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La battaglia di Novara: Lomellogno, 16 luglio 1922 [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Lumellogno è una frazione di Novara. Distante meno di dieci chilometri dal centro della città di San Gaudenzio, il piccolo quartiere conta 1.330 abitanti e si trova sulla strada che porta verso Granozzo con Monticello e poi a Confienza, sulla Strada Provinciale.
Lumellogno, che in questi ultimi anni ha avuto un grosso incremento demografico, dal 25 ottobre 2007 (o meglio, Novara) è insignito della medaglia d'oro al Merito Civile per i fatti che successero il 16 luglio 1922 con gli scontri all'interno del periodo noto come la “battaglia di Novara” (9-24 luglio 1922) con le pesanti violenze tra le camicie nere e i proletari socialisti che causarono morti e feriti. Le stesse lotte si erano avute in tutte le zone della Pianura padana.
Vediamo nel dettaglio cosa successe, in particolare, quel 16 luglio e perché la frazione di Lumellogno veniva chiamata “paese non italiano”.


La situazione italiana: “vittoria mutilata”, “biennio rosso” e Mussolini premier
Versailles, 28 giugno 1919: vengono firmati nella Sala degli Specchi della reggia nei pressi di Parigi i trattati di pace della Prima guerra mondiale terminata l'anno precedente. I vincitori furono la Triplice Intesa (Francia, Gran Bretagna e Italia) e Stati Uniti contro gli Imperi europei (Impero austroungarico, Impero guglielmino e Impero ottomano). Si posero le basi per il futuro del Mondo dopo la più grande guerra combattuta di sempre e che vide Stati di altri continenti combattere tra loro.
Meno di cinquant'anni prima, nella stessa sala, erano stati firmati i trattati di pace che posero fine alla guerra franco-tedesca che portò alla nascita della Germania che si portò in dote l'Alsazia-Lorena, una ricca zona mineraria appartenuta alla Francia.
Le Potenze a Versailles andarono pesanti nelle richieste. Dall'Impero austroungarico e da quello russo nacquero (a breve distanza di tempo) Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania e Bulgaria. La Germania perse Alsazia-Lorena, Schleswig settentrionale, parte di Posdania, Prussia, Slesia, le colonie e i territori in Africa e fu costretta a pagare ingentissime riparazioni di guerra. L'Impero ottomano si sciolse e nacque, il 29 ottobre 1923, la Repubblica di Turchia, sua “erede”: l'impero Ottomano negli anni precedenti la guerra aveva visto ridursi drasticamente i territori già dal 1821 ed era un Impero arretrato e pronto a cadere da un momento all'altro.
L'Italia ricevette il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Giulia, Trieste e l’Istria, ma non ebbe, come promesso, Fiume, la Dalmazia e i territori del Dodecanneso. Il nostro Paese (entrato in guerra il 24 maggio 1915 con la firma del Patto di Londra che vide l'Italia uscire dalla storia Triplice Alleanza con Impero germanico ed Impero austroungarico ed abbracciare l'Alleanza con Francia e Gran Bretagna), era uscito molto provato dalla Grande guerra (oltre 1,2 milioni tra civili e militari, altrettanti feriti) e il fatto di non aver ricevuto appieno ciò che era stato concordato con il patto di Londra, fu un duro colpo morale ed economico.
Nel Paese iniziò un grave periodo di crisi economica, sociale e politica: tra la fine della guerra ed il 31 ottobre 1922, si formarono sei governi, iniziarono una serie di scioperi nelle fabbriche, ci fu un aumento della disoccupazione, dell'inflazione e i ceti medio-bassi ebbero diversi problemi economici. Politicamente, si ebbe l'impennata di voti da parte del Partito Socialista Italiano che il 16 novembre 1919, nelle elezioni politiche, ottenne il 32% dei consensi e 156 seggi. Motivo della forza socialista? Nel Belpaese si sperava che potesse costituirsi una rivoluzione bolscevica come accaduto in Russia e con la nascita nella “nuova” Germania di una Repubblica socialista in Baviera (durata sei mesi tra il 1918 ed il 1919). I presupposti c'erano.
