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Piero Fornara, il volto della Resistenza novarese [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Come tutte le città italiane, nel biennio 1943-1945, anche Novara partecipò attivamente alla Resistenza. Due anni (circa) importanti di una guerra civile spietata e cruenta per la riconquista della libertà perduta con il Paese diviso in due parti. Insomma, quello che nelle idee di Hitler doveva essere un blitzrieg, si rivelò una guerra che in sei anni cambiò le sorti ed il destino del Mondo: l'Italia si ritrovò dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 in un vortice di violenza, paura e rabbia mai provati.
Il Novarese (allora comprendente anche l'odierno VCO) fu teatro di lotte molto intense, soprattutto in Val d'Ossola ed in Valsesia (quest'ultima facente parte della Provincia di Vercelli, ma molto legata culturalmente al Novarese). In Ossola nacque una delle oltre venti Repubbliche partigiane, aree prettamente di montagna liberate dai partigiani prima sotto il controllo delle forze nazifasciste. Le Repubbliche partigiane, durate lo spazio di pochi mesi, erano dei veri e propri “Stati”, ognuno diverso dall'altro e con una propria esperienza di vita.
Quando si pensa alla “Resistenza novarese”, vengono in mente molti personaggi di rilievo che hanno combattuto affinché il territorio si scrollasse di dosso le tossine fasciste. I principali furono Alberto “Andrea” Jacometti, Vincenzo “Cino” Moscatelli, Eraldo “Ciro” Gastone, Franco Toscano, Enrico Massara, Francesco Albertinale, Luigi Borasio, il futuro vescovo Leone Ossola; Rina dl Ponte Musso, Marcella Balconi, Renza Sguazzini Ferraris e Gisella Floreanini. Ma il personaggio cardine della Resistenza nel Novarese, senza essere stato però a tutti gli effetti un partigiano, è stato Piero Fornara. Pediatra ed animatore dell'antifascismo novarese, Fornara ha contribuito affinché la città di San Gaudenzio (e la sua Provincia) si liberassero dal nazifascismo, permettendo così il ritorno della libertà e della democrazia.


La situazione nazionale dalla caduta del fascismo alla Liberazione.

