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La banda della Magliana: la fine [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Cala il sipario: il pentimento di Maurizio Abbatino e l'”operazione Colosseo”

La banda della Magliana era così potente non solo da poter corrompere avvocati, giudici o periti, ma anche medici: con facilità vennero fornite ai banditi false perizie psichiatriche, falsi certificati medici che sancivano diabeti, AIDS e tumori inesistenti. A Maurizio Abbatino venne diagnosticato una forma molto acuta di tumore osseo ed aveva le settimana contate, così come a de Pedis. Inoltre riuscì, tramite medici compiacenti, ad iniettarsi delle cellule tumorali e farsi togliere un linfonodo ed ottenne gli arresti domiciliari presso una clinica privata del quartiere EUR, “villa Gina”, presieduta da un amico di Giusepucci. La Banda aveva un proprio codice carcerario: mai chiedere permessi, licenze o chiedere qualcosa, o si evadeva o tutti i permessi dovevano esserci senza richieste.
“Crispino” era abbastanza deperito non solo perchè non mangiava, ma anche perchè sieropositivo. Peccato che era tutto un bluff, visto che fingeva di essere infermo, “riproducendo la sintomologia” del male: il primo a smentire il boss maglianese di questa sua infermità fu Claudio Sicilia.
Oramai abbandonato dai suoi ex compari dai quali non riceveva più la “stecca”, grazie all'aiuto del fratello Roberto, il 20 dicembre 1986 evase dalla clinica ed un mese dopo circa, decise di chiudere i ponti con il passato scappando in Venezuela.
In Sudamerica “Crispino” non perse mai il vizio dell'illegalità, ma a livello molto più basso. La polizia italiana venne a sapere della fuga e pedinò (telefonicamente) il boss maglianese. La notte del Capodanno 1992 riuscirono a intercettare una sua chiamata alla famiglia ed il 24 gennaio 1992 lo arrestarono all'uscita di un locale notturno della capitale venezuelana. Non oppose resistenza ed il 4 ottobre successivo fu estradato dal Paese sudamericano. Il suo arrivo a Fiumicino fu atteso con molta attenzione, ed ansia, dalla malavita romana: “Crispino” aveva manifestato la volontà di pentirsi già in Venezuela. Un conto era il “Sorcio” che parlava, un conto era il “Vesuviano”, un altro conto uno che la Banda l'aveva fondata ed aveva partecipato a tutti i crimini.
Una della cause del pentimento fu dovuto al fatto che il 15 marzo 1990 durante la sua latitanza i suoi ex amici trucidarono in maniera efferata suo fratello Roberto, da qualche tempo entrato nel mondo dello spaccio e del consumo di droga, ed il suo corpo fu gettato nel Tevere e trovato otto giorni dopo. Oramai Abbatino non si sentiva più obbligato verso i suoi ex compari.
Il 16 aprile 1993 ebbe inizio l'”operazione Colosseo” guidata dal giudice istruttore Otello Lupacchini che coinvolse oltre 500 poliziotti: si aprì un fascicolo di oltre 500 pagine con nomi, cognomi, date, omicidi ed efferatezze compiute dalla banda della Magliana. Sessantanove persone furono indagate subito ed altre 36 nei mesi successivi e 55 furono arrestate subito. La Banda fu accusata di gravissimi reati: associazione a delinquere di stampo mafioso, reati contro il patrimonio, traffico internazionale e spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione abusiva di armi, ricettazione, falso, omicidi, tentativi di omicidi. Il Pm Andrea de Gasperis coordinò le indagini.
Poco dopo decisero di collaborare con la giustizia anche Antonio Mancini, Fabiola Moretti, unica donna organica alla banda e compagna di ”Accattone” (ed in passato di Abbruciati) nonché esperta nella raffinazione della droga, e Vittorio Carnovale, l'ultimo a farlo nell'agosto 1993. Mancini si pentì in quanto ebbe schifo del suo passato e dell'ambiente che frequentava e si sentiva profondamente deluso.
Il 20 gennaio 1995 si aprì il processo per il sequestro e la morte del duca Grazioli che vide alla sbarra i membri della banda ancora in vita più i tre membri di Montespaccato, salvo il basista Mariotti latitante. Il Pm de Gasperis volle dare alla Banda l'articolo 416/bis in quanto si contraddistinsero per omertà, connivenza con il terrore e paura come faceva la mafia, chiedendo per tutti la pena dell'ergastolo, salvo Abbatino a cui furono inflitti 8 anni e sei mesi di reclusione. Il 29 luglio successivo alla Banda venne contestato il solo sequestro del duca e a tutti vennero dati 20 anni, Abbatino 8, mentre i membri di Montespaccato vennero condannati all'ergastolo, in quanto furono accusati di omicidio ed occultamento di cadavere.
Il 3 ottobre successivo iniziò il grande processo alla banda della Magliana: 95 imputati (ancora in vita) accusati di spaccio, estorsione, riciclaggio, speculazioni, omicidi, rapine e associazione a delinquere di stampo mafioso.
Il 20 giugno 1996 il pm de Gasperis chiese sei ergastoli, diciassette assoluzioni e pene comprese tra i 3 e i trent'anni di carcere, Abbatino prese 12 anni. Il 23 luglio successivo le pene furono confermate e i pentiti resero informazioni attendibili. L'”operazione Colosseo” si concluse il 28 febbraio 1998.
Il 6 ottobre 2000 la II Corte di Assise di Roma emise le condanne definitive ai membri ancora in vita della fu banda della Magliana con 19 imputati ma senza l'accusa “di stampo mafioso”: Colafigli, Carminati e Nicoletti fecero ricorso, mentre Lucioli, Abbatino, Mancini, la Moretti e Vittorio Carnovale no in quanto collaboratori di giustizia.
Abbatino fu condannato in via definitiva a 22 anni: sulla sua coscienza, dodici omicidi. Colafigli da tre ergastoli ne ebbe uno solo per i tre omicidi cui fu accusato. Attualmente è rinchiuso nel carcere psichiatrico di Aversa, ma sulla sua salute mentale ci sono troppi dubbi: è davvero affetto da schizofrenia o è tutto un bluff? Antonio Mancini ha “preso” 28 anni e li ha scontati tutti. Fittirillo fu accusato di cinque omicidi (Magliolo, Vannicola, Fernando Proietti, e de Angelis) ed invece fu assolto per l'omicidio del “catena” in quanto erano trascorsi oltre 24 anni e l'imputato non aveva compiuto altri reati simili; Raffaele Pernasetti, ora impiegato come lavapiatti in una trattoria romana, fu accusato di quattro omicidi, di cui per uno assolto in appello.


