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Il Pentapartito, 1981-1992 [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Uno spaccato di storia italiana tra politica interna ed estera.

Se il 18 aprile 1948 è stato il punto di partenza della Repubblica italiana, con le prime elezioni democratiche a suffragio universale diretto, il 28 giugno 1981 segnò invece la svolta, poiché, dopo ben trentatré anni consecutivi, il Presidente del Consiglio non fu più espressione dell’allora partito di maggioranza relativa, la Democrazia Cristiana, ma questo fu scelto tra i membri della nuova coalizione di governo che s’instaurò all’inizio degli anni ’80. Nasceva il Pentapartito, il patto di cinque partiti che governeranno il Paese fino alla primavera 1992, aprendo una particolare fase dell’evoluzione socio-politica italiana, artefice di quello che fu definito come il “nuovo rinascimento italiano”. Il personaggio in questione era il professor Giovanni Spadolini, esponente di spicco del Partito repubblicano. I cinque partiti erano la Democrazia Cristiana, il Partito socialista, il Partito repubblicano, il Partito liberale e quello socialdemocratico, il tutto in chiave anti-PCI, dopo la parentesi della “solidarietà nazionale” in piena emergenza “anni di piombo” che fece uscire la compagine politica di Enrico Berlinguer dall’oscuramento in cui visse fino a quegli anni.
La nascita del Pentapartito si ebbe grazie a tre esponenti politici che caratterizzarono la scena politica italiana nell’ultima fase della cosiddetta “prima Repubblica”: Bettino Craxi, Giulio Andreotti ed Arnoldo Forlani, il “CAF”. Sebbene ci fosse una forte impronta laicista, la DC rimase il partito di maggioranza e quello più influente e per tutti gli anni Ottanta visse un rapporto “amore-odio” con i socialisti, puntando al fatto che questa era l’unica alleanza politica possibile in quel tempo.
Il periodo del Pentapartito vedrà la decadenza del sistema dei partiti politici, ma anche il superamento della stagione terroristica e della crisi economica a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. Gli anni Ottanta e quelli del Pentapartito sono stati definiti “di fango”, sebbene l’Italia conobbe una fase di sviluppo economico, caratterizzata da un forte incremento della produzione, con una notevole crescita dei servizi e del commercio, anche internazionale: nel 1985, in pieno craxismo l’Italia divenne il quinto Paese più industrializzato del Mondo.
La formula del Pentapartito nasce dalla solida alleanza tra la DC e il Partito socialista, un’alleanza sui generis in quanto tra i due Partiti vigeva un reciproco senso di sospetto nonché una lineare conflittualità al loro interno (le famose “correnti”), ma visto che il Pentapartito era l’unico progetto in chiave anti-PCI realizzabile, i due Partiti vissero l’esperienza della coalizione con rispetto.
Cos’era nel dettaglio il Pentapartito? Questa era un nuovo tipo di alleanza che portò ad una vera e propria innovazione per l’epoca, dove tutti i partiti membri erano sullo stesso piano d’importanza e avrebbero avuto, a rotazione, un proprio esponente a Palazzo Chigi. Il primo fu Spadolini per i repubblicani, dopo toccò a Craxi per i socialisti e da allora e fino alla chiusura dell’epoca ci furono solo Primi ministri appartenenti, come sempre del resto, alla “balena bianca”: Goria (luglio 1987-aprile 1988), De Mita (aprile 1988-luglio 1989), e il governo Andreotti VI (luglio 1989-aprile 1991). L’”effetto Pentapartito” durerà, nei fatti, solo sei anni.
Naturalmente il Pentapartito era una novità, ma non era una novità come il primo governo democratico-socialista del 1962, quando per la prima volta i socialisti entrarono nelle “sale dei bottoni”: non esprimere un proprio esponente fu per Piazza del Gesù fu forte segnale di crisi, anche se è comunque vero che la DC fino al 1992 reggerà le fila dell’alleanza. Il Pentapartito non diede una soluzione alla crisi della politica italiana, anzi invece ne attuò la crisi e il degrado.
Nel dettaglio, ecco come si sono svolti i fatti “interni” dei singoli partiti della coalizione.
