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1974, l’anno che poteva cambiare la storia dell’Italia [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Il Mondo cambia, l’Italia cambia

Nel 1974 in Italia successero diversi fatti di cronaca e costume, come il primo scudetto della Lazio, l’arresto del boss mafioso Luciano Liggio, Indro Montanelli che fonda il quotidiano “il Giornale” e la nascita di “Telemilanocavo” a Segrate che, da piccola rete ad uso condominiale sarà la progenitrice delle prime tv private.
Ma dal punto di vista politico il 1974 è passato alla storia (italiana) come l’anno spartiacque, in quanto l’estremismo nero ed alcune forze reazionarie decisero di alzare il tiro e portare la Nazione sull’orlo del colpo di Stato, colpendo il Paese con una serie di attacchi che incrementarono la paura tra le persone: la strategia della tensione toccava il suo apice.
Quell’anno ci fu anche il referendum per l'abrogazione della legge sul divorzio, dove il “no” vinse con il 59,3% e la legge “Fortuna-Baslini” restò in vigore. Si pensava, da parte democristiana e missina, che la famiglia sarebbe entrata in un vortice di precarietà e sfaldamento in favore dei movimenti anticattolici ed antisistema.
Quello fu anche l’anno delle bombe e dei tentati golpe: la bomba di piazza della Loggia a Brescia, il 28 maggio, che provocò 8 morti e 101 feriti e quella sul treno Italicus che provocò il 4 agosto successivo 12 morti e 44 feriti, i tentativi golpisti di Carlo Fumagalli ed il suo Movimento Azione Rivoluzionaria ed il “golpe bianco” di Edgardo Sogno.
Inoltre finirono contemporaneamente gli ultimi due regimi autoritari di stampo fascista ancora presenti in Europa, in Portogallo, il 25 aprile 1974 e nella Spagna di Francisco Franco (il Caudillo passò il potere già nel 1973 al suo vice, Luis Carrero Blanco, mentre divenne Capo di Stato ad interim Juan Carlos I di Borbone). Il passaggio alla democrazia fu indolore per entrambi i Paesi iberici. La dittatura di Antonio Salazar, chiamata “Estado Novo”, finì con la “rivoluzione dei garofani”, mentre quella dell’ex capo della Guardia civil terminò con la morte dello stesso Franco il 20 novembre 1975. Il 23 luglio 1974 si concluse anche la dittatura dei colonnelli greci, instauratasi ad Atene il 21 aprile 1967 e terminata con le elezioni democratiche del novembre successivo che posero fine a sette anni di oscurantismo e calpestamento dei diritti umani, dopo la fallimentare invasione di Cipro che indusse i militari greci a porre fine al regime.
Con la caduta delle dittature in Europa si aggiunsero, ad agosto, le dimissioni di Richard Nixon, allora Presidente americano repubblicano, e falco nella lotta all’anticomunismo mondiale, dimessosi a causa dello scandalo “Watergate”, un caso di spionaggio contro i democratici americani in vista delle elezioni presidenziali di novembre.
Nel Mondo la situazione vide anche un calo della pressione occidentale contro il comunismo: l’apice si ebbe con la presa della città di Saigon, capitale del Viet Nam meridionale, da parte dei Viet Cong comunisti. Si entrava nella cosiddetta “seconda distensione”. Anche la celebre conferenza di Helsinki sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, iniziata due anni prima, produsse l’Atto finale con cui si riconoscevano tutti i confini europei, l’influenza dell’Unione sovietica ad est ed il rispetto da parte di questa dei diritti umani.
In Italia invece, scoppiavano le bombe, si temeva una svolta autoritaria ed iniziarono a consolidarsi le Brigate Rosse. E la gente aveva paura scendere in strada.