Cosa rimane oggi della banda della Magliana?

Ma la banda della Magliana è ancora attiva o la sua attività è terminata con la morte di de Pedis o con il pentimento di “Crispino”? Tecnicamente si, ma anche no nel senso che ancora si dice che alcune seconde linee siano tuttora attive svolgendo attività criminali all'acqua di rose, ovvero senza sparare pallottole. E le vicende odierne di “mafia capitale” che ha colpito la città di Roma ha visto ancora agli altari della cronaca quel Maurizio Carminati che era tra i “capi” del crimine romano, ora è stato arrestato con l'accusa, tra le tante, di essere il leader di questa organizzazione che con soprusi vari si era imposta nel panorama politico-economico della Capitale.
Ma se Carminati e co. sono una “Magliana 2.0”, la storia della “prima” Magliana è stata una storia di gangsters come la Chicago anni Trenta di Al Capone. È stata una storia, come l'ha definita Giovanni Bianconi, di “ragazzi di malavita”. Abbatino ha definito la Banda “ambiente”, un contenitore di personaggi vari, alleanze, tradimenti, vendette. Renzo Danesi invece l'ha definita “un'esperienza unica ed irrepetibile”. Molti, mentendo sapendo di mentire, asseriscono che la Banda non sia mai esistita e che sia stata una macchinazione giornalistica. Eppure la “macchinazione” ha avuto rapporti certi che sono andati dal crimine nazionale ai misteri che ancora oggi, agli inizi del 2015, non sono stati risolti.
La Banda è stata una tragedia italiana che ha visto borgatari senza istruzione creare per la prima volta un'organizzazione criminale in una città come Roma, città che non ha mai avuto e voluto capi del crimine fino ad allora. I suoi nuovi “imperatori” erano avidi e feroci, doppiogiochisti, violenti, per nulla rispettosi della giustizia e delle persone. E tutti sono stati risucchiati nel vortice senza via di ritorno della galera a vita o sono morti. E i morti della Magliana sono stati tutti violenti ed efferati e “mamma Roma” li ha abbracciati e poi gettati via come calzini usati.
I quindici anni di attività della banda della Magliana (1977-1992) hanno dimostrato che i vari “Fornaretto”, “Renatino”, “Cameleonte”, “Operaietto” e “Vesuviano” non erano altro che criminali senza scrupoli e senza padroni, senza una vera gerarchia interna che hanno fatto del “grilletto facile” il proprio marchio di fabbrica. Hanno dimostrato che molti segreti italiani tali rimarranno visto che tanti maglianesi i segreti se li sono portati nella tomba dato che sapevano troppo. E la forza acquisita, il potere e la ricchezza conquistate, ha portato tutti loro a fare una fine tragica (chi è morto in agguati, chi è morto perchè aveva sgarrato, chi ha almeno tre ergastoli da scontare) visto che erano persone altrettanto ingloriose che pensavano di essere i più forti di tutti, sono stati travolti da loro stessi e dalle loro malefatte.
La banda dellla Magliana è stata figlia del suo tempo, il 1977, in piena contestazione da parte del suo “movimento”, sia quello studentesco che quello capitanato dallo slogan “la fantasia al potere”, delle femministe e delle autonomie, dell'inizio della lotta armata e della seconda contestazione giovanile. I sottoproletari ed i borgatari capirono di poter sfruttare questa situzione per uscire dalla loro emarginazione diventando parte integrante della “novità” che il '77 stava portando tentando “l'assalto al cielo”, come scrisse Pino Nicotri.
Gli eventi e la loro storia sono stati più forti di loro. Ed hanno sconfitto la banda della Magliana. Anche perchè Roma non era più la regina di una volta e nessuno se la voleva prendere.
Ma, come detto, la storia della banda della Magliana è una tragedia italiana ed il nostro Paese è da sempre terra di casi irrisolti, persone scomparse che non hanno avuto giustizia, morti senza colpevoli e stragi, a distanza di decenni, senza un responsabile ed un mandante.