La Democrazia Cristiana, sebbene sia stato il partito trainante, vide gli anni Ottanta come quelli del declino. Era un partito diviso in “correnti” (l’”area Zac” contro quella dei “dorotei”, quella dei “forzisti” contro quella dei “sinistri”, ad esempio) e maldisposto a rinunciare al potere. Gli anni ’79-’81 stravolgono il potere “bianco”: mentre entrava in crisi il governo Cossiga (un tripartito DC-PSDI-PLI con l’appoggio socialista esterno) esplode la crisi della Fiat (settembre-ottobre 1980) che costò all’azienda oltre 15mila licenziamenti e che portarono alla celebre marcia degli 80mila”, mentre il successivo governo Forlani (ottobre ’80-maggio ’81) vide il terremoto in Irpinia e i problemi ecomonico-sociale che ne scaturirono, lo scandalo della loggia massonica P2 e la sconfitta nel referendum sull’aborto. Il vero motivo delle dimissioni di Forlani era l’appartenenza alla loggia massonica segreta “P2” di tanti esponenti della vita politica, militare e sociale nazionale: uno scandalo di dimensioni gigantesche per il Paese, che stava lentamente uscendo dal periodo buio degli “anni di piombo”. L’allora Capo dello Stato, Sandro Pertini, decise di assegnare il compito di formare un nuovo governo per la prima volta a un politico non espressione della DC. Ma era una DC in crisi di voti e di forza, tanto che nelle elezioni europee del 1984 il PCI la superò, per la prima e unica volta, dello 0.36%, diventando per brevissimo tempo il partito di maggioranza relativa, senza contare che nel 1978 divenne Capo dello Stato un socialista, Sandro Pertini.
Il vero outsider all’interno della coalizione fu quello repubblicano che passò dal 3% delle elezioni del 1979 all’ottenere nella tornata elettorale del 1983, oltre i cinque punti percentuali, una crescita dovuta senza dubbio alla forza e alla capacità nel proprio maggiore esponente, Giovanni Spadolini, considerato, insieme al suo “maestro”, Ugo La Malfa, uno dei migliori statisti della “prima Repubblica”. Il leader repubblicano divenne nel 1983 Ministro della Difesa e nel 1987 Presidente del Senato, nonché il primo Capo del Governo non democristiano dai tempi dell’azionista Ferruccio Parri (1945). A dire il vero, nel 1979 prima del governo Cossiga, il Presidente Pertini incaricò lo stesso La Malfa di formare un governo (il “mandato esplorativo”), ma non riuscì nell’intento. Per tutta la durata del Pentapartito Spadolini e il figlio di La Malfa, Giorgio, legarono il partito alla coalizione, ma ciò fino al 1991, quando Giorgio portò il partito fuori da Palazzo Chigi a causa della mancata assegnazione del mistero delle Comunicazione ad un esponente repubblicano.
Durante il Pentapartito Spadolini fu per due volte Primo ministro, dal 1983 al 1987 Ministro della Difesa e dal 1978 al 1992 Presidente del Senato purtroppo senza realizzare il suo sogno più grande, diventare Presidente della Repubblica. Il governo Spadolini nei suoi due anni di vita (Spadolini I-II) affrontò quattro “emergenze”: economica (il costo del lavoro, la stangata fiscale), morale (il caso P2), civile (la sicurezza delle istituzioni e la fine del periodo terroristico), internazionale (l’installazione dei missili Cruise, il contingente militare in Libano).
Il partito che in un’ipotetica gara sarebbe uscito vincitore dall’esperienza del Pentapartito, almeno fino al 1987, è stato senza dubbio il Partito socialista, guidato dal luglio 1976 da Bettino Craxi. Con l’avvento del leader socialista, il Partito ringiovanì (la classe dirigente era di poco superiore ai 40 anni) e il suo “aspetto” cambiò radicalmente non solo come simbolo, ma anche come ideologia: via la falce e il martello e il libro, dentro il garofano rosso, simbolo della Rivoluzione portoghese socialista del 1974, via il pensiero marxista, come nel resto delle socialdemocrazie europee, dentro un pensiero sempre “di sinistra”, ma lontano dal comunismo. Il politico milanese portò la sua creatura dal 9,8% delle elezioni del 1979 al 14,3% nel 1983 e da quell’anno fino al 1987 fu Primoministro. In politica interna le gesta più rilevanti di Craxi furono il nuovo Concordato con la Chiesa nel 1984 che andava a modificare i Patti lateranensi del febbraio 1929, e la vittoria nel referendum sull’abolizione della “scala mobile” voluto nel 1985 dai comunisti. Con Craxi premier aumentò il deficit statale e il malgoverno a livello locale.