Nel 1919 nacquero due partiti, il Partito Popolare Italiano di don Sturzo (di ispirazione cattolica) e i Fasci di Combattimento di Benito Mussolini, ex direttore del quotidiano socialista L'Avanti!, esautorato dal partito e dalla direzione del quotidiano per il suo forte interventismo. Questo movimento era un coacervo di ex combattenti, socialisti rivoluzionari, ex socialisti, arditi e nazionalisti delusi da come la guerra era terminata nonostante la vittoria.
Il periodo che andò dal 1919 al 1922 comprese anni molto duri, anni di lotte, combattimenti, sogni infranti e voglia di trasformare l'Italia.
Il coro era unanime: la Grande guerra è stato un grave errore. Parteciparvi aveva impoverito il Paese non solo di persone, ma ha avuto un costo economico-sociale molto forte e non ha avuto gli effetti sperati.
La fine della guerra aveva distrutto le speranze dell'Italia di avere ciò che avrebbe voluto. Perché non ebbe ciò? Perché il presidente americano Thomas Woodrow Wilson, in un discorso tenuto al Congresso americano, espresse quattordici punti affinché si creasse un nuovo ordine mondiale scevro da odi e guerra. E tra i principi, c'era quello dell' autodeterminazione dei popoli, ovvero il fatto che uno Stato che non sia soggetto a controllo di un altro Stato debba essere capace di ottenere la propria indipendenza e scegliere il proprio andamento politico. Ergo, Fiume non doveva entrare a far parte dell'Italia, ma doveva diventare una realtà a sé stante.
In favore di Wilson e dei suoi principi ci si mise anche la Società delle Nazioni, la prima organizzazione internazionale tra Stati nata con il punto quattordici del “piano Wilson” con lo scopo di promuove la pace tra i popoli.
L'Italia non ebbe ciò che aveva preventivato e fu una beffa per tutti, soprattutto nel ricordo di chi aveva perso la vita durante la guerra: i trattati di Parigi crearono il mito della "vittoria mutilata".
Mutilati di guerra e morti si erano sacrificati invano, una cosa inconcepibile. Un'onta, un'offesa alla loro memoria.
Vittorio Emanuele Orlando, l'allora Presidente del Consiglio che negoziò i trattati per l'Italia, venne ferocemente attaccato (anche se per protesta durante i lavori di Versailles protestò e si allontanò dai lavori), si dimise. Al governo Orlando, il 23 giugno 1919 successe Nitti, ma il malcontento, per vie di alcune politiche, lo allontanarono dai militari reduci e dai nazionalisti.
In più, era forte il vento della rivoluzione russa e gli industriali temevano che il movimento operaio potesse prendere il sopravvento e fare come era successo in Russia con i bolscevichi: prendere il potere. Ed infatti , tra il 1920 ed il 1922, iniziò un biennio molto difficile per il nostro Paese: il “biennio rosso”. Ed in quel periodo in tutte le fabbriche iniziarono scioperi, proteste e picchetti per non far entrare gli operai in catena di montaggio ed alzare i toni dello scontro.
Ci furono tensioni fra socialisti e ex militari che si accusavano a vicenda: i primi per i secondi erano imboscati, i secondi erano servi della borghesia. Tre mesi dopo (il 12 settembre) a mettere un po' di pepe alla scena politica nazionale ci pensò Gabriele d'Annunzio con la sua marcia sulla città di Fiume (e la sua occupazione) che portò prima alla Reggenza del Carnaro e poi alla nascita dello Stato libero di Fiume. L'esperienza dell'occupazione terminò negli ultimi giorni del 1920, con gli scontri violenti tra le forze regie e la forze vicine a d'Annunzio. Le gesta dannunziane suscitarono clamore e il vate divenne oggetto di idolatrismo, ma il suo sogno ebbe vita breve.
Con il trattato di Rapallo del 12 novembre 1920, l'Italia aveva ripreso Trieste, Gorizia e Gradisca, l'Istria, Zara ed il Carnaro fu diviso tra Italia e Regno di Serbi, Croati e Sloveni. Fiume non divenne né italiana né serbo-croata-slovena, ma uno Stato libero.