Dove c'è stato un mistero, c'è stata la banda della Magliana: l'estrema destra eversiva, l'arsenale di via Liszt, la figura di Aldo Semerari e la loggia P2

La Banda della Magliana era apolitica, lontana dai “palazzi” ma con entrature importanti in essi. Giuseppucci era un simpatizzante del Movimento Sociale Italiano ed era un ammiratore di Benito Mussolini, del quale possedeva in casa un suo busto oltre ad altre paccottiglie, e proprio grazie a questo punto di incontro entrò in contatto con i neofascisti romani che si ritrovavano all'Eur. In particolare, strinse un rapporto solido con Massimo Carminati, milanese trapiantato a Roma e membro di spicco dei Nuclei Armati Rivoluzionari, il gruppo neofascista più forte (e tragico) dell'extraparlamentarismo nero. I ventenni neofascisti dei NAR si dimostrarono terroristi per ribellione, amicizia reciproca e non seguire ideologie o pensieri politici.
Roma era diventata la capitale dell'eversione nera e dello spontaneismo armato, ma anche crocevia di criminalità, mafia, faccendieri implicati con la malavita, tanto da creare un giro di soldi da far invidia all'alta finanza. Con il gruppo di Carminati, capitanato dai fratelli Fioravanti (Cristiano e Giuseppe Valerio), Francesca Mambro e Alessandro Alibrandi, Giuseppucci arrivò ad un compromesso: la banda avrebbe riciclato i soldi provenienti dalle loro rapine di autofinanaziamento, mentre i “neri” avrebbero svolto alcune azioni di strozzinaggio e di regolamento dei conti per conto della Banda. Il 27 novembre 1979 i NAR compirono una rapina presso la Chase Manhattan Bank di Roma e diedero dei traveller's cheque a Giuseppucci affinché li riciclasse, ma a gennaio il fondatore della Banda fu arrestato con l'accusa di ricettazione.
Il 13 gennaio 1981 la banda della Magliana entrò nelle indagini sulla strage di Bologna: i servizi segreti “deviati” posizionarono sul treno Taranto-Milano una valigia con all'interno due caricatori, un fucile, due biglietti aerei a nome di due terroristi di destra stranieri ed un contenitore con lo stesso esplosivo usato per la strage del 2 agosto precedente, il T4, e con una “soffiata” fecero scoprire il borsone.
Il 25 novembre 1981 la polizia scoprì un qualcosa di incredibile: in via Liszt al civico 34 fu trovato un vero arsenale degno di una guerra. Lo stabile era particolare: era la sede distaccata del Ministero della Sanità presso la Direzione Generale Servizi d'Igiene usato anche come ripostiglio e laboratorio. Le forze dell'ordine trovarono 19 pistole, un mitra, un mitragliatore, mille cartucce, quattro bombe a mano, una bomba a mano “ananas”, dieci sacchetti di polvere da sparo, parrucche, passamontagna e guanti. Tutte le armi erano nascoste tra scatolini, fogli di giornale, controsoffitti condutture dell'aria e solo il custode Biagio Alesse aveva le chiavi per entrarvi. Come è possibile poter conservare così tante armi in un luogo di proprietà dello Stato? Semplice, quando la corruzione è forte ci possono essere così tante sorprese. Inoltre il custode era soggiogato da un collega amico di Colafigli e fu facile convincerlo. Abbatino invece avrebbe voluto che venisse scelto un appartamento disabitato.
Solo Colafigli ed Abbatino potevano avere accesso all'arsenale, mentre l'unico “esterno” era Carminati, nella logica degli scambi e dei favori con i NAR. A scegliere lo stabile fu “Marcellone” in quanto conosceva una persona che trattava male il custode e quest'ultimo era a libro paga del sodalizio maglianese.
L'arsenale era molto grosso, dovuto al fatto che la guerra contro i Proietti era diventata forte e tenere in casa così tante armi era pericoloso, quindi trasferirono le armi in via Liszt anche perchè era considerato un luogo off limits. E solo una “soffiata” potè farlo venire alla luce.
Si scoprì, con il processo del 23 novembre 1995, che le armi del “Taranto-Milano”, e tante altre impiegate in molti misteri, provenivano dall'arsenale di via Liszt 34.
Un altro personaggio di spicco del panorama nero nazionale che entrò in contatto con la Banda fu Aldo Semerari, medico legale specializzato in psichiatria forense, docente universitario de “La Sapienza”, criminologo e psicopatologo: un personaggio di uno spessore importante, ma con tanti (troppi) segreti nel cassetto.
Pugliese del 1920, Semerari si avvicinò in gioventù al comunismo come filostalinista per poi passare pochi anni dopo al neofascismo diventando pagano e cultore dei riti del sole. Vicino a diverse organizzazioni extraparlamentari, fu l'animatore di Costruiamo l'Azione, il partito di destra radicale nato a fine 1977, in pieno Settantasette, erede di Ordine Nuovo.
Nel 1978 in collaborazione con Fabio de Felice (esponente neofascista reatino membro di CLA) organizzò dei seminari nella sua villa dove spiegava ai suoi “discepoli” il suo pensiero eversivo che consisteva nel compiere rapine, sequestri ed attentati dinamitardi per destabilizzare il Paese per arrivare ad un colpo di Stato. Ad uno degli incontri parteciparono anche quattro membri della Banda, ovvero Giuseppucci, Abbatino, Colafigli e Giovanni Piconi, introdotti da Alessandro d'Ortenzi, membro della banda con forti simpatie neofasciste in passato graziato da Saragat.
Ai membri della Banda la politica non interessava, come non interessavano i golpe e le battaglie ideologiche, ma con il “professore nero” trovarono un punto di incontro: loro compivano rapine per finanziare il suo progetto eversivo (ma loro non volevano essere coinvolti) e lui in cambio forniva, in caso di arresto, perizie fasulle. Grazie alle sue perizie, una persona arrestata usciva dopo poco tempo in quanto incapace di intendere: con lui, anche il più feroce assassino diventava un agnellino e poteva anche non andare in carcere. Era così influente che nessuno lo contraddisse mai. Il professor Semerari si scoprì essere l'anello di congiunzione tra estremisti di destra, servizi segreti “deviati”, bande criminali organizzate. Il fatto di essere un affiliato alla P2 gli permise di conoscere altri soggetti limite come lui ed aumentare la sua voglia eversiva.
Semerari, oltre all'essere, come è risultato, membro del Sovrano Ordine di Malta, era iscritto anche alla P2 e il suo nome entrò nell'inchiesta della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980: il 28 agosto successivo fu arrestato in quanto diversi neofascisti lo riconobbero come vertice di un sistema eversivo. Dopo un anno di carcere iniziò lui stesso (ironia della sorte) a dare di matto, dando la colpa ai servizi per non averlo ancora liberato. La liberazione, con il senno di poi, gli costò caro.
Ma a Semerari piaceva vivere borderline: divenne il perito dei processi contro la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo per cui forniva perizie, ma “lavorava” anche per gli avversari di “'o Professore”, la Nuova Famiglia di Umberto Ammaturo. Il 1° aprile 1982 il cadavere di Semerari fu rinvenuto, come sfregio, davanti alla casa di Cutolo ad Ottaviano: la sua testa era in una bacinella nell'abitacolo di un'automobile e il corpo “incaprettato” nel baule.
Si disse che Semerari sapeva qualcosa di importante in merito alle modalità di rilascio dell'allora potente assessore ai Lavori pubblici, nonché ex Presidente della Regione Campania e della Provincia di Napoli, Ciro Cirillo. L'esponente democristiano fu sequestrato dalle Brigate Rosse il 27 aprile 1981 e dopo ottantanove giorni di prigionia fu liberato: il partito si mosse affinchè venne liberato, forse con l'aiuto della camorra.
Anche uno dei collaboratori, Antonio Mottola, venne ucciso in maniera cruenta dalla camorra il 25 luglio 1981, nei pressi di Valmontone (cittadina a circa 30 km da Romo) venne trovato carbonizzato all'interno della sua automobile. La moglie ebbe difficoltà a riconoscerlo se non per l'orologio al polso.
Parlando di Semerari e di estrema destra, la banda della Magliana c'entra, in maniera indiretta, con la scoperta della lista di iscritta alla loggia massonica P2.