28 maggio 1974: Brescia, la leonessa ferita. La parabola di Giancarlo Esposti

Il 28 maggio 1974 era un martedì. In piazza della Loggia, nel centro di Brescia, si tenne una manifestazione antifascista organizzata dai sindacati e dai partiti di sinistra locali per protestare contro il neofascismo dilagante che stava prendendo piede in maniera esponenziale in città. Pioveva quel giorno. Tantissimi spettatori, colti di sorpresa dal rovescio temporalesco, si ripararono sotto i portici della piazza. Il comizio iniziò poco dopo le ore 10 e subito dopo ci fu la tragedia.
In un cestino dei rifiuti esplose una bomba che investì piazza della Loggia in pieno. La folla si disperde tra urla e fumi. Sei persone morirono sul colpo, mentre altre due nei giorni successivi, i feriti saranno centoquattro. A distanza di cinque anni dalla strage di piazza Fontana a Milano, un’altra città del Nord Italia vide un’altra bomba esplodere seminando morte e paura.
Brescia, come qualsiasi città italiana del tempo, viveva gli odi tra destra e sinistra, ma mai si sarebbe pensato che una bomba l’avrebbe colpito nel suo cuore.
Proprio il mese di maggio fu molto incandescente per la città e fu molto pesante la situazione politico-sociale, visto che fino al 1972 in città si verificarono solamente screzi tra neofascisti e comunisti. Quell’anno apparvero anche le pistole, per mano di Avanguardia Nazionale, molto radicata a Brescia.
Il 23 maggio i sindacati e le forze di sinistra decisero che il 28 ci sarebbe stata una manifestazione di protesta antifascista nella piazza più importante della città, quella “della Loggia”. Poche ore dopo l’eccidio comparve un volantino con il (presunto) esecutore della strage “Ordine nero, gruppo Anno Zero, Brixa Gau”. Negli anni (e ne sono passati quasi quaranta) non si sa ancora chi siano stati gli esecutori e i mandanti della strage.
Una cosa era certa: in Italia si incominciò ad avere paura. E ciò che avvenne il 30 maggio ebbe del clamoroso, perché a Pian del Rascino, una località appenninica nel Reatino, morì uno dei “sanbabilini” più celebri, Giancarlo Esposti, volto oscuro della destra eversiva e, probabilmente, mente delle SAM (Squadra Azione Mussolini) e dei loro attentati che incrementarono il clima di paura nel Paese.
Esposti, ventisettenne missino della sede giovanile di corso Manforte a Milano, era uno dei camerati più influenti della piazza milanese ed era ammirato da tutti non tanto per il suo pensiero politico, ma per le sue azioni. Il 30 maggio il suo nome andò su tutte le prime pagine nazionali per la sua morte avvenuta durante la latitanza iniziata all’inizio dell’anno, insieme ai suoi amici Alessandro Danieletti ed Alessandro d’Intino.
Nelle montagne tra il Reatino e l’Aquilano, dopo una soffiata da parte di alcuni cacciatori di frodo, fu intercettata dai carabinieri locali la tenda dei tre neofascisti in fuga e proprio Esposti ebbe la peggio, morendo sotto i colpi dalle pallottole dei militari. Si è ipotizzato che la sua meta fosse la Festa della Repubblica del 2 giugno, compiendo un attentato, ma ancora oggi non si sa di preciso perché e cosa lo spinse fino lì. Fatto sta che i fatti di Pian del Rascino furono la pietra tombale dei tentativi di dare una sferzata autoritaria all’Italia.
Si disse che Esposti fosse presente in piazza della Loggia pochi istanti prima dello scoppio dell’ordigno, ma le immagini mostrarono una persona simile a lui, solo che non aveva la barba e lo stesso neofascista era da tutt’altra parte in quegli istanti, ovvero a Pian del Rascino.