Prima di addentrarci nella spiegazione su chi fosse Piero Fornara, è necessario (e doveroso) fare un excursus sulla situazione italiana.
Il 10 giugno 1940 Benito Mussolini portò l'Italia in guerra. “Guerra” che vide il Paese, alleato della Germania di Adolf Hitler in virtù del “patto d'acciaio” siglato il 22 maggio 1939, nettamente impreparato ad affrontare un conflitto. Il duce trascinò tutti nel baratro, con la volontà di sacrificare la vita di milioni di soldati per sedersi al tavolo dei vincitori accanto ad Hitler contro le “democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente” (Francia e Gran Bretagna): tra il 10 giugno 1940 e l'8 settembre 1943, il nostro esercito fece una misera figura non solo perdendo contro eserciti di Nazioni per nulla forti militarmente (leggasi Grecia), ma anche per aver mandato sul fronte sovietico migliaia di soldati impreparati e mal equipaggiati, cagionando la morte della quasi totalità di questi. Alla faccia del motto “otto milioni di baionette” gridato in tempi non sospetti e del mito della Roma imperiale.
Dopo un iniziale entusiasmo, la quasi totalità degli italiani iniziò a non tollerare più sia la guerra sia il fascismo, reo di aver ingannato il Paese. Il malcontento in Italia iniziò a palesarsi già nella primavera del 1943, quando si intuì che la guerra sarebbe durata ancora tanto tempo e l'Italia non l'avrebbe vinta. Iniziarono scioperi e si diffusero le prime proteste: il fascismo era alle corde e mai come allora la sua forza nel Paese stava vacillando.
Quello che accadde la notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, durante l’ultima riunione del Gran Consiglio del Fascismo, l'assemblea interna del regime con poteri costituzionali, ebbe un’eco di straordinaria importanza. Il celebre “ordine del giorno: Grandi” sancì la sfiducia dell'importante assemblea nei confronti del duce. Di conseguenza, dopo ventuno anni di governo (di cui diciotto di dittatura), cadeva il fascismo. Mussolini venne incarcerato e re Vittorio Emanuele III diede l'incarico di guidare un governo militare al Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, già Viceré di Etiopia ed eroe della guerra coloniale nel Corno d'Africa, che traghettò il Paese fino alla firma dell’armistizio con gli Alleati, avvenuto il 3 settembre 1943 a Cassibile, nei pressi di Siracusa (successivo all'invasione degli Alleati in Sicilia del 9 luglio 1943), reso poi pubblico l'8 settembre. Badoglio sottolineò sin da subito che la guerra non sarebbe finita, ma il Paese era libero dalla dittatura.
Le forze alleate risalirono poi la Penisola dalla Sicilia verso la Linea Gotica, liberando il Paese in una guerra civile chiamata “Resistenza” che vide gli Alleati uniti agli antifascisti contro i fascisti e le forze militari tedesche occupanti.
Mussolini fu arrestato dopo la sua caduta e condotto prima in una prigione di Roma-Prati, poi, in successione, a Ventotene, Ponza, La Maddalena e a Campo Imperatore, alle pendici del Gran Sasso. In quest'ultima prigione, l'ex capo del governo italiano fu rinchiuso il 28 agosto 1943 ed il 12 settembre successivo venne scarcerato dai militari nazisti guidati da Otto Skorzeny nell'ambito dell'”operazione Quercia” e portato al cospetto di Hitler a Berlino.
I fedeli alla causa nazifascista erano consci che la guerra non era ancora compromessa poiché per Hitler era troppo importante salvaguardare l’Italia, la parte meridionale del fronte di guerra in Europa. Hitler non silurò Mussolini, ma doveva “nascere” un nuovo alleato visto che con l’armistizio l’Italia era uscita dalla guerra: il 23 settembre 1943 vide la luce la Repubblica Sociale Italiana, Stato-fantoccio soggiogato alla Germania nazista con capitale Gargnano, ma nota per avere la sede più importante a Salò, altra cittadina sulla sponda bresciana del Lago di Garda. La RSI venne riconosciuta solo dalla stessa Germania e dai Paesi alleati dell’Asse (Francia di Vichy, Slovacchia, Manchuko, Croazia, Ungheria, Romania), gli altri Stati non la riconobbero mai.
I suoi fondami ideologici erano un misto di corporativismo, socialnazionalismo, fascismo e razzismo antisemita poiché la Repubblica sociale riconobbe le leggi razziali promulgate dal governo (e firmate dal Re) nel novembre 1938.
La capitale del nuovo Stato, nell’idea di Mussolini sarebbe dovuta essere Roma, ma per motivi bellici non lo fu in quanto i confini meridionali della RSI arrivarono fino al basso Lazio, riducendosi ogni qualvolta l’esercito “resistente” e gli Alleati si spingevano verso Nord, combattendo contro tedeschi e repubblichini.
Un qualsiasi Stato è dotato, anche rudimentalmente, di un esercito e di forze armate e anche la Repubblica Sociale ne ebbe uno, ma molto scalcinato se relazionato a quello italiano che invase l’Albania e la Grecia, non molto efficiente già di suo. Nei due anni di attività, la Repubblica di Salò riuscì ad inquadrare solo poco più di 550mila militari (molti di questi volontari) ed il “fiore all’occhiello” fu la X Mas del generale Junio Valerio Borghese. Ancora più scarse furono l’aviazione e l’esercito: la prima ridotta drasticamente rispetto al biennio 1940-1942; la seconda formata da giovani in parte volontari (come detto) ed in parte da giovani obbligati dalle minacce di fucilazioni in caso di renitenza (cosa già in atto dal novembre 1943).
Importante è stato il ruolo della Guardia Nazionale Repubblicana, la versione “repubblichina” di quella che fu la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale fascista ed ebbe un ruolo di polizia militare e giudiziaria.
Nel 1944, considerato da tutti il peggior anno di guerra, il Partito Fascista Repubblicano istituì il “braccio armato” del Partito, composto da persone fedeli all’Idea in maniera tale da poter aiutare la GNR, in difficoltà nel reperire volontari: le Brigate nere, un feroce gruppo paramilitare in contrapposizione alle “brigate” partigiane (come, ad esempio, la “Garibaldi”, la “Osoppo”, la “Matteotti”).
Furono un fallimento, poiché divennero membri poco più che 20mila persone contro le oltre 100mila previste da Alessandro Pavolini, unico segretario del Partito Fascista Repubblicano. Nei loro due anni di “attività”, le Brigate nere commisero omicidi, furti, rapine, violenze e distruzioni facendosi odiare. L'atto più crudo è stato quello perpetrato dalla Legione autonoma mobile “Ettore Muti” di Milano il 10 agosto 1944 con l'uccisione di quindici partigiani a seguito di un attentato antifascista contro un camion tedesco in viale Abruzzi due giorni prima che non uccise nessun soldato ma sette civili italiani: il gruppo “Oberdan”, legato alla “Ettore Muti”, fucilò, su ordine del capo delle SS di Milano, Theodor Saevecke quindici partigiani presi dal carcere di San Vittore e i loro cadaveri rimasero a terra per tutta la notte nei pressi di un distributore di benzina come monito verso la popolazione di non osare a fare attentati contro di loro altrimenti i rei avrebbero fatto la stessa loro fine. Nel frattempo gli anglo-americani erano sbarcati prima a Salerno (9 settembre 1943) e poi ad Anzio (26 maggio 1944), liberando Roma (4 giugno 1944) e piano piano giunsero al superamento della Linea Gotica, la linea difensiva voluta dal feldmaresciallo Albert Kesselring, capo supremo delle forze militari tedesche in Italia, per impedire l’avanzata degli Alleati guidati dal generale Harold Alexander.