Dove c'è un mistero, c'è la Banda: il sequestro di Aldo Moro

Il 4 marzo 1978 l'Italia intera assistette impotente al sequestro più sanguinoso e tragico della storia della Repubblica: in via Fani (nel quartiere Trionfale) un commando di quatrro brigatisti rossi tese un agguato all'allora segretario della Democrazia cristiana Aldo Moro ed alla sua scorta. L'esito fu sanguinolento: lo statista fu rapito e i cinque uomini della sua scorta uccisi. Dopo 55 giorni, il corpo senza vita di Moro fu fatto rinvenire dentro un Renault 4 rossa in via Caetani, una traversa di via della Botteghe oscure e a pochi passi da palazzo Cenci-Bolognetti, sedi rispettivamente del Partito comunista e della Democrazia cristiana.
La cosiddetta “prigione del popolo” era a Roma in via Montalcini 8. Dove si trova questa via? ça va sans dire, alla Magliana. E la Banda entrò a pieno titolo nei famosi 55 giorni di sequestro, in quanto un loro affiliato, Antonio Chichiarelli detto “Tony”, noto falsario, scrisse il comunicato numero 7, quello in cui si diceva che il cadavere di Moro sarebbe stato gettato nel lago della Duchessa, un lago montano all'interno di una riserva del comune reatino di Borgorose. Le forze dell'ordine si diressero là, ma del cadavere non vi fu traccia. Secondo gli inquirenti, i rapitori decisero di smuovere le acque e riaccesero l'attenzione di un sequestro che si stava impaludendo. Ancora oggi ci sono dei lati oscuri sull'operato di Chichiarelli e si dice che alcuni esponenti della Magliana si incontrarono con un politico della Balena bianca che chiese loro aiuto nelle ricerche. Si dirà che anche la camorra si mosse nella ricerca di Moro, ma questo fu impedito, in quanto si diceva che molti nel partito non volevano che Moro venisse liberato. Chichiarelli fu ucciso il 29 settembre 1984 i suoi esecutori sono ancora senza un nome.
Alcune testimonianze dissero che Giuseppucci sapesse dove veniva nascosto lo statista di Maglie, ma non fu mai accertato.
Dopo il suo pentimento, Abbatino disse che la Banda era stata contattata anch'essa nel trovare Moro anche se lui era contrario ad immischiare l'organizzazione in un'operazione del genere, molto più grossa di loro.
Le indagini presero poi una piega incredibile: si scoprì che l'inviato speciale dal Dipartimento di Stato americano, Steve Pieczenik, capo del comitato di crisi che doveva fronteggiare le BR, volle morto Moro. Furono tirati in ballo l'allora Ministro degli Interni Cossiga, i capi dei servizi segreti e criminologi. Che si scoprì essere tutti, tranne il politico sardo, iscritti alla P2.


