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L'importanza del 25 aprile [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Il 25 aprile è la festa civile più importante del nostro Paese. Più del 1° maggio e del 2 giugno: la prima perché è di carattere internazionale, la seconda perché è legata agli eventi successivi al 25 aprile.
Si festeggia ciò che successe in Italia il 25 aprile 1945: la Liberazione dell'Italia dal nazifascismo e la fine della guerra. Quel giorno non è stato propriamente la fine della guerra perché, in base alla resa di Caserta del 29 maggio 1945, la guerra terminò il 2 maggio, ma è la data che convenzionalmente è scelta per ricordare la Liberazione.
Fu Alcide de Gasperi, allora Primo ministro, ad istituire, in accordo con Re Umberto I, il 25 aprile “Festa nazionale”. La Festa entrò ufficialmente in vigore nel 1949 con la legge 269, ma festeggiata ufficiosamente anche nel 1946, nel 1947 e nel 1948.
A differenza delle festività del 2 giugno e del 4 novembre, la festa del 25 aprile si è mantenuta costante nel tempo, mentre le altre due non sono state sempre celebrate: la festa del 4 novembre (festa delle forze armate in ricordo della vittoria della Prima guerra mondiale) è stato giorno festivo fino al 1976, mentre la Festa della Repubblica è stata reintrodotta nel 2001 dopo che è stato giorno festivo fino dal 1947 al 1977. Entrambe le festività furono abolite durante il periodo di “austerity” degli anni Settanta.
Cosa successe il 25 aprile di 74 anni fa?
Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l'insurrezione nel Nord Italia contro i tedeschi e gli italiani legati alla Repubblica Sociale Italiana. A capo del CLNAI c'erano personalità che scrissero pagine importanti della storia non solo antifascista, ma anche repubblicana dell'Italia: da Sandro Pertini (PSI) a Leo Valiani (Partito d'Azione), dal presidente Alfredo Pizzoni (indipendente) ai comunisti Emilio Sereni e Luigi Longo, oltre al socialista Rodolfo Morandi (erede di Pizzoni), al liberale Giustino Arpesani ed al democristiano Achille Marazza.
L'insurrezione era guidata dai partigiani, combattenti non militari antifascisti impegnati nella lotta contro gli invasori tedeschi dall'Italia meridionale fino alla Linea Gotica, ultimo baluardo di Berlino e Salò nell'Italia settentrionale. A partire dal 10 aprile 1945, si ebbe l'attacco definitivo contro nazisti e repubblichini. Sei giorni dopo il CLNAI diede istruzioni su come agire: i partigiani diedero la “spallata” definitiva al nemico invasore e traditore. Il 24 aprile gli Alleati varcarono il Po e si diressero verso Milano. Il 25 aprile ci fu l'insurrezione generale e Milano, capitale morale della Resistenza, fu liberata il 28 aprile.
Ovviamente in altre Nazioni europee c'è stata una lotta di resistenza al nazismo, basti pensare alla Francia di de Gaulle e del suo movimento “Francia libera” che lottò contro l'esercito invasore nazista a Nord ed il regime di Vichy a Sud, o alla Germania i cui “partigiani” lottarono fin da subito contro il governo ed il regime hitleriano, compiendo ben 17 attentati alla vita del Fuhrer senza però ucciderlo. Ovunque c'è una dittatura o un regime autoritario, nascono sempre segmenti di popolazione che si uniscono per lottare (in clandestinità all'inizio) contro chi è capo di questi regimi.
A distanza di 74 anni, l'Italia lo scorso 25 aprile si è fermata per rendere omaggio a chi perse la vita durante la dittatura fascista o in guerra, ricordando quel giorno come il “giorno 0”, l'inizio di una nuova fase, il ritorno alla democrazia e alla libertà dopo 23 anni di dittatura.
Eppure ogni anno, la festa del 25 aprile non viene pienamente festeggiata come dovrebbe e le polemiche non mancano mai. Polemiche sul fatto che non sia, ancora oggi, una festa condivisa da tutti gli italiani. O meglio, la quasi totalità degli italiani la riconosce come festa civileprincipale (alla stregua del Natale o della Pasqua, anche se sono religiose), ma una parte non la riconosce, ritenendola “un lutto nazionale” o non dandole il peso che, invece, meriterebbe.
Ogni 25 aprile, in tutte le città italiane, si tengono manifestazioni in ricordo della Liberazione: dalle orazioni delle Associazioni partigiane in luoghi simbolici alla deposizione di fiori in luoghi dove ci sono state delle fucilazioni. E le manifestazioni sono sentite ancora di più nella città premiate con la medaglia d'oro al valore civile in onore della loro lotta per il ritorno della pace e della democrazia.