Il Pentapartito sotto l’amministrazione Craxi rafforzò in maniera notevole la figura del Presidente del Consiglio, poiché il capo del Governo ed il Ministro degli Esteri furono spesso di partiti differenti e l’istituzione del “consiglio di Gabinetto”, il 16 aprile 1986, si rivelò fondamentale nei momenti in cui occorreva una rapida concertazione fra le forze che costituivano l’alleanza governativa.
Gli altri due partiti minori dell’alleanza furono il socialdemocratico e il liberale. Lo PSDI entrò in crisi solo alla fine degli anni 80 (era un partito da 2% dei voti) quando i suoi leader, in particolare Pietro Longo, spinsero per una rinascita socialista che avrebbe dovuto contenere anche lo PSI con l’”Unità Democratica Socialista”, per creare una grande famiglia socialdemocratica, ma i piani fallirono e gli “scissionisti” confluirono nello PSI stesso poco dopo.
Il PLI negli anni del Pentapartito si spostò molto verso sinistra. Il politico di riferimento fu il piemontese Valerio Zanone, varie volte Ministro della Repubblica nel periodo in questione, che però portò il partito al tracollo elettorale del 1983 e nel 1985 fu sostituito da Alfredo Biondi e Renato Altissimo dopo, che portò il Partito al 2,8% nelle elezioni del 1992. Il PLI pagò molto il fatto di avere avuto una politica estera diversa rispetto a DC e PSI filo-araba e filo-palestinesi, mentre il Partito liberale era più vicino all’idea dei repubblicani, filo-occidentali e filo-israeliani.
E sotto il punto di vista della politica estera , come si comportò il Pentapartito?
La politica estera italiana fino allora fu definita “a rimorchio” dell’alleato statunitense, divisa ed ideologizzata, divenendo una foreign policy consensuale e condivisa, agendo in uno scenario internazionale caratterizzato de due “epoche”: la prima (1981-1984), caratterizzata dalla Presidenza americana di Ronald Reagan, con una spinta in avanti verso il nemico russo, e la seconda (1985-1989), influenzata dalla crisi del sistema sovietico e l’inizio del dialogo con gli Stati Uniti che portò alla fine della “guerra”.
Fino a quel momento la politica estera nazionale era stata di basso profilo a causa dell’influenza di Washington sul panorama occidentale, di cui l’Italia era un partner defilato nello scenario della Guerra fredda: un Paese debole e diviso all’interno dello schiacciante confronto bipolare che portò il nostro Paese ad essere un sistema politico “penetrato”, “eterodiretto” con una politica estera in cui ribollirono “interdipendenza, integrazione, subordinazione, autonomia” verso l’alleato americano, nonché un senso di esclusione, la sindrome di “abbandono” e una continua ricerca di alleanze.
La politica estera italiana ha visto diverse fasi, dalla liquidazione dell’eredità della sconfitta ed adesione alle prime Organizzazioni internazionali al neoatlantismo, fino alla scarsa affidabilità italiana e al preludio di un Mondo non più bi-polarizzato e con un’area mediterranea potenziale luogo di crisi.
La Democrazia Cristiana non fu più in grado di imporre ai propri alleati di governo una vera linea in politica estera. Una parte del Partito apparve preoccupata di mantenere i rapporti stretti con quello che è stato il principale alleato italiano dal dopoguerra (gli USA), mentre la fazione vicina al segretario Forlani si rivolse verso altri interlocutori. Nella politica estera il personaggio di rilievo fu Giulio Andreotti, nominato nel 1983 Ministro degli Esteri, carica che mantenne fino al 1989 nei governi che si succedettero fino allora. Andreotti favorì il dialogo fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica e si rese protagonista d’infiniti scontri politici con Craxi, che confluì nel biennio 1985-1986 nella gestione filo-araba, schierandosi con lui nella questione inerente alla negoziazione successiva al dirottamento dell’”Achille Lauro” nel 1985 e la successiva “crisi di Sigonella”.