4 agosto 1974: Italicus, il treno della paura

Il 1974 “regalò” un’altra bomba ed una nuova strage all’Italia, quella del treno espresso 1486 Italicus Roma Tiburtina - Monaco di Baviera, che subì un attentato nei pressi di San Benedetto Val di Sembro, nel Bolognese, causando dodici morti e quarantotto feriti. Erano le ore 01:16 del 4 agosto. Il treno aveva accumulato fino ad allora trenta minuti di ritardo e se fosse stato puntuale sarebbe esploso nella stazione di Bologna, creando molti più danni. La colpa, viste del precedenti bombe della primavera-estate 1969 (che ferirono diciotto persone), la strage della Banca nazionale dell’Agricoltura e di Brescia, venne subito addossata alla destra neofascista.
Subito dopo la strage fu ritrovato un volantino rivendicativo (tipico del periodo) da parte di una nuova sigla, Ordine Nero, che sosteneva che la morte di Giancarlo Esposti era stata vendicata e che erano così forti da compiere attentati di quel tipo come e dove volevano. Le indagini portarono alla scoperta del legame tra due nuove organizzazioni eversive neofasciste, Ordine Nero e Fronte Nazionale Rivoluzionario.
Sulla strage dell’Italicus è aleggiato un mistero: il 15 luglio precedente, un impiegato della facoltà di Fisica avrebbe detto ad Giorgio Almirante ed Alfredo Covelli di aver trovato tre giorni prima, negli scantinati della facoltà un vero arsenale ed una cartina di Roma con un cerchio sulla stazione “Roma Palatino”, il nome di un treno “Roma-Parigi” e la scritta “5:30”. Il 17 i due leader missini si recarono dal prefetto Santillo e gli riferirono ciò che sentirono. Subito partì la perquisizione, ma ebbe esito negativo ma si scoprì che a quell’ora non partivano treni, ma per sicurezza fino al 1° agosto la stazione romana venne tenuta sotto osservazione e tre giorni dopo scoppiò l’ordigno.
Tra l’11 e il 19 agosto questo informatore, forse spinto dalla paura, si rimangiò spesso le parole e non fu più ritenuto affidabile. A distanza di trentanove anni, come per Brescia, non si ancora chi sia l’autore dell’attentato e chi fu il mandante.


Carlo Fumagalli, i Mar e ancora un tentativo di colpo di Stato in Italia

Carlo Fumagalli durante la guerra di Liberazione era un partigiano. Era “bianco”, un partigiano non militante nelle brigate filo-comuniste, ma in quelle di stampo cattolico. La sua era la “Gufi della Valtellina” e al termine del conflitto fu insignito della medaglia di bronzo al valore.
Fumagalli era anticomunista e a partire dagli anni Sessanta si avvicinò ai servizi segreti deviati, in quanto era un informatore degli inglesi, ed all’estremismo di destra. Era stato impegnato in azioni anticomuniste nella guerra civile yemenita ed aveva creato il Movimento di Azione Rivoluzionaria, avallato dal Sifar. Nel 1969 iniziarono i loro primi attentati dinamitardi. La metodologia di reperimento delle armi fuoco era facile,in quanto era possibile corrompere il personale di guardia ai depositi militari, con il benestare degli USA che fecero sempre in modo, sempre in chiave anticomunista, di rendere tutto più semplice.
La sua “voglia” di golpe iniziò nel 1972 e proseguì, appunto, fino al 1974 quando davvero pensava di dare al Paese una svolta autoritaria con un golpe, ma per fare così era necessario un fattore esterno, una scintilla. Fumagalli pensava che il momento opportuno doveva essere il risultato del referendum sull’abrogazione delle legge sul divorzio, temuto dal centro e dalla destra.
Scelse di farsi aiutare da estremisti di destra per raggiungere il suo obiettivo e la forza politica che lo seguì fu Avanguardia Nazionale, partito extraparlamentare fondato nell’aprile 1960 da parte di un nome storico dell’eversione nera, Stefano della Chiaie. I suoi sodali erano un nome noto nella destra milanese, l’avvocato Adamo dagli Occhi, leader della “maggioranza silenziosa”, un’ex ambasciatore, Giuseppe Picone Chiodo, e Gaetano Orlando.
L’idea cospirativa doveva partire dalla “sua” Valtellina con attentati dinamitardi sulla base di ciò che i terroristi sudtirolesi fecero in Alto Adige qualche anno prima, colpendo viadotti, linee elettriche e telefoniche, caserme ed autostrade. In suo aiuto sarebbero arrivati i militari che invece di porre fine alle attività, si sarebbero uniti a loro per spostarsi verso Roma e bloccare il Parlamento sulla base di ciò che accadde in Grecia il 21 aprile 1967, mettendo al bando il Partito comunista.
La piazza lombarda stette tutta con Fumagalli, anche se alcuni neofascisti locali vedevano come fumo negli occhi l’alleanza partigiano-fascista, anche se la maggior parte di loro stava dalla parte di “Jordan” (il nome in codice di Fumagalli) che videro in lui colui che concretamente aveva in mente un progetto serio e attuabile.
La causa del mancato golpe è dovuta ad una soffiata, come nel caso della scoperta di Esposti e dei suoi sodali. Uno dei “addetti” alla preparazione militare tra la Valcamonica e l’Alto bergamasco non appena seppe il motivo di tutta quella movimentazione ebbe paura e andò a riferire tutto quanto al capitano Delfino di Brescia, il quale decise di intervenire contro i congiurati usando lo stesso “pentito” come infiltrato ed il 9 marzo venne fermata in Valcamonica una macchina con due fascisti bresciani tra i più “cattivi”, piena di materiale esplosivo. L’ex avanguardista Kim Borromeo, alla guida del mezzo, aveva con sé un’agenda piena di nomi, indirizzi ed informazioni molto importanti. Il 9 maggio successivo iniziò la retata contro Fumagalli e i sovversivi, e nell’officina di Segrate di “Jordan” furono trovati armi da fuoco e documenti falsi.
Fumagalli fu condannato a ventidue anni di reclusione.


