati e la diffusione del “rapporto Mazza” del 22 dicembre 1970, quando l'allora prefetto di Milano, Libero Mazza, fece pervenire all'allora Ministro degli Interni, Franco Restivo, un rapporto in cui descrisse il fatto che nella città di sant'Ambrogio gli extraparlamentari di sinistra e di destra erano armati e ben organizzati, tanto da creare un ambiente pesante per l'ordine pubblico. Il “rapporto” venne pubblicato il 16 aprile 1971 e fu aspramente contestato, accusando il Prefetto di mistificare la realtà.
Tra il 1968 ed il 1975, erano all'ordine del giorno scontri e manifestazioni politiche, con le scuole e le università “impegnate”, da parte di studenti di sinistra e vicini all'estremismo, nella caccia a studenti della destra estrema, anche solo simpatizzanti.
Milano è stata al centro della scena politica, con la nascita della “maggioranza silenziosa”, una marcia pacifica organizzata da persone vicine alla destra conservatrice italiana (ma distante dalla violenza di piazza) come protesta contro la violenza portata dagli extraparlamentari di sinistra. Eppure la città meneghina “covava” una forza neofascista molto importante sin dalla fine della guerra.
Milano è stata caratterizzata, tra la fine dei Sessanta ed i primi anni Settanta, dal fenomeno sociale e politico dei “sanbabilini”, ragazzi di credo politico di destra in contrasto con il Movimento Sociale Italiano ed il Fronte della Gioventù (la sua organizzazione giovanile) per via della gestione della situazione in città e per aver spostato in periferia la sede del movimento giovanile. Molti giovani di destra decisero di fare politica all'aria aperta proprio nella piazza di San Babila a poche centinaia di metri dalla “Statale”, feudo degli extraparlamentari rossi e del Movimento studentesco.
Erano gli anni dell'”antifascismo militante”, dove per i ragazzi di destra era impossibile fare politica perché perseguitati da quelli di sinistra che facevano di tutto rendere difficile la vita dei loro oppositori, non solo scontrandosi con loro ma anche schedandoli.
Le elezioni del maggio 1972 videro un'impennata elettorale del MSI, con l'elezione di 56 deputati e 26 senatori, massimo storico del partito fino a quel momento (8,67%) grazie anche all'ingresso nel partito di Almirante (previo scioglimento) del partito monarchico, sulla scia del successo delle prime elezioni regionali (soprattutto nelle Regioni dell'Italia meridionale). Ci fu tra i movimenti di estrema sinistra la paura che il partito potesse ancora diventare più forte e che nel Paese potesse esserci di nuovo una deriva autoritaria. Aumentò il livello di scontro, tanto che nel triennio 1972-1975 si contarono, solo a Milano, oltre 150 aggressioni violente (di cui 131 con obiettivi di destra).
L'antifascismo militante a Milano era “gestito” da Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Comitati Antifascisti e dal Movimento studentesco.
Gli atti commessi in nome dell'antifascismo militante furono tollerati da una certa parte della cultura italiana e da una certa stampa e ovviamente fu avversato da un'altra cultura e da un'altra stampa.
Piazza San Babila, allora, aveva tre significati allora: “difesa” per i neofascisti, “qualcosa da distruggere” per quelli di sinistra, “paura” per il cittadino milanese lontano dalla lotta politica.
Perché usare tanta violenza? Semplice, i giovani neofascisti non erano ben visti e dovevano sparire dalla circolazione, anzi tornare “nelle fogne”. Come riconoscere i fascisti a Milano? Dall'abbigliamento e dai loro modi di porsi: se avevano i capelli corti, se erano vestiti eleganti, indossavano occhiali da sole, jeans a zampa e stivali a punta allora erano fascisti.
Ed i giovani di destra cosa facevano in questo ginepraio di violenza? Ovviamente non stavano a guardare e, se malmenati, rispondevano a tono, anche se erano in pochi rispetto a quanti erano i rivali.
I “sanbabilini” spaziavano dai giovani ai “maturi”, dagli studenti medi a quelli universitari, dai lavoratori ai disoccupati, dai ricchi ai poveri. Giovani violenti, sadici, figli di papà, protetti “dall'alto”, coraggiosi, balordi, ideologizzati e politicizzati, fanatici e generosi verso gli altri camerati.
Molti ragazzi gravitanti intorno a piazza san Babila (oltre il centinaio) erano politicizzati e credevano nell'ideale, ma molti altri, forse spinti dall'adrenalina e dal non essere legati al partito, usarono la piazza come valvola di sfogo di violenze e soprusi. E molti missini, in difficoltà non solo numerica ma anche di “mezzi”, chiesero spesso l'aiuto “a quelli di san Babila” nelle manifestazioni o davanti alle scuole.
Il clou della violenza “sanbabilina” si ebbe con il “giovedì nero” il 12 aprile 1973, in via Bellotti, nei pressi di corso Venezia, a seguito della cancellazione, all'ultimo momento per “difficoltà nell'ordine pubblico”, della manifestazione missina e del comizio in piazza Tricolore del senatore missino reggino “Ciccio” Franco, la città fu messa a ferro e fuoco e lo scoppio di un ordigno portò alla morte del poliziotto Antonio Marino.
Iniziò subito la repressione da parte della polizia. Il MSI prese le distanze da tutto e mise una taglia per l'arresto di chi fece scoppiare la bomba. A gettare le bombe, secondo una “soffiata” da parte di un dirigente del Fronte della Gioventù, erano stati i “sanbabilini” Maurizio Murelli e Vittorio Loi, figlio dell'ex pugile. Furono condannati a diciannove e diciotto anni di reclusione.