Nel “biennio rosso” furono all'ordine del giorno lotte operaie e contadine contro i “padroni” che ebbe l'apice con l'occupazione di fabbriche e campi. Fu un periodo ricco di fermenti e di paure. L'Italia si era trovata dopo la guerra più povera, più problematica e “sconfitta” al tavolo dei vincitori dove era seduta anche lei. Il debito pubblico aumentò, la lira non riuscì a tenere il passo delle altre monete (dollaro e sterlina in primis). Come detto, i socialisti e i proletari volevano che in Italia si affermasse il bolscevismo, con i dettami della lotta di classe e la presa del potere di operai e contadini di fabbriche e campi.
Le proteste si spostarono dalle fabbriche alle terre, con le occupazioni. La parola d'ordine era: salari migliori, otto ore lavorative (e non dieci o dodici come allora), maggiori tutele (sindacali e di sicurezza).
In aggiunta, nel novembre 1921, come detto, il PSI fece man bassa di voti alle elezioni. Si temeva davvero una “Russia 2” e cosa fecero gli industriali e i proprietari terrieri? Iniziarono a dare sostegno al partito di Benito Mussolini, il PNF, l'evoluzione del piccolo Fasci di Combattimenti che nel 1919 non si era presentato in tutte le circoscrizioni elettorali. Il partito si presentò, nella coalizione dei Blocchi nazionali capitanata da Giolitti ed ottenne 37 deputati. Questo movimento iniziò ad imporsi come alternativa (anche fisica) alle forze di sinistra, ma a modo loro: violenze, pestaggi, distruzione di locali dediti ad incontri tra operai e sedi di partito ed un consenso di ogni volta superiore perché per combattere chi usava la forza era necessario usare la violenza. Il 1922 fu il culmine della violenza e degli attacchi a sedi di partiti di sinistra, case del popolo, circoli, sindacati. Ogni cosa che era “rossa”, veniva attaccata e distrutta dalle camicie nere, l'ala oltranzista (violenta) del nascente fascismo.
In pratica, il biennio rosso portò a due fenomeni non calcolati: la nascita del Pcd'I ed il PNF.
A Livorno fu fondato, nel gennaio 1921, il Partito Comunista d'Italia da una scissione dell'ala oltranzista dei socialisti durante il 17° congresso del Partito socialista ed i suoi leader furono, all'interno dell'esecutivo, Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga ed Umberto Terracini.
Il pensiero del Pnf (nato il 9 novembre 1921) era interventista, contro la Chiesa e vicina alle rivendicazioni sociali e voleva portare nel Paese un senso di sicurezza maggiore che la classe dirigente nazionale del tempo non sapeva garantire. Eppure, con la fondazione del PNF, il pensiero di Mussolini, sfruttando la situazione sociale italiana, fece una brusca manovra e cambiò i connotati al suo nuovo partito: vicino all'esercito, al re, alla Chiesa e caratterizzato da un anticomunismo viscerale che fece man bassa di consensi grazie anche da una politica nazionale molto debole che sottovalutò le azioni del fascismo.
L'Italia, fino al 31 ottobre, fu in un turbine di violenza e si rischiò che potesse scoppiare una guerra civile. Ed invece il 31 ottobre 1922 il re fece una cosa inattesa: conferì l'incarico di formare un nuovo governo a Mussolini a tre giorni dalla marcia dei 25mila fascisti su Roma e dalle dimissioni di Facta come Presidente del Consiglio, dimessosi perché il re non aveva concesso lo stato di assedio contro quello che avevano fatto i fascisti nella Capitale. Mussolini, entrato con il suo partito nel governo, ebbe sempre più consensi e Giolitti fece entrare il suo partito nei Blocchi nazionali, affinché potesse togliere voti a socialisti, comunisti e cattolici.
Il governo Mussolini era costituito da fascisti, moderati, cattolici e Mussolini divenne il più giovane Premier d'Italia (record battuto fino il 22 febbraio 2014, quando Matteo Renzi divenne Primo Ministro a 39 anni ed un mese, mentre Mussolini aveva due mesi in più).