Il golpe bianco indolore di Edgardo Sogno

L’estate 1974 vedrà un altro tentativo (fallito) di instaurare un regime autoritario in Italia.
Questa volta però a pensarlo non fu né un militare ex repubblichino, né un ex partigiano bianco colluso con i servizi e i giovani eversivi di destra, né un gruppo di neofascisti armati e “bombaroli”, ma forse l’ultima persona che tutti avrebbero pensato: l’ex ambasciatore ed esponente del Partito Liberale Italiano, Edgardo Sogno.
Il suo intento fu quello di attuare un colpo di Stato di stampo presidenzialista ed instaurando un nuovo governo con a capo l’ex deputato repubblicano Randolfo Pacciardi, fondatore dell’”Unione Democratica per la Nuova Repubblica”, un movimento esterno al PRI nato nella metà dei Sessanta.
Il progetto golpista di Sogno iniziò il 17 giugno 1973 durante un convegno organizzato a Firenze dal quotidiano “La Nazione” dal titolo “Incontri democratici e rifondazione dello Stato”, con il patrocinio del “Comitato Resistenza Democratica”, presieduto dal nobile torinese. Il dibattito, un puro simposio tra pensatori, aveva come argomenti topici la semplificazione della politica nazionale, ponendo fine al bicameralismo perfetto dando più poteri al Primo ministro. Il momento storico-politico-sociale italiano era particolarmente teso e l’ipotesi del gruppo di pensatori cadde nel vuoto.
Successivamente è proprio Sogno a scrivere al Presidente della Repubblica Giovanni Leone sostenendo che il Paese stava affondando ed il “sistema” doveva essere rifondato. Il suo messaggio non fu ascoltato, sebbene l’Italia proprio in quel periodo fosse in crisi economica, di valori ed era avvolta dalla corruzione dilagante e dalla violenza di strada.
La scintilla avvenne l’11 settembre 1973 quando in Cile ci fu un colpo di Stato da parte dei militari guidati dal generale Augusto Pinochet che rovesciò, grazie alla longa manus statunitense, il Presidente socialista Salvador Allende, il quale pochi minuti dopo si uccise (o fu assassinato?) nella sala presidenziale del Palazzo della Moneta. Le modalità militari furono viste con occhi diversi in Italia: da sinistra, la possibilità che anche l’Italia avrebbe fatto la fine del Cile portando ad una campagna di protesta nelle strade, mentre da destra si sperava che il Paese potesse fare la fine del Paese sudamericano.
A partire dal successivo 24 settembre (e fino a novembre), Sogno pian piano iniziò ad alzare il tiro, sostenendo che il PCI, se avesse vinto le elezioni, avrebbe portato l’Italia ad essere come il Cile nel 1970 quando vinse Allende, e i militari avrebbero rovesciato il “sistema” statalista-socialista-corporativista che avrebbero introdotto i comunisti italiani. Ma è da novembre che Sogno incominciò a far capire cosa ha veramente in mente, sostenendo che l’Italia era l’anello debole dell’Europa sotto tutti i punti di vista e questo non faceva che spaventarlo.
Dalla primavera, Sogno incominciò ad intraprendere incontri con militari ed alte cariche dell’esercito, usando parole mai usate prima, ribadendo che era necessario scegliere un nuovo regime perché la classe politica era troppo corrotta e la popolazione non poteva, e non doveva, sopportare questo scempio ed era necessario rompere con il passato.
Nel luglio successivo il politico liberale uscì allo scoperto ed al congresso nazionale del suo partito sostenne che l’Italia doveva guardarsi dalla forza marxista e dalla possibilità che possa compiere un colpo di stato e che bisognava necessariamente attuare un “colpo di Stato di ispirazione liberale”: per la prima volta qualcuno in Italia parlava apertamente di cambio di regime politico con l’uso della forza.
Il tentativo di Sogno era diverso dagli altri tentativi di golpe: se il “golpe Borghese” prevedeva l’unione del suo Fronte Nazionale con militari “deviati” e quello di Carlo Fumagalli e dei Mar non prevedeva la presenza di un partito ma comprendeva tante persone provenienti dalla destra eversiva, quello di Sogno era morbido, e di centro, senza l’uso della forza, e non a caso si pensò di attuarlo il 10 agosto 1974, in piene ferie dove le fabbriche sarebbero state chiuse e con gli italiani al mare lontani da ogni pensiero e problema. Con facilità i congiurati sarebbero andati da Leone e lui avrebbe sciolto il Parlamento, si sarebbe creato un unico sindacato, sarebbe dovuto partire un campo di concentramento per internare gli oppositori, sarebbe stata abolita l’immunità parlamentare e sarebbe stato istituito un Tribunale speciale per processare i vertici politici nazionali.
Come nei due casi precedenti, l’intento del colpo di Stato fallì e tutti furono arrestati.