La forte rilevanza di Spadolini invece apparve con vigore quando da Ministro della Difesa contestò la politica craxiana-andreottiana nella gestione della “crisi di Sigonella” portando al ritiro la compagine dal governo, sancendo la prima vera crisi politica dovuta alla politica estera, poiché i repubblicani non furono consultati durante quella situazione, senza contare che lo stesso Spadolini nel 1982 ebbe uno scontro, da capo del Governo, con i democristiani e i socialisti in merito alla questione delle Falklands, che misero l’Italia in una posizione d’equidistanza fra le due contendenti, Gran Bretagna e Argentina dei militari, in ragione della piega “terzomondista” della restante parte del governo.
Lo PSI ebbe invece la maggiore evoluzione nella sua foreign policy: dall’iniziale frontismo filo-sovietico (1948), attraversò una lunga fase di neutralismo e d’empatia con i Paesi non allineati (1955-1960) per poi intraprendere una svolta tiepidamente filo-statunitense ed in favore del “terzomondismo” e dei movimenti di liberazione nazionale (anni ’60-‘80).
La parola chiave del Partito fu “autonomia” nell’ambito della sinistra, prima verso il PCI e la DC, e poi in quello internazionale, ponendosi come indipendente ed esprimendo un criterio metodologico basato sulla libertà di giudizio e di scelta, dapprima verso il campo socialista d’impianto sovietico poi rispetto all’atlantismo.
Craxi era sì aperto agli Stati Uniti, ma mai volle che l’Italia diventasse un suddito di Washington. Lo PSI si caratterizzò per la “doppia decisione”, in poche parole essere d’accordo con la scelta degli “euro-missili”, continuando con i sovietici un negoziato serio per ridurre le tensioni e gli armamenti: questo fu definito decisionismo “craxiano”. Non a caso, per gli sforzi compiuti e l’interesse mostrato, Craxi, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, non più Premier, fu designato dal Segretario ONU Javier Pérez de Cuéllar, rappresentante per i problemi dell’indebitamento dei Paesi in Via di Sviluppo e consigliere per i problemi dello sviluppo e del consolidamento di pace e sicurezza per mano di Boutros Boutros Ghali, successore di de Cuéllar al “Palazzo di vetro”. Riconoscimenti di un certo profilo istituzionale verso uno degli statisti più controversi nella storia dell’Italia.
Il punto più alto della politica estera italiana, durante il periodo craxiano, si ebbe nel Mediterraneo con la famosa “crisi di Sigonella”, quando il 7 ottobre 1985 la nave italiana da crociera “Achille Lauro”, lasciando le coste egiziane per dirigersi verso quelle israeliane, fu presa in ostaggio da quattro terroristi palestinesi dell’”Organizzazione di Liberazione della Palestina”, intrufolatisi a bordo con documenti falsi: scopo del dirottamento era la scarcerazione di cinquanta esponenti dell’Organizzazione detenuti in Israele. Da quel momento, iniziò un serrato braccio di ferro tra l’allora Presidente americano, Ronald Reagan, ed il governo italiano sul destino dei terroristi e, soprattutto, degli ostaggi. Reagan non voleva trattare con i terroristi, possibilità presa in considerazione però dall’Italia. Il Presidente americano minacciò l’intervento armato sulla nave, perché i terroristi erano nella black list e la figura del mediatore Abu Abbas era sgradita alla Casa Bianca. Craxi si oppose fermamente, sostenendo che l’attacco dei terroristi era avvenuto in acque territoriali italiane e, di conseguenza, sarebbe toccato all’Italia gestire la situazione. La forza di Craxi andò a scapito del PRI, che il successivo 16 ottobre ritirò la propria delegazione dal governo, aprendo la prima crisi causata da un’azione di politica estera: il filo-atlantico Spadolini si scontrò con la fermezza di Craxi, soprattutto dopo l’atterraggio dell’aereo speciale egiziano il 10 settembre a Sigonella, nel Ragusano, presso la base “Naval Air Station”, che ospitò i missili Cruise della NATO. La diplomazia evitò lo scontro tra Carabinieri, Vigilanza Aeronautica Militare e Delta Force. La “crisi” terminò con i terroristi palestinesi trasferiti via aereo in Jugoslavia e con lo smorzamento dei rapporti fra Craxi e Regan, culminato nel “dear Bettino” della loro lettera di riavvicinamento.