Sempre a Milano, il 17 maggio 1973, scoppiò una bomba a mano, lanciata dall'anarchico Gianfranco Bertoli, fuori dalla Questura, in occasione dell'anniversario dell'omicidio di Luigi Calabresi e alla presenza del Ministro degli Interni Mariano Rumor (che svelò un busto in memoria del commissario morto un anno prima): morirono quattro persone ed una cinquantina furono ferite.
La scena politica milanese di quegli anni era davvero molto calda e preoccupante. Ed in questo contesto si muoveva Sergio Ramelli.


Sergio Ramelli, tra politica, scuola e l'avere 18 anni

Sergio Ramelli era un ragazzo milanese di 18 anni che come tanti suoi coetanei andava a scuola, usciva con gli amici, gli piaceva il calcio e lo giocava a livello di quartiere ed era un tifoso dell'Inter. Era il secondogenito di una famiglia composta dal padre Mario, dalla madre Anita, dal fratello Luigi di 20 anni e dalla sorella Simona di otto. Una vita tranquilla quella di Sergio, accanto alla sua fidanzatina Flavia.
Ma come tanti coetanei, Sergio Ramelli faceva politica e la faceva in maniera seria, poiché era iscritto al Fronte della Gioventù, l'organizzazione giovanile del MSI, di cui aveva la responsabilità per la zona dove abitava, Citta Studi. Ramelli era un “camerata” ed un “fascista”: un “camerata” per i suoi amici di partito, un “fascista” per quelli di sinistra.
Nonostante fosse di destra, aveva i capelli lunghi alle spalle, un look inusuale per quella parte politica. Non era un fanatico, ma era contro i soprusi e la poca libertà di pensiero, come spesso ripeteva la madre, nei confronti di quelli che la pensavano come lui.
Ramelli, nell'anno scolastico 1974/1975, frequentava l'istituto tecnico industriale “Molinari, indirizzo chimico. La scuola aveva (e ha tuttora) sede in via Crescenzago, a circa 3 km di distanza da casa Ramelli ed era un istituto caratterizzato da tantissimi studenti vicini alla sinistra e ai movimenti extraparlamentari, in primis Avanguardia Operaia. Sergio aveva vita dura, essendo oggetto di vessazioni. Molti sapevano che era un militante missino, molti no.
Alcuni compagni di istituto una mattina entrarono nella V J, la classe si Ramelli, iniziarono a parlare di politica, prelevarono il ragazzo e lo portarono al di fuori, dove viene insultato e picchiato senza che nessuno muovesse un dito: Ramelli doveva essere “processato”. Anche se molti non mossero un dito in difesa del ragazzo per paura di ritorsioni.
A gennaio, il professore di lettere, Giorgio Melitton, assegnò, come compito in classe, un tema con oggetto l'attualità. Ramelli vi raccontò dell'omicidio di due militanti del MSI di Padova, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, uccisi il 17 giugno dell'anno prima dentro la sede del partito da un commando delle Brigate Rosse composto da cinque persone (di cui due materiali esecutori). Nei fogli, il giovane parlò del fatto che le BR avevano compiuto il loro primo delitto politico e nessuno in Italia (a parte gli stessi missini) aveva espresso cordoglio per l'uccisione dei due militanti padovani del partito della fiamma tricolore. Ramelli sapeva di toccare un tasto dolente, ma lui andò avanti per la sua strada.
Visto che il 1975 era un anno caldo, alcuni compagni di classe (e di istituto) di Ramelli fecero un passo oltre: fecero sparire il tema (rubandolo ad un compagno che doveva consegnarlo al docente) e lo affissero nella bacheca dell'istituto dove solitamente venivano evidenziate le varie comunicazioni della scuola. Accanto al tema, in bella mostra, c'era la scritta “Questo è il tema di un fascista”: tutta la scuola sapeva ora che Sergio Ramelli era un “fascista” e come tale deve essere trattato. E pensare che Ramelli era appena due mesi che faceva politica attiva.
Ramelli venne ancora di più vessato, canzonato e minacciato. Il 13 gennaio 1975 venne costretto con la forza, all'uscita da scuola, da parte di almeno 80 persone, a pulire con la vernice delle scritte fasciste sui muri del “Molinari”. Nell'azione dove veniva insultato, venne anche fotografato. Ovviamente non era stato lui ad imbrattare i muri, ma ai ragazzi che erano lì non interessava. A loro interessava punire il “fascista” Ramelli.
Anche a seguito di questo, il 3 febbraio 1975 il ragazzo decise di lasciare la scuola: lui ed il padre, all'uscita dal plesso scolastico, furono aggrediti e nessuno mosse un dito, se non qualche persona. Anche i docenti furono divisi tra innocentisti (pochi) e colpevolisti (tanti).
Optò per un istituto privato dove avrebbe potuto terminare l'anno e conseguire la maturità. I genitori erano a conoscenza di quello che “professava” il figlio politicamente e temevano per la sua incolumità, ma lui disse sempre loro di non preoccuparsi.
Il 9 marzo 1975, poi, lui ed il fratello rimasero chiusi in un bar perché fuori ad aspettarli c'erano una ventina di persone che volevano malmenarli. Nessuno dei vertici del “Molinari” prese mai le difese di Sergio, un po' per paura un po' perché concordi con il trattamento riservatogli. Per non parlare del fatto che non ci furono inchieste della magistratura o interventi della polizia, mai chiamata in difesa del ragazzo.
Eppure, nonostante tutto, Sergio rimase fedele ai suoi ideali: non lasciò il “Fronte”, non perse i contatti con gli amici di partito e continuò la sua vita da militante missino in barba ai pericoli che poteva comportare l'essere “fascista”. Sergio Ramelli è stato forte, non si è mai lasciato intimorire dalla situazione e non ha mai fatto un passo indietro.