Ordine nero, il nuovo nemico misterioso

Durante la prima fase della “strategia della tensione” (1969-1974) molte furono le sigle che occuparono le pagine della cronaca nera nazionale (ON, AN, FRN), ma una in particolare manifestò la sua forza con una serie di attentati, Ordine Nero.
Il movimento nacque a Cattolica, nel Riminese, nei primi mesi del 1974 a seguito di una “tre giorni” cui parteciparono diverse personalità della destra eversiva, raccogliendo gli esuli di Avanguardia Nazionale ed Ordine Nuovo, nonché Clemente Graziani e diverse personalità “compromesse” di Sid ed Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni. Si decise inoltre di creare una rivista specializzata chiamata “Anno Zero”. Il movimento, caratterizzato da una forte connotazione territoriale, aveva tre nuclei principali, quello milanese, con a capo (anche se non fu mai provato) Giancarlo Esposti, quello toscano con a capo Augusto Cauchi ed uno abruzzese, con a capo il milanese Luciano Benardelli, venne accusato di aver compiuto oltre quaranta attentati.
La figura di Esposti è controversa in quanto non fu il vero capo milanese dell’organizzazione, mentre ne fecero parte i milanesi Fabrizio Zani, Mario di Giovanni e Cesare Ferri, con lo stesso Zani ideologo e creatore del logo. Si definivano nazisti in quanto il loro simbolo era la runa del sole.
A parte il “caso Italicus”, gli ordineresti non fecero mai attentati con vittime, colpendo sedi di giornali, esattorie ed aziende considerate inquinatrici. Il primo attentato avvenne il 13 marzo 1974 colpendo la sede del “Corriere della Sera” e due giorni dopo il liceo “Vittorio Veneto”, mentre i 23 aprile fu il turno di una esattoria comunale e dopo scoppiò la sede del PSI Lecco e dell’olio “Topazio” a Bologna, considerata un’azienda produttrice di un olio cattivo.
Il movimento si sciolse nel 1975 a seguito dell’arresto da parte dei suoi capi e negli anni sono circolate molte voci sulla sua creazione, come l’essere nato “in provetta” addirittura grazie al Ministero dell’Interno.