Era chiaro che la guerra sarebbe stata ad appannaggio degli Alleati con i nazifascisti oramai “chiusi” ad Ovest dallo sbarco alleato in Normandia e a est con l’avvicinarsi dell’Armata rossa verso Berlino. Da quel momento e fino al 25 aprile, in Italia ci fu una guerra “parallela”: a Nord Mussolini, la RSI, il Partito Fascista Repubblicano, i suoi ultimi fedelissimi, al Sud il Re che scappò dal Quirinale verso Ortona prendendo una nave per Brindisi, il governo del “traditore” (fascista) Badoglio, l'armistizio, gli Alleati che dalla Sicilia avanzavano sempre più verso la parte settentrionale del Paese grazie all'apporto dei partigiani e dei civili impegnati in una lotta senza quartiere in nome dell'antifascismo. Da una parte, c'era chi credeva nel mito della guerra e dell'uomo solo al comando, dall'altra chi credeva nella pace e nella democrazia. Vinsero i secondi, il 25 aprile 1945.
In quella lotta, milioni di italiani combatterono tra loro con morti, feriti e molti atti criminali supportati dai soldati nazisti: dai rastrellamenti di via Rasella a Roma ai fatti delle Fosse ardeatine, dagli eccidi compiuti nel Centro-Nord (da Sant'Anna di Stazzema a Marzabotto, da Boves alla Benedicta a Civitella, per citarne qualcuno), fino alle deportazioni degli ebrei italiani nei campi di concentramento nazisti, dove la quasi totalità di loro non sopravvisse.
Con la caduta del fascismo, l'antifascismo uscì dall'ombra della clandestinità ed i partigiani si unirono in bande dove, partendo dalle montagne, sconfissero il nemico riportando il Paese fuori dalla dittatura: se fino al 1943 la parola d'ordine era “lottare nella clandestinità”, dalla primavera del 1945 la parola d'ordine divenne “arrendersi o perire”.
Il mese di aprile del 1945 fu il momento clou (e finale) della lotta antifascista.
Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l'insurrezione nel Nord Italia contro i tedeschi e gli italiani legati alla Repubblica Sociale Italiana. A capo del CLNAI c'erano personalità che scrissero pagine importanti della storia non solo antifascista, ma anche repubblicana, dell'Italia: da Sandro Pertini (PSI) a Leo Valiani (Partito d'Azione), dal presidente Alfredo Pizzoni (indipendente) ai comunisti Emilio Sereni e Luigi Longo, oltre al socialista Rodolfo Morandi (erede di Pizzoni), al liberale Giustino Arpesani ed al democristiano Achille Marazza.
L'insurrezione era guidata dai partigiani, combattenti non militari antifascisti impegnati nella lotta contro gli invasori tedeschi dall'Italia meridionale fino alla Linea Gotica, ultimo baluardo di Berlino e Salò nell'Italia settentrionale. A partire dal 10 aprile 1945, si ebbe l'attacco definitivo contro nazisti e repubblichini. Sei giorni dopo il CLNAI diede istruzioni su come agire ed i partigiani diedero la “spallata” definitiva al nemico invasore e traditore: il 24 aprile gli Alleati varcarono il Po e si diressero verso Milano, la capitale “morale” della Resistenza.
I fatti poi sono noti a tutti: nel tardo pomeriggio del 25 aprile, Mussolini partì da Milano poco dopo l'incontro in Vescovado con il vescovo cardinale Schuster ed i membri del CLNAI (Riccardo Lombardi, Achille Marazza, Raffaele Cadorna e Giustino Arpesani) insieme ai fedelissimi Rodolfo Graziani, Paolo Zerbino e Francesco M. Barracu.
Il duce si mosse verso il confine con la Svizzera passando da Como sicuro del fatto che molte “camicie nere” non lo avrebbero abbandonato e avrebbero combattuto al suo fianco. Invece fu lasciato solo insieme ai pochi gerarchi rimastigli fedeli e ai nazisti. La mattina del 27 aprile fu scoperto a Dongo, sul lago di Como, vestito da soldato militare tedesco su un camion di soldati nazisti mentre stava fuggendo verso la Svizzera. Fu arrestato con la compagna Claretta Petacci e la mattina successiva i due furono fucilati davanti al cancello di una casa a Giulino di Mezzegra per mano di Walter “Valerio” Audisio. La Petacci non sarebbe dovuta essere fucilata ma lo fu poiché si mise tra Mussolini e “Valerio”. L'ordine di uccidere il duce fu dato a “Valerio” dal CLN.
Il cadavere del fu duce, della compagna ed altri diciotto membri influenti del fascismo furono esposti a piazzale Loreto nello stesso luogo dove, il 10 agosto 1944, furono uccisi ed esposti, per vendetta, al pubblico i cadaveri dei quindici partigiani antifascisti per mano della squadra nera “Ettore Muti”. Dopo neanche due anni, il progetto politico della RSI con tutti i resti del fascismo crollarono, ma il Paese era in ginocchio e doveva essere ricostruito.
Il 2 maggio 1945 ci fu la resa incondizionata di Caserta, dove la guerra fu dichiarata conclusa e il 10 febbraio 1947 si arrivò al Trattato di pace di Parigi tra i Paesi facenti parte delle forze Alleate vincitrici e gli Stati vicini all'Asse usciti sconfitti dal conflitti, con l'esclusione della Germania allora non più formalmente esistente: con questo trattato, gli Stati che persero la guerra subirono perdite di territori e colonie e dovettero pagare ingentissime riparazioni di guerra (l'Italia perse, ad esempio, Trieste, Fiume, Zara ed il comune di Tenda e pagare riparazioni per oltre 360 milioni di dollari del tempo).
Nel mentre, a seguito dell'esito non ancora ufficiale dei risultati del referendum del 2 giugno 1946 sulla scelta della popolazione (alla prima tornata elettorale nazionale con il suffragio universale) tra monarchia e repubblica (e sull'elezione dell'Assemblea costituente), l'allora Re d'Italia, Umberto II, subentrato il 9 maggio 1946 al padre Vittorio Emanuele III che abdicò in suo favore (in chiave anche politica, in vista del referendum sulla nuova forma di governo che si sarebbe votato meno di un mese dopo, per cercare di “strappare” voti alla “repubblica”, data per vincente), temendo per la sua sicurezza (e per porre fine ad un clima di incertezza che avrebbe potuto portare ad aspre lotte fra filomonarchici e filorepubblicani), il 13 giugno 1946, non accettando, comunque, i risultati del referendum, si imbarcò da Napoli su un aereo con destinazione Portogallo dove andò in esilio insieme alla moglie e ai figli Maria Pia, Vittorio Emanuele, Maria Gabriella e Maria Beatrice. Il 9 maggio precedente erano partiti per l'esilio Vittorio Emanuele III e Elena del Montenegro, con destinazione Alessandria d'Egitto.
Il 1° gennaio 1948 entrò in vigore la Costituzione ed il 18 aprile successivo si tennero le prime elezioni politiche democratiche con la vittoria schiacciante (48,51%) della Democrazia cristiana sul Fronte Democratico Popolare che si fermò al 31%.