Se la Prima guerra mondiale ha visto combattere i militari italiani solo sul fronte orientale del Paese (Carso, Isonzo, Caporetto etc.) quindi una parte limitata del Paese, la Seconda guerra mondiale è stata più devastante: cinque anni di durata (quattro in Italia), tutto il Paese coinvolto, l'arrivo degli Alleati e loro salita dalla Sicilia verso il Nord, l'invasione tedesca e la nascita della Repubblica di Salò dopo il 25 luglio (il 23 settembre nacque la Repubblica Sociale Italia), la guerra civile tra fascisti ed antifascisti, con i nazifascisti che per mantenere il controllo sul Paese usarono paura, terrore e sfruttamento delle persone sperando nella vittoria dei tedeschi sul fronte orientale e occidentale. Vittoria che non ci fu, Hitler il 30 aprile si suicidò nel bunker e la Germania nazista, passata sotto il controllo di Karl Dönitz, si arrese senza condizioni agli alleati l'8 maggio successivo.
La domanda è: perché non si festeggia il giorno della Liberazione in maniera condivisa e collettiva? Ci sono tante risposte. Una di queste è la mancanza del rispetto della memoria, perché significa non volere bene al proprio Paese.
Tra il 31 ottobre 1922 ed il 25 aprile 1945, l'Italia visse un'epoca cupa e violenta, contrassegnata da un governo che in pochissimo tempo non solo annientò la democrazia, ma tolse voce alle opposizioni e governò con violenza da Nord a Sud, con la compiacenza di molti poteri forti. In più, il fascismo redasse le leggi razziali (con la firma e la promulgazione da parte del Re) e portò il Paese alla guerra. Guerra che vide l'Italia, alleata della Germania con il “patto d'acciaio” del 22 maggio 1939, nettamente impreparata ad affrontare un conflitto. Benito Mussolini invece portò l'Italia e l'esercito nel baratro, con la volontà di sacrificare la vita di milioni di soldati per sedersi al tavolo dei vincitori accanto ad Hitler: tra il 10 giugno 1940 e l'8 settembre 1943, il nostro esercito fece una misera figura non solo perdendo contro eserciti di nazioni per nulla forti militarmente, ma anche per aver mandato sul fronte sovietico migliaia di soldati impreparati e mal equipaggiati, facendo una figura deplorevole e cagionando la morte della quasi totalità di essi. Alla faccia del motto “otto milioni di baionette” gridato in tempi non sospetti.
Come se non bastasse, il 25 luglio 1943 il fascismo cadde a seguito della decisione presa durante la seduta del Gran Consiglio del Fascismo con la votazione in favore dell'”ordine del giorno: Grandi” sulle dimissioni di Benito Mussolini come capo del governo e capo delle forze armate, affidando al Re il comando di queste.
Mussolini fu arrestato ed incarcerato tra il 25 luglio ed il 12 settembre prima in una caserma dei carabinieri di Roma e poi sull'isola di Ponza, a La Spezia, sull'isola della Maddalena ed, infine, a Campo Imperatore, sul Gran Sasso.
Il successivo 3 settembre fu firmato l'armistizio tra l'Italia e le forze alleate che, da quel momento, risalirono la Penisola verso la Linea Gotica, liberando il Paese in una guerra civile chiamata “Resistenza” che vedeva gli Alleati uniti agli antifascisti contro i fascisti e le forze militari naziste. Liberato dai tedeschi nella prigione di Campo Imperatore, Mussolini fu portato a Berlino da Hitler, il quale non lo silurò ma lo appoggiò nella creazione di uno Stato fantoccio nel Nord Italia, la RSI, al soldo però dei nazisti.
Da quel momento e fino al 25 aprile, in Italia ci fu una guerra “parallela”: a Nord Mussolini, la RSI, il Partito Fascista Repubblicano e i suoi fedelissimi (in numero inferiore rispetto al recente passato), a Sud il Re, Badoglio, l'armistizio, gli Alleati che dalla Sicilia avanzarono sempre più verso la parte settentrionale del Paese grazie all'apporto dei partigiani e dei civili impegnati in una lotta senza quartiere in nome dell'antifascismo.
Da una parte, c'era chi credeva nel mito della guerra e dell'uomo solo al comando, dall'altra chi credeva nella pace e nell'uguaglianza delle e tra le persone.