Fino a che non arrivarono le ore 13 di giovedì 13 marzo 1975.


L'aggressione. Il coma. La morte. I funerali.

Ramelli verso le ore 13 di giovedì 13 marzo fece ritorno a casa in via Amadeo dopo una commissione. Più tardi avrebbe preso il suo motorino e sarebbe andato a frequentare i corsi pomeridiani scolastici.
Il ragazzo legò il suo “Ciao” al solito posto in via Paladini e si diresse verso casa. Ad un tratto vide due ragazzi minacciosi muoversi verso di lui ed altri posizionati in luoghi strategici. I due erano armati, ma non avevano armi nel vero senso della parola, ma una particolare di quei tempi, la chiave inglese “Hazet 36”, una grossa e pesante chiave inglese usata dai meccanici e dagli idraulici. In pochi secondi Ramelli capì di essere in trappola.
Inciampò e fu colpito dai due ragazzi alla testa. I colpi sferrati nei suoi confronti erano forti e duraturi, lasciandolo sanguinante per terra. I colpitori terminarono il loro “lavoro” solo quando una signora anziana si mise ad urlare, implorando loro si smettere.
Ramelli era a terra con il cranio aperto, il sangue e pezzi di cervello accanto. Fu chiamata un'ambulanza e fu portato al “Policlinico”: Ramelli fu ricoverato con un trauma cranico, una ferita lacero contusa del cuoio capelluto, fuori uscita di materiale cerebrale ed in stato comatoso.
Nessuno aveva assistito all'aggressione e quindi non c'erano testimoni in sua difesa.
La notizia fece subito il giro della città e ci fu la condanna da parte di tutti verso gli assalitori.
Ramelli subì un intervento molto complicato che durò cinque ore. L'intervento riuscì, ma il decorso fu molto complicato e nonostante qualche lampo di lucidità, sembrava non riprendere conoscenza.
Il gruppo colpevole dell'agguato venne a sapere più tardi delle condizioni di Ramelli: ne rimasero sconvolti, ma mantennero il silenzio pensando di non poter essere scoperti. Un senso di impunità, anche dovuto al fatto che non “avrebbero fatto bella figura” dinanzi agli altri gruppi se si fossero consegnati alla giustizia.
Come se non bastasse, durante il periodo di coma del giovane, non terminarono le vessazioni contro la famiglia che ricevette tantissime chiamate anonime di minaccia, scritte minacciose, appostamenti nei pressi dell'ospedale: il 28 aprile 1975 sotto casa comparvero scritte offensive e fu affisso un manifesto in cui si invitava il fratello a lasciare la città, onde evitare di essere anche lui aggredito e ridotto in fin di vita. A scrivere sui muri, quel giorno, furono dei ragazzi staccatisi da un gruppo che si diressero minacciosi in via Amadeo, dove abitava la famiglia.
Inoltre, in quei giorni, si alzò ancora di più il livello di scontro a Milano.
Il 25 aprile 1975 si sarebbero celebrati i trent'anni della Liberazione e la città di Milano fu protagonista della “settimana rossa”: il 16 aprile morì il diciassettenne Claudio Varalli, membro del Movimento Studentesco, che aggredì dei ragazzi di destra in maniera molto violenta ed uno di questi, Antonio Braggion sparò dall'interno della sua autovettura, assalita da un gruppo di “compagni” molto facinorosi, un colpo di pistola che uccise Varalli. La sera stessa ci furono violenze attuate da persone vicine all'estrema sinistra che colpirono alcuni “bersagli” neofascisti.
Il giorno dopo furono aggrediti il consigliere provinciale missino Biglia e la moglie, con il politico colpito gravemente alla testa e ricoverato. Sempre il 17 aprile ci furono una serie di atti violenti da parte di estremisti di sinistra che decisero di assaltare la sede provinciale del Msi di via Mancini. I poliziotti risposero all'aggressione e nella concitazione dei fatti, una camionetta perse il controllo ed investì Gianni Zibecchi, che morì sul colpo.
Il giorno dopo ancora fu aggredito Francesco Moratti all'interno della CISNAL “bancari”, reso menomato: l'ufficio fu distrutto.
I medici furono sempre negativi sulle condizioni di Sergio Ramelli: se fosse sopravvissuto, avrebbe avuto delle menomazioni per tutta la vita poiché i colpi avevano danneggiato parte del cervello. Ma Sergio Ramelli non sopravvisse e morì il 29 aprile 1975 dopo 47 giorni di coma. Avrebbe compiuto 19 anni il successivo 6 luglio.
La notizia della morte del ragazzo arrivò anche nella sala consiliare di Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, per voce del consigliere missino Tommaso Staiti. Il missino rimase di stucco nel vedere che non appena diede la notizia tra la maggioranza in consiglio ci furono applausi come a felicitarsi della morte del ragazzo.
Il funerale del giovane si tenne nella chiesa di San Nereo e Achilleo di viale Argonne e la zona circostante fu blindata onde evitare scontri con le fazioni di sinistra, pronte ad attaccare il corteo. Si pensò anche di celebrare le esequie in stretta modalità privata onde evitare sfilate politiche e degenerazioni. Non ci fu il corteo funebre dall'obitorio alla chiesa e la salma arrivò in chiesa scortata. La salma fu tumulata nel Cimitero maggiore di Lodi. Chi era stato ad uccidere Sergio Ramelli? Chi erano quelle persone che erano posizionate in luoghi strategici tra via Paladini e via Amedeo? Ci sarà da attendere dieci anni per scoprirlo.


Per caso si scoprono gli aggressori

Le indagini iniziarono subito e gli inquirenti si mossero in direzione “Molinari”. Il motivo era semplice: il ragazzo era stato bersagliato da studenti di colore politico diverso dal suo e, come atto dovuto, iniziarono da lì.
Il 19 maggio 1975 Andrea Bellini, leader del Collettivo Casoretto, un gruppo vicino a Lotta Continua intento quasi esclusivamente all'antifascismo militante, denunciò che casa sua era stata oggetto di un attacco con colpi di pistola successiva ad una serie di scritte e telefonate anonime dove veniva accusato di essere lui l'aggressore mortale di Ramelli. Le indagini si mossero verso il gruppo extraparlamentare perché anche un altro pentito della lotta armata aveva detto che l'omicida proveniva dal gruppo del Casoretto. Circolarono altre voci contro Bellini, anche da parte di un pentito dell'estrema destra, ma le accuse caddero subito. Tutte queste “voci” si rivelarono non attendibili e le indagini furono ad un punto fermo.
Qualcosa si mosse tra il maggio ed il giugno 1984: due persone, arrestate nell'ambito di gruppi armati di sinistra dissero che si vociferava che ad uccidere Ramelli fosse stato qualcuno di Avanguardia operaia. Ed una serie di interrogatori ad altri pentiti dell'estrema sinistra confermarono che Ramelli era stato ucciso da persone appartenenti ai servizi d'ordine di quel movimento extraparlamentare di sinistra, egemone al “Molinari” che aveva contribuito a far cambiare scuola a Ramelli. Si aprì un nuovo filone di indagini grazie ad una serie di pentiti e si arrivò ad una conclusione: il gruppo assalitore di Ramelli proveniva da Avanguardia Operaia.
Si scoprì che i leader di quel servizio d'ordine di Avanguardia Operaia erano Giuseppe di Domenico, Roberto Grassi e Marco Costa, ai tempi studenti universitari di Agraria, Fisica e Medicina. A capo dell'organizzazione, Saverio Ferrari Bravo, studente di Medicina.
La “strategia della tensione” e gli “anni di piombo” erano terminati e in quegli anni si stavano tenendo i processi contro gli stragisti “neri” e “rossi”. Molti processi videro la presenza di pentiti, ovvero militanti che, una volta arrestati, decisero di “vuotare il sacco” su certi episodi per liberarsi la coscienza ed avere una riduzione di pena.
Si scoprì, durante le fasi dibattimentali, che Avanguardia Operaia, nel 1974, era stata oggetto dell'attenzione di un magistrato milanese che volle incriminarla per associazione sovversiva, ma l'indagine non fu presa in considerazione perché proprio allora le attenzioni erano tutte rivolte verso le Brigate Rosse che avevano commesso il loro primo loro omicidio (quella dei due missini di Padova, Mazzola e Giralucci, citati nel famoso tema di Ramelli).
Il 16 settembre 1985 scattarono le manette per Walter Cavallari, Claudio Colosio, Marco Costa, Giovanni di Domenico, Claudio Scazza, e due giorni dopo toccò a Franco Castelli, Luigi Montinari, Giuseppe Ferrari Bravo e Antonio Belpiede. Brunella Colombelli fu fermata precedentemente. Erano loro il servizio d'ordine di Medicina che aveva partecipato all'omicidio Ramelli ed ognuno con proprie “mansioni” quel 13 marzo 1975.
La notizia degli arresti suscitò una spaccatura sulla stampa fra colpevolisti (giornali di destra) ed innocentisti (giornali di sinistra), accusando i magistrati di voler giudicare cose di dieci anni prima ed un movimento politico.
A distanza di allora, gli imputati avevano da tempo abbandonato la lotta armata, il credo politico ed erano liberi professionisti o comunque lavoratori.
Si scoprì che Ramelli non aveva fatto nulla per provocare la rabbia di quei ragazzi, visto che non li conosceva: loro volevano solo punirlo perché era un “fascista” e quindi lo colpirono in nome di un'ideologia e per “commissione”. E nessuno conosceva Ramelli: si basarono su una fotografia fatta al ragazzo tempo prima. Giusto per riconoscerlo.
Il “servizio d'ordine” allora in voga tra i gruppi extraparlamentari era un gruppo “scelto” di appartenenti del gruppo politico che si occupavano della sicurezza affinché non ci fossero tafferugli o disordini. Il servizio d'ordine che organizzò l'attacco al giovane del Fronte della Gioventù era al debutto in un'azione di quel tipo, anche se alcuni suoi membri (singolarmente) erano stati già fermati dalle forze dell'ordine tempo addietro per aggressioni, ma scarcerati. Il gruppo non aveva mai colpito ed era considerato, tra i membri dei vari servizi d'ordine, come un gruppo di “conigli”.
Le indagini furono curate dai giudici Maurizio Grigo e Guido Salvini e nel marzo 1987 si avviò il processo verso nove persone.
Gli assalitore di Ramelli colpirono il ragazzo non tanto per odio o paura nei suoi confronti, ma in base ad un'ordine superiore (arrivato dall'alto dell'organizzazione) per annientare l'ideologia del ragazzo, considerata nemica e quindi da eliminare.
I due colpirono ripetutamente Ramelli con la “Hazet 36”, sbandierata allora con il coro “Hazet36/fascista dove sei”, segno della facinorosità di chi stava intonando lo slogan e queste erano usate anche in imboscate, con la vittima che non aveva altra scelta se non scappare dall'assalto, visto che la proporzione era “tanti contro uno”.