La situazione novarese dalla caduta del fascismo alla Liberazione.

Anche se la guerra, come diceva Badoglio, non era ancora terminata, la notizia (almeno) della caduta del fascismo e del conseguente arresto di Mussolini, fu presa con gioia e soddisfazione anche dai cittadini novaresi: terminava la dittatura e non ci sarebbe più stato il fascismo, ma ora la città avrebbe dovuto fare i conti con mesi molto difficili e aspri. Vennero distrutti alcuni simboli fascisti presenti in città ed i fascisti ed i militari rimasti fedeli alla “causa” presidiarono i punti nevralgici: i fascisti sapevano di aver perso il controllo sulle città ed erano consci che ora avrebbero vissuto un periodo molto duro (e tanti di loro sapevano, in cuor loro, di combattere una guerra persa).
Francesco Ballero, prefetto del tempo, dimostrò subito un fervido antifascismo, collegandosi con alcuni personaggi “sinistri”: venne sollevato dall’incarico e sostituito con Dante Tuninetti. L'ultimo podestà di Novara fu il conte Gerardo Leonardi, a cui successero tre Commissari prefettizi: Ferdinando Lo Monaco, Ettore Bossi (avvocato molto noto in città nonché benefattore e proprietario dell’antonelliana “casa”) e Carlo Laboranti.
Venne alla luce un ginepraio di attività nascoste che avevano tramato contro la dittatura sin dai suoi esordi. Epicentro di queste furono le case di famiglie legate ai dettami del socialismo, del comunismo e del liberismo: dai Bonfantini ai Ballario, dai Pasquali ai Tosi e ai Bermani, dai circoli “popolari” ai ritrovi abituali dei dopolavoristi. I fascisti credevano di aver sotto controllo tutto da sempre, ma si sbagliavano.
Novara, come nel resto del Paese, iniziò a fare i conti con il sopraggiungere dei soldati tedeschi che arrivarono a controllare la città poiché “facente parte” (dal 23 settembre 1943) della Repubblica sociale. Il primo gruppo di soldati arrivò già nel settembre ’43: la città era occupata ed i cittadini vivevano tra perquisizioni, coprifuoco e minacce come nel resto dell'Italia. E non mancarono gli omicidi: il 12 settembre 1943 i tedeschi uccisero il giovane antifascista ceranese Giuseppe Ubezio, ucciso a colpi di mitraglia nei pressi della caserma “Perrone” (oggi sede della Facoltà di Economia) perché ritenuto un possibile ladro di armi.
Anche a Novara ci fu la sede della GNR: la sede fu prima presso la caserma “Tamburini” di baluardo La Marmora (oggi sede del comando cittadino e provinciale dei Carabinieri) e dal 1944 presso la scuola “Ferraris”. L'Ufficio politico aveva sede in via Avogadro per poi trovare sede negli uffici della GNR, mentre il Servizio Ausiliario Femminile, un particolare apparato militare composto esclusivamente da donne “militarizzate” volontarie, ebbe sede presso le suore di via Frasconi. L'esercito fu dislocato tra le caserme “Perrone”, “Passalacqua” e “Cavalli”.
Dal punto di vista dell’arruolamento, molti giovani novaresi decisero di sottrarsi al reclutamento in quanto delusi dalle promesse fatte dal fascismo prima dell’inizio della guerra o perché inquadrati nelle prime forze di resistenza partigiana: per chi non si arruolava, o la fucilazione o l’internamento nei campi di concentramento in Germania e Polonia. In alternativa a queste, il vivere clandestinamente e lottare contro il nemico invasore, sperando di non venire scoperti ed arrestati.
I primi nuclei partigiani novaresi, in collaborazione con il Comitato di Liberazione Nazionale, nacquero ad Arona per mano di uno dei principali fautori novaresi della “disobbedienza”, il socialista Alberto Jacometti “Andrea”. Dalla città lacuale, i gruppi partigiani si svilupparono poi in tutta la Provincia. I membri del CLN erano di tutte le estrazioni sociali, di tutte le età, si spostavano con i mezzi in loro possesso (in particolare la bicicletta), “esercitavano” dove lavoravano o a scuola o nei loro studi o uffici.
Il CLN novarese era costituito da socialisti (Alberto Jacometti), democristiani (Luigi Cappa), comunisti (Sergio Scarpa), azionisti (Carlo Zorzoli) e l'Unione delle Donne Italiane capitanate da Gisella Floreanini.
Il mese di aprile del 1945 fu decisivo, anche nel Novarese, per la lotta di Liberazione: dalle montagne, piano piano tutti i paesi e le cittadine furono liberate e Novara lo fu il 26 aprile.
I giorni precedenti la liberazione di Novara, si ebbero molti problemi: da Arona non arrivarono belle notizie ed il capitano Stamm, capo di una agguerrita colonna nazista che ancora non si era arresa, non volle cedere e decise di muoversi verso Novara con tutti i suoi uomini (circa un migliaio), rastrellando la popolazione, ma il suo viaggio fu molto difficile a causa degli attacchi delle “volanti” partigiane che incontrarono nei circa 40 chilometri che separavano il lago Maggiore dalla pianura.
La resa dei tedeschi fu decisa a Veveri: nel borgo novarese si incontrarono i vertici del CLN e gli occupanti nazisti. I partigiani volevano la loro resa, i tedeschi volevano consegnarsi ad un esercito regolare (cosa che i partigiani, militarmente, non erano). Uno dei promotori fu Leone Ossola, frate cappuccino ed amministratore apostolico di Novara originario del Canavese (vescovo di Novara dall'8 dicembre 1946 al 7 luglio 1951 quando fu sostituito da Gilla Vincenzo Gramigni) e pochi mesi dopo nominato vescovo di Novara e successivamente “Defensor civitatis”. Ossola partì alla volta di Veveri con il suo segretario-collaboratore don Carlo Brugo dove si era fermata la colonna partigiana capitanata da Eraldo “Ciro” Gastone e dal maggiore Gino “Tia” Grassi. Si diressero poi in città tra una folla di persone che applaudì esponendo sui balconi il tricolore. Allo storico incontro nel borgo novarese vi presero parte i futuri costituenti Scarpa, Bonfantini e i tenenti Arrigo “Moro” Cruppi e Benoni.
Quel 26 aprile si tennero tre riunioni (due in Vescovado, una a Palazzo Rossini, sede della Kommandatur nazista, il comando militare tedesco) per decidere la sorte della città e degli invasori. A queste riunioni presero parte il colonnello Nicola Mariotti comandante della Guardia Nazionale Repubblicana, il podestà Carlo Laboranti, il questore Minervini e il viceprefetto Corbia. Vi prese parte anche il capo delle SS a Novara, il colonnello Boeck.
Le riunioni si tennero ore 10, alle ore 12:30 (entrambe in Vescovado) e alle ore 16:30: la resa fu siglata alle 18:30. Ai tedeschi non interessò più la sorte dei fascisti e vollero rimanere nella caserma dichiarandosi prigionieri fino all'arrivo degli angloamericani.
Furono arrestati oltre 2.500 militari tedeschi in attesa dell’arrivo degli Alleati, cui sarebbero stati consegnati in quanto i partigiani non erano militari regolari, ma militanti politici e stanziati in difesa di un territorio.
Il 28 aprile arrivarono in città gli Alleati guidati dai maggiori Robert Readhead e dal capitano Mark Mentworth Terry. Iniziarono i primi comizi e l’attività della città riprese gradualmente, grazie anche al fatto che non subì né attacchi né bombardamenti.
Furono anche nominati i nuovi vertici politici ed istituzionali: Vincenzo Moscatelli venne nominato sindaco, Agostino Repetto (del PRI) questore, il democristiano Enrico Camaschella Presidente della Provincia. Moscatelli rimase in carica fino al 17 novembre 1945 quando fu sostituito da Ermanno Lazzarino.
Il 1° maggio venne reintrodotta la Festa del Lavoro, abolita durante il Ventennio, ed il giorno dopo arrivarono i primi americani dell’AMG, il Comando Militare Alleato, guidati dal capitano Fred de Angelis. Due mesi dopo la fine della guerra, nacque poi la sezione novarese dell'ANPI: il Comitato Nazionale fu creato il 27 giugno 1945, quello novarese il giorno prima. Primo presidente fu acclamato “Cino” Moscatelli ed i suoi vice- furono Bruno Calletti e Italo Somaglino, con Antonio Grassi segretario.
In tutte queste vicende appena raccontate, ebbe un ruolo importante e determinante Piero Fornara, il Prefetto di Novara della Liberazione.


La figura di Piero Fornara: dall'interessamento alla politica alla professione di pediatra.

Piero Fornara nacque e Cameri, paese della prima “cintura” fuori Novara, il 31 maggio 1897 da Vittorio, originario del paese di San Michele Arcangelo e Santa Gregoria, primario presso l'Ospedale di Novara, ed Augusta Gregotti. Nella sua famiglia ci furono diversi medici: lo zio era specialista in malattie tropicali ed il prozio era stato primario nel nosocomio di Novara. I Fornara abitarono a Novara nel quartiere San Martino, nell'odierno Viale XX Settembre.
Dopo gli studi liceali, Piero Fornara, nel 1914, si iscrisse alla Facoltà di Medicina e Chirurgia di Torino. Aveva un sogno: diventare un pediatra, il medico dei bambini. Visse gli anni della Grande Guerra da neutralista, non credendo nell'opportunità dell'Italia di entrare in guerra. Vicino agli ideali irredentisti, il futuro pediatra prestò servizio presso nell'Ospedale Maggiore di Novara come allievo interno.
Nel luglio 1920 si laureò a pieni voti e si trasferì all'estero con delle borse di studio: le tappe della sua specializzazione furono Parigi (dove poté confrontarsi con i celebri pediatri francesi Antoine Marfan e Pierre Andre Alexandre Nobecourt della Clinique de Puériculure) e Vienna (alla Klinik Czerny), dopo di che prestò servizio presso l'ospedale “Arrigo” di Alessandria. Fornara guardò con distacco l'avvento del regime fascista tanto da non iscriversi mai al PNF. E in quegli anni non avere la tessera del partito in tasca era un problema per chi lavorava e per chi cercava un lavoro: chi non era iscritto veniva licenziato, chi non aveva la tessera era quasi impossibilitato dal trovare un lavoro.
Nel 1924 Fornara tornò a Novara presso l'Ospedale Maggiore, l'anno dopo contribuì all'apertura del reparto di pediatria, due anni dopo divenne assistente e poi direttore del brefotrofio provinciale “Principi di Piemonte”: nel giro di sei anni, sotto le sue cure e la sua gestione, Novara ebbe un crollò della mortalità dal 50% al 6%.
Fornara si dimostrò un medico molto preparato, gentile e disponibile e in quegli anni tante famiglie (di tutti i ceti sociali) decisero di affidare i loro figli alle sue cure, affollando lo studio tutti i giorni dell'anno e a tutte le ore, tale era il prestigio sul territorio nazionale del pediatra novarese.
Nel 1929 Fornara vinse il concorso a Pisa per insegnare all'università ma, non essendo “fascista”, dovette rinunciare continuando la sua attività professionale di pediatra tra il suo studio di Corso Cavour 15 e l'Ospedale.
Nel 1930 vinse il concorso di primario a Novara, ruolo che ricoprì fino al 1967. Sin dagli anni Trenta ebbe incarichi anche nella Società Italiana di Pediatria. Nel 1934 fu esautorato dal ruolo di direttore del brefotrofio. E pensare che molte Università straniere lo avevano chiamato affinché andasse ad insegnare, ma lui decise di non lasciare Novara.
Fornara, politicamente vicino al socialismo umanitario (il pensiero di Filippo Turati, per intenderci) e al cristianesimo non clericale, iniziò a guardare con antipatia il regime e decise con le sue forze di dare il suo contributo per combatterlo, sperando un giorno (non troppo lontano) che potesse cadere.