Dove c'è un mistero c'è la Banda: l'omicidio di Mino Pecorelli

Carmine Pecorelli, detto “Mino”, era stato in passato un avvocato specializzato in diritto commerciale, aveva fatto da portaborse ad un politico DC ed ebbe rapporti con esponenti dei servizi segreti e con personaggi non proprio limpidi. Nel 1968 creò “Osservatore Politico”, un'agenzia di stampa divenuta dieci anni dopo un settimanale. Si disse che “Op” era un'emazione dei servizi segreti votati alla NATO e al filoatlantismo in chiave anticomunista e tante altre cose.
I cavalli di battaglia delle inchieste di “Osservatore politico” furono lo scandalo Italcasse-Iccri, il dossier “MI.FO.BIALI” (che coinvolgeva Vito Miceli, direttore del SISDE dal 1970 al 1974, Mario Foligni, esponente di un nuovo partito di stampo cattolico in competizione con la Dc, il Nuovo Partito Popolare, ed il Paese maghrebino ed era frutto di intercettazioni telefoniche e i pedinamenti che svelavano un contrabbando di petrolio di venti milioni di tonnellate pagate alla Libia a prezzo inferiore di quello Opec, rivendute sul mercato italiano lucrando la differenza ) ed i finanziamenti illeciti di Giulio Andreotti. Appunto, il fiore all'occhiello delle indagini fu Giulio Andreotti: Pecorelli fu il suo incubo peggiore.
Nei primi mesi del 1979 “Osservatore politico” era in procinto di uscire con un servizio bomba contro Andreotti. Il pezzo non fu mai pubblicato e si disse che il memoriale di Moro trovato dal generale dalla Chiesa in via Monte Nevoso, a Milano, non era completo e che alcune parti erano state asportate.
Pecorelli durante i suoi anni di attività di inchieste scoprì un sistema marcio di potere che coinvolgeva molti esponenti politici corrotti che usavano la loro importanza per avere in cambio favori. La sera del 20 marzo 1979 il cadavere di Pecorelli venne trovato sulla sua autovettura in via Orazio, a poche centinaia di metri da via Tacito dove aveva sede “OP”, con quattro colpi di pistola 7,65. Lo scomodo giornalista era stato fatto tacere per sempre.
Le indagini portarono ad un nesso: i proiettili usati erano di una marca poco diffusa nel commercio dei bossoli, la “Gevelot” e proprio alcuni proiettili di quel calibro, e di quella marca, furono ritrovati in via Liszt. Gli inquirenti capirono una cosa: il killer di Pecorelli o era un membro della Banda o si era rifornito lì.
Le indagini portarono all'arresto di Massimo Carminati, che si disse uccise su commissione Pecorelli. Commissione di chi? Si disse che Enrico de Pedis conosceva il giudice Claudio Vitalone, molto in intimità con Andreotti, tanto che suo fratello Walter fu il suo avvocato, e si disse che fu proprio Andreotti, tramite Vitalone, a commissionare alla famiglia dei Salvo l'omicidio di Pecorelli. I Salvo chiesero ai mafiosi Bontade e Badalamenti di organizzare il delitto che sarebbe stato effettuato da Carminati e Michelangelo La Barbera detto “Angiolino il biondo”.
Abbatino venne a sapere da Giuseppucci che l'omicidio del giornalista era stato voluto dai siciliani ai quali un esponente politico di rango aveva chiesto di eliminarlo perché vittima degli attacchi del settimanale. “Accattone” Mancini nel 1994, dopo il suo pentimento, confermò che ad uccidere Pecorelli furono Carminati, che sparò, e “Angiolino il biondo”, il boss mafioso Michelangelo la Barbera.
Le indagini portarono, come detto, all'arresto di Carminati ed al rinvio a giudizio di Andreotti e Vitalone. La Procura di Perugia, nell'ottobre 2003, dichiarò tutti incolpevoli e li assolse con formula piena, tra lo stupore generale.
A distanza di trentacinque anni, l'omicidio di Pecorelli non ha ancora un volto ed è uno dei tanti misteri italiani.


