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L'importanza dello studio della storia [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Alzi la mano chi, durante il proprio percorso di studi, non si è annoiato a ricordare date ed eventi storici da esporre al docente di turno durante un'interrogazione o un esame. A tutti almeno una volta è capitato di dover studiare a memoria un evento storico, le cause che lo hanno contraddistinto e le conseguenze.
Eppure lo studio della storia è importante. E tanto. Ma non solo per prendere un bel voto o per mantenere la media all'università, perché la storia, come dice un detto latino, è magister vitae: la storia è maestra di vita. E lo è per il fatto che, nonostante sia considerata in alcune casi inutile o una perdita di tempo, è la nostra vita. Noi dipendiamo dalla storia, dalle scelte di alcuni politici del passato, dalle vittorie o dalle sconfitte nelle guerre, da perdite ed acquisizioni di territori. E poi basta andare in giro nelle nostre città: tutto è storia. Dai monumenti ai dipinti nelle chiese, dai ponti ai castelli, dalle basiliche alle strade, siamo circondati dalla storia.
Lo studio della storia è importante perché con essa si capisce la trilogia “chi siamo, cosa vogliamo, dove vogliamo andare”, con l'aggiunta che visti gli errori del passato è possibile non commetterli in futuro. Conoscere la storia, quindi il nostro passato, ci fa più ricchi, consci e responsabili.
Dove si apprende la storia? Sui banchi di scuola innanzitutto e poi la si può approfondire informandosi, leggendo libri, dibattendo con altre persone o andare a visitare luoghi teatro di momenti storici.
La scuola però dovrebbe iniettare nei giovani nozioni e far comprendere l'importanza della storia, spiegando nel dettaglio i fatti, le cause e le conseguenze, lo studio dei principali personaggi storici ed insegnare valori per i quali molti nostri connazionali hanno perso la vita. Peccato che questo compito è svolto a mezzo servizio, visto che in terza media e nell'ultimo anno di superiori è quasi impossibile arrivare ai giorni nostri. Il motivo principale è la carenza di tempo, un altro è spingersi solo alla fine del secondo conflitto mondiale, parlando del successivo dopo guerra mondiale con molta leggerezza come se non ci appartenesse.
A detta di molti, la storia non si ripete, ma dobbiamo riflettere sul nostro passato, onde evitare che non si possano ripetere errori ed orrori (uno su tutti, l'Olocausto). Ad esempio l'Europa è un continente che ha capito dai suoi sbagli (grazie anche ai suoi cittadini) che fare le guerre non è una cosa positiva: dal 1945 a oggi, in Europa gli unici conflitti (anche se territorialmente circoscritti) sono stati la guerra nella ex Jugoslavia (1991-1995), in Kosovo (1996-1999) e la crisi ucraina del 2014. Mettiamoci anche il conflitto ceceno (1994-1996, 1999-2009) e quello della Georgia (agosto 2008). Più indietro nel tempo il nostro continente è stato la culla delle due guerre mondiali, delle guerre balcaniche, della guerra russo-giapponese e franco-prussiana e delle guerre d'Indipendenza che hanno portato alla nascita del Regno d'Italia. Per non parlare delle guerre precedenti. E non a caso oggi l'Europa è il continente più avanzato del Mondo, più ricco e spazioso in cui si muovono l'Unione europea e l'euro, la moneta unica usata in diciannove Paesi e da 337 milioni di persone.
La storia è nostra, è umana, ci appartiene, volenti o nolenti. Capire gli eventi del passato è utile, importante anche se non fa curriculum. Ma se non si capisce “da dove arriviamo” non possiamo essere dei buoni cittadini, perché lo studio della storia permette di capire il nostro presente e ciò che circonda. In Italia, come ovunque.