L'antifascismo di Piero Fornara

In casa Fornara la politica era di casa, in quanto il padre era stato vicino alle idee di Felice Cavallotti. Il giovane Piero non era uno sprovveduto e aveva maturato in sé una certa coscienza critica verso il regime ed i suoi ideali: il fascismo, per un fervido democratico come lui, era il nemico da combattere e cercò sempre una sua “via” all'antifascismo entrando in contatto con alcuni esponenti della lotta partigiana, pensando che il regime potesse essere messo in difficoltà da tutti coloro che lo combattevano (anche se nei primi anni in Italia il fascismo aveva un seguito travolgente ed era difficile trovare qualcuno che fosse antifascista).
L'impegno di Fornara divenne decisivo con la caduta del regime. Il pediatra novarese iniziò la sua lotta partigiana senza però imbracciare le armi. Entrò fortemente in contatto con gli antifascisti e fece loro da tramite tra il Comitato militare regionale, il Comitato Liberazione Alta Italia e tutti i partigiani novaresi. L'allora quarantaseienne Fornara non partecipò al CLN provinciale e alla sua costituzione e non vi aderì mai, anche se il suo status ed il suo carisma lo resero un interlocutore privilegiato. La sua abitazione divenne il luogo di incontri dove furono raccolti fondi, armi e munizioni per aiutare i partigiani nella loro lotta contro i nazifascisti. Nonché curarli in caso di ferite ed ospitare, in gran segreto, anche alcuni esponenti dell'antifascismo novarese.
Vicino alla causa del PSIUP, Fornara non si iscrisse mai al partito, ma ebbe sempre rapporti stretti con i membri del Movimento di Unità Proletaria che vedeva in Jacometti, Porzio Giovanola e Savinelli i rappresentanti più importanti.


Fornara punto di riferimento della Resistenza novarese. Novara libera e Fornara prefetto. L'elezione all'Assemblea costituente.