In quella lotta, milioni di italiani combatterono tra loro con morti, feriti e molti atti criminali supportati dai soldati nazisti: dai rastrellamenti di via Rasella ai fatti delle Fosse ardeatine, dagli eccidi compiuti nel Centro-Nord (da Sant'Anna di Stazzema a Marzabotto, da Boves alla Benedicta, a Civitella), fino alle deportazioni degli ebrei italiani nei campi di concentramento nazisti dove la quasi totalità di loro non sopravvisse. La rappresaglia come vendetta verso quella parte di Italia traditrice del fascismo e del “patto d'acciaio”.
Il malcontento in Italia iniziò a palesarsi già nella primavera del 1943, quando si intuì che la guerra sarebbe durata ancora tanto tempo e l'Italia non l'avrebbe vinta. Iniziarono scioperi e le prime proteste ed il 9 luglio 1943 gli Alleati invasero l'Italia, risalendo (come detto) la penisola.
Il fascismo cadde non solo per colpa della guerra, ma anche perché subì una forte implosione al suo interno.
A seguito dell'esito non ancora ufficiale dei risultati del referendum del 2 giugno 1946, l'allora Re d'Italia, Umberto II, subentrato il 9 maggio 1946 al padre Vittorio Emanuele III che abdicò in suo favore, temendo per la sua sicurezza e per la presenza di malumori tra filomonarchici e filorepubblicani, il 13 giugno si imbarcò su un aereo con destinazione Portogallo dove andò in esilio insieme alla moglie e ai figli Maria Pia, Vittorio Emanuele, Maria Gabriella e Maria Beatrice.
Il cosiddetto “Re di maggio” da allora non mise più piede in territorio italiano morendo a Ginevra nel 1983. Suo figlio Vittorio Emanuele ed il figlio Emanuele Filiberto solo dal novembre 2002 hanno avuto accesso in territorio italiano, poiché fu modificata la XIII disposizione transitoria della Costituzione che vietava all'ultimo Re d'Italia, alla moglie e a tutti i suoi eredi maschi (con consorti) di tornare in Italia, mentre alle figlie femmine non fu imposto il divieto di rientro in Italia, anche se anche loro seguirono il padre e la madre in Portogallo, sede dell'esilio.
Sulla vittoria della “repubblica”, il 2 giugno pesò anche il fatto che gli stessi Savoia, il 13 giugno 1946, lasciarono il Quirinale e scapparono dal porto di Ortona verso Brindisi, lasciando Roma e i soldati senza ordini e in balia del nemico nazista.
Ma chi erano i partigiani, i veri protagonisti della Resistenza e della Liberazione?
I partigiani furono una versione più agguerrita dei vari comitati antifascisti che si crearono negli anni precedenti l'avvento del fascismo (1919-1921) e, durante la dittatura, il regime li aveva arrestati, neutralizzati o mandati al confino per non recare problemi poiché erano una voce contraria alla dittatura.
Con la caduta del fascismo, l'antifascismo uscì dall'ombra della clandestinità ed i partigiani si unirono in bande, dove, partendo dalle montagne, sconfissero il nemico riportando il Paese fuori dalla dittatura: se fino al 1943 la parola d'ordine era “lottare nella clandestinità”, dalla primavera del 1945 la parola d'ordine divenne “arrendersi o perire”.
I fatti poi sono noti a tutti: nel tardo pomeriggio del 25 aprile, Mussolini partì da Milano verso il confine con la Svizzera passando da Como sicuro del fatto che molte camicie nere non lo avrebbero abbandonato e avrebbero combattuto al suo fianco. Invece l'ex Duce fu lasciato solo insieme ai gerarchi più fedeli e ai nazisti e la mattina del 27 aprile fu scoperto a Dongo, sul lago di Como, vestito da soldato militare tedesco su un camion di soldati nazisti, sequestrato e la mattina successiva fucilato, insieme alla compagna Claretta Petacci, davanti al cancello di una casa a Giulino di Mezzegra per mano di Walter “comandante Valerio” Audisio. Era stato il CLNAI a stabilire la condanna a morte di Mussolini.
I cadaveri dell'ex Duce, della compagna e dei gerarchi uccisi furono portati dal Comasco a Milano, dove furono adagiati in piazzale Loreto nei pressi dello stesso luogo dove il 10 agosto 1944 erano stati fucilati 15 partigiani per mano della Brigata Muti su ordine del comandante della sicurezza nazista a Milano, Theodor Saevecke, ed i loro cadaveri gettati in mezzo alla strada affinché la popolazione li potesse vedere e capire cosa sarebbe successo a chi provava a ribellarsi contro di loro. I cadaveri, vista la calca di persone presenti a piazzale Loreto, prima furono dileggiati e poi furono appesi alle colonnine di un distributore di benzina in quella che Ferruccio Parri (il primo Presidente del Consiglio dopo la fine della guerra) ha definito essere una “macelleria messicana”.