E poi noi in Italia di storia ne sappiamo qualcosa: culla dell'arte, dell'architettura, della scienza, della musica e della buona cucina. Nonché Paese di santi, poeti e navigatori. Ogni nostra città è ricca di storia, di monumenti, documenti che richiamano nel nostro Paese milioni di turisti, la quasi totalità straniera e proveniente da Paesi a noi lontani che però non esitano a fotografare tutto, mentre magari noi a malapena sappiamo chi ha costruito la basilica del Duomo di Firenze, il Colosseo, la basilica di San Pietro o la torre di Pisa. Ma qual è la storia da studiare? La antica (3.500 a.C–476 d.C.), la medievale (476-1492), la moderna (1492–1815) e la contemporanea (1815-oggi) o partire dalla preistoria?
La storia è una materia importante, se non fondamentale, nella vita di uno studente. Eppure c'è un qualcosa che non va: è praticamente impossibile che nelle scuole si superino gli anni Cinquanta del Novecento e quando questi sono superati, alcuni temi come la nascita della nostra repubblica, il dopoguerra, il miracolo economico, la Guerra fredda e la storia dell'integrazione europea sono trattati solo di passaggio. Il problema quindi è della scuola media e superiore, perché all'università ci sono materie storiche specifiche dove in poche ore a disposizione si tratta un argomento specifico. Programmi scolastici obsoleti o carenza di tempo? Entrambi i casi, ma se si arriva a spiegare anni successivi alla Seconda guerra mondiale significa che l'insegnante o ha fatto di corsa il programma (quindi tralasciando cose importanti o trattando tutto in maniera molto blanda) o si è focalizzato su pochi argomenti importanti ed è riuscito ad arrivare fino al crollo del Muro di Berlino.
La colpa è tutta degli insegnanti? Assolutamente no, perché nelle classi gli allievi stanno dalle cinque alle sei ore giornaliere, 30 ore settimanali, 130 ore mensili. Il resto? Ci sono le famiglie, che dovrebbero impartire ai propri figli “lezioni”, con discorsi durante i pasti, durante le vacanze o nei salotti delle proprie case. Perché è nelle famiglie che vengono impartite le nozioni importanti ai figli, anche storiche.
Il discorso sull'importanza dello studio della storia sta facendo capolino nel nostro Paese con due fatti diversi, accaduti questa estate, ma legati tra loro dall'apologia di fascismo. In particolare il ddl Fiano (sul divieto di propagandare “immagini o contenuti del partito fascista o nazionalsocialista tedesco o delle loro ideologie”, nonché Il divieto di fare il saluto romano e propagandare sul web ideologie fasciste e naziste) e il caso della spiaggia “fascista” di Chioggia, in Provincia di Venezia.
In base alla legge 20 giugno 1952, n. 645 (legge Scelba) “si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione o un movimento persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politico o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principii, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista” e, in base agli articoli 2 e 4, “chiunque promuove od organizza sotto qualsiasi forma la ricostituzione del disciolto partito fascista a norma dell'articolo precedente e' punito con la reclusione da tre a dieci anni” oppure “chiunque con parole, gesti o in qualunque altro modo compie pubblicamente manifestazioni usuali al disciolto partito fascista e' punito con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda fino a lire cinquantamila”*. La legge è questa e va rispettata. Punto e basta.
Un problema sono anche i social network, che da strumenti di condivisione stanno diventando sempre più un luogo dove molti utenti scrivono inneggiando a momenti della nostra storia molto deprecabili, sperando in un ritorno di esponenti del Ventennio e del nazionalsocialismo. Nessuno vieta nel proprio intimo di essere vicini alle cause del fascismo, ma è vietato inneggiarle scusandole. Si stanno facendo petizioni affinché ci sia più controllo su ciò che le persone pubblicano, condividono e scrivono arrivando anche alla chiusura degli account per arrivare all'arresto.