L'essere diventato il punto di riferimento della lotta al nazifascismo a Novara comportò non pochi problemi a Piero Fornara e questo lui lo aveva messo in conto fin da subito, visto che dall'8 settembre 1943 in avanti la lotta tra fascisti (e tedeschi) e antifascisti divenne cruenta.
Divenuto il tramite tra il prefetto Ballero e gli antifascisti novaresi, Fornara, seguendo le indicazione di “Cino” Moscatelli che chiedeva la creazione di una serie di informatori oltre al SIMNI (Servizio Informazioni Militari per il Nord Italia) si creò una piccola reti di informatori tra cui Germano Bertona di Novara e Mario Soldà di Pogno: i due erano una sorte di “spie” e ogni volta riferivano al pediatra i movimenti dei tedeschi e dei fascisti, grazie al fatto di lavorare sotto copertura. Anche la fidanzata di Soldà, Maria, faceva la spola in bicicletta tra Orfengo (dove abitava con il fidanzato) e Ghemme due volte a settimana (era una sorta di “staffetta partigiana”) per aiutare gli antifascisti e Fornara.
Mario Soldà però non fece più avere sue notizie dal 23 ottobre e la fidanzata si preoccupò. Contravvenendo ad un ordine di Fornara, si recò in ospedale dal pediatra per dirgli che temeva per la sorte del fidanzato. Qualcuno l'aveva pedinata. Il 24 ottobre 1944 il Medio Novarese fu colpito dalla violenza dei fascisti: a Castelletto di Momo ci furono scontri tra residenti antifascisti e le forze partigiane giunte dal Mottarone capitanate da “Taras” (Alessandro Boca, capo della brigata Pizio Greta) e Nello “Andrej” Sartoris, leader della brigata Volante azzurra.
Persero la vita sei fascisti membri della squadra fascista. La squadraccia era una branca della polizia fascista guidata dal tenente Vincenzo Martino. La squadraccia faceva capo al questore Emilio Pasqualy e nell'ordine gerarchico fascista di Novara faceva riferimento ad Enrico Vezzalini. Era una squadra improntata sulla violenza e sul rastrellamento di coloro che non volevano “militarizzarsi” per il duce e per il Fuhrer. Erano terribili gli interrogatori e la violenza diffusa tra i suoi membri. La lotta nella frazione del paese dei Santi Zeno e Tecla fu tremenda: il paese fu letteralmente messo sotto sopra.
Martino rimase ferito e diede il là alla sua vendetta: ordinò che sarebbero dovuti essere uccisi sette antifascisti rinchiusi nel Castello Sforzesco di Novara, allora prigione di antifascisti, come “contropartita” per i fatti di Castelletto.
Martino ebbe il rifiuto sia del direttore del carcere sia del pretore, ma lui se ne infischiò ed ordinò di prendere sette antifascisti a caso. Furono “scelti” Ludovico Bertona, Aldo Fizzotti, Giovanni Bellandi, Mario Campagnoli, Vittorio Aina, Emilio Lavizzari e Giuseppe Piccini.
Questi ragazzi avevano età diverse (Bellandi e Piccini 18 anni, Campagnoli 19, Fizzotti ed Aina 23, Lavizzari 26) ed erano tutti partigiani: Bertona, Fizzotti e Lavizzari erano della cattolica “Brigata Rabellotti”, Bellandi della “Garibaldi”, Aina e Campagnoli della “Matteotti”.
I primi tre furono uccisi in piazza Crispi (oggi piazza Martiri), gli altri quattro in piazza Cavour. In entrambi i casi, i corpi dei giovani furono lasciati per ore sotto la pioggia e solo il giorno dopo furono raccolti ed i loro cadaveri erano stati coperti da una bandiera tricolore per rispetto nei loro confronti.
Il 27 ottobre 1944 la vita di Piero Fornara poté cambiare radicalmente: pedinata ed arrestata dalla formazione fascista della squadraccia, il 25 ottobre Maria subì un interrogatorio molto intenso e violento e la ragazza fece il nome di Fornara e dei suoi collaboratori. I fascisti la mattina successiva piombarono in ospedale e trassero in arresto Fornara, il suo collaboratore Aldo Schiavini, la portinaia dell'ospedale (la signora Prandi) e la signora Cantoia, un'infermiera dell'ambulatorio.
Fornara fu portato nella caserma della squadra di Martino in via dell'Arco (una traversa dell'attuale corso Cavallotti) dove fu malmenato. Fornara negò di conoscere e di avere rapporti con la giovane donna e fu minacciato di morte per fucilazione.
Fornara, durante la contestazione, disse il 25 ottobre, era a Milano presso gli uffici di Farmitalia per parlare con il dottor Patta per informarlo che la formula sulfadiazina bimetilata non andava bene (non disse, ovviamente, che prima era stato dai membri del CLN e gli aveva detto della strage dei sette ragazzi di Novara). Dopo aver avuto la conferma telefonica da parte dell'usciere di Farmitalia, Martino decise di non uccidere Fornara e fece condurre lui e gli arrestati in questura dove furono ancora interrogati, ma non furono uccisi. Da quel momento Fornara non andò per diverso tempo nella sua casa perché entrò nella black list dei fascisti e la sua abitazione di Corso Cavour fu messa sotto osservazione stretta. Nonostante la paura per possibili ritorsioni (per non dire della morte), Fornara non si fece intimidire ed andò dritto per la sua strada.
Mario Soldà venne arrestato il 23 ottobre, dove fu poi soggetto ad un feroce interrogatorio, malmenato ed ucciso: fu torturato e mutilato degli occhi. Venne portato a Castelletto di Momo ed impiccato insieme a Mario Erbetta di Borgomanero, il partigiano di origine cecoslovacca Sicor Tateladze e Pietro Protasoni, detenuto a Borgomanero. Ecco spiegato il motivo della “spifferata” di Maria: rimase scioccata dalla visione del corpo del fidanzato e, per la paura e lo spavento, fece il nome di Fornara e dove trovarlo.
Intanto il 1945 stava “girando” le spalle ai nazifascisti in Italia come in Europa: ancora pochi mesi e la guerra sarebbe terminata.
Il 25 aprile l'Italia fu liberata ed il giorno dopo Piero Fornara venne nominato prefetto da parte del CLN. Fornara si insediò come prefetto alle ore 16:30 e tenne il primo discorso alla piazza Matteotti un'ora e mezzo dopo dal balcone di Palazzo Natta-Isola (sede della Prefettura novarese). I suoi vice- erano erano Ermanno Lazzarino e Luigi Cappa.
I tedeschi lasciarono la città, ma per vendetta nei confronti della resa, continuarono a sparare e a danneggiarla, fino a quando non furono arrestati.
Si ebbe ancora un momento di tensione quando si seppe che da Vercelli era partita la “colonna Morsero” (guidata dall'ex prefetto di Vercelli, Michele Morsero) con 1.300 fascisti pronti ad entrare in città per poi riparare verso il ridotto della Valtellina (la linea fortificata nell'omonima valle della Provincia di Sondrio dove i fascisti pensavano, erroneamente, di trovarsi, riorganizzarsi e combattere ancora contro gli alleati e i partigiani). Il gruppo di Morsero si arrese il 28 aprile a Castellazzo Novarese quando si scontrò con alcuni gruppi partigiani della “Rabellotti”, della “Osella” e della“Musati”. Morsero e i suoi vennero detenuti nello stadio Comunale di Novara e lui fu ucciso dopo un processo il 2 maggio successivo.
Il 28 aprile Fornara si incontrò con il sindaco designato “Cino” Moscatelli e con ufficiali inglesi della missione “Cherokee”, il maggiore Readhead ed il capitano Mentworth Terry.
Fornara rimase prefetto di Novara fino al 23 febbraio 1946: il suo fu un ruolo di rappresentanza e di governo della città in unione con l'AMG, l'Allied Military Government, il governo di controllo sui Paesi liberati dagli Alleati da parte delle forze militari. Con gli alleati ebbe diversi screzi sull'autonomia della città nei confronti dei militari: Fornara ebbe sempre screzi con i soldati inglesi che sembrava volessero colonizzare l'Italia lasciando pochissima libertà d'azione agli italiani, non ricordandosi (o facendo finta) di quanto i partigiani avevano fatto per la Liberazione dell'Italia.
Il ruolo prefettizio di Fornara fu molto intenso perché Novara ed il Paese si stavano rialzando dopo anni di guerra, anche se il Novarese non fu oggetto di bombardamenti. Fornara è stato un prefetto legalitario, un prefetto che ha fatto eseguire tutte le regole del caso. Risolse alcuni problemi di natura economica e lavorativa ed intimò i novaresi a non compiere gesti violenti di vendetta contro i tedeschi e i fascisti, per tutelare l'ordine pubblico.
Nel frattempo, iniziarono ad uscire i primi periodici novaresi dopo anni di chiusura o di censure: dal Corriere di Novara a L'azione, dal democristiano La voce del popolo al socialista Il lavoratore fino a La lotta, vicino al Partito Comunista Italiano. I grandi problemi del Novarese furono l'alimentazione (il pane era razionato a meno di 200 grammi a persona), il riscaldamento nelle case e negli uffici pubblici, l'energia elettrica, i finanziamenti alle istituzioni pubbliche, gli approvvigionamenti di materie prime per l'industria, i problemi di viabilità, i prodotti edilizi per ricostruire le case, la carenza di alloggi (su 64mila abitanti, 8mila sfollati), i risarcimenti dei danni di guerra e l'ordine pubblico.
Il 10 luglio 1945 Fornara fu invitato a tenere un discorso al Teatro Coccia davanti al Congresso del CLN novarese. Fu un discorso improvvisato, accorato ma pungente verso gli inglesi, i quali ebbero delle beghe con lui e sui giornali del giorno dopo molte parti di quell'orazione furono censurate.
Dal 1° marzo 1946 divenne prefetto di Novara Enrico Avalle: per decisione del governo de Gasperi, i nuovi Prefetti dovevano essere tutti di carriera e non di scelta politica. Peccato che Avalle era stato Prefetto repubblichino a Vercelli.
Le prime elezioni democratiche a Novara si tennero il 24 marzo 1946 e Fornara, da prefetto, dovette coordinare l'attività delle prime elezioni amministrative. Si presentarono sei liste (PCI, PSI, DC, Liberali, Reduci e Progressisti) e per la prima volta dopo anni si tennero i comizi elettorali.
Fornara fu eletto consigliere comunale con oltre 3mila preferenze e il “suo” PSI divenne il primo partito della città. Primo sindaco democraticamente eletto fu l'avvocato socialista Camillo Pasquali e a Palazzo Cabrino, sede del Comune di Novara, entrarono tutti i personaggi principali della Resistenza (da Jacometti a Porzio Giovanola, da Ballario a Lazzarino, da Scarpa Gastone fino ad Alessandro Bermani). Pasquali fu ancora sindaco dal 1949 al 1952 e prima di lui sulla poltrona principale di Palazzo Cabrino si sedette un altro socialista, Ugo Porzio Giovanola. Vice-sindaco di Pasquali fu l'eroe della Resistenza novarese, Eraldo “Ciro” Gastone.
Ma per Piero Fornara ora si aprivano le porte di Montecitorio, sede dell'Assemblea costituente, l'organo che avrebbe redatto la Costituzione italiana creata in base al decreto legislativo luogotenenziale n. 98 del 16 marzo 1946.


L'elezione alla Costituente ed il successivo ritorno alla professione pediatrica. La nascita dell'ISRN. La morte.