Gli imputati dell'omicidio Ramelli sapevano che il giovane sarebbe stato ucciso se colpito in quel modo in testa, ma sostenendo solo di voler solo “dargli una lezione”. Mentivano sapendo di mentire, anche perché erano studenti di Medicina (non al primo anno) e sapevano che conseguenze avrebbero potuto avere quei colpi inferti. Colpirono il giovane, che neanche conoscevano e col quale non avevano mai avuto a che fare neanche in qualche manifestazione, con rabbia, paura e odio solo perché avevano seguito la loro coscienza “politica” di colpire uno diverso (politicamente) da loro, un avversario. Un nemico da sconfiggere.
Il servizio d'ordine si scoprì che aveva seguito pedissequamente un “manuale” trovato l'anno prima, durante il controllo ad un'auto nei pressi di Firenze, dove venivano spiegate le modalità di aggressione, cosa fare durante le aggressioni, chi colpire e chi no, l'avere un fisico allenato, le modalità di vestirsi, il conoscere la zona della città in cui si colpisce per trovare via di fuga. I poliziotti dovevano essere solo aggrediti ma non uccisi, mentre le persone di destra dovevano essere aggredite e potevano anche essere uccise.
All'epoca dei fatti, finita l'”opera”, gli aggressori si dileguarono e riposero le armi nel loro nascondiglio, come nulla fosse successo. La notizia che Ramelli invece di essere ricoverato per i traumi era in coma li mise sul chi va là.
L'anno dopo le stesse persone devastarono un bar di largo Porto di Classe, vicino a viale Argonne, ritenuto un ritrovo di fascisti: i sette avventori furono colpiti con le “Hazet 36” (uno rimase paralizzato a vita) ed appiccarono un incendio che distrusse quel locale.
Gli accusati non credettero che sarebbero stati scoperti a distanza di dieci anni, confessarono e crollarono.
Antonio Belpiede, Giuseppe Ferrari Bravo e Giovanni Di Domenico si dichiararono estranei ai fatti, la Colombelli ammise di aver fatto parte del movimento, ma di non aver preso parte all'aggressione e di non aver pianificato la morte, mentre Castelli, Montinari, Colosio, Scazza e Cavallari confessarono tutto.
Il gruppo che colpì Ramelli non fu mai aggredito da persone di destra, benché meno dallo stesso Ramelli. Alcuni giornali dissero che Ramelli era un facinoroso, un violento ed una persona dedita ai furti. Cosa smentita durante il processo.
Si scoprì, ad esempio, che Costa era così politicizzato che in un 4 novembre scambiò la parata di carri armati per un colpo di stato, asserendo che lui ai tempi leggeva più libri marxisti rispetto a quelli scolastici.
Poco prima del Natale 1985 per caso venne scoperto in via Bligny, nei pressi dell'Università “Bocconi”, in una soffitta, un qualcosa di incredibile: un baule contente nominativi, foto “segnaletiche”, fondine di pistole, detonatori. Alcuni documenti riportavano le abitudini delle persone, luoghi di aggregazione, carte di identità, tessere di partito, materiale che era di proprietà di forze dell'ordine e tribunali. Gli inquirenti scoprirono che tra le foto c'erano quelle di Sergio Ramelli e di persone fotografate il 2 maggio 1975, giorni delle sue esequie.
Si scoprì che la persona cui era intestato l'affitto della soffitta, benché scaduto da oltre due anni, era Ferrari Bravo: quello era un deposito abbandonato di militanti di Avanguardia operaia.
Il processo iniziò il 16 marzo 1987 e terminò il 22 gennaio 1990. Il processo di Milano si divide in tre parti: omicidio Ramelli, schedature di viale Bligny, assalto al bar “Porto di classe”.
Nel mentre, a piazza Fontana, un gruppo di persone legate a Democrazia proletaria, partito politico di estrema sinistra nato nel 1978 dopo una prima fase elettorale di tre anni prima, costituito da diversi movimenti di estrema sinistra allora attivi (Avanguardia operaia; gli eredi del Movimento studentesco diventato poi Movimento dei Lavoratori per il Socialismo; il Partito di Unità Proletaria per il Comunismo) e che portò in Parlamento i primi rappresentanti (sei nelle politiche del 1976, sette in quelle del 1983, e di cui Ferrari Bravo era diventato un dirigente nazionale), organizzarono una mostra fotografica sul Sessantotto affinché il processo fosse giusto e non vendicativo verso quel periodo. Nonostante l'invocazione alla raccolta di più persone possibili, il sit in fu un fallimento, segno che i tempi erano cambiati rispetto a 16 anni prima.
Alla signora Ramelli e ai suoi avvocati importava che ci fosse giustizia, non vendetta.
Nell'estate 1986 cinque imputati dell'omicidio (Castelli, Montinari, Scazza, Colosio e Cavallari) firmarono una lettera indirizzata alla signora Ramelli. La lettera alla mamma spiegava che le persone rimasero con il rimorso e non dimenticando mai cosa era successo. Dissero che colpirono il figlio perché allora c'era una violenza politica che spingeva a colpire chi la pensasse politicamente diversamente da loro.
La signora Ramelli all'inizio non accettò i 200 milioni offerti dagli imputati e non tenne conto della lettera scritta dieci mesi dopo il loro arresto, poiché la riteneva falsa ed ipocrita: quei ragazzi avevano scritto solo dopo essere entrati in carcere e in quei dieci anni si erano formati professionalmente, mentre suo figlio era morto e anche lui magari sarebbe stato come loro.
La signora Anita si prodigò affinché venisse fatta giustizia (e non vendetta). Nel 1979, inoltre, era morto suo marito per la sofferenza di essere sopravvissuto al figlio.
Nella lettera, gli incarcerati spiegarono alla signora Anita che non avevano nulla contro Sergio, anche perché non lo conoscevano neppure, rimarcando il fatto che allora (come fosse una scusante) chi faceva politica era normale che venisse attaccato dai suoi oppositori ed era oggetto di violenza. Nessuno voleva ucciderlo e loro maledicevano la violenza. Peccato che la lettera arrivò dieci anni dopo l'uccisione e dopo qualche mese che erano in carcere.