Milano in piazza, ma non per bere

Quando si parla di Milano negli anni Settanta subito viene in mente piazza san Babila, a 500 metri dal Duomo e a pochi passi dalla “Scala”. Oggi è un punto centrale della vita milanese, ma a quei tempi era il centro della violenza tra rossi e neri, perché era il ritrovo dei giovani neofascisti della città, i cosiddetti “sanbabilini”.
Milano è stata una città particolare nella storia d’Italia: vi nacque il fascismo, ci fu la strage nazista di piazzale Loreto del 10 agosto 1944 e ci furono i fatti di piazzale Loreto del 30 aprile 1945, ci fu il primo morto nelle prime lotte sociali di fine anni Sessanta, ci fu la strage di piazza Fontana e fu teatro del cosiddetto “giovedì nero”. La piazza ebbe tre significati: per i giovani di destra era l’unica zona della città dove incontrarsi, per i rossi era un luogo da cancellare (solo per chi la frequentava) mentre per i milanesi e chi la frequentasse solo di passaggio era una zona da evitare.
Milano è stata anche la sede della “maggioranza silenziosa”, un movimento politico di destra ma lontano dal mondo della violenza ed organizzato da Luciano Bonocore (leader dei giovani missini lombardi), Adamo degli Occhi, ex partigiano “bianco”, il democristiano Massimo de Carolis ed altre personalità influenti del centrodestra milanese, che ogni sabato pomeriggio sfilavano silenziosamente e con in mano il tricolore nazionale per manifestare tutto il loro dissenso contro il momento italiano di allora. La prima manifestazione avvenne il 13 marzo 1971 e tra organizzatori e “Il Corriere della Sera” ci fu una “battaglia” di numeri su chi davvero partecipò alla manifestazione ma fu un successo visto che non si ebbero scontri.
L’esperienza della “maggioranza silenziosa” durò due anni e la sua fine fu dovuta al già “giovedì nero” di Milano, quando il 12 aprile 1973, a causa di un corteo non autorizzato con la partecipazione del senatore calabrese “Ciccio” Franco, morì il poliziotto Antonio Marino per una bomba a mano lanciata da “sanbabilini”a seguito degli scontri tra MSI, i ragazzi della piazza e polizia.
Piazza san Babila vide in sette anni ben tre generazioni di giovani neofascisti: la prima era più politica, in quanto era costituita da giovani che provenivano dalla sede giovanile missina di corso Monforte, la seconda sarà ancora politica ma incomincia ad assumere anche connotati violenti, mentre la terza è completamente apolitica e molto violenta. Non appena chiuse la sede giovanile del MSI per trasferirsi nei dintorni di corso Lodi, molti giovani missini non accettarono questo cambio e decisero di usare la piazza come centro, e ritrovo, politico, visto che la violenza di strada imperversava contro di loro.
L’esperienza di san Babila permise l’incontro tra giovani che amavano la politica e l’azione, la ribellione e la violenza, visto che nella sua ultima fase i “sanbabilini” erano solo fanatici, cattivi e per nulla amanti del dialogo.


Le Brigate Rosse: prodromi e prime azioni. Il primo omicidio politico.