Il 2 giugno 1946 fu un giorno importante per l'Italia: si tenne il referendum sulla scelta della forma di governo tra monarchia e repubblica. Ovvero continuare con la tradizione dei Savoia o intraprendere un nuovo percorso istituzionale. Quella domenica si recarono alle urne 24.946.878 di italiani e tra questi, per la prima volta nella storia del Paese, le donne. A dire il vero, già nel mese di marzo alcuni comuni erano stati chiamati al voto per eleggere i nuovi consigli comunali e le prime donne poterono entrare nelle urne e dare il loro voto. Il 2 giugno vinse la “repubblica” con 12.718.641 di voti contro gli 10.718.502 della “monarchia”.
Il 63% dei novaresi aventi diritto di voto (uomo e donne con 21 anni di età) si espresse in favore della “repubblica” (28.554 voti), mentre il 37% votò affinché la monarchia rimasse al suo posto (16.521 voti).
Il 13 giugno re Umberto II salì su un aeroplano con la moglie e i figli, con destinazione Portogallo: ebbe inizio l'esilio della casa regnante sabauda come sarà poi stabilito dalla Costituzione italiana e dalla XIII disposizione transitoria della stessa. La Carta costituzionale sarebbe poi entrata in vigore il 1° gennaio 1948, dopo la promulgazione in data 27 dicembre 1947.
Chi ha scritto la Carta? Un gruppo ristretto di deputati eletti all'Assemblea costituente frutto del voto “parallelo” che si tenne il 2 giugno: doveva essere redatta la nuova Cartache avrebbe sostituito lo Statuto albertino, in vigore, in Italia, dal 17 marzo 1861, giorno dell'Unità.
Alla Costituente furono eletti 556 deputati ed il collegio di Novara “spedì” a Roma dieci persone: Piero Fornata, Oscar Luigi Scalfaro, Giulio Pastore, Achille Marazza, Paolo Bonomi, Vincenzo Moscatelli, Sergio Scarpa, Luigi Zappelli, Alberto Jacometti e Corrado Bonfantini. Moscatelli fu il più votato con 45mila preferenze, seguito da Scalfaro con due mila in meno e Fornara con 37mila. Dei dieci novaresi eletti, solo sette furono candidati nelle circoscrizioni, mentre Bonomi, Marazza e Pastore furono eletti nel collegio nazionale.
I partiti più votati in assoluto furono la DC e il PSIUP con il 35 ed il 26% che portarono a Roma duecentosette e centoquindici deputati costituenti. Il Piemonte elesse cinquantaquattro deputati costituenti nelle due circoscrizioni regionali (Torino-Vercelli-Novara; Cuneo-Asti-Alessandria).
I novaresi, per il 33.5%, votarono socialista mentre il 29.5% democristiano, preferito di tre punti percentuali in più rispetto al PCI.
Oltre a redigere la Costituzione, la Costituente aveva anche altre ruoli: votare la fiducia al governo, approvare le leggi di bilancio e ratificare i trattati internazionali.
La prima seduta della Costituente si tenne il 25 giugno 1946 e fu presieduta dal liberale Vittorio Emanuele Orlando, il parlamentare più anziano (86 anni) e con più esperienza politica di tutti gli eletto (parlamentare addirittura dal 1897, è stato Presidente del Consiglio negli ultimi mesi della Grande guerra e uno dei firmatari del trattato di Versailles, nonché già Presidente della Camera). Tre giorni dopo, il liberale Enrico de Nicola venne eletto Capo provvisorio dello Stato (fino al maggio 1948) con 396 voti su 504.
Di questa assemblea, la parte più specifica fu la Commissione dei 75, dove settantacinque costituenti si riunirono per redigere il progetto di Costituzione da presentare all'Assemblea. A capo della Commissione fu eletto il socialdemocratico del PDL Meuccio Ruini.
I settantacinque furono divisi in tre sottocommissioni: diritti e doveri dei cittadini (guidata dal democristiano Umberto Tupini); organizzazione costituzionale dello Stato (guidata dal comunista Umberto Terracini); diritti e doveri dei cittadini dal punto di vista economico e sociale (con a capo il socialista Gustavo Ghidini).
La Costituente si riunì in cinquantadue sedute plenarie, mentre altrettante furono della prima commissione, settantasette della seconda e quarantasette della terza. A Orlando successe, subito il 25 giugno 1946, come primo presidente, Giuseppe Saragat del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e poi, dall'8 febbraio 1947, il comunista Umberto Terracini.
Ci furono discussioni sul fatto che la Costituente non avesse poteri legislativi e non si capiva chi dovesse occuparsi del controllo della stesura dei decreti legislativi di iniziativa ministeriale. La Giunta per il regolamento interno, guidata dallo stesso Saragat, promosse la creazione di quattro commissioni legislative permanenti: problemi legislativi di iniziativa ministeriale per decidere se avocarli o meno all'Assemblea e dei decreti della Presidenza del consiglio e dei ministri di Interni, Esteri, Grazia e Giustizia, Pubblica istruzione, Difesa, Alto commissariato per l'Igiene; decreti dei ministeri finanziari (Tesoro, Bilancio, Finanze); decreti dei ministeri dei Lavori pubblici e dell'Industria e Commercio; decreti di Poste & Telegrafi e ministeri restanti. A capo di queste commissioni furono nominati il democristiano Giovanni Gronchi, il repubblicano Ugo La Malfa, il socialdemocratico Alberto Simonini ed il comunista Luigi Longo.
Fornara prese parte alla prima Commissione permanente e fu anche promotore di un gruppo di lavoro incentrato sulla creazione di riforme sanitarie ed assistenziali per aiutare il lavoro e le condizioni di medici e la cura delle persone malate. Conclusa l'esperienza alla Costituente (il 31 gennaio 1948, ad un mese dall'entrata in vigore della Costituzione), Fornara decise di candidarsi, nel collegio senatoriale del Verbano, per il Fronte Democratico Popolare, la lista di otto partiti di sinistra che si presentò alla prime elezioni parlamentari del 18 aprile 1948, i cui due maggiori erano il PCI e PSI. Non risultò eletto e tornò all'attività di pediatra.
Essendo diventato un personaggio di spicco della politica novarese, Fornara prese sempre parte alle celebrazioni delle successive feste della Liberazione, partecipando anche ad incontri e conferenze dove raccontò la sua esperienza ed il significato della Resistenza.
Fino agli anni '60 presiedette il Consiglio federativo della Resistenza ed il 29 settembre 1968 divenne leader del Raggruppamento unitario della Resistenza novarese (costituito da ANPI, FIAP, FIVL). Oltre a diventare un contributor di “Resistenza unita”, il periodico dell'associazione.
La città di Domodossola, nel 1954, lo fregiò della Medaglia d’Oro al merito partigiano e nel trentennale dell'insurrezione di Villadossola (8 novembre 1943), la città gli concesse la cittadinanza onoraria. Nel 1974 si ritirò anche dall'attività di pediatra andando in pensione dopo cinquanta anni di attività. Un'attività che lo ha visto amato e rispettato da tutte le famiglie che gli affidarono le cure dei loro bambini. Nel dopoguerra fu per tanti anni vicePresidente della Società Italiana di Pediatria.
Fornara fu tra i protagonisti della nascita dell'Istituto Storico della Resistenza Novarese (ISRN), un centro documentale (associato alla rete nazionale degli Istituti Storici della Resistenza presenti in Italia), dove sono conservati documenti, libri, fondi e video dei fatti della Resistenza. Nato nel 1965 come Centro di documentazione storica sulla Resistenza, era (ed è tuttora) un centro eretto da un consorzio di enti locali. Fornara fu eletto primo presidente nel 1968.
L'ISRN svolge tuttora attività didattiche, di ricerca e di divulgazione legate alla storia della Resistenza e alla valorizzazione dei suoi ideali. Il core dell'attività dell'Istituto storico è l'area geografica del Novarese e del Verbano-Cusio-Ossola, facenti parte di un unica provincia fino al 1992. Gli archivi speciali (di fotografie, audiovisivi e manifesti) danno grande importanza e rilievo alle nuove fonti per lo studio della storia contemporanea. Per non parlare degli innumerevoli fondi archivistici donati da personaggi importanti (o semplici famiglie) coinvolti nella lotta della Resistenza.
Piero Fornara morì a Novara il 1º febbraio 1975, lasciando tutti i suoi beni all'Ospedale Maggiore. Non si sposò e fu tumulato nella cappella di famiglia nel cimitero di Cameri.
Il 6 febbraio 1976, come segno di riconoscenza nei suoi confronti, la dirigenza dell'Istituto Storico della Resistenza Novarese decise di intitolare l'ente alla sua memoria e di trasferire la sede da via Canobio 5, nei pressi di Palazzo Natta-Isola, a corso Cavour 15, abitazione di Piero Fornara, centro della Resistenza novarese.
Alla memoria di Fornara non fu solo intitolato solo l'ISRN, ma anche alcune scuole della provincia (a Novara e Carpignano Sesia), una via di Novara, un busto nel padiglione di pediatria a Novara e dal dicembre 2005 in Prefettura c'è una targa in suo ricordo per la sua attività prefettizia durante la Liberazione.