Dove c'è un mistero c'è la Banda: Emanuela Orlandi

Il 22 giugno 1983 Emanuela Orlandi, quindicenne cittadina vaticana studentessa di seconda liceo, era uscita in anticipo dalla sua lezione di musica, lezione che, al contrario delle sue abitudini, la vide arrivare in ritardo. Prima della lezione di flauto aveva incontrato un uomo che le aveva offerto una somma di denaro per partecipare ad una sfilata di moda come rappresentante di una nota casa cosmetica e per questo uscì prima dalla lezione di canto corale per avvisare casa ed andare alla sfilata.
Appena uscita dall'istituto “Tommaso Ludovico da Victoria”, sito in piazza sant'Apollinare, chiamò a casa dicendo alla sorella della proposta fattale da quell'uomo e che quindi non sarebbe tornata a casa per l'ora di cena.
Erano le ore 19 e da allora non si seppe più nulla di Emanuela Orlandi. La sparizione della figlia di un messo della Prefettura pontificia è ancora oggi uno dei tanti misteri della Repubblica italiana (anche se la ragazza non era cittadina italiana, ma vaticana). E come qualsiasi mistero italiano, ecco spuntare la banda della Magliana.
Il 24 giugno i giornali romani pubblicano la foto di Emanuela Orlandi con la data di scomparsa ed i numeri della famiglia per i contatti; il 25 giugno ci fu la prima chiamata di “Pierluigi” il quale disse che a Campo de Fiori vide due ragazzine reclamizzare un prodotto cosmetico ed una di loro, che disse di chiamarsi “Barbara”, si rifiutò di suonare il flauto in quanto avrebbe dovuto indossare degli occhiali contro l'astigmatismo e lei non volle.
Il 26 giugno “Pierluigi” chiamò ancora e rispose lo zio di Emanuela. Lui gli chiese un incontro in Vaticano ma lui rifiutò. La polizia scoprì che tra i compagni di Emanuela c'era davvero un ragazzino di nome Pierluigi, ma che al momento delle chiamate era fuori città in vacanza e non aveva chiamato la famiglia Orlandi.
Il 28 giugno chiamò “Mario”, 35enne romano che sostenne di aver visto una ragazza che si chiamava Barbara e ripeté le cose che disse “Pierluigi”, commettendo però un errore sull'altezza della ragazza e si sentirono le parole di un'altra persona con lui. “Mario” in un'altra telefonata disse che Emanuela era scappata per fuggire dalla routine e che sarebbe tornata a casa entro la fine dell'estate.
Il 3 luglio, durante l'Angelus domenicale, papa Giovanni Paolo II chiese che la ragazza venisse liberata. Il 5 luglio ci fu la prima (delle 16) chiamata da parte dell'”Amerikano”, un uomo con accento straniero che disse che la ragazza era nelle sue mani e che i telefonisti erano suoi sodali e che voleva una linea privilegiata con monsignor Casaroli, allora Segretario di Stato vaticano.
L'8 luglio un uomo con accento turco chiamò una compagna di scuola di Emanuela dicendo che la ragazza era in loro mani e che entro 20 giorni doveva esserci lo scambio con Mehmet Ali Ağca.
Chi era Mehmet Ali Ağca? Era un terrorista turco affiliato al gruppo nazionalista eversivo di estrema destra “Lupi grigi” che in Turchia aveva ucciso il direttore di un quotidiano liberale nel 1979 e fu condannato a morte salvo poi essere condannato a dieci anni di reclusione. Riuscì a scappare dal suo Paese e riparò in Italia. E' diventato (tristemente) noto per aver attentato alla vita di papa Giovanni Paolo II in piazza san Pietro il 13 maggio 1981. Il Pontefice su colpito da due proiettili all'addome e dopo un'operazione molto lunga fu dichiarato fuori pericolo.
Il 4 agosto 1983 l'Ansa ricevette una lettera da parte del “Fronte di Liberazione Turkesh” con la quale esortavano a liberare Ali Agca entro il 30 ottobre successivo altrimenti la ragazza sarebbe stata uccisa. Nella lettera si parlava anche di Mirella Gregori, 16enne studentessa romana di un'istituto tecnico, sparita misteriosamente il 7 maggio precedente e che da allora nessuno aveva più notizie di lei. La pista turca dei Lupi grigi fu smentita nel novembre 1984.
Indagini successive portaro alla ribalta anche il fatto che nel periodo poco precedente la sparizione di Emanuela, altre ragazzine “laiche” (ovvero cittadine vaticane non di chiesa) vennero seguite : quindi si ebbe la (quasi) certezza che il rapimento di Emanuela Orlandi fu programmato e ad esso parteciparono altre persone. Nel 1983 la Città del Vaticano era abitata da 73 persone laiche e i soli Orlandi erano in sette in famiglia (Emanuela era la penultima di cinque fratelli).
Tra i tanti nomi e le tante ipotesi, a metà anni Novanta, durante una delle tante udienze del processo alla Banda, Abbatino disse che loro non c'entravano nulla con il sequestro.