E molti nostalgici del fascismo hanno sempre rifiutato di riconoscere l'”autorità” dei partigiani, non solo (secondo loro) perché a liberare l'Italia non furono loro ma gli Alleati e per il fatto che a guerra finita alcuni partigiani commisero omicidi contro persone ex fasciste o partigiani che li difendevano.
Nonostante la storia non dia ragione agli eredi del fascismo, molti inneggiano al Duce e alla dittatura con scritte sui muri, insulti via web o contromanifestazioni dove il saluto romano è il punto focalizzante.
Insomma, a distanza di 74 anni ci sono ancora rigurgiti fascisti e odi e rancori mai repressi da una e dall'altra parte. Si dice che la Resistenza sia stata solo “di sinistra” e non è vero: ci furono partigiani cattolici, azionisti, socialisti e liberali e, quindi, non solo comunisti. Tutti i partigiani si unirono sotto un unico motto: lotta al fascismo, senza se e senza ma. Come se non bastasse, ci si mettono anche esponenti del governo e della maggioranza parlamentare.
Lo scorso 25 aprile (ed i giorni precedenti) ha destato scalpore la notizia che alcuni membri del governo non avrebbero partecipato alle cerimonie della Festa della Liberazione: il ministro dell'Interno Salvini è andato a Corleone, in Sicilia, per inaugurare la nuova sede di un commissariato di Polizia, dicendo che la vera liberazione in Italia è quella dalla mafia, mentre il Premier Conte è andato con il Presidente Mattarella a rendere omaggio al Milite ignoto all'Altare della Patria per poi dirigersi con il sindaco di Roma e il Ministro della Difesa alle Fosse ardeatine per rendere omaggio alle 335 vittime dell'eccidio nazifascista, simbolo della bieca rappresaglia contro il nemico.
Il Capo dello Stato invece subito dopo è partito alla volta di Vittorio Veneto, nel Trevigiano, per onorare la memoria dei caduti.
Mattarella ha fatto un discorso molto interessante, paragonando la Resistenza ad un nuovo Risorgimento, ponendo l'accento sul fatto che la storia non deve essere riscritta e che si ponga fine alle divisioni nazionali, asserendo che il 25 aprile è la festa di tutti gli italiani. Parole condivisibili, ma sulla “condivisione” ci sono ancora delle distanze.
L'idea di paragonare Resistenza e Risorgimento è stata giusta: una insurrezione dal basso e con poche persone all'inizio e poi migliaia alla fine che hanno portato al risultato tanto atteso, vale a dire l'Unità di Italia e la fine della dittatura. Anche le tempistiche sono state identiche: più di vent'anni (1848-1870; 1922-1945), cosi come le battaglie (tre guerre d'indipendenza; le lotte partigiani in montagna e la nascita delle Repubbliche partigiane). Persone comuni unite per arrivare ad un unico obiettivo: la sconfitta del nemico.
Se l'opposizione parlamentare ha usato parole chiare e forti in favore della festa del 25 aprile, molti esponenti della maggioranza invece hanno glissato: chi la ritiene troppo “di parte”, chi la condivide ma non troppo e chi invece festeggia San Marco, santo del giorno.
Un errore marchiano che fanno, da sempre, alcuni politici e molti italiani, è quello di ridurre la festa della Liberazione ad un derby: fascisti contro antifascisti, destra contro sinistra, cattivi contro buoni. Qua non si parla di cose banali, ma di storia e di libertà.
“Storia” perché sono fatti accaduti non migliaia di anni fa ma (alla fine) recentemente, perché è stato un periodo molto discusso e negativo della nostra storia nazionale e se ben analizzato si scopre che il fascismo non ha fatto cose buone (come dice qualcuno da qualche tempo) e la lotta antifascista è stata necessaria per porre fine ad un regime politico che ha contribuito a distruggere l'Italia e l'Europa.
“Libertà” perché con il ritorno alla democrazia, l'Italia è tornata ad essere un paese civile e degno di rispetto capace di ripartire da zero, mettendo al bando lo stesso partito fascista (disposizione XII della Costituzione) e ponendo al centro della Carta costituzione l'uomo ed i suoi diritti e doveri, ripudiando la guerra come atto di offesa, ad esempio.