I fatti di Brescia e di Pian del Rascino gettarono altra benzina sul fuoco dell’antifascismo militante, generando una violenza mai vista prima contro il Movimento Sociale Italiano che vide subire molte esplosioni alle sue sedi in diverse città, anche se il partito di Giorgio Almirante era estraneo alla violenze degli extraparlamentari.
Il 1974 vide anche la Brigate Rosse essere non più solo un gruppo di persone arrabbiate contro il “sistema”, ma persone che passarono dal volantinaggio alle prime azioni, compiendo anche i primi sequestri.
Le Brigate rosse sono state la più forte e combattiva organizzazione terroristica “di sinistra” non solo in Italia ma in tutta Europa. Il loro scopo doveva essere il perseguimento della dittatura del proletariato e per arrivarci professarono la lotta armata.
I brigatisti più celebri furono Renato Curcio, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Margherita Cagol e Mario Moretti. La scintilla che nel 1970 portò alla nascita del movimento si ritrova nel fatto che la Resistenza non era finita e non era finita come loro volevano: il nemico erano le multinazionali ed il capitalismo sfrenato degli statunitensi. I loro idoli erano i partigiani, i movimenti terroristici attivi in Germania federale ed in Francia, nonché i movimenti di liberazione sparsi allora nel Mondo. Il nome dell’organizzazione è la crasi di tutti i gruppi partigiani combattenti (le “brigate”) e la Volante rossa, una forte organizzazione terroristica d’ ispirazione comunista attiva nel Milanese subito dopo la fine della Guerra.
Fino al 1974, le BR attaccarono esclusivamente persone che lavoravano nelle aziende e che occupavano posizioni di vertice all’interno di queste, percuotendole, danneggiandone le autovetture, nonché facendo una fitta rete di volantinaggio, fino ad arrivare ai primi sequestri di persone “in”, non compiendo mai stragi.
Il 18 aprile 1976 compirono il loro primo sequestro eccellente, colpendo il magistrato Mario Sossi, Pubblico Ministero contro il gruppo genovese “XXII ottobre” e lo condannarono a morte, ma le stesse BR proposero uno scambio, promettendo di liberare Sossi se i militanti del gruppo armato genovese fossero stati scarcerati. La Corte di Assise di Genova accettò e il 23 maggio il magistrato fu liberato. Il Procuratore di Genova Francesco Coco non mantenne l’impegno e non liberò i genovesi e l’8 giugno 1976, un commando brigatista uccise lui e i due membri della scorta.
In quell’anno commisero il loro primo omicidio e le vittime furono due militanti missini, rei di essere militanti missini: il 17 giugno a Padova furono uccisi Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci. La morte dei due missini non era voluta, in quanto il commando brigatista voleva solo assaltare la locale sezione punendo l’MSI locale. I due militanti però erano i classici uomini sbagliati al posto sbagliato nel momento sbagliato, anche perché loro erano semplici attivisti e non “bombaroli stragisti”. Il commando che assaltò la sede fu composto da Susanna Ronconi, Fabrizio Pelli e Roberto Ognibene, che commise l’omicidio.
All’inizio la stampa “di sinistra” diede la colpa agli stessi fascisti rei di esserci uccisi a vicenda o essere stati vittima di una faida interna alla sezione padovana. La città di sant’Antonio era divisa in due parti in quegli anni, una parte in cui erano forti i neri e dall’altra i movimentisti di sinistra. E poi Padova era la città di Franco Freda, Massiliano Fachini, e di una forte frangia ordinovista.
Siccome doveva solo essere un blitz dimostrativo e non una strage, le BR non rivendicarono subito l’azione, ma lo fecero il giorno dopo con un comunicato stampa fatto pervenire al “Corriere della Sera”, denunciando i fascisti e le loro azioni criminose, sostenendo che non erano più al sicuro e sarebbero stati vittime di altri attentati. Il salto di qualità era stato effettuato.
L’8 settembre 1974 le Brigate Rosse furono colpite “al cuore”: il nuovo gruppo antiterrorismo guidato dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa arrestò a Pinerolo, nel Torinese, Renato Curcio e Alberto Franceschini a seguito di una soffiata di un altro brigatista, Silvano Girotto detto “Frate Mitra”. Moretti evitò l’arresto e da quel momento divenne il capo dell’organizzazione, dando una piega violenta.
Tra il 1974 ed il 1983 commisero altri sequestri e ben ottantasei omicidi, colpendo personalità in vista della politica, della cultura, dell’economia e delle forze dell’ordine, accusate di essere vicine al “sistema”e di favorirlo. La loro vittima più celebre, l’allora leader democristiano Aldo Moro, morto il x maggio dopo cinquantacinque giorni di prigionia.


Conclusioni: inizia la seconda fase della strategia della tensione.