Dal luglio 2005 la vicenda prese un'accelerata importante: la redazione della trasmissione “Chi l'ha visto?” ricevette una telefonata anonima: una voce disse che per scoprire il mistero di Emanuela Orlandi c'era da vedere chi era sepolto a sant'Apollinare, facendo anche riferimento al favore che fece Enrico de Pedis ad Ugo Poletti.
Nel 2006 “Accattone” Mancini, durante un passaggio del suo processo, disse che la Orlandi era stata rapita dalla Banda come “risarcimento” per la mancata restituzione dei soldi investiti dallo Ior nel Banco ambrosiano per finanziare il sindacato polacco “Solidarnosc” e che non vennero mai restituiti.
Nel 2008 uscì il libro-intervista di Raffaella Notariale alla Minardi sui fatti della Banda e del sequestro Orlandi. Il Vaticano protestò in quanto veniva tirata in ballo la figura di Paul Marcinkus, scomparso ed impossibilitato a controbattere.
Paul Marcinkus, vescovo americano di origine lituana, dal 1971 a capo dello Ior ed aveva iniziato la sua carriera accanto ai Pontefici nel 1969 organizzando i viaggi apostolici di papa Paolo VI e via via ha scalato la gerarchia vaticana. Morì il 20 febbraio 2006, si scoprì che era vicino alla massoneria (non iscritto però alla P2) e doveva essere rimosso da ogni incarico da papa Luciani, Giovanni Paolo I, solo che il Pontefice morì dopo soli 33 giorni di “regno” ed il vescovo americano rimase al suo posto. Nel 1984 lo IOR fece un “bonifico” di oltre 250 miliardi al Banco ambrosiano e nel 1987 Marcinkus ricevette un mandato di cattura insieme ad altri due dirigenti della Banca privata vaticana, solo che essendo un cittadino vaticano la Santa Sede eccepì.
Sabrina Minardi è la supertestimone del “caso Orlandi” e della vita dei Enrico de Pedis: l'ex amante del boss testaccino, è stata quella che ha parlato nel dettaglio, sebbene con molti lapsus ed errori di scambio di persone, della sparizione della giovane ragazzina vaticana.
La donna disse che la ragazza era stata uccisa pochi mesi dopo quel 22 giugno ed il cadavere era stato nascosto dentro una betoniera insieme a Domenico Nicitra, figlio undicenne di un affiliato alla Banda. La Minardi disse che de Pedis partecipò alla loro sparizione a Ostia, ma i fatti li fa risalire al 1993, ovvero tre anni dopo la morte della stesso “Renatino” e dieci anni dopo la sparizione della ragazza.
Disse che “Renatino” era stato uno delle menti del sequestro e che rapì la ragazza per conto di Paul Marcinkus: disse che al Gianicolo si incontrò con un uomo alla guida di una macchina BMW guidata da un sodale di de Pedis (Sergio Virtù) e lei (la Minardi) guidò l'auto fino al distributore di benzina del Vaticano dove scese e affidò la ragazza ad una persona di chiesa e la ragazzina andò con il prelato su un'autovettura con targa vaticana.
La BMW si scoprì anni dopo appartenere a Carboni ed era abbandonata da anni in un parcheggio nei pressi di villa Borghese, ma le affermazioni della Minardi furono ritenute inattendibili in quanto era una ex tossica, anche se però è stata la prima a parlare.
Il 2 febbraio 2010 Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, si incontrò con Alì Agca il quale gli disse che la sorella era stata rapita da persone del Vaticano e fece il nome di un cardinale. Disse che la Orlandi era rinchiusa in un ospedale psichiatrico inglese e dal giorno del suo rapimento era stata sempre sedata. Sarà stato un caso, ma l'incontro avvenne al decimo anniversario della morte e di “Renatino”.
Si disse che la chiave del sequestro era da ritrovare in un circolo di denaro riciclato di cui il padre della Orlandi era a conoscenza, non direttamente però. Altre ipotesi sono quelle che vedono il rapimento effettuato dalla banda della Magliana per un ricatto al Vaticano per rientrare in possesso di 20 miliardi di lire consegnati allo Ior: questa è stata l'idea che si è fatto il Pg Priore.
Ed il 14 maggio 2012 si arrivò alla certezza che il cadavere (o i resti) della Orlandi non si trovava nella bara con de Pedis.
Il rapimento di Emanuela Orlandi ebbe tante incongruenze, piste false e troppi nomi falsi e tirati in ballo. A differenza degli altri sequestri, la famiglia Orlandi non ricevette mai prove che la ragazza fosse viva o morta.
A oggi sono indagate cinque persone per il sequestro Orlandi, tra cui Pietro Vergari e la Minardi. La basilica non è una extraterritorialità vaticana sul territorio italiano ed il caso non è ancora chiuso: i magistrati impegnati sono Giancarlo Capalbo e Simona Maisto.