In questo contesto, il fascismo prese il potere senza particolari problemi. Tutti sottovalutarono Mussolini. Si sbaglieranno di grosso.


Novara in quel tempo
Novara alla fine della guerra era una città di 55mila abitanti improntata sull'agricoltura e sull'industria meccanica (come il resto della Provincia). L'allora Provincia comprendeva l'attuale e quella oggi del Verbano-Cusio-Ossola, per un totale di circa 270 mila abitanti.
Le elezioni legislative del 1919 e del 1921 portarono al successo nel Novarese le forze politiche comuniste e socialiste, rendendo il territorio una “provincia rossa”, alla stregua di quelle dell’Emilia-Romagna.
Tra Novara e fascismo non fu amore a prima vista, anzi. Il fascismo si instaurò nel Novarese con difficoltà all’inizio, come nel resto del Paese, a causa della violenza perpetrata dalle “squadracce” e della mancanza di libertà che si stava diffondendo.
Novara divenne fascista controvoglia, ma il movimento mussoliniano dovette sudare le ben note “sette camicie” per imporsi in quella parte del Nord-est del Piemonte.
Nell’estate 1922 Novara divenne un nodo strategico decisivo nella lotta fra il socialismo e il nascente fascismo. La città, come durante il Risorgimento, si trovò ad essere il centro di una lotta rivoluzionaria dove il nemico non era più il governo imperiale di Vienna (come ai tempi delle guerre di indipendenza), ma le “squadracce” fasciste che minacciavano di impadronirsi del potere e di distruggere ogni residuo di libertà per le classi lavoratrici. Nel 1919 i fascisti nel Novarese erano pochi, ma a partire dal 1921, anno di fondazione del Partito Nazionale Fascista, gli aderenti arrivarono a quota ottocento. I primi nuclei del Fascio di combattimento in Provincia di Novara sorsero a Galliate, Borgomanero e nelle zone del Lago Maggiore (nelle zone dove nel 1939 sorgerà Verbania) grazie ad Amedeo Belloni, nazionalista e fascista della prima ora.
Importatore a Novara del Fascio di Combattimento fu però Nino Fabbianini, burattinaio milanese ma originario del lago Maggiore novarese, inviato da Benito Mussolini nel capoluogo della “Provincia rossa” del Piemonte orientale poco dopo la nascita dei Fasci di Combattimento. L’impatto di Fabbianini con la realtà politica novarese fu tremendo perché dovette affrontare, e subire, gli atteggiamenti e le minacce dei socialisti-socialdemocratici vicini a Turati e Pertini, e per paura chiese a Mussolini di poter tornare nella più tranquilla Milano. Gli fu ordinato invece di tornare a Novara ed il 22 maggio 1919, insieme a Michele Piana e Sempio, pose le basi per la prima sezione del locale Fascio. Con loro, un gruppo di 70 persone, quasi tutti membri di famiglie borghesi.
La città di Novara ebbe la sua prima sezione dei Fasci di Combattimento il 23 novembre 1919 ed il consiglio direttivo fu composto da Vittorio Caccia come presidente, Giuseppe Ottina e Giuseppe Dongo vicepresidenti, Carlo Chiesa segretario politico e furono consiglieri de Negri, Magno, Arrigoni e Grossi. Novara da quel momento incominciò a vivere a stretto contatto con questa nuova realtà politica “nera”.
L'ANC (l'Associazione Nazionale Combattenti guidata da Aldo Rossini) definì i Fasci di Combattimento un “un organo infecondo e quindi inutile”, dimostrando come il programma di Benito Mussolini agli inizi fosse poco compreso, tanto che il partito non fu nemmeno considerato come tale perché carente dei principi di etica politica cari alla causa liberale e ritenuto sostanzialmente violento ed anti-parlamentare.