La sentenza di primo grado parlò di omicidio preterintenzionale (omicidio “che va oltre l’intenzione di chi agisce; […] delitto o in genere di azione in cui l’evento dannoso sia più grave di quanto era nell’intenzione di chi ne è l’autore”) e le pene furono lievi.
La sentenza di secondo grado parlò di omicidio volontario (omicidio “commesso intenzionalmente e consapevolmente attraverso un’azione o un’omissione”*) e le pene furono severe.
La sentenza di terzo grado arrivò il 22 gennaio 1990.
Ci fu volontà omicida e non la preterintenzionalità. Fu un vero agguato teso a colpire mortalmente il ragazzo.
Il Pm chiese 25 anni per omicidio volontario premeditato e aggravato per via delle persone coinvolte nell'azione.
Il 16 Maggio 1987, la Corte d'assise pronunciò la sentenza: tutti colpevoli, tranne di Domenico e Cavallari assolti per insufficienza di prove e con formula piena.
Cadde la preterintenzionalità che non piacque alla difesa, perché gli assalitori volevano solo fare del male al ragazzo, ma non ucciderlo perché non era il loro intento.
Costa fu condannato a 15 anni e 6 mesi, Ferrari Bravo e Colosio a 15 anni, Belpiede a 13 anni, Colombelli 12 anni, 11 anni a Castelli, Montinari e Scazza.
Per i fatti di viale Bligny e l'assalto al bar Porto di Classe, furono condannati Ferrari Bravo (11 anni), di Domenico (10 anni), Tumminelli (9 anni), Pais (5 anni), Cremonese, Guarisco, Muddolon, Pasinelli e Bogni a 3 e mezzo, Mazzarini 3 anni.
Il 2 marzo 1989 ci fu la sentenza di II grado da parte della Corte di Assise d'appello: si passò all'omicidio volontario con l'attenuante del “concorso anomalo”. Le pene diminuirono rispetto al primo grado però: Costa passò a 11 anni e 4 mesi, Ferrari Bravo a 10 anni e 10 mesi, Colosio 7 anni e 9 mesi, Belpiede a 7 anni, sei anni e tre mesi per Castelli, Colombelli, Montinari e Scazza.
Cambiarono anche le pene per l'assalto e i fatti del bar “Porto di classe” e le pene diminuirono anche in quel caso (5 anni e mezzo a Ferrari, 5 anni a di Domenico, 4 e mezzo a Tumminelli, 3 anni e mezzo a Pais, 3 anni a Cremonese, Guarisco e Muddolon).
22 gennaio 1990, ci fu la sentenza definitiva di III grado da parte della Cassazione: confermate le pene del secondo grado.
Le sette vittime del “Porto di Classe” furono risarcite affinché non si mettessero come parte civile, ma non si seppe mai quanto a ammontasse la cifra e da dove provenisse.


Cosa rimane oggi della memoria di Sergio Ramelli

Mario Capanna, leader del Movimento studentesco e poi di Democrazia proletaria, ha sempre definito gli anni della Contestazione come “formidabili”, mentre il successivo movimento del Settantasette era stato guidato dal motto “la fantasia al potere”.
Certamente il periodo della Contestazione ha portato a novità sotto tanti punti di vista (aumento della scolarizzazione delle persone, lotta sulla legalità del divorzio, abbassamento della maggiore età e dell'età del diritto di voto, rinfrescamento di alcune idee), ma i Settanta hanno avuto un'estensione negativa perché sono stati gli anni della “strategia della tensione”, degli “opposti estremisti” e di un decennio iniziato (praticamente) con la bomba di piazza Fontana e chiuso con quella della stazione di Bologna, per non parlare di altre bombe e altri fatti tragici: la “strategia della tensione”, unita agli “anni di piombo”, ha causato morte e distruzione, portando il livello di scontro in strada ad un livello così intenso tanto da portare alla morte di forze dell'ordine e manifestanti, uccisi da loro coetanei o da persone con una manciata di anni in più.
Sergio Ramelli è stato parte integrante degli “anni piombo”: giovane, politicizzato, vittima di un odio che a distanza di tanti anni ha fatto vergognare di sé stessi i colpevoli, anche se in tanti altri casi i carnefici non si sono mai pentiti di ciò che hanno fatto.
Eppure oggi nel 2020 parlare di Sergio Ramelli e della sua morte suscita ancora paura, rancore, odio e “meno se ne parla, meglio è”. I motivi? Tanti: la modalità della sua aggressione; l'essere stato ucciso da persone che neanche conosceva (e loro non conoscevano lui), rintracciandolo tramite una fotografia; la sofferenza dei parenti; lo sfregio di chi, nonostante il coma, inveiva contro di lui ed i suoi famigliari; la celebrazione di un rito funebre con la paura di uno scontro tra fazioni opposte; il silenzio degli assassini negli anni successivi; le violenze perpetrate dagli aggressori nei periodi successivi contro tutto ciò che era “fascista”; l'odio politico di quegli anni (da tutte e due le parti).
Molte “penne” di sinistra condannarono il gesto del servizio d'ordine di Avanguardia operaia perché era stato violento, cattivo: non c'era un fine nobile come poteva essere uno scambio di vedute diverse.
Ramelli non poteva essere “fascista” perché era nato nel 1956 ed il fascismo era finito il 25 aprile 1945. Eppure per i movimenti di estrema sinistra lo era perché era un membro del Fronte della Gioventù, la “parte” giovanile del MSI, il partito nato nel dicembre 1946 da reduci dell'esperienza di Salò e che volevano continuare il periodo “sociale” della Rsi. Solo che in quegli anni per i gruppi “rossi” tutto ciò che era contrario a loro era fascista, fino anche a definire “fascista” persone o cose, di estrema sinistra, in conflitto tra di loro.