Il ricordo della Resistenza e della sua lotta di liberazione deve essere studiata di più nelle scuole, di ogni ordine, o anche facendo campagne di studio. Se non leggere la moltitudine di libri scritti da chi visse quei momenti, a monito affinché ciò non si possa mai più ripetere negli anni futuri. E la mente va al “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio, “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola, “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino, “La luna e i falò” di Cesare Pavese e tanti altri, anche di autori locali che vissero quella tremenda stagione della storia italiana.
Eppure lo studio della storia è importante. E tanto, non solo per prendere un bel voto o per mantenere la media all'università, ma per la propria persona e cultura privata. Perché la storia, come dice un detto latino, è magister vitae: la storia è maestra di vita. E lo è per il fatto che, nonostante sia considerata in alcune casi inutile o una perdita di tempo, è la nostra vita.
Noi dipendiamo dalla storia, dalle scelte di alcuni politici del passato (tipo quelli del Ventennio), dalle vittorie o dalle sconfitte nelle guerre (leggasi Seconda guerra mondiale), da perdite ed acquisizioni di territori.
Lo studio della storia è importante perché con essa si capisce la trilogia “chi siamo-cosa vogliamo-dove vogliamo andare”: conoscere la storia, il nostro passato, ci rende più ricchi, consci e responsabili.
La scuola dovrebbe iniettare nei giovani nozioni e far comprendere l'importanza della storia, spiegando nel dettaglio i fatti, le cause e le conseguenze, focalizzandosi sui principali personaggi ed insegnare valori in ricordo dei nostri connazionali che hanno perso la vita.
Peccato che questo compito è svolto a mezzo servizio, visto che in terza media e nell'ultimo anno di superiori è quasi impossibile arrivare allo studio dei giorni nostri. I motivi principali sono la carenza di tempo, spingersi solo alla fine del secondo conflitto mondiale, parlando del successivo dopo guerra con molta leggerezza (sempre che si riesca a superare, come tempistiche, i fatti del biennio 1943-1945).
A detta di molti, la storia non si ripete, ma dobbiamo riflettere sul nostro passato, onde evitare che si possano ripetere errori ed orrori (uno su tutti, l'Olocausto) del passato. E magari togliere (se possibile) tempo ad alcune tematiche storiche e focalizzarsi sulla storia italiana del Novecento, ponendo (giustamente) l'accento su ciò che avvenne in Italia dal 1914 in avanti: se è esistito il fascismo lo si deve ai fatti successivi alla fine della Grande guerra, ad esempio.
La storia è nostra, è umana. Ci appartiene, volenti o nolenti. Capire gli eventi del passato è utile, importante anche se non fa curriculum. Ma se non si capisce “da dove arriviamo”, non possiamo essere dei buoni cittadini, perché lo studio della storia permette di capire il nostro presente e ciò che circonda. E proprio per questo lo studio della Resistenza e del “lavoro” dei partigiani, anche se sono passati più di 70 anni da allora e tanti dicono che quel tipo di “storia” non tornerà più si sbaglia, deve essere conosciuto e (possibilmente) apprezzato.
E lo stesso vale per tutti i fatti successivi al 1° gennaio 1948, dall'entrata in vigore della Costituzione passando per il dopoguerra, il miracolo economico, la Guerra fredda e la storia dell'integrazione europea e cosi via.
Il problema quindi è: programmi scolastici obsoleti o carenza di tempo? Entrambi i casi.
La colpa è tutta degli insegnanti? Assolutamente no, perché nelle classi gli allievi stanno dalle cinque alle sei ore giornaliere, 30 ore settimanali, 130 ore mensili. Il resto? Ci sono le famiglie, che dovrebbero impartire ai propri figli “lezioni”, con discorsi durante i pasti, durante le vacanze o nei salotti delle proprie case. Perché è nelle famiglie che vengono impartite le nozioni importanti ai figli, anche storiche. E troppe volte nelle famiglie discorsi come il “25 aprile”, “la Resistenza”, la “Liberazione” e i fatti accaduti dal 1945 in poi non sono discussi (in tanti casi) o dati per scontati o non affrontati perché “non interessanti”.
Il discorso sull'importanza dello studio della storia sta facendo capolino nel nostro Paese con due fatti diversi, accaduti due estati fa, ma legati tra loro dall'apologia di fascismo, ovvero: “quando un'associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”*.