E' proprio il nostro Paese ha dal 26 aprile 1945 ai giorni nostri un problema con il fascismo: incostituzionale e vietata la sua ricostruzione, dalla fine della guerra l'Italia non ha chiuso i conti con il suo passato. Ma la colpa non è del sistema Italia, la colpa è di chi professa questo “credo”, facendo proselitismi per aver voti, creare confusione e portare allo spasmo l'opinione pubblica gettando benzina su tematiche molto calde.
Si dice che la storia non si possa ripetere, ma di questo passo qualche problema potrebbe esserci. Per carità non deve mai esistere un pensiero unico, ma è ottimale un pensiero rispettabile anche se non condiviso, anche se in questi ultimi tempi si sta soffiando molto sul fuoco.
Eppure nelle scuole si parla del passato italiano tra gli anni Venti-Quaranta, si sono scritti libri, sono stati girati film e documentari, si fanno visite nei luoghi dove si sono svolte le peggior amenità del Novecento. Si potrebbe fare di più, ma capita che alcune voci non siano ascoltate e siamo qua, nell'estate 2017, a parlare di soggetti che elogiano e difendono periodi bui della nostra Storia.
Di chi è la colpa allora? Di tutti e di nessuno, perché la storia ed il suo studio sono insegnati a tutti, ma sono personali, intimi. E qua entra in campo un'altra parola che, nel nostro contesto, fa rima con “storia”: la memoria.
La memoria, in campo storico, sta a significare il ricordo di fatti ed eventi che hanno caratterizzato un qualcosa e che il suo ricordo è vivo ancora oggi. I nostri nonni sono, ad esempio, delle vere memorie storiche: chi più di loro può saperne di più sulla guerra, visto che in molti hanno combattuto o hanno visto i propri fratelli e parenti andare al fronte e, in alcuni casi, non tornare più a casa?
“Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro”, diceva giustamente lo scrittore cileno Luis Sepúlveda. E aveva ragione: se non si vogliono ripetere gli errori del passato, i cittadini ed i governanti dovrebbero studiare i manuali di storia dalla prima all'ultima pagina. Perché, come si dice, “sbagliare è umano ma perseverare è diabolico”.
I cittadini devono sapere cosa sono storia e memoria, perché entrambe fanno parte delle nostre origini. Ma non si parla solo di fatti accaduti, ma anche di capire gli usi e i costumi delle nostre città, province e regioni. Un qualcosa che ereditiamo dai nostri nonni e che dobbiamo far comprendere (ed apprezzare) ai nostri nipoti. Tutto questo per sconfiggere il grande nemico di storia e memoria, l'oblio.
I fatti della memoria sono importanti perché non solo vanno studiati a scuola, ma si devono analizzare tutti i giorni, perché la memoria “fisica” non è eterna, dura fino alla morte del soggetto in questione (es. i sopravvissuti dei campi di sterminio). La storia, inoltre, aiuta gli studenti a comprendere meglio gli esseri umani e sé stessi come individui, in quanto rappresenta anche lo studio dell'homo sapiens e di tutte le sue sfaccettature.
La storia può anche ispirare gli studenti, in quanto possono riferirsi ad eventi storici per superare le difficoltà, oppure può permettere loro di dare un senso alla loro vita.
Perché le persone che sanno la storia e che hanno memoria sono destinate a seguire le parole che scrisse Dante nel canto XXVI dell'Inferno della Divina commedia: “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Vivere per comprendere virtù e conoscenze, altrimenti si rischia di essere delle cattive persone.
E nella conoscenza, rientrano la storia e la memoria. Ecco l'importanza dello studio della Storia: conoscere, capire, comprendere. Non dimentichiamocelo e magari vivremo meglio.


*testo della “legge Scelba” tratto da www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1952/06/23/052U0645/sg;jsessionid=9OYb-Cu9Ho7zeByvCr2sPg__.ntc-as3-guri2b


Nell'immagine, l'allegoria della Storia.
  • TAG: storia, studio, moderna, antica, medio evo, contemporanea

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