Eppure il Fascio di Combattimento aveva (indirettamente) una buona base su cui fare presa: le risaie e le campagne, sfruttando il malcontento e l’odio dei proprietari terrieri che volevano disfarsi del sindacalismo “rosso” e delle cooperative. E gli agrari videro di buon occhio l'”approccio” del primo fascismo e furono dalla sua parte in chiave anti-socialista. E verso la fine del 1921 si contarono ben 70 gruppi vicini ai Fasci di Combattimento.
Nelle elezioni del 1921, Novara “spedì” a Roma otto deputati sui dodici spettanti: gli altri quattro furono tre liberali ed un popolare. Tra i tre liberali, Aldo Rossini.
Novara era nota fino al 1922 per due momenti storici: l'appassionata adesione dei cittadini ai moti rivoluzionari nazionali tra il 1848 e il 1849 e la battaglia del 23 marzo 1849, la sconfitta inflitta dall'esercito austriaco ai piemontesi presso il borgo della Bicocca a sud del capoluogo, l'armistizio firmato dal re Carlo Alberto nel quartiere novarese di Vignale e davanti al maresciallo Radetzky.
Ora ve ne era un terzo: quello del luglio 1922, dove tra il 9 ed il 22 luglio la città di San Gaudenzio salì alla ribalta nazionale diventando anche lei un centro di violenza tra “rossi” e “neri”. Ed il biennio 1920-1922 fu importante perché il Fascio di Combattimento, diventato Partito Nazionale Fascista, iniziò a diventare una forza importante ed ebbe i primi consensi visto che i socialisti iniziarono a scioperare e fare le voce forte in fabbriche e campi. E nelle elezioni del 1921 i socialisti persero due seggi rispetto a due anni prima. Qualcosa stava cambiando anche nel Novarese.


La battaglia di Lumellogno, 16 luglio 1922
Lumellogno nell'estate 1922 toccò con mano la violenza delle forze fasciste che volevano imporre il loro giogo su tutto e tutti. Una violenza che andava in crescendo dall'inizio dell'anno, spinta anche dal nuovo segretario fascista novarese Amedeo Belloni.
C'è da riavvolgere il nastro al 9 luglio e c'è da spostarsi nei dintorni di Casalino, centro ad una decina di chilometri da Lumellogno dove fu ucciso il leader dei fascisti locali, Angelo Ridone.
Ridone aveva 26 anni ed era un dipendente della cascina Suppea di Casalino ed era il capo dei “neri” locali. Il giovane fu ucciso dopo una colluttazione con sette estremisti socialisti perché aveva preso le difese di un ragazzino abitante nella cascina che mostrava una coccarda tricolore. I ragazzi gliela strapparono, il ragazzino chiamò “rinforzi” ed arrivò Angelo Ridone. Questo fu ucciso a colpi di pistola e morì nel nosocomio di Vercelli qualche ora dopo il ricovero.
Iniziò la vendetta fascista contro tutto quello che richiamava a socialismo e comunismo, rei di essere stati i colpevoli della morte del giovane bracciante della Suppea: furono assaltati circoli operai, leghe contadine e sedi di partito. I fascisti distrussero ogni cosa che incontravano e malmenavano chi osasse sfidarli. Tutto con le forze dell'ordine che furono sorde davanti alle proteste di tutti. In due giorni, il Basso e Medio Novarese fu oggetto della vendetta fascista: furono assaltati i circoli di Granozzo, Casalino, Tornaco, San Pietro Mosezzo, Cameriano (frazione di Casalino), Casalbeltrame e Cavagliano, nei pressi di Bellinzago Novarese. E via via tutti i paesi intorno a Novara.
A causa delle tante (troppe) violenze, il 12 luglio operai e contadini proclamarono uno sciopero: ad organizzarlo fu l'Alleanza del Lavoro di Novara capitanata da Secondo Ramella, tra i capi del Partito socialista novarese. Ma l'Alleanza del Lavoro era divisa al suo interno fra chi voleva uno sciopero duro e uno sciopero solo evitare che i fascisti fecero ancora danni.
Chi fu contrario a questa mossa furono gli industriali, che accusarono i loro lavoratori di voler colpire le aziende.