In particolare il ddl Fiano (sul divieto di propagandare “immagini o contenuti del partito fascista o nazionalsocialista tedesco o delle loro ideologie”, nonché il divieto di fare il saluto romano e propagandare sul web ideologie fasciste e naziste) e il caso della spiaggia “fascista” di Chioggia, in Provincia di Venezia. E se si pensava che tutto fosse finito, si è sbagliato clamorosamente: dal raduno costante di nostalgici a Predappio, paese natale di Mussolini, che si tiene ogni anno (con una signora con una maglia tutt'altro che pacifica e di buon gusto), dalle manifestazioni in ricordo di ragazzi morti durante gli anni di piombo (dove il saluto romano fa sempre capolino), dall'esposizione di striscioni poco gradevoli, dalla vandalizzazione di lapidi, monumenti e scritte sui muri inneggianti a simboli di un passato nefasto.
La Liberazione è la festa di tutti, perché grazie alla Resistenza e all'aiuto dei partigiani l'Italia ha potuto rialzare la testa, tornare democratica e scrollarsi di dosso il periodo cupo di terrore e morte che l'aveva contraddistinta per un “ventennio”. Senza mai dimenticare il passato, perché la storia non si ripete mai, ma visti i tempi che corrono in Italia, in Europa e nel Mondo, sono da arginare i vari rigurgiti neofascisti e tutto ciò che potrebbe ledere la democrazia e la pace.
Il 25 aprile non deve limitarsi ad un giorno di festa dove non si lavora, non si va a scuola e si fanno le scampagnate. Il 25 aprile deve essere studiato attentamente nelle scuole. Deve esserci perennemente una campagna in suo favore. Deve essere compreso in pieno e difeso, perché se ora in Italia si può dire ciò che si pensa (inteso come libertà di pensiero e senza censure), lo si deve a tutto ciò che avvenne dal 25 aprile 1945 in poi. E anche chi la pensa diversamente, deve sapere che negli anni del fascismo era impossibile dire cose diverse dalla voce ufficiale, pena somministrazione di olio di ricino, manganellate, arresti e censure (e la mente va ai vari Matteotti, Gramsci, Minzoni, Amendola o Gobetti morti come antifascisti in patria o i fratelli Rosselli uccisi all'estero), ma anche a tutti coloro che vissero il confino di polizia.
Oppure anche il semplice diritto di voto: fino al 1943, le elezioni si svolgevano con intimidazioni e si votava (un solo partito) sotto la paura e la frustrazione. Oggi se tutti abbiamo il diritto di voto è anche grazie ai fatti del biennio 1943-1945. E se oggi le donne hanno pari dignità “elettorale” è anche grazie alle lotte partigiane e alla sconfitta del fascismo. Partito (quello fascista) che considerava le donne solo in grado di essere “l'angelo del focolare domestico” ed inferiori all'uomo.
Il 25 aprile non vale solo il...25 aprile: il 25 aprile dovrebbe essere ricordato tutti i giorni dell'anno (così come le varie ricorrenze), perché un giorno solo non vale a coprire un anno intero: un giorno simbolico che deve essere foriero di riflessioni per tutti.
In questi ultimi tempi troppe volte abbiamo letto/visto di persone che non rinnegano il fascismo, che si radunano in cimiteri salutando con il braccio alzato. Ognuno, per carità, è libero di credere e pensare ciò che meglio crede, ma a tutto c'è un limite, soprattutto se questo è fatto pubblicamente. E solo gli ultimi casi sono stati gli striscioni esposti da alcuni neofascisti nei pressi di piazzale Loreto a Milano prima di una partita di calcio a ridosso del 25 aprile o la notte del 28 aprile nei pressi del Colosseo in ricordo di Mussolini nel giorno della sua morte.
Perché è facile far finta di niente ignorando un problema. E proprio anche grazie alle “spallucce” fatte (non solo in Italia) che alcune forze politiche ci marciano sopra, puntando sul malcontento economico, sociale e politico, ben sapendo che esistono il reato di apologia del fascismo, la “legge Scelba” e la “legge Mancino”.
Il fascismo, dal 25 aprile 1945 in poi, fece comprendere agli italiani che il regime aveva portato il Paese alla fame, alla povertà e alla divisione con alle spalle morte e distruzione. Il fascismo aveva usato la falsa propaganda per ingannare gli italiani: molti capirono fin da subito che si trattava di menzogne, altri lo capirono il 25 luglio 1943, altri dopo il 25 aprile 1945. Mentre tanti ancora dicono che “Mussolini ha fatto cose buone e l'unico suo errore è stato quello di allearsi con Hitler”.