Sarà proprio il Mediterraneo il luogo dove la nostra foreign policy puntava maggiormente e dove l’Italia si è ritagliata un ruolo autonomo. La politica estera del Pentapartito nel Mediterraneo si basava su vari propositi: il bilanciamento atlantico ed il rapporto degli Stati Uniti con gli interessi nazionali dei Paesi nordafricani e mediorientali; la voglia di ritagliarsi un ruolo attivo in quella zona; l’avvio delle prime azioni di peacekeeping all’interno del quadro delle operazioni ONU; la necessità di superare i limiti in ambito di cultura della sicurezza nelle forze politiche.
Il Mediterraneo era diviso da una parte in Paesi emergenti governati da una giovane élite di formazione militare e cultura nazionalista e, dall’altro, un gruppo di Paesi facenti capo a vecchie monarchie spalleggiate dall’Occidente. In quegli anni, il governo italiano svolgeva un ruolo di mediatore, controllore e delegato.
Il Mediterraneo era luogo d’instabilità segnato da forti cambiamenti difficilmente riconducibili alle regole del gioco del sistema bipolare. S’iniziò a parlare di “pericoli e rischi da sud”, la nuova direzione della minaccia non più solo radicata verso l’Europa centro-orientale, ma che arrivava da nuove e molteplici sfide provenienti da una pluralità di soggetti presenti nella fascia mediterraneo-araba.
Nell’ambito mediterraneo ebbe un forte impatto sull’opinione pubblica la questione del dispiegamento dei missili a medio raggio americani Cruise e Pershing II, a causa della decisione dell’Alleanza atlantica di disporli in Italia, Germania Ovest e Paesi Bassi a seguito del posizionamento dei russi SS-20 verso le frontiere occidentali, nel momento in cui la Guerra fredda s’impennò dopo un decennio di distensione. Il governo Craxi dovette affrontare le prime ondate di manifestazioni pacifiste guidate dal neonato movimento ambientalista. I missili russi, costruiti in sostituzione degli obsoleti SS-4 e SS-5, erano “missili di teatro”, mentre i Pershing II avevano una gittata di 700 chilometri ed avevano una forte precisione di mira, mentre i Cruise, con gittata di circa 3mila chilometri e considerati più micidiali, potevano raggiungere un bersaglio muovendosi a brevi distanze e capaci di poter sfuggire ai radar nemici.
Se l’Unione Sovietica era un unico blocco, un solo soggetto, nell’area mediterranea vi erano una pluralità di attori, un fattore che comprometteva la strategia di risposta, complicando il tutto. L’Italia, una media Potenza regionale, fu favorita nell’area in piena libertà ed autonomia: non essendo stata una Potenza coloniale, era libera da sospetti e dalle diffidenze dei Paesi di quella zona e poté conseguire una certa fiducia ed affidabilità, importante per i propri interessi economici e di sicurezza.
L’obiettivo dei governi che si succedettero era rivolto alla ricerca di stabilità ed allo sviluppo dei Paesi rivieraschi, cui si aggiunse il protagonismo e l’attivismo, ponendo Roma come unico e vero interlocutore con quei Paesi. L’Italia univa legami storici alla posizione geografica ed agli interessi economici, una “politica di buon vicinato” che significava creare rapporti privilegiati con il mondo arabo, un’area fondamentale per lo sviluppo economico del Paese, soprattutto nell’ambito dei rifornimenti erogati ed alla protezione delle aziende italiane operanti in quell’area.
Di particolare rilevanza negli anni dell’esperienza del Pentapartito fu anche la politica di peacekeeping, una scelta di alto profilo istituzionale per una media Potenza anche se in contrasto con la ricerca di dinamismo nella NATO. Il peacekeeping, nell’idea delle Nazioni Unite, era un modo per aiutare Paesi tormentati da conflitti e creare condizioni di pace sostenibile: il personale militare e civile “peacekeeper” sorvegliava ed osservava i processi in quelle zone dove la pace era in bilico o, in ogni modo, in via di ripristino, attraverso la fiducia, l’osservazione dell’ordinamento giuridico, lo sviluppo socio-economico dell’area in questione, la supervisione nelle tornate elettorali e l’avvio del processo di pace, grazie al loro ruolo neutrale in ambito di osservatori del processo di pace.
Il salto di qualità avvenne proprio negli anni Ottanta, quando l’Italia prese parte ad una multilateral force non sottoposta a giurisdizione ONU, composta da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Paesi Bassi: un’operazione di osservazione nel Sinai in modo da garantire il rispetto degli accordi di Camp David fra Egitto ed Israele del 1978. Questa era la missione UNIFIL (Forze ad Interim delle Nazioni Unite in Libano) a seguito dell’operazione “Galilea”, attuata da Israele con l’invasione del Libano meridionale, e questa è stata la prima vera missione in cui l’Italia contò veramente nello scacchiere militare mondiale.
Sebbene la discussione in merito all’invio di un contingente militare ebbe echi contrastanti, il nostro Paese partecipò anche alla missione “Italcon” con 2300 militari nelle due tranches in cui fu divisa, che prefigurò un nuovo possibile modello di sviluppo per le forze armate, consentendo nel tempo ai militari di legittimarsi ed avere un nuovo spazio di manovra all’interno della politica nazionale e nel panorama militare internazionale. I militari italiani, sotto il comando del generale Franco Angioni, vennero inviati nei pressi del campo profughi di Cabra e Chatila, teatro tra il 16 e il 18 settembre 1982 di un feroce massacro causato dalle milizie cristiano-libanesi guidate in un’area controllata dall’esercito israeliano come rappresaglia per l’assassinio del Presidente libanese Bashir Germayal per mano dei siriani. Nonostante un ambiente ostile, i militari italiani si comportarono egregiamente e svolsero in maniera ottimale il loro compito, ricevendo anche l’apprezzamento della popolazione locale. Il successo dell’operazione libanese pose le basi per innalzare il proprio foreign status nei contesti in cui prenderà parte da allora nelle zone calde del Mondo.
Per il Pentapartito l’aver inviato in Libano un numero ingente di militari fu un gesto che rinsaldò il rapporto con l’opinione pubblica incrinatosi con la fine, e con l’esito, del secondo conflitto mondiale. Per i militari italiani partecipare a missioni di pace significò accrescere la legittimazione del proprio ruolo nella società, reintroducendo l’attitudine a considerare giusto il ricorso alle forze armate volte a tutelare certi interessi e principi. Nasceva il “soldato in assetto di pace”, universale, cosmopolita, pacifico, amico del popolo, cooperativo in ambito ostile e pronto al dialogo: furono i repubblicani a spingere affinché l’Italia ebbe un nuovo ruolo militare.
Nei suoi undici anni di vita il Pentapartito ha visto declinare una classe politica in ogni caso in declino ma ha ridato lustro al Paese, come visto, in politica estera ma è sbagliato affermare che è stato malvagio, perché il problema era a monte. Il problema era il malcostume della politica era la politica stessa e i suoi esponenti. Quello che succederà dal febbraio 1992, e che porterà da lì ai successivi due allo scioglimento dei due partiti cardini del Pentapartito, fu la ciliegina sulla torta di un’epoca (1992-1994) che vedrà la fine del sistema elettorale proporzionale, gli esiti del crollo del Muro di Berlino e i sanguinosi attentati di mafia. Ma questa, però, è un’altra storia.


Bibliografia

La politica estera italiana negli anni Ottanta, di E. Nolfo (a cura di) - Società e cultura, editore Piero Lacaita, 2003

La politica estera dell’Italia: dallo Stato unitario ai giorni nostri, di G. Mammarella – P. Cacace, Laterza, 2006

L’Italia degli anni di fango (1978-1993), di I. Montanelli – M. Cervi, Rizzoli, 1993

Guida alla politica estera italiana. Dal crollo del fascismo al crollo del comunismo di S. Romano, Rizzoli, 1993

La politica estera di una media Potenza. L’Italia dall’Unità a oggi, di C. Santoro, Il Mulino, 1991
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