Nel 2007 è uscito un libro, scritto dal giornalista di “area” Guido Giraudo che riprese un testo di dieci anni prima redatto da quattro giovani allora militanti del Fronte della Gioventù di Monza (Andrea Arbizzoni, Giovanni Buttini, Francesco Grillo e Paolo Severgnini) dal titolo “Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura” che descrive non solo la vita dello studente del “Molinari” ma tutte le sue vicissitudini politiche, come è stato ucciso e tutto il “contorno” che portò alla sua morte ed il successivo processo tenutosi dieci anni dopo l'omicidio, con una parte dedicata al ricordo della giovane vittima con l'elenco delle vie, delle piazze, delle rotonde, dei giardini a lui dedicati oltre ad una serie di canzoni “di area” e di un'opera teatrale.
In nome dell'antifascismo militante, i movimenti extraparlamentari di estrema sinistra si mossero su due strade: bloccare un partito ostile che stava facendo proseliti e si stava espandendo come il MSI; unire le forze movimentiste tra loro poco gradite in nome di combattere un nemico comune. Lo scopo era combattere chi commetteva stragi e voleva portare nel Paese un clima “greco” (a partire dal 1967 ad Atene si manifestò un regime militare autoritario che durò fino al 1974), solo che furono colpiti ragazzi come tanti che non c'entravano con le bombe e con la violenza (come a destra, lo stesso ragionamento può essere fatto contro persone che volevano portare il regime comunista in Italia e che furono uccise da persone militanti di formazioni extraparlamentari “nere”).
Sergio Ramelli è stato vittima dell'antifascismo militante, un'azione condivisibile fino a quando la persona “fascista” aggredita non perdeva la vita.
I numeri allora furono impressionanti: Giraudo e i quattro frontini, nel loro libro, citarono un numero del Corriere della Sera (del 28 gennaio 1988) che dava i dati degli anni di piombo tra il 1969 ed il 1984: 14.495 attentati complessivi (tra bombe, stragi e violenze di strada) che causarono, 394 morti e 1.033 feriti. Una lista troppo lunga che spesso viene dimenticata.
Da anni a Milano, la sera del 29 aprile, anniversario della morte di Sergio Ramelli, vede molti militanti dell'estrema destra locale (e non) ritrovarsi per ricordare il loro camerata morto per colpa dell'avversario politico attraverso una camminata pacifica e silenziosa verso la casa di via Amadeo: deposizione di corone di fiori, l'urlo del “Presente!” e le persone che toccano il muro dove c'è la scritta “Sergio vive” come se toccassero una reliquia. Ed ogni volta, al grido, per tre volte di “Camerata Sergio Ramelli presente!”, si levano saluti romani, una cosa vietata dalla “legge Scelba”, dalla “legge Mancino” e anche dalla Costituzione attraverso la XII Disposizione transitoria. E proprio qua sta l'errore: Ramelli è sempre stato considerato un'icona del neofascista, lui che mai aveva votato alla elezioni (politiche quanto amministrative), missino se non per il fatto di essere iscritto (o frequentare) al raggruppamento giovanile del MSI. Giusto ricordarlo, sbagliato salutarlo romanamente. Anche perché (magari) lui, nella sua breve esperienza nel movimento allora guidato da Massimo Anderson, magari neanche aveva alzato il braccio destro.
A parte questo, sono quarantacinque anni che Sergio Ramelli è morto. Come lui, sono morti tanti ragazzi militanti del MSI e tanti appartenenti ai movimenti di estrema sinistra (l'elenco è lungo come a destra). Una lunga sequenza di giovani vite spezzate solo perché facevano una politica “sbagliata” rispetto ai loro avversari e che quindi dovevano essere combattuti con la violenza più cruda.
Allora era una cosa “normale” uscire di casa e non tornarvi più: ci si aggrediva per avere il sopravvento sulla zona di una città, ci si aggrediva perché ci si vestiva in un modo o in un altro tanto da far sembrare una persona apolitica un provocatore, ci si aggrediva perché lo dicevano i “cattivi maestri”. Ci si aggrediva perché quelli, come li ha definiti in un suo recente articolo sul Corriere della Sera Walter Veltroni, erano “anni bastardi”.
La morte di Ramelli, che a luglio avrebbe compiuto 64 anni, è una storia brutta degli anni Settanta: la storia dove per manifestare una cosa legittima (il proprio pensiero politico) si subivano atti ingiusti (vessazioni, aggressioni, morte). Alla faccia degli “anni formidabili”.
Lo scorso 16 febbraio è uscito sulle pagine de “Il Corriere della Sera” un interessante spunto di riflessione da parte proprio di Walter Veltroni sulla morte di Sergio Ramelli: un lungo articolo con cui l'ex sindaco di Roma ed ex membro della Federazione Giovanile Comunista Italiana (l'omologo del Fdg per il Pci), quindi una persona tutt'altro che di destra, ha smorzato tutte le tensioni riguardanti la memoria condivisa che pare ancora irrealizzabile, parlando della morte del giovane missino come di un qualcosa su cui pensare, riflettere e perdonare. Peccato che un esponente del movimentismo romano si sia opposto al pensiero di Veltroni, sostenendo che la morte di Ramelli è ingiustamente usata e strumentalizzata dai movimenti neofascisti usando lo stesso Ramelli come “icona”. E ai tempi lo aveva fatto anche il Msi. In pratica, il ricordo della morte di Ramelli viene usata come slogan e un pensiero strumentale, ingiusto e revisionistico.