Cosa rimane di Piero Fornara oggi

A Novara, “Resistenza” e Piero Fornara sono andate a braccetto. Senza se e senza ma.
Il contributo “civile” che ha dato il dott. Fornara alla città e alla sua Provincia, nel tragico biennio 1943-1945 (e il successivo periodo post-bellico), sono stati determinanti affinché tornassero a prevalere principi cardine come la democrazia, la pace, il rispetto e l'uguaglianza.
Ogni 25 aprile, in tutte le città italiane, si tengono manifestazioni in ricordo della Liberazione: dalle orazioni delle Associazioni partigiane in luoghi simbolici alla deposizione di fiori in luoghi dove ci sono state le fucilazioni di personaggi che hanno dato la vita per la libertà e per l'antifascismo. E queste manifestazioni sono sentite ancora di più nella città premiate con la medaglia d'oro al valore civile in onore della loro lotta per il ritorno della pace e della democrazia. E Novara non è da meno, con la deposizione di corone di fiori in luoghi simbolo dove si è combattuta la Resistenza (in particolare nei luoghi della strage del 24 ottobre 1944).
Se in Italia esiste la festività della Liberazione, lo si deve anche a persone come Piero Fornara.
Fornara è stato un cittadino degno, amato e rispettato. Ha dato tanto al prossimo e ha dato se stesso affinché a Novara (e, indirettamente, in Italia) tornasse la democrazia. Pur di non abbandonare i suoi ideali e la sua fede, ha anche rischiato la morte per fucilazione. Un uomo da scoprire e analizzare per capire il suo impegno sociale, politico e culturale, ma sopratutto da non dimenticare mai.
Il 25 aprile deve (e non dovrebbe) essere un sentimento che va tramandato di generazione in generazione. Perché la democrazia, la libertà, il rispetto e la pace non devono essere ad intermittenza, ma costanti nel tempo. “Libertà” e “dignità”, due parole che devono fare parte del nostro DNA e delle generazioni presenti e future, affinché nessuno possa ridurre gli uomini a schiavi o ad esseri non senzienti.
E proprio in questi anni che, per meri motivi anagrafici, stanno venendo meno partigiane/i: non bisogna mai dimenticare il loro sacrificio e ciò che hanno fatto. Loro che non si sono mai sentiti eroi, ma persone che hanno combattuto per la pace e la libertà dei loro figli, dei loro nipoti e delle generazioni future.
E anche per questo motivo che la società novarese non dovrebbe mai smettere di ringraziare persone come “Cino” Moscatelli, Eraldo “Ciro” Gastone, il capitano Enrico Massara, Alberto “Andrea” Jacometti e, sopratutto, Piero Fornara.


Bibliografia

AA.VV., Novara fa da sé. Atti del convegno di Belgirate 1993, a cura di A. Mignemi, Provincia di Novara e Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea del Novarese e del Verbano Cusio Ossola “P. Fornara”, Novara, 1999;
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A. Braga, La città e la guerra. Itinerari. Novara 1940-1945, Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea del Novarese e del Verbano Cusio Ossola “P. Fornara” e Provincia di Novara, Novara, 2006;
G. Capra, Lo sport e la guerra Novara 1940-1945, Zen Iniziative, Novara, 2006;
G. Capra, I novaresi che fecero la Costituzione, Azzurra Edizioni, Novara, 2013
; E. Massara, Antologia dell'antifascismo e della resistenza novarese, Grafica novarese, Novara, 1984;
F. Omodei Zorini, Piero Fornara. Il pediatra delle libertà, Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea nel Novarese e nel Verbano Cusio Ossola “P. Fornara” e Provincia di Novara, 2005;
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D. Tuniz, Novara 1945-1990, Fatti cronache personaggi, con il patrocinio di Kiwanis Club Novara e Novara Monte Rosa, Lions Club Novara e Novara Ticino, Rotary Club Novara e Val Ticino di Novara, Soroptimist International Club di Novara, Panathlon Club Novara, Stampa Club e UCID, Novara, 1990.


Sitografia analizzata

http://www.anpi.it/donne-e-uomini/2109/piero-fornara
http://www.isrn.it/
http://www.veveri.it/liberazione.htm
http://www.anpi.it/donne-e-uomini/1469/arrigo-gruppi
https://storia.camera.it/
https://www.lavocedinovara.com/storie-della-domenica/camillo-pasquali-un-sindaco-romantico/
https://www.lavocedinovara.com/culture/storie/rina-musso-un-cuore-semplice/
https://www.comune.villadossola.vb.it/it-it/Resistenza
https://www.magazineitalia.net/24-ottobre-1944-no-dopo-avergli-cavato-gli-occhii-fascisti-impiccano-gli-eroici-partigiani-erbetta-giovanni-e-mario-solda/
http://novara.anpi.it/
https://www.casadellaresistenza.it/node/269
http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2929
http://www.straginazifasciste.it/wp-content/uploads/schede/NOVARA,%2024.10.1944.pdf
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Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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