Il 25 aprile non dovrebbe essere strumentalizzato da nessuno (pro o contro), ma deve essere vissuto come il culmine della forza dell'Italia che si ribella e che non vuole che le si manchi di rispetto. Però chi pensa di farsi propria una festa che deve essere di tutti, si sbaglia.
La Resistenza, in questo Mondo “2.0”, deve essere tatuata in ognuno di noi e proprio grazie al web, ai social e a tutta la tecnologia oggi possiamo conoscere just in time tutto ciò che succede nel Mondo, ognuno di noi può attingere per migliorare le proprie conoscenze o conoscere la vita in quegli anni. Perché quello che manca a molti italiani è la consapevolezza: basta guardare alcune interviste a giovani, e non, su cosa siano il 25 aprile e i fatti a questo correlati. Un problema sono anche i social network, che da strumenti di condivisione stanno diventando sempre più un luogo dove molti utenti scrivono inneggiando a momenti della nostra storia molto deprecabili, sperando in un ritorno di esponenti del Ventennio e del nazionalsocialismo o che fomentano odio.
I social network (o meglio alcuni utilizzatori dei social network) tutto l'anno, sopratutto nei giorni precedenti il 25 aprile, non fanno altro che gettare rancore e odio verso la Festa della Liberazione, e di contraltare molti altri utenti usano parole dure verso questi. Segnale di un Paese che non ha mai del tutto fatto pace con se stesso e che appare incarognito e rancoroso.
Il fascismo va studiato ed approfondito leggendo ed istruendosi, non professato ed idolatrato. Cosi come la storia italiana dal 1922 in avanti: studiata, approfondita, capita, rispettata. E capire che la parola “antifascista” non deve avere per forza connotati politici, ma globali perché l'Italia si basa sull'antifascismo, la Costituzione si basa sull'antifascismo, ognuno di noi deve (o dovrebbe) avere insito in sé l'antifascismo. Perché “antifascismo” è libertà, rispetto, pace, solidarietà, fratellanza. La Liberazione ha 74 anni, ma è bene che i giovani e i millennials siano consapevoli del passato e di cosa hanno provato i loro nonni o parenti e capire che l'antifascismo non è una cosa politica, ma è un valore perché tutti quanti quelli che sono per la democrazia, il rispetto, la libertà e la giustizia. E chi dice il contrario, in cuor suo, mente perché non c'è cosa migliore di essere liberi ed in pace, rispettando anche chi non la pensa come noi e chi la pensa diversamente da noi non deve essere un nemico e trattato come tale, ma una persona che ha un proprio pensiero, opinabile nel caso ma pur sempre una propria idea. Il 25 aprile non deve essere un rito, ma deve essere un sentimento che deve caratterizzare 60 milioni di italiani. La Resistenza è caratterizzata da (almeno) sette parole: libertà, uguaglianza, pace, identità, fratellanza, solidarietà e lotta contro l'invasore e l'oppressore.
Nella nostra Costituzione la tolleranza, la libertà, i diritti umani/civili, l’uguaglianza, la giustizia, il rispetto delle regole della convivenza civile sono tutti elementi che definiscono il sedimento storico della democrazia. L'opposto del fascismo.
E' proprio il nostro Paese (o meglio, una parte) ha dal 26 aprile 1945 ai giorni nostri un problema con il fascismo: incostituzionale e vietata la ricostruzione del Partito, dalla fine della guerra l'Italia non ha chiuso i conti con il suo passato. Ma la colpa non è del “sistema Italia”, la colpa è di chi professa questo “credo”, facendo proselitismi per aver voti, creando confusione e portando allo spasmo l'opinione pubblica gettando benzina su tematiche molto calde.
Ma se in Europa le forze della destra alternativa hanno risultati importanti (dal Front National a Rassemblement National, da Alba dorata ad Alternativa per la Germania a Jobbik, dai Democratici Svedesi ai Veri Finlandesi fino al Partito della Libertà Austriaco, al Partito per la Libertà alla novità spagnola Vox), alle nostre latitudini forze politiche di estrema destra fortunatamente non hanno mai attecchito. Sin dalla fine della guerra si sono creati alcuni gruppi politici nostalgici del fascismo (come i Fasci di Azione Rivoluzionaria ed il Partito Democratico Fascista) e molti altri nati tra gli anni Sessanta e Settanta, ma solo il Movimento Sociale Italiano è stato l'unico ad avere un peso parlamentare, presentandosi sempre alle tornate elettorali politiche ed amministrative già pochi mesi dalla sua fondazione, con risultati altalenanti e polemiche sparse ogni volta che il partito della Fiamma organizzava comizi. Comizi che hanno portato a scontri tra le fazioni opposte al partito di Almirante e le forze di polizia, oltre a rivolte popolari (leggasi i fatti di Genova del 30 giugno 1960 e tutte le proteste accadute nel Paese nelle settimane successive, con la morte di cinque antifascisti morti a Reggio Emilia il 7 luglio successivo).