E Veltroni ha sempre cercato di parlare di memoria condivisa da sempre ed è stato grazie a lui, come ricorda nel suo articolo sul Corriere, a far abbracciare Giampaolo Mattei, il fratello di Virgilio e Stefano, con la mamma di Valerio Verbano: da una parte, uno che ha perso morti carbonizzati due fratelli per mano di extraparlamentari di sinistra ed una donna che ha perso il figlio di 19 anni (coetaneo di Ramelli) ucciso in casa da extraparlamentari di destra.
Eppure 45 anni sono davvero tanti e sarebbe ora che la memoria di Sergio Ramelli, così come quelli degli altri “cuori neri” (ma anche dei “cuori rossi”) venga ricordata in silenzio, senza polemiche di nessuno tipo. Senza essere strumentalizzata e possibilmente non imbrattando o rovinando le cose a lui dedicate in giro per l'Italia (dalle vie alle piazze, dalle rotatorie ai parchi).
Possiamo dire, dopo 45 anni, che l'omicidio Ramelli è stato politico? Un delitto maturato in certi ambienti politici (extraparlamentari) dove il grido era “la Resistenza ce l'ha insegnato/uccidere un fascista non è reato”. Solo che allora, durante la Resistenza, c'era la guerra civile e c'era da sopravvivere uccidendo l'avversario se no l'avversario uccideva te. Ma negli anni Settanta, l'Italia non era coinvolta in una guerra civile. Non c'erano lotte fratricide. C'era si una lotta di classe che divenne politica e poi mortale. Erano anni vivi come dibattito ed impegno politico dove si cercava di discutere sul futuro del Mondo ma che si aggrediva, si sparava, si uccideva, si rendeva disabili per sempre se la si pensava diversamente. Da una parte, come dall'altra. Eppure, vista la tensione, gli “anni di piombo” sono stati una sorte di “guerra civile 2.0”.
Gli anni '70 sono da ricordare anche per il sacrificio di tante persone, non solo militanti politici ma molte forze dell'ordine chiamate a sedare le manifestazioni che degeneravano in aggressioni e dove l'ordine pubblico era veramente a rischio.
Capanna parlava di “anni formidabili”, Veltroni di “anni balordi e bastardi”. Delle due, l'una però.
Gli imputati del processo Ramelli erano talmente imbevuti di ideologia e violenza che non capirono cosa succedeva a Milano in quegli anni. Avevano dato la loro “mente” all'organizzazione e all'ideologia. In quegli anni si scoprì, che molti “cattivi maestri” spinsero con la loro ideologia giovani a colpire gli avversari politici in nome di un'ideologia violenta e meschina.
Gli anni Settanta portarono ad una divisione delle città in zone specifiche ed in luoghi dove chi non era di una certa fede politica non poteva entrarci. Non si poteva andare in giro con certi quotidiani in tasca, non si poteva andare in alcune piazze, non ci si poteva vestire in un certo modo.
Le vittime di quegli anni devono essere ricordate, ma non sbandierate per esacerbare l'odio con un'altra parte politica. Ricordo si, odio no.
I ragazzi come Ramelli volevano cambiare il Mondo, ma non ci sono riusciti. Il motivo? La politica. Una visione distorta di una certa politica ha portato alla morte decine di ragazzi negli anni di piombo. Perché il dialogo e il combattersi lealmente sono il sale della politica e della democrazia. La morte per queste cose è sempre e solo da condannare. Senza se e senza ma.
Quindi l'importante è mai dimenticarsi di Sergio Ramelli e di tutti i ragazzi che con la politica volevano cambiare il Mondo ma che invece hanno cambiato l'esistenza delle loro famiglie.


Bibliografia

A. Baldoni, Anni di piombo. Sinistra e destra: estremismi, lotta armata e menzogne di Stato dal Sessantotto a oggi, Sperling & Kupfer, Milano, 2009;
C. Ferri, San Babila. La nostra trincea, Edizioni Settimo Sigillo, Milano, 2015;
G. Giraudo - A. Arbizzoni -G. Buttini - F. Grillo - P. Severgnini, Sergio Ramelli. Una storia che fa ancora paura, Sperling&Kupfer Editori, Milano, 2007;
I. Montanelli – M. Cervi, L'Italia degli anni di piombo (1965-1978), Rizzoli, Milano, 2012;
N. Rao, La fiamma e la celtica. Sessant’anni di neofascismo da Salò ai centri sociali di destra, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2006;
N. Rao, Il piombo e la celtica. Storia di terrorismo nero, dalla guerra di strada allo spontaneismo armato, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2009;
L. Telese, Cuori neri. Dal rogo di Primavalle alla morte di Ramelli, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2006.


Sitografia

http://pochestorie.corriere.it/2017/04/29/un-tema-rubato-e-una-chiave-inglese-cosi-mori-sergio-ramelli/
https://www.corriere.it/cronache/20_febbraio_16/sergio-ramelli-ragazzo-il-ciao-che-venne-ucciso-perche-fascista-aeaf3088-5034-11ea-a036-d715f3c65007.shtml
https://www.secoloditalia.it/2014/02/il-fronte-della-gioventu-di-eresia-e-davanguardia-la-storia-mai-raccontata-in-un-libro-di-amorese/
https://www.huffingtonpost.it/entry/veltroni-ricorda-sergio-ramelli-ucciso-dalla-patologia-dellodio-perche-era-fascista_it_5e49051dc5b64433c6179160
https://jacobinitalia.it/i-cuori-nerissimi-di-walter-veltroni/
www.sergioramelli.it
www.actorien.it
https://www.ildubbio.news/2020/02/17/chi-ha-paura-di-sergio-ramelli/
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Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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