2002-2010, la Banda diventa mainstream: il Libanese, il Freddo, il Dandy, Scialoja, Bufalo, Zeta e Pigreco...

Con il nuovo secolo, la storia della banda della Magliana prese un'altra forma, diventando un libro. Nel 2002 il giudice di origine tarantina, Giancarlo de Cataldo, magistrato con il “vizio” della scrittura di romanzi, diede alle stampe un testo che segnerà la narrativa italiana: uscì per la casa editrice torinese Einaudi “Romanzo criminale”. Protagonisti di questo libro, i membri e le vicende della banda della Magliana dal 1977 al 1992 in maniera...romanzata. De Cataldo tra il 1996 e il 1997 aveva effettuato delle indagini sulla Banda e quindi scrisse tutto con cognizione di causa.
Non potendo usare i nomi dei protagonisti, il giudice-scrittore inventa dei soprannomi che sono il marchio di fabbrica di una delle opere più lette ed avvicenti di questi ultimi anni: Franco Giuseppucci diventa “Libano” (o “il libanese”), Maurizio Abbatino diventa “Freddo”, Enrico de Pedis diventa “Dandi”, Marcello Colafigli si trasforma in “Bufalo”, le forze dell'ordine che hanno dato la caccia alla banda diventano “il commissario Nicola Scialoja”, i pubblici ministeri diventano “il giudice istruttore Fernando Borgia”, il duca Grazioli Lante della Rovere diventa “il barone Valdemaro Rosellini”, Franco Nicolini diventa “il Terribile”.
Nel 2005, visto il successo del libro, arriva nelle sale cinematografiche “Romanzo criminale – il film”, per la regia di Michele Placido e con un cast di attori di primissimo livello della scena cinematografica italiana. In 154' viene ripercorso il tema del libro, con alcune modifiche: tutti i membri della Banda vengono uccisi (mentre nella realtà non è così). I protagonisti hanno gli stesso soprannomi del libro di de Cataldo, ma sono in carne e ossa: “Libano” è interpretato da Pierfrancesco Favino, “Freddo” da Kim Rossi Stuart, “Dandi” da Giulio Santamaria, “Scialoja” da Daniele Accorsi, “il Terribile” da Massimo Propolizio, “Zeta e Pigreco”, ovvero i servizi segreti deviati, si fondono in “Eugenio Carenza” ed “il Vecchio” rappresenta l'eminenza grigia della massoneria ed il capo dei servizi. Il film viene passato in tv poco dopo l'uscita cinematografica con uno share molto importante. L'opera di Placido ha fatto incetta di David Donatello (ben 8) e di Nastri d'Argento (cinque).
Ma il momento clou di tutta la vicenda arrivò nel 2008 quando, forse per la prima volta in Italia, uscì una serie televisiva che prendeva le basi da un film che prendeva a sua volta le basi da un libro: “Romanzo criminale – la serie”. La serie, divisa in due stagioni con 22 episodi (10+12), vide la regia di Stefano Sollima, regista romano classe 1966 già regista di film e trasmissioni impegnate. A differenza della versione cinematografica, “la serie” è stata prodotta da Sky Cinema e dalla casa di produzione cinematografica Cattleya autrice di fiction di successo (da “El Alamein” a “Caterina va in città”, da “La bestia nel cuore” a “ACAB” passando per “Gomorra – la serie”, tratta dal libro Roberto di Saviano sulla lotta tra i clan camorristi di Casal di Principe). I protagonisti non erano famosi al grande pubblico ma tutti dotati di un grosso piglio recitativo: Francesco Montanari, Vinicio Marchioni, Alessandro Roja, Marco Bocci, Marco Giallini e Alessandra Mastronardi diventano “Libano”, “Freddo”, “Dandi”, “Scialoja”, “il Terribile” e “Roberta”, la fidanzata del “Freddo. A parte questi ultimi due attori ed Antonio Gerardi (speaker radiofonico che interpreta “il Sardo” con accento napoletano) tutti gli interpreti sono poco noti al grande pubblico., ma grazie alla serie sono diventati molto conosciuti. L'opera di Sollima ottiene giudizi favorevoli dalla critica e viene considerata la miglior serie televisiva della storia della televisione italiana.
Come per le opere precedenti, i fatti sono romanzati ma hanno fatto capire allo spettatore cosa è stata la Banda.
Dotata di un'ottima colonna sonora, l'ultima scena della fiction vede un vecchio “Bufalo”, unico rimasto in vita della Banda, venire ucciso nel bar-ritrovo dei suoi compari sotto le note di “Liberi liberi” di Vasco Rossi. Morirà ucciso per mano di un poliziotto. E come nel film, la maggior parte dei protagonisti muore, ma muore diversamente: Libano nel film muore accoltellato da Gemito (trasposizione dei Proietti) mentre nella fiction ucciso a pistolettate dal “Nero” (figura non presente del film); “Freddo” nel film viene ucciso sul sagrato di una chiesa dopo aver ucciso Ciro Buffoni da un cecchino posizionato su un terrazzo, mentre nella fiction in una piazza da Donatella (che rappresentava Fabiola Moretti), “Dandy” è l'unico che ha una morte pressoché simile, venendo ucciso da Bufalo davanti ad un antiquario.


Bibliografia

C. Armati
, Italia criminale. Dalla Banda della Magliana a Felice Maniero e la mala del Brenta, New Compton Editori, Roma, 2006;
C. Armati – Y. Selvetella, Roma criminale, New Compton Editore, Roma, 2005;
G. Bianconi, Ragazzi di malavita. Fatti e misfatti della Banda della Magliana, Baldini Castoldi Dalari editore, Milano, 1997;
M. Camuso, Mai ci fu pietà. La Banda della Magliana dal 1977 a oggi, Editori Riuniti, Roma, 2009;
G. de Cataldo, Io sono il Libanese, Einaudi, Torino, 2012;
G. de Cataldo, Romanzo criminale, Einaudi, Torino, 2002;
G. Flamini, La Banda della Magliana. Storia di una holding politico-criminale, Kaos Edizioni, Milano, 2002;
P. Nicotri, Cronaca criminale. La storia definitiva della Banda della Magliana, Einaudi, Torino, 2010
R. Notariale, Segreto criminale. La vera storia della Banda della Magliana (con S. Minardi), New Compton Editori, Roma, 2010;
R. Notariale, Il boss della Magliana. Enrico de Pedis, la mala a Roma e i segreti del Vaticano, New Compton Editori, Roma, 2012;
P. Sidoni – P. Zanetov, Cuori rossi contro cuori neri. Storia segreta della criminalità politica di destra e di sinistra, New Compton Editori, Roma, 2012;

Nell'immagine il corpo senza vita di Enrico "Renatino" de Pedis.
  • TAG: banda magliana, malavita capitolina, romanzo criminale, enrico de pedis, mino pecorelli, aldo moro, manuela orlandi

Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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