A spingere affinché lo sciopero continuasse e che venissero presi provvedimenti contro i violenti e gli agitatori fu “L'ordine nuovo”, quotidiano torinese che ebbe in Antonio Gramsci uno dei suoi “padri” e divenne l'organo del Partito Comunista d'Italia.
Nel mentre era in atto uno sciopero che fallì per le diatribe all'interno dell'Alleanza del Lavoro. Questo fu il lasciapassare per i fascisti per fare quello che volevano e conquistare una città come Novara (a 50 km e a 110 da due città industriali come Milano e Torino) significava strappare una roccaforte socialista.
E la parte più “rossa” di Novara era l'abitato di Lumellogno, con la quasi totalità degli abitanti vicini al socialismo e al comunismo.
Che il paesino fosse obiettivo dei fascisti era risaputo ed il 16 luglio fu il giorno X, atteso da tempo. Quella domenica, intorno alle ore 16:30, arrivarono i fascisti e si trovarono contro di loro gli abitanti più agguerriti che mai. I fascisti arrivarono in bicicletta dalla strada che portava a Granozzo. I “neri” scesero dalle biciclette e cercarono di entrare nella sede del circolo del paese. Iniziarono scontri pesanti e i fascisti poco dopo scapparono verso la città. Il leader della rivolta fu il 19enne Gaudenzio Bigliani, capo della sezione giovanile del PCD'I locale. Gli abitanti di Lumellogno non volevano che il loro paese si piegasse alla forza fascista e combatterono con i loro mezzi di lavoro contro i fascisti: bastoni, rastrelli, forconi e pietre.
I lumellognesi sapevano che ci sarebbe stato un altro attacco e decisero di difendere il paese. Gli abitanti pensavano di aver superato il peggio, ma si sbagliarono: intorno alle 18 da Novara arrivarono gli stessi fascisti di prima con l'aggiunta di un nutrito numero di accoliti giunti in motociclette e corriere. Ebbe iniziò la vendetta e tutti erano armati.
La lotta durò almeno mezzora e vi presero parte tutti: giovani, anziani e donne. Tutti con un solo ideale: non far cadere Lumellogno.
Ovviamente ci furono molti feriti ma si contarono anche le vittime. Il fascista morto fu Luigi Demicheli, mentre “dall'altra parte” caddero Giovanni Merlotti, Angelo De Giorgi e Pietro Castelli. Tre giorni dopo morirono (per le ferite riportate durante gli scontri) Gaudenzio Mazzetta, Giuseppe Galli e Carlo Cardani.
Nonostante questo, Lumellogno non era caduta sotto i colpi fascismo. Lumellogno aveva resistito.


Le conseguenze della “battaglia”
La notizia arrivò anche a Novara e de Vecchi, futuro quadrumviro fascista e leader del fascismo piemontese, pronunciò parole dure verso la frazione di Lumellogno, minacciando anche la sua distruzione se non si fosse arresa.
Ma la giustizia doveva fare il suo corso: per l'omicidio di Demicheli furono arrestati Giuseppe Baldini, Gaudenzio Bigliani, Luigi Panza, Giuseppe Simonetta, Maria Saini, Giovanna Esterina Ferrara, Luigia Martinengo, Rosa Mazzetta e Giuseppina Stangalini.
Furono tutti rilasciati per insufficienza, a parte Panza e Bigliani che furono liberati dopo due mesi e prosciolti.
Nel frattempo anche a Novara erano cambiate un po' di cose: fu esautorato dal ruolo di sindaco Giuseppe Bonfantini, insegnante e da sette anni a capo di Palazzo Cabrino, sede del municipio novarese. Ad esautorarlo, il Prefetto del tempo, Camillo de Fabritiis, il quale mise Erminio Maggia come commissario regio. Bonfantini sarà l'ultimo sindaco di Novara prima dell'avvento del fascismo. Il prefetto era stato minacciato da Cesare de Vecchi che voleva le sue dimissioni per dare la città ai fascisti: il rappresentante dello Stato a Novara estrasse dal cassetto una pistola e la puntò contro il deputato fascista torinese e gli disse che nessuno poteva destituirlo se non il re.
Il 24 luglio lo scioperò dei lavoratori terminò: Secondo Ramella andò dal Prefetto e lo informò dei fatti. Non furono d'accordo i lavoratori in sciopero, i quali accusarono i vertici sindacali (del tempo) e il socialismo novarese di non aver fatto abbastanza per porre un argine concreto contro i fascisti. Ed infatti i fascisti a Novara (in provincia come nel resto d'Italia) ebbero come rivali non i politici ma i lavoratori. Ma visto che i lavoratori non fanno i politici, il fascismo ebbe la strada spianata per prendere il potere fino al 28 ottobre, quando ci fu la marcia su Roma e l'affidamento a Mussolini, il 31 ottobre, della formazione di nuovo governo al posto del dimissionario Facta.
Intanto a Novara il socialismo era sì la forza elettorale più votata del tempo, ma nel frattempo erano cadute una quarantina di cittadine guidate da sindaci socialisti.
“L'Ordine nuovo”, in merito ai fatti di Lumellogno e ai fatti che successero nella Pianura padana in quella seconda parte di 1922, uscì come una definizione che da Novara sarebbe potuta essere traslata alla situazione nazionale: è stata “un'occasione mancata” per impedire al partito di Mussolini di rafforzarsi e mettere (quasi) a ferro e fuoco l'Italia e tutto ciò che era contrario alla loro forza. E come si sarebbe potuto fare? Fare battaglie come quella di Lumellogno ovunque. Se un piccolo centro aveva spento le velleità di forza di un gruppo di picchiatori e nemici del popolo, lo stesso si sarebbe potuto fare su scala nazionale.
Il 1922 vide cadere, nel Novarese, undici persone (otto antifascisti e tre fascisti), 40 feriti (25 e 15), case e circoli distrutti. Il peggio però doveva ancora arrivare.


Cosa rimane oggi di quell'evento
Il 25 aprile 2007 l'allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, conferì al Comune di Novara, in particolar modo al quartiere di Lumellogno, la “Medaglia d’oro al merito civile”, in quanto “la popolazione di Lumellogno, "frazione rossa" del Comune di Novara, [è stata] animata da profondi ideali di libertà e di democrazia, si rese protagonista di un eroico episodio di resistenza ad un raid punitivo di fascisti, sopportando la perdita di alcuni dei suoi figli migliori. Nobile esempio di spirito di sacrificio e di elevate virtù civiche”. Nella piazza principale della frazione è stato eretto un monumento in memoria dei tragici eventi.
Il gesto di resistenza di una piccola frazione fu riconosciuto come di valore storico e culturale per aver impedito che i fascisti con la forza potessero condizionare la vita degli abitanti di Lumellogno nonostante la lotta impari, soprattutto dal punto di vista delle armi (pistole per i fascisti, rastrelli e forconi per i lumellognesi).
La premiazione ed il ricordo della gesta di Lumellogno in quel giorno del luglio 1922, quando nel Paese erano all'ordine del giorno assalti, violenze ed insulti verso chi impediva la forza del fascismo, furono addirittura etichettate come gesta di un “paese non italiano”, in quanto ferocemente antifascista e fu uno dei pochi contraccolpi accusati dal movimento di Mussolini allora.
Il 31 ottobre 1922, come detto, Mussolini formò il governo ed il 3 gennaio, con il discorso dello stesso Mussolini alla Camera in merito all'omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti, nel Paese si instaurò la dittatura anche grazie alle “leggi fascistissime” di tutela dello Stato e del Duce, oltre che a tanti altri gesti che distrussero in pochi mesi democrazia, libertà di stampa e pensiero che durò prima fino al 25 luglio 1943 con la caduta del regime e poi dal 25 aprile con la fine della guerra e la Liberazione.
Ovviamente Lumellogno subì passivamente questi eventi, ma ad imperatura memoria degli abitanti della piccola frazione di Novara tutti si dovranno ricordare di cosa è successo quel pomeriggio di domenica 16 luglio 1922.


Bibliografia

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Sitografia

http://novara.anpi.it/storia/1922_07_16%20lumellogno.html

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