Alcuni movimenti extraparlamentari sono stati sciolti dal Ministero degli Interni durante gli anni di piombo (Ordine nuovo e Avanguardia nazionale) e tante volte molti oppositori avrebbero voluto che anche il MSI fosse sciolto per tentata ricostruzione del partito fascista, mentre altri sono stati perseguiti negli anni Novanta in base alla legge Mancino (Meridiano zero e Movimento politico) sull'incitamento all'odio razziale.
Il movimento missino con la “svolta di Fiuggi” del 1995 capì che se voleva sopravvivere doveva istituzionalizzarsi sennò sarebbe sparito e così fece con la nascita, il 27 gennaio 1995, di Alleanza Nazionale. E se dal congresso nella città laziale sono nate Alleanza nazionale ed il post fascismo, si sono anche formati gruppi politici che non hanno mai rinnegato le loro idee fasciste (Movimento Sociale Fiamma tricolore, Forza Nuova, Veneto Fronte Skinhead, Movimento Fascismo e Libertà e il partito dei “fascisti del Terzo millennio”, CasaPound). Molti vorrebbero il loro scioglimento, altri vorrebbero che continuassero a fare politica alla luce del fatto che, appunto, l'Italia è un paese democratico anche grazie a chi, settanta e passa anni prima, aveva combattuto chi non voleva democrazia e libertà.
Si dice che la storia non possa ripetersi, ma di questo passo qualche problema potrebbe esserci. Per carità non deve mai esistere un pensiero unico, ma è ottimale un pensiero rispettabile anche se non condiviso, anche se in questi ultimi tempi si sta soffiando molto sul fuoco.
Di chi è la colpa allora? Di tutti e di nessuno, perché la storia (ed il suo studio) sono insegnati a tutti, ma sono personali, intimi. E qua entra in campo un'altra parola che, nel nostro contesto, fa rima con “storia”: la memoria.
La memoria quindi è il ricordo di fatti ed eventi che hanno caratterizzato un qualcosa ed i nostri nonni sono (o sono stati), ad esempio, vere memorie storiche: chi più di loro può saperne sulla guerra, visto che in molti hanno combattuto o hanno visto i propri fratelli e parenti andare al fronte e, in alcuni casi, non tornare più a casa?
“Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro”, asseriva Luis Sepúlveda. E aveva ragione: se non si vogliono ripetere gli errori del passato, i cittadini ed i governanti dovrebbero studiare i manuali di storia dalla prima all'ultima pagina. Perché, come si dice, “sbagliare è umano, perseverare è diabolico”.
I cittadini devono sapere cosa sono storia e memoria, perché entrambe fanno parte delle nostre origini. Tutto questo per sconfiggere il grande nemico della storia e della memoria, l'oblio.
Perché le persone che conoscono la storia, e che hanno memoria, sono destinate a seguire le parole che scrisse Dante nel canto XXVI dell'Inferno della Divina commedia: “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza” (noi uomini siamo fatti per comprendere virtù e conoscenze e non vivere come persone che non usano la ragione).
Ecco l'importanza dello studio della storia: conoscere, capire, comprendere.
Il 25 aprile deve (e non dovrebbe) essere un sentimento che va tramandato di generazione in generazione. Perché la democrazia, la libertà, il rispetto e la pace non devono essere ad intermittenza, ma costanti nel tempo.
“Liberazione” e “libertà”, due parole che devono fare parte del nostro DNA e delle generazioni presenti e future affinché nessuno possa ridurci a schiavi o ad esseri non senzienti.
E proprio in questi anni che, per meri motivi anagrafici, stanno venendo meno partigiane/i, non bisogna mai dimenticare il loro sacrificio e ciò che hanno fatto. Loro che non si sono mai sentiti eroi, ma persone che hanno combattuto per la pace e la libertà dei loro figli, dei loro nipoti e delle generazioni future.
Ed è anche grazie a loro se oggi siamo liberi di perdere un quarto d'ora e leggere un articolo come questo.


*art. 1 legge 20 giugno 1952, n. 645 (Legge Scelba) in http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1952/06/23/052U0645/sg)
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Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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