Il 1974, come si visto, è stato un anno cruciale per la storia del nostro Paese. Non è un azzardo paragonarlo al clima della primavera 1948 quando ci furono le prime elezioni democratiche e il timore dello scoppio di una guerra civile. Il clima di paura era il medesimo: allora aleggiava la paura di un colpo di Stato attuato dall’Unione Sovietica per far entrare l’Italia nella sua orbita, mentre nel 1974 la paura era che le forze eversive di destra avessero preso il potere con la compiacenza di alcuni settori “deviati” del Paese.
A partire dal 1975, la seconda tranche della “strategia della tensione” vedrà tre episodi, tra gli altri, molto importanti: la nascita del movimento del Settantasette, la strage di Bologna, la scoperta della Loggia P2 e della sua “lista” di affiliati. Tutto questo con un nuovo modo da parte dei neofascisti di fare azione politica: nacque lo spontaneismo armato, a seguito della strage di Acca Larenzia del 7 gennaio 1978 dove morirono tre giovani iscritti al MSI della sede del quartiere romano del Tuscolano per mano di un commando di Prima Lina: visto che il partito sembrava non interessarsi più di tanto a questi fatti, i giovani romani di estrema destra decisero che si sarebbero fatti giustizia da sé impugnando le pistole.
Se filo-comunisti alzarono il tiro, anche i neofascisti fecero lo stesso cambiando i loro obiettivi: il nuovo nemico era rappresentato da coloro che fino al 1974 erano i loro punti di riferimenti, lo Stato borghese, giudici e forze dell’ordine. Ciò che una volta era amico, ora era nemico. E questo fu attuato in collaborazione con bande criminali, servizi segreti, piduisti ed alcuni soggetti ancora oggi oscuri della vita dell’Italia di allora. Per i neofascisti era questo doveva essere l’unico modo per restare ancora in vita nelle strategie e nelle azioni, se non volevano essere schiacciati dai gruppi extraparlamentari di sinistra: se tra il 1975 ed il 1983 a destra erano attivi solo Costruiamo l’Azione, Movimento Rivoluzionario Popolare, Nuclei Armati Rivoluzionari e Terza Posizione, a sinistra erano attive Brigate Rosse, Prima Linea, Lotta Continua, Nuclei Armati Proletari, Brigata XXVIII marzo, Comitati Comunisti Combattenti ed Autonomia Operaia. Nei numeri i neofascisti erano certamente inferiori.
Lo spontaneismo nacque come valvola di sfogo dopo lo scioglimento, e la fine dei principali movimenti di estrema destra extraparlamentare di allora, Ordine Nuovo ed Avanguardia Nazionale in primis, ed anche il MSI fu visto come fumo negli occhi essendosi adagiato rispetto al passato e diventato “doppiopettista”: non avendo più punti di riferimento politico era ovvio che questi ragazzi avrebbero preso una piega sbagliata.
Dal 1975 innanzitutto non si parlò più di colpi di Stato da attuare e si capì che le modalità fino ad allora applicate erano insostenibili ed impraticabili. Al posto delle bombe spuntarono le armi da fuoco. Mario Tuti e Pierluigi Concutelli non erano stragisti ma furono presi come punti di riferimenti per i giovani di destra.
Ovviamente i giovani militanti di questa stagione sono di un’altra generazione rispetto a chi ha vissuto il periodo 1969-1974: nessuno era nato prima del 1950, quindi non c’era più nessun richiamo al nostalgismo e ai miti del passato fascista, anzi loro si sentivano ancora di più minacciati da tutto e da tutti.
Cambia anche la sede dell’azione dei giovani neofascisti: fino ad allora le città simbolo erano Milano ed il Veneto con gli ordinovisti, mentre ora la sede del nuovo estremismo di destra è Roma, feudo da sempre del neofascismo e proprio la Capitale vivrà intensamente la stagione dei Nar, dei Fioravanti, della Mambro e della rapine per l’autofinanziamento.
La stagione terroristica dei neofascisti terminò poco prima della metà degli anni Ottanta.


Bibliografia

Rao N., La fiamma e la celtica. Sessant’anni di neofascismo da Salò ai centri sociali destra, Sperling &Kupfer Editori, Milano, 2006

Rao N., Il sangue e la celtica. Dalle vendette antipartigiane alla strategia della tensione. Storia armata del neofascismo, Sperling&Kupfer, Milano, 2008

Rao N., Il piombo e la celtica. Storia di terrorismo nero: dalla guerra di strada allo spontaneismo armato, Sperling&Kupfer, Milano, 2009

Tassinari U., Fascisteria. Storie, mitografia e personaggi della destra radicale in Italia (1965-2000), Sperling&Kupfer, Milano, 2001

Telese L., Cuori neri. Dal rogo di Primavalle alla morte di Ramelli. 21 delitti dimenticati degli anni di piombo, Sperling&Kupfer, Milano, 2006

Zavoli S., La notte della Repubblica, Nuova Eri-Mondadori, Milano, 1992
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Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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