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Il mito di John Fitzgerald Kennedy [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Se si stilasse una lista con i 100 personaggi politici più importanti del Novecento, John Fitzgerald Kennedy occuperebbe senza dubbio una posizione di prestigio. E non solo perché morì “in servizio”, ma perché nei suoi 1.036 giorni da presidente. giorni da Presidente degli Stati Uniti d'America, in piena Guerra fredda, compì gesti che ancora oggi sono ricordati anche tra chi non ha vissuto quell'epoca. E' ancora molto amato, negli USA come nel resto del Mondo, e di un “JFK 2.0” non se ne vede l'ombra. Nel suo (breve) periodo alla Casa bianca, dovette affrontare molti momenti cupi e difficili, nel suo Paese come in politica estera, parlando al Mondo di vivere al meglio la “Nuova frontiera” degli anni Sessanta.
Kennedy è stata una figura tra le più descritte e discusse di tutto il XX secolo: o con lui o contro di lui. Senza mezze misure. Molti, tra storici e non, si fanno ancora oggi la stessa domanda, ovviamente senza risposta: cosa sarebbe successo se non fosse stato ucciso a Dallas venerdì 22 novembre 1963? Un dilemma che rende ancora oggi Kennedy un politico di riferimento e un mito della sua generazione.


Introduzione

John “Jack” Fitzgerald Kennedy nacque il 29 maggio del 1917 nel Massachusetts, a Brookline, nei pressi di Boston, capitale dello Stato del Nord Est del Paese. I suoi genitori, Joseph Patrick (detto Joe) e Rose Fitzgerald, vivevano di pane e politica: entrambi democratici, uno era un imprenditore di successo diventato poi ambasciatore, mentre l'altra era figlia del sindaco di Boston. Entrambi i genitori erano di origine irlandese (una delle maggiori minoranze presenti nel Paese) e cattolici (altra minoranza). Le condizioni di vita in Irlanda della popolazione contadina quando i bis nonni del futuro presidente sbarcarono negli Usa erano molto precarie dopo la carestia di patate del biennio 1846-1847: un milione di irlandesi sbarcò in America, un altro milione si spostò nella vicina Inghilterra. Tantissimi connazionali partirono, ma molti morirono durante il viaggio, lungo e in condizioni pesanti: nel 1848, su centomila emigranti irlandesi partiti, solo sessantamila sbarcarono a destinazione.
Gli irlandesi avevano una grandissima comunità a Boston ed avevano una vita sociale molto dura, abitando isolati dal centro della città e in zone malfamate dove il crimine e la violenza aumentarono in pochissimi anni.
Il bis nonno paterno di Kennedy, Patrick, era nato a Dunganstown, nel sud dell'Irlanda da una famiglia contadina, mise piede negli Usa nell'aprile 1849 e la sua occupazione fu quella di costruire botti di legno e successivamente, non appena la propria situazione finanziaria migliorò, sposò Bridget Murphy, anch'essa di origine irlandese che in gioventù era stata commessa, parrucchiera e comproprietaria di una merceria. La coppia ebbe cinque figli, di cui l'ultimogenito maschio. Gli fu dato il nome di Patrick Joseph: sarà il nonno del futuro 35° Presidente degli Stati uniti d'America.
Patrick Joseph Kennedy iniziò a lavorare nel porto come imballatore e poi acquistò un'osteria dopo anni di risparmi. Arrivò a possedere tre esercizi commerciali quando lasciò il settore e si gettò sull'importazione di whisky. I bar, i saloon e le osterie erano i ritrovi abituali degli immigrati e dei loro figli e si parlava sempre di politica e quindi erano molto “corteggiati” al momento delle elezioni.
Patrick Joseph Kennedy nel 1884, a 26 anni, si candidò a deputato del Massachusetts e rimase in carica per quattro anni, per poi candidarsi e diventare senatore del Massachussets: fra i suoi elettori c'erano gli avventori del bar e la sua base elettorale era proprio gli immigrati, irlandesi e non. Nel 1887 si sposò con l'irlandese (di origine) Mary Augusta Hickey ed ebbero quattro figli: il primogenito fu Joseph Patrick "Joe", padre di John Fitzgerald Kennedy.
Passando al ramo materno, Rose Fitzgerald era figlia primogenita di John Francis Fitzgerald, senatore tra il 1892 ed il 1894, deputato per sei anni dell'Illinois e, per due mandati non consecutivi, sindaco di Boston tra il 1906 ed il 1914, per il Partito Democratico. Tra Kennedy “padre” e Fitzgerald ci fu rispetto e rivalità politica. I due avevano due curiosi nickname: the Little general e Honey Fitz, che rispecchiavano i loro caratteri e i modi di fare.
Nel 1914 “Joe” Kennedy e Rose Fitzgerald si sposarono ed ebbero nove figli: Joseph Patrick Jr. (1915-1944), John Fitzgerald (1917-1963), Rosemary (1918-2005), Kathleen Agnes “Kick” (1920-1948), Eunice (1921-2009), Patricia (1924-2006), Robert “Bob” (1925-1968), Jean Ann (1928) e l'ultimogenito Edward “Ted”, nato nel 1932 e morto anch'esso nel 2009. Era una cosa normale per una famiglia irlandese (anche solo di origine) essere cattolica ed avere tanti figli al seguito: per questo motivo i Kennedy sono noti per essere un clan, dove la competizione tra i fratelli e le sorelle, in ogni campo, era esacerbante. Quando la famiglia si allargò, i Kennedy si spostarono a Roverdale, nei pressi di New York, e poi a Bronxville. Boston era poco fruttifera per gli affari del padre, mentre la Grande mela dava molte più chances.
Joseph Patrick Kennedy iniziò svolgendo lavori umili (strillone, venditore di noccioline e dolci, lavorare per gli ebrei il sabato) ed in pochi anni si fece notare per la voglia di fare e di “diventare”, tanto che passò dal lavorare al porto all'aprire un ristorante, un ditta che commerciava carbone e la Columbia Trust Company, una piccola banca, compresa un'agenzia di cambio. Con l'ingresso degli Stati Uniti d'America nel Primo conflitto mondiale, Kennedy sr cambiò obiettivi, diventò prima vice direttore di un cantiere, entrò nella segreteria della Marina e poi si gettò nel cinema, producendo i primi western.
La svolta avvenne con la crisi di Wall Street del 1929: Kennedy rilevò alcune società in fallimento e, grazie alla liquidazione della sua (breve) esperienza da produttore cinematografico, investì mentre gli altri perdevano tantissimi milioni. Nel 1939 il suo patrimonio si disse ammontasse a oltre 100 milioni di dollari.
La sua vita (politica) cambiò nel 1932, con la vittoria di Franklin Delano Roosevelt alle elezioni presidenziali. Kennedy aiutò molto l'ex governatore dello Stato di New York, finanziandogli parte della campagna elettorale: l'essere vicini all'allora Presidente Usa fu visto da Kennedy senior come il metodo per fare molti soldi ed avere un tornaconto finale. E pensare che i due all'inizio non si presero bene, ma il loro rapportò mutò e capirono che erano utili a vicenda. E il vecchio “Joe” fece tanti soldi durante il protezionismo, importando un particolare tipo di whisky e di gin che vendeva come un “medicinale”: non appena Roosevelt tolse il proibizionismo, i Kennedy diventarono ancora più ricchi grazie agli investimenti fatti dal padre. Nonostante questa amicizia, Kennedy rimase con il cerino in mano perché non chiese il Segretariato al Tesoro, pur volendolo, e nel 1933 Roosevelt lo nominò presidente della Commissione Borsa e Scambi per due anni. Allo scadere del rinnovo, ambì a qualcosa di più, ma la sua carriera fu bloccata per la sua vita privata discutibile, la poco limpidezza dei suoi affari ed il suo presunto (mai confermato) antisemitismo.
Kennedy padre aveva molte aspettative su Joe jr. Ovviamente, Joe senior inculcò nella testa dei figli i principi democratici e del progressismo. La rivalità tra i due primogeniti (Joe e Jack) fu molto forte e fu voluta, indirettamente, dal padre perché voleva che i figli, da grandi, non avrebbero mai avuto bisogno di coalizzarsi. Joe Kennedy era un tipo caparbio, fermo sulle sue decisioni ed egocentrico.


Dall'università all'impegno nella Seconda guerra mondiale

Sin da bambino, il futuro presidente degli USA ebbe sempre problemi di salute: si temette anche il peggio in alcuni casi.
Nonostante questo, John Fitzgerald era molto competitivo con il fratello maggiore Joe e i litigi finivano anche in risse. Nei giovani Kennedy fu inculcato il pensiero democratico e liberale e in ogni momento della giornata facevano partire discussioni di politica. Jack a tredici anni entrò nella cattolica Canterbury School di New Milford, Connecticut, rimanendovi un anno per poi passare alla elitaria e protestante Choate Rosemary Hall di Wallingford, sempre Connecticut, dove si diplomò senza squilli nel 1935. Prima di accedere a questa scuola fu fatto iscrivere presso il collegio Canterbury di New Milford (nello stesso Stato federale) in quanto non era ancora pronto per gli esami di ammissione. Jack Kennedy non eccelse per voglia di studiare e fu sempre promosso con il minimo sforzo, contraddistinguendosi come pigro e disordinato. Anche alle superiori e all'università ebbe problemi di salute, ma negli sport eccelleva e dava il meglio di sé, in primis nel football americano. A Choate iniziò ad interessarsi alla lettura di libri. John Fitzgerald Kennedy si iscrisse alla celebre London School of Economics spinto dal padre per seguire alcuni corsi del professore laburista marxista londinese Harold Laski, e poi si perfezionò a Princeton, perché la sua salute era sempre precaria e non poteva stare troppo tempo in Europa. Il suo desiderio era di andare ad Harvard, come il fratello Joe.
A causa di problemi di salute, nel dicembre 1936, passò proprio ad Harvard, vicino a casa, dove iniziò a fare bene a partire dal secondo anno. Per riprendersi fisicamente (si disse che avesse contratto la leucemia), fece il manovale edile ed agricolo da un suo amico nell'Arizona del Sud, così poté stare all'aria aperta e guarire dai suoi malanni.
Nel marzo 1938 Joseph Kennedy senior venne nominato ambasciatore degli Stati uniti d'America in Gran Bretagna. All'inizio degli anni Trenta il vecchio Joe era passato alla Commissione marittima per cercare di far ripartire la marina mercantile americana, decimata per colpa della Depressione.
Durante gli anni universitari, il giovane John Fitzgerald viaggiò molto in Europa raccontando al padre, via lettera, tutto ciò che lo aveva colpito nel Vecchio continente (visitò Parigi, Berlino, URSS, Turchia, Medio Oriente). Scrisse in particolare che il popolo italiano era entusiasta del programma corporativo del fascismo.
Kennedy fu inviato dal padre a Glasgow per aiutare i passeggeri americani dal transatlantico inglese “Athenia” colpito dai tedeschi intorno alla mezzanotte del 3 settembre 1939 scambiato (si dice) per un'errore. Dei 1.200 passeggeri a bordo ne morirono centododici di cui ventotto americani. Ebbe una brutta esperienza con i passeggeri i quali non volevano i soldi del governo americano, ma un'altra imbarcazione con cui tornare a casa.
L'anno dopo Jack Kennedy si laureò con una tesi proprio su ciò che diede a Hitler il massimo potere in Europa, gli Accordi di Monaco (“Il compromesso di Monaco” era il titolo della tesi). Essendo ben scritta e ricca di contenuti, gli fu suggerito di pubblicarla: “Perché l'Inghilterra dormiva” vendette migliaia di copie in Gran Bretagna e negli Stati uniti a partire dall'agosto 1940. L'introduzione del libro fu ad opera di Henry Luce, giornalista molto affermato e tra i fondatori di Time. Con i diritti d'autore guadagnati in terra d'Albione aiutò la città di Plymouth a ricostruirsi dopo i bombardamenti, mentre con quelli incassati negli Stati Uniti poté acquistarsi un'autovettura. Il 3 settembre 1939 il padre di dimise da ambasciatore americano in Gran Bretagna a seguito della dichiarazione di guerra di Londra e Parigi alla Germania nazista. Tornò a Manhattan e si rioccupò di speculazioni immobiliari.
Come molti coetanei, Jack Kennedy dovette partire per il fronte. Nel settembre 1941 entrò in Marina su raccomandazioni del padre, ma non fu assegnato a ruoli operativi. Il 7 dicembre 1941 gli Usa entrarono in guerra e John F. Kennedy andò al centro addestramenti motosiluranti, mentre il fratello Joe era in aviazione.
Nel 1942 John Fitzgerald Kennedy fu assegnato ai motosiluranti e inviato nel fronte caldo degli Usa, quello in Estremo oriente. Il 2 agosto 1943 successe l'evento che fece conoscere al Mondo le gesta di Kennedy: il motosilurante PT109, guidato da lui al comando di tredici uomini, fu speronato e spezzato in due dal cacciatorpediniere giapponese “Amagiri”. Morirono due membri dell'equipaggio e Kennedy da buon leader prese in mano la situazione, aiutò gli uomini in mare e riuscì a chiedere aiuto dopo aver nuotato ed essere approdato su un'isola. Venne premiato con due medaglie al valore (Purple Heart e Navy and Marine Corps Medal) per il suo gesto.
Un anno dopo perse la vita il fratello maggiore Joseph: ironia della sorte, un anno dopo i fatti del PT109. Il fratello maggiore morì in circostanze mai del tutto chiarite a bordo di un bombardiere durante una missione sperimentale. Per il padre la morte del primogenito fu un colpo durissimo da cui non si riprese mai.
Durante il periodo di guerra, Kennedy fu congedato e non vide finire “sul campo” la guerra. Il congedo fu dovuto a molti problemi fisici, tra cui l'ernia al disco. Durante il conflitto morì anche il cognato marchese Billy Hartington, marito di Kathleen, in Francia un mese dopo la morte di Joe jr.


Da deputato a senatore a politico di spicco della new wave americana. La candidatura a Presidente

Poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Kennedy iniziò un periodo da giornalista, ma l'idea di scrivere ciò che gli altri dicevano e non lui in prima persona lo rendeva poco propenso a continuare l'attività. Sempre grazie all'aiuto del padre, fu inviato dall'”Herald American” di Chicago a seguire i lavori della prima conferenza delle Nazioni unite a San Francisco tra il 25 aprile ed il 26 giugno 1945: rimase in California un mese esatto e a luglio fu inviato in Gran Bretagna per seguire le importanti elezioni politiche che videro la sconfitta, nonostante la vittoria in guerra, di Winston Churchill in favore dei laburisti di Clement Attlee. Il padre, visto che non sapeva ancora cosa volesse fare il figlio “da grande”, lo spinse nell'agone politico sotto le insegne del partito “di famiglia”, il Democratico.
Per il padre era John Fitzgerald il figlio giusto da far diventare qualcuno nel Partito e, perché no?, Presidente degli Stati uniti. La fortuna bussò alla porta del giovane Jack nel 1946, quando il deputato locale James M. Curley si dimise dal suo mandato parlamentare per candidarsi a sindaco di Boston. John Fitzgerald Kennedy si candidò al Congresso (la Camera dei Rappresentanti) per il Massachusetts nel distretto XI di Boston, quello lasciato vacante dallo stesso Curley. Kennedy senior e il politico democratico decisero in comune accordo che il giovane John Fitzgerald sarebbe stato il candidato giusto, anche perché Curley si era ammalato gravemente di diabete ed aveva dei problemi con la giustizia americana per frode postale. Kennedy padre capì che era giunta l'ora di portare al congresso uno della famiglia e chi meglio del brillante, ed eroe di guerra, secondogenito poteva esserci? E per fare ciò, investì molti milioni di dollari nella campagna elettorale e il giovane Jack creò dal nulla una buona squadra organizzata composta dai suoi ex compagni di scuola di Choate e Harvard, un team di ragazzi con idee progressiste e liberal. L'addetto stampa di Kennedy fu John Kane.
Kennedy padre non nascose mai una cosa che divise l'opinione pubblica, ma che diceva una mezza verità, ovvero se si voleva fare bene in una campagna elettorale (essere eletti, in pratica) servivano tre fattori: denaro, denaro e ancora denaro. Arrivare secondi è essere ugualmente dei perdenti secondo il suo avviso.
Venne specificato nei manifesti e nei volantini che John Fitzgerald Kennedy era stato un eroe di guerra (un tasto che da sempre porta voti in America), furono tappezzati muri e molti scesero in campo spiegando perché si sarebbe dovuto votare Kennedy e non gli avversari.
Gli sfidanti di Kennedy per le primarie del Partito democratico erano undici, ma i più temibili erano l'ex sindaco democratico di Boston, Mike Neville e John F. Cotter.
Nel giugno 1946, alle primarie, sconfisse Mike Neville per poco più di 22mila voti. E pensare che lo stesso Neville, ai tempi sindaco di Cambridge che aveva raggiunto la “gloria” politica partendo da zero, gli aveva offerto un posto da segretario nella sua equipe se si fosse ritirato dalla corsa perché lo considerava troppo debole per affrontare un'elezione politica. A vincere non fu Kennedy, ma tutta la macchina organizzativa messa in moto dal clan, sfruttando il fatto che nel suo distretto il Partito democratico era frammentato e in crisi: John Fitzgerald Kennedy era un veterano di guerra, Mike Neville no; John Fitzgerald Kennedy aveva i soldi, Mike Neville no.
Alle elezioni vere e proprie di novembre (sempre nel 1946) doppiò (come voti) il candidato repubblicano Lester W. Bowen, ottenendo il 73% dei consensi. John Fitzgerald Kennedy aveva 29 anni: iniziava così la sua carriera politica che quindici anni dopo lo portò al 16000 di Pennsylvania Avenue. Si trasferì nei pressi di Washington insieme alla sorella Eunice, impiegata al ministero della Giustizia.
Fu una vittoria in carrozza (nonostante qualche Dem lo definì un carpetbagger, uno che in politica si candida in un luogo senza essere di quelle parti, ma con la speranza di essere eletto) dopo un avvio difficoltoso: non era conosciuto come il padre, aveva vissuto solo a New York, non aveva esperienza in politica e la sua salute era sempre precaria. Nonostante questo, gli elettori del XI distretto lo votarono. Il bis nipote dell'irlandese partito da New Ross in cerca di fortuna ce l'aveva fatta, contro tutto e tutti. Come Kennedy, il 3 gennaio 1947, debuttò alla Camera anche il repubblicano Richard Nixon, uno che tredici anni dopo lo stesso Kennedy incontrerà ancora sulla sua strada politica.
Kennedy, nonostante l'impreparazione, non sbagliò un colpo e si mosse in prima persona per essere rieletto. Entrò in due commissioni: quella del Distretto di Columbia e la Educazione e Lavoro. Le sue armi vincenti furono discorsi semplici, senza retorica, anti-demagogia, informali e con un unico obiettivo: cercare il voto di più persone possibili.
Nel suo mandato da deputato, Kennedy si prodigò per il suo distretto, votando in favore di leggi per l'edilizia popolare, il rinnovamento urbanistico, le pensioni agli ex combattenti, la sicurezza sociale e la pesca, mentre fu contrario alla riduzione dei fondi per la refezione scolastica, agli sgravi fiscali in favore dei ricchi e delle compagnie petrolifere. Il resto, lo interessò poco, anche perché mancò a oltre il 25% delle sedute della Camera in sei anni.
Il Congresso era a maggioranza repubblicana e per il neo deputato Kennedy non fu facile destreggiarsi nei gangli politici: fu inserito nella Commissione Educazione e Lavoro della Camera dei Rappresentanti. Kennedy si distinse per gli interventi nel progetto di legge sul programma edilizio “Taft-Hartley”, diminuire il potere dei sindacati riducendo la contrattazione collettiva ed eliminando le iscrizioni automatiche dei lavoratori alle associazioni. Era anche contro la pratica di imporre l'assunzione di un prezzo alla vita tranquilla in fabbrica. Era a favore delle garanzie di procedura democratiche nelle elezioni sindacali. La legge passò, nonostante il veto dell'allora Presidente Truman.
Combatté anche in favore della “Taft-Ellender-Wagner” che prevedeva la costruzione di oltre 1.5 milioni di case a basso-medio costo, grazie ai sussidi federali, dando la precedenza ai reduci: per il deputato Kennedy, i veterani di guerra non dovevano pagare le case come tutti gli altri. Compresa nella proposta c'era un ampio investimento nell'evacuazione delle baraccopoli. Nel 1949 Jack Kennedy votò in favore del “piano Marshall” e appoggiò la rielezione di Truman ed i finanziamenti a Grecia e Turchia. Non mancarono però alcune critiche contro l'amministrazione Truman, in particolare per la vicenda cinese del 1949 e la guerra in Corea. Per capire al meglio, viaggiò nelle zone calde del Mondo: dall'Europa al Medio Oriente, dalla Cina all'Indocina. Unici responsabili dei tanti problemi nel Mondo, e con gli Usa coinvolti in prima persona, furono il Presidente Truman ed il suo Segretario di Stato Dean Acheson.
Jack Kennedy rimase in carica per due mandati da deputato, fino al 1952 quando si candidò per il Senato al posto del governatore del Massachusetts Paul A. Dever che vi rinunciò per paura di perdere contro il forte Henry Cabot Lodge, repubblicano “liberal” molto quotato, in politica da tanti anni ed esponente di spicco dei “bramini”, l'aristocrazia locale e dell'alta società anglicana-protestante del New England (l'insieme degli Stati del Connecticut, Maine, Massachussets, New Hampshire, Rhode Island e Vermont). Il suo staff gli consigliò di diventare prima governatore del Massachusetts dopodiché candidarsi al senato, l'anticamera per il prestigio politico nazionale.
Quando si candidò al Senato, tutti pensarono in una débacle, visto che nessuno aveva ben capito lui “da che parte stava”. I fratelli Bob, Jean, Eunice, Patrice e la madre Rose gli gestirono la campagna elettorale per filo e per segno. Furono una bella novità, e portarono tanti voti, anche i Tea parties indetti dalla madre Rose, incontri elettorali a metà tra il dovere e il piacere dove la signora Kennedy era il factotum e l'abile organizzatrice in base al tipo di persone che vi partecipavano.
Morale: John Fitzgerald Kennedy voti 1,211 milioni, Henry Cabot Lodge voti 1,141 milioni. Per settantamila voti, John Fitzgerald Kennedy venne eletto senatore degli Stati uniti, il ruolo più prestigioso nel sistema bicamerale americano. Molti repubblicani, contrari alla candidatura di Eisenhower alla Casa bianca a scapito di Taft, riversarono il loro voto per Kennedy invece che a Cabot Lodge, uno degli sponsor di Eisenhower.
Per Kennedy fu una rivincita: anni prima, il nonno John F. Fitzgerald aveva perso contro il nonno di Cabot Lodge per una manciata di voti. Fecero la differenza i soldi investiti dai Kennedy e dalla maggiore personalità del giovane deputato. Il successo fu clamoroso perché alla Casa bianca andò Eisenhower, nello Stato del Massachusetts si imposero i repubblicani ed il membro dell'”OGP” Herter strappò lo Stato ai democratici dopo quattro anni. Era stato l'unico democratico a vincere nel suo Stato. Kennedy giurò il 3 gennaio 1953 e fu inserito in due commissioni: “Lavoro e previdenza sociale” e “Operazioni di governo”. Kennedy fu favorevole alla riduzione degli aiuti economici all'Europa e al Medio Oriente: secondo il suo pensiero, e dopo aver toccato la situazione con mano durante uno dei suoi viaggi, era ora che iniziassero a muoversi con le loro gambe e non aspettare gli aiuti di Washington. Un suo viaggio in Europa durante gli anni della ricostruzione post conflitto gli fece capire due cose: il fronte più caldo della Guerra fredda non era l'Europa, ma il Sud est asiatico (Cina, Indocina, Corea) e la stessa Europa non doveva beneficiare degli aiuti di difesa degli Stati uniti. Capì l'importanza in chiave anticomunista di due Paese europei diversi ma utili per Washington: Jugoslavia e Spagna.
Nel frattempo, la vita privata del giovane senatore andava a gonfie vele: il 12 settembre 1953, a due anni da quando la conobbe, sposò a Newport, nel Rhode Island, Jacqueline Lee Bouvier: 36 anni lui, 23 lei. Jacqueline Bouvier era nata a Southampton, New York, ma l'infanzia la trascorse in Rhode Island. Il padre di Jacqueline era un ricco agente di cambio che perse tutto durante la Depressione, ma riuscì a rialzare la testa e a riprendersi.
All'inizio la convivenza tra “Jackie” e il clan fu difficile, arrivando da estrazioni diverse: arricchiti, politicizzati e fanatici del football americano i Kennedy, aristocratici, ammirati e filo-repubblicani i Bouvier, che parlavano tra loro in francese in alcuni incontri con il clan. E il giorno del matrimonio la stessa “Jackie” non sopportò la presenza della stampa, ritenendo la cosa fuori luogo vista la privatezza dell'evento. La Bouvier detestava mamma Kennedy, mentre Kennedy andò molto d'accordo, ricambiato, con la suocera Janet.
Ragazza attenta e scrupolosa, Jacqueline intraprese una breve carriera da giornalista al “Washington Times Herald” ma la sua vita matrimoniale fu molto difficile: estrazioni sociali diverse, hobby e passioni contrapposte, le scappatelle di John. Kennedy in quel periodo era un vero “animale politico”: viaggi, comizi, strette di mano ed incontri con tutti quelli che avevano bisogno, con lo scopo di avere consenso per candidarsi, prima o poi, alla Casa bianca.
La coppia ebbe due figli, Caroline (25 novembre 1957) e John Fitzgerald jr detto John John (25 novembre 1960 - 16 luglio 1999). Nacque morta Arabella (23 agosto 1956) e dopo due giorni dalla nascita Patrick (7-9 agosto 1961). Quando morì Arabella, il padre era in Francia per impegni per nulla lavorativi e gli dissero di tornare subito a casa perché se si fosse saputo che non era vicino alla moglie nella tragica circostanza, avrebbe perso molti voti. Jacqueline ci rimase molto male e pensò al divorzio, ma, spinta da Kennedy padre, cambiò idea. La nascita di Caroline avvicinò tantissimo i due coniugi.
Il gossip per quanto riguardò la vita privata del 35° Presidente americano fu da sempre spietato, ma nessuno smentì le dicerie: il suo più celebre flirt fu con Marylin Monroe. Nell'immaginario collettivo, tutti associano Marilyn Monroe alla canzone “Happy birthday, Mr President” durante la sera per il quarantacinquesimo compleanno di Kennedy. Le malelingue (ben informate) hanno sempre sostenuto che l'attrice americana, morta suicida il 5 agosto 1962, fosse l'amante di John Fitzgerald e Robert Kennedy. Si disse, inoltre, che John F. Kennedy avesse sposato, nel marzo 1947, la ricca e mondana bi-divorziata Durie Malcom: intervenne il padre di lui, facendo annullare il matrimonio nel 1953. Il suo divorzio nel 1948 fu tenuto segreto, così come il presunto matrimonio, tanto che (si disse) l'atto fu strappato dal registro comunale, perché per un candidato presidente cattolico (allora una minoranza negli Usa) era un vero handicap elettorale avere un divorzio alle spalle, nonché una cosa per nulla cattolica. La fedina “matrimoniale” di Kennedy era immacolata e poté sposare la giovane Jacqueline.
In quel periodo la sua salute iniziò a preoccupare: nel 1954 Kennedy rischiò di morire per i postumi di una difficile operazione alla spina dorsale e iniziò una lunga riabilitazione che lo tenne lontano dalla politica per sette mesi. Il problema fu ai dischi spinali, frutto di problemi alla schiena subiti da giovane per colpa della sua rudezza sportiva. La prima operazione avvenne il 21 ottobre 1954, il 15 febbraio 1954 la seconda e dieci giorni dopo fu dichiarato guarito.
Il 21 ottobre 1954 fu operato alla schiena per la doppia fusione. Nel 1947 gli fu diagnosticato il morbo di Addison che colpiva le ghiandole surrenali e fu ricoverato a Londra durante uno dei suoi viaggi in Europa. Si disse che avesse contratto anche la malaria. Insomma, i problemi di salute furono un suo grave handicap.
Cosa fece Kennedy per “occupare” il tempo, oltre a seguire da lontano le vicende politiche nazionali? Tornò al suo primo amore, la scrittura: pubblicò un saggio dedicato a otto senatori bipartisan degli Usa che in diversi momenti storici, e in situazioni differenti e difficili, avevano dato prova di coraggio politico, sfidando anche le linee dei loro partiti. John Quincy Adams (Massachusetts), Daniel Webster (Massachusetts), Thomas Hart Benton (Missouri), Sam Houston (Texas), Edmund G. Ross (Kansas), Lucius Lamar (Mississippi), George Norris (Nebraska), Robert Taft (Ohio). Il libro si intitolò “Profili del coraggio” e nel 1957 fu insignito del Premio Pulitzer sezione “Biografie”, dopo essere stato bocciato in quella “Storia”. La critica disse che il libro non fu per nulla opera di Kennedy, ma dell'amico Ted Sorensen che lo realizzò interamente. L'editore del libro fu, nel 1955, “Harper & Brothers” di New York. Uno dei sogni di Kennedy fu quello di vedersi pubblicato un libro e di vincere il prestigioso premio istituito nel 1917 in memoria del giornalista americano di origine ungherese Joseph Pulitzer.
Fu un successo importante per il politico democratico che il 23 maggio 1955 tornò alla politica attiva. La lunga degenza fece bene a Kennedy, lo rese maturo politicamente e conscio del fatto che il futuro sarebbe stato dalla sua parte.
Nel novembre 1956, intanto, si votò per l'elezione presidenziale: i repubblicani confermarono candidato Eisenhower, ma in “casa” democratica si decise all'ultimo quale sarebbe stato il “ticket”. Kennedy appoggiò Adlai Stevenson, come quattro anni prima, garantendogli i voti del Massachusetts alla convention. Kennedy durante la campagna delle primarie fece in modo di estromettere, in maniera poco limpida, dal Comitato William Burke (capo del Comitato democratico nel Massachussets), John Fox, vicini all'altro candidato, John McCormack nel Massachusetts alla presidenza dello stesso comitato. McCormack era il leader del Partito democratico nel Massachussets nonché capo della maggioranza alla Camera dei Rappresentanti. Il trio McCormack-Burke-Curley era contro il clan Kennedy perché entrato in politica per business.
Kennedy riuscì a diventare presidente della delegazione del Massachusetts alla convention al primo scrutinio, garantendo, come promesso, i voti dello Stato a Stevenson, ma perse la vice-Presidenza in favore di Estes Kefauver, deputato del Tennesse. Alla prima votazione l'esito fu questo: Kefauver 483 ½ voti, Kennedy 304, Al Gore 178, Humprey 131 ½, mentre nella seconda il Texas votò per Kennedy per volontà di Lyndon B. Johnson. Alla fine prevalse Kefauver che ottenne il voto degli Stati di frontiera e dell'Ovest. Votarono per Kennedy gli Stati del Sud e del Nord Est.
Kennedy chiese l'elezione di Kevauver per acclamazione: il “ticket” democratico contro Eisenhower-Nixon sarebbe stato Stevenson-Kevauver. Per il vecchio Kennedy fu un bene che il figlio non avesse vinto le primarie per la vice-Presidenza perché sicuramente avrebbe perso e anche malamente: “Ike” si impose con il 57% dei voti contro il 42% dello sfidante democratico, nove milioni di voti in più per il Presidente uscente. John Fitzgerald Kennedy continuò sulla sua strada con un unico biettivo: le elezioni presidenziali del 1960.
Il vice di Eisenhower fu Richard Nixon, entrato alla Camera lo stesso giorno di Kennedy e lo stesso senatore del Massachusets si congratulò con lui per il prestigioso risultato e per il fatto che in soli dieci anni di politica era riuscito ad occupare la seconda carica del Paese.
Se il 1956 fu anno negativo, il 1957 fu l'anno che lo fece conoscere a tutto il Paese: viaggiò molto per il Paese, fu attivo in ogni ambito, incontrò imprenditori e sindacalisti. Proprio contro questi alzò la voce, tanto da presentare, nel 1958, una proposta di legge bipartisan con il collega repubblicano Irving Ives, sull'autodisciplina sindacale. Il motivo? Porre fine al fenomeno del racket del lavoro e della corruzione sindacale.
Nel 1957 Kennedy entrò nella Commissione Esteri del Senato ed iniziò subito a polemizzare con l'allora Segretario di Stato John Foster Dulles sulla situazione in Algeria, consigliando all'amministrazione Eisenhower di intervenire nella guerra franco-algerina per porre fine all'annoso problema. Le sue parole, apparse anche in un articolo su “Foreign Affairs”, furono molto criticate ed aprirono un vivace dibattito nel Paese e in Francia, dove non furono ben intese perché significava l'“internazionalizzazione” del conflitto algerino, cosa che i francesi non volevano succedesse.
Nel 1958 Kennedy si ricandidò al Senato dove vinse in maniera clamorosa contro Vincent Celeste: oltre 500mila voti di differenza tra i due e Kennedy per altri due anni si sarebbe accomodato sul prestigioso scranno di senatore degli Stati Uniti. Il senatore Kennedy ottenne oltre 870mila voti. Era in rampa di lancio: l'8 novembre 1960, giorno dell'elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America, si stava avvicinando sempre di più.


La candidatura a Presidente e la vittoria contro Nixon. I primati di JFK

Nel 1960 il Presidente Eisenhower era incandidabile per via del doppio mandato consecutivo e quindi in casa “Grand Old Party” si cercò l'erede. Il 2 gennaio 1960, il 42enne Kennedy decise di candidarsi per il Partito democratico, presentandosi alle primarie del partito non come running mate, ma come candidato ufficiale. Per la sua famiglia fu un'occasione straordinaria: mandare un erede alla Casa bianca e scrollarsi di dosso il passato difficile e amaro dei loro avi.
Cinque politici avevano la possibilità di divenire candidati per il “partito dell'asinello”: John Fitzgerald Kennedy, Hubert Humphrey, Stuart Symington, Lyndon B. Johnson e Adlai Stevenson.
Il partito blu voleva tornare ad occupare la poltrona più importante di Pennsilvanya Road, dopo gli otto anni di “Ike” e poteva contare su un autentico cavallo di razza: il giovane e brillante 42enne di origine irlandese e cattolico Kennedy. Un azzardo? Forse, ma il Partito voleva tornare alla Casa bianca e capì di aver puntato sul cavallo giusto: ogni discorso era una marea di applausi e via via sconfisse tutti i candidati.
La squadra elettorale di Kennedy vide Ted Sorenson a capo della politica nazionale, il fratello Bob lo seguì per tutta la campagna elettorale mentre altri due preziosi aiuti arrivarono da Kenneth O'Donnell e Lawrence O'Briens.
Le elezioni primarie (quelle elezioni che negli Usa servono ai due partiti per eleggere i due candidati che andranno a sfidarsi per la carica di presidente il secondo martedì di novembre, sia alle legislative che alle presidenziali), furono vinte con molta facilità da Kennedy: caddero Hubert Humphrey (senatore del Minnesota), Lyndon B. Johnson (senatore del Texas) e, ancora una volta, Adlai Stevenson (deputato democratico). I tre candidati vennero sconfitti uno ad uno nei cosiddetti Stati chiave (Stati dove la vittoria non è certa per nessuno dei candidati e nel caso di Kennedy la vittoria arrivò in West Virginia e Wisconsin). La convention del Partito democratico si tenne, dall'11 al 15 luglio 1960, al “Memorial Sports Arena” di Los Angeles e vi presero parte 1520 delegati. Da lì sarebbe uscito il candidato che avrebbe sfidato quello repubblicano per la Casa bianca l'8 novembre successivo. 1520 delegati significano 1520 voti e per avere la candidatura ufficiale, il candidato presidente avrebbe dovuto avere almeno 761 voti (maggioranza assoluta): Kennedy vinse con 806 voti, quattrocento in più di Johnson (406). Staccati Symington (86 voti) e Stevenson (79 e mezzo). John Fitzgerald Kennedy da Brookline, Massachussets, era il candidato democratico per le elezioni di novembre. Il suo running mate fu, a sorpresa, Lyndon B. Johnson: l'idea di averlo al proprio fianco di John Fitzgerald Kennedy fu del vecchio “Joe” Jennedy. I rivali repubblicani invece candidarono Richard Nixon, già vice- di Eisenhower: il “ticket” fu con Henry Cabot Lodge.
La campagna elettorale fu in salita per Kennedy, visto che molti nel partito non gradirono la presenza di Johnson come suo (futuro) vice-: l'obiettivo era conquistare i voti dei Paesi del Sud, poco avvezzi ad accettare il programma liberale del partito, soprattutto per quanto riguardava la questione dei diritti civili. Kennedy era visceralmente antirazzista e si batté affinché le comunità afroamericane potessero uscire al più presto dalla condizione di segregazione in cui vivevano.
Sulle elezioni cadde come una scure l'abbattimento di un aereo americano da parte dei sovietici in territorio URSS con il sequestro del pilota. L'amministrazione Eisenhower ebbe un duro colpo, ma il Partito democratico si divise: Johnson non voleva che Eisenhower si scusasse con Mosca per il fattaccio, Kennedy invece suggerì che il Presidente si sarebbe dovuto scusare per l'errore.
Kennedy colpì per i discorsi e la pacatezza delle sue parole, non facendo promesse ma dando un segnale ad un Paese che doveva modernizzarsi. La parola d'ordine della campagna elettorale di Kennedy fu “Nuova frontiera”. I fulcri dei suoi discorsi furono diritti civili, tutela del lavoro e conquista dello spazio, con il nemico sovietico avanti rispetto a Washington.
Giocò in favore di Kennedy (ma lui non cavalcò l'onda) l'arresto del pastore Martin Luther King in Georgia il 25 ottobre 1960, dopo una manifestazione non violenta (come nel suo stile): il pastore fu condannato a 4 mesi di lavori forzati da scontare in un carcere della Georgia. Kennedy prese a cuore la situazione, espresse la sua solidarietà alla moglie Coretta e promise il suo aiuto: Bob Kennedy curò la parte legale e King uscì dopo il pagamento della cauzione. La vicinanza dei Kennedy fu vista sincera dai King perché fu coerente e non a scopi elettorali: per questa ragione, il padre di Martin Luther King decise che per l'elezione presidenziale avrebbe votato, e avrebbe fatto votare, in maniera massiccia, il giovane candidato John Fitzgerald.
L'8 novembre 1960 ci fu la sfida tra Kennedy e Nixon: da una parte il giovane, colto e progressista candidato democratico, dall'altra il veterano della politica vice- del due volte Presidente uscente, ed eroe di guerra, Eisenhower. Kennedy era un neofita se paragonato al suo sfidante, ma il Paese aveva bisogno di svecchiarsi e guardare avanti.
Fu la televisione la vera novità e Jack Kennedy la sfruttò al massimo: se nel 1950 una famiglia su dieci possedeva un televisore, nel 1960 la percentuale era passata al 90%. I dibattiti (tuttora utilizzati durante la campagna elettorale) si tennero il 26 settembre, il 7, il 13 ed il 21 ottobre: il primo si tenne alla CBS, il secondo alla NBC di Washigton, il terzo ed il quarto presso la ABC di Ney York e Los Angeles. Si disse che tra gli 85 e i 120 milioni di americani avevano visto i dibattiti.
Il volto fresco e la novità che era insita in John Fitzgerald Kennedy ebbero il sopravvento sul vecchio ed impostato Nixon. I due ebbero anche comportamenti diversi: pendette dalla parte di JFK il fatto che si presentò agli appuntamenti televisivi dopo ore e ore di prove davanti alla telecamera, mentre lo sfidante non era interessato a ciò e in due dibattiti arrivò quasi all'inizio della messa in onda. I telespettatori indecisi su a chi dare il voto non ebbero dubbi: John Fitzgerald Kennedy, nonostante ai “punti” fosse in parità con l'avversario repubblicano. Il neo presidente però credette di aver vinto con più margine.
Se la radio aveva consacrato Roosevelt, la televisione consacrò Kennedy. Con la tv, lui poteva parlare all'elettorato a 360°, passando sopra la testa di Congresso e carta stampata, diventando regista e attore di sé. Neanche l'intervento dell'ex Presidente Eisenhower servì ad aiutare il suo vice-.
L'8 novembre Kennedy ottenne 303 voti elettorali (doveva ottenerne almeno 270) contro i 219 di Nixon. Il senatore Kennedy vinse le elezioni. Se ottenne 33 voti in più del quorum, non fu lo stesso per il voto popolare, con Kennedy che sconfisse Nixon per soli 112 mila voti di differenza, lo 0.1% in più. Gli Usa dopo otto anni a guida “OGP” cambiavano pagina. La vittoria del 43enne democratico cattolico di origine irlandese fu celebrata su tutti i più importanti quotidiani del Mondo. Kennedy aveva vinto perché, nonostante provenisse da una famiglia ricca e magari “lontana dalla realtà”, usava parole semplici che colpirono tutti quanti. Il suo asso nella manica fu la squadra, composta da Lawrence O'Brien, Kenneth O'Donnell, Theodore Sorensen, Pierre Saligner, John Bailey, Hyman Raskin, Marjorie Lawson. Età media della squadra, 35 anni.
Il 19 gennaio 1961 il transition President incontrò Eisenhower nello Studio ovale e i due ebbero una lunga chiacchierata, dove il Presidente uscente spiegò al suo erede cosa avrebbe avuto a disposizione durante il suo mandato.
Il 20 gennaio 1961 John Fitzgerald Kennedy, in una Washington fredda e reduce da una forte nevicata, giurò come 35° Presidente degli Stati Uniti d'America: era il più giovane di sempre ad essere stato eletto (e ancora oggi lo è a distanza di cinquantasei anni), il primo di religione cattolica. Una serie di primati che fecero capire al Mondo che gli Stati Uniti d'America si riproponevano al Mondo con un nuovo modo di intendere e fare politica, soprattutto nei confronti dell'URSS. Fu storico il passaggio del suo discorso di insediamento nel Portico est del Campidoglio: "Non chiedete cosa il vostro paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese". Come dire: contribuite a fare grande anche voi il Paese che abitate. Sul palco c'erano molte personalità, tra cui l'amato poeta Robert Frost.
La Nuova frontiera kennediana era "la frontiera delle speranze incompiute e dei sogni. Al di là di questa frontiera ci sono le zone inesplorate della scienza e dello spazio, problemi irrisolti di pace e di guerra, peggioramento dell’ignoranza e dei pregiudizi, nessuna risposta alle domande di povertà ed eccedenze”.
La squadra di governo fu composta da: Segretario alla Difesa, Robert McNamara; Segretario di Stato, Dean Rusk; Ministro della Giustizia (Procuratore generale, Attorney general), Robert Kennedy; Segretario al Tesoro, Clarence Douglas Dillon; Segretario degli Interni, Stewart Udall; Segretario dell'Agricoltura, Orville Freeman; Segretario al Commercio, Luther H. Hodges; Segretario del Lavoro Arthur Goldberg (poi sostituito da William Willard Wirtz perché il primo divenne giudice della Corte Suprema); Segretario della Salute e dell'Istruzione Abraham A. Ribicoff (poi sostituito da Anthony J. Celebrezze, perché il primo si candidò alla carica di senatore); Direttore generale delle Poste, James Edward Day (sostituito da John Austin Gronouski, perché il primo si dimise per motivi personali). Alla CIA e all'FBI furono confermati Allen Welsh Dulles e John Edgar Hoover. Adlai Stevenson avrebbe voluto l'incarico di Segretario di Stato, ma invece fu inviato a New York come ambasciatore americano alle Nazioni unite, mentre il consigliere alla Sicurezza nazionale divenne McGeorge Bundy. Il gabinetto Kennedy fu poco liberal e molto conservatore, soprattutto in politica estera e molti membri del suo governo sarebbero potuti stare in un esecutivo repubblicano (McNamara, Rusk e Dillon).
Il neo presidente si rimboccò le mani e cercò di essere subito sul pezzo: la politica interna e quella estera erano molto difficili da affrontare, ma fece in modo di partire con il piede giusto. I primi punti che l'amministrazione Kennedy dovette affrontare furono la recessione economica, il disavanzo della bilancia dei pagamenti, il problema della carenza di alloggi e l'istruzione, mentre in politica estera i problemi provenivano da Berlino ovest, Cuba, Laos, Congo e America Latina. Il punto focale della nuova politica di Kennedy fu il “New Frontier”.
Kennedy era contrario alle riunioni di gabinetto: se Eisenhower ne organizzava una a settimana, lui le considerava inutili e ne organizzò il minor numero possibile. Kennedy durante il suo mandato fece tanti interventi televisivi, perché tutti dovevano essere a conoscenza delle situazioni (positive e/o negative) del Paese.


La politica estera di JFK

A noi europei, della Presidenza Kennedy (come di tutti i Presidenti americani, a dire la verità) interessa molto la sua politica estera, con alcuni avvenimenti che hanno fatto storia. Vediamoli nel dettaglio.
a) I rapporti con l'URSS, la crisi congolese e il Laos - Sul piano della politica internazionale, l'obiettivo strategico di Kennedy nei confronti dell'Unione Sovietica è stato quello di un'intesa mondiale basata sulla supremazia delle due massime potenze, garanti della pace e della guerra. Krusciov durante la campagna elettorale si era mostrato filo-kennediano per il fatto che Nixon alla Casa bianca gli avrebbe creato problemi, ma durante tutta la campagna elettorale non si schierò mai né pro né contro i due sfidanti.
I problemi per Kennedy furono in Congo e in Laos. Nello Stato centro-africano, era in corso una grave guerra civile che vedeva sfidarsi i filorussi socialisti (al potere con le prime elezioni democratiche, guidati da Antoine Gizenga) ed un misto tra filo-belgi e mercenari (guidati da Moise Ciombe). La situazione era diventata incandescente dopo l'uccisione, nel gennaio 1961, del Primo ministro Patrice Lumumba, esponente del marxista Movimento Nazionale Congolese, in carica da meno di tre mesi (giugno-settembre 1960) e con la scissione del Katanga, ricca regione mineraria nella zona sud del Paese, voluta da Ciombe.
Peggiore fu la situazione in Laos, dove, a differenza che in Congo, i sovietici erano direttamente in campo. Nel 1958 nel Paese asiatico fu eletto un governo neutrale “di sinistra” con a capo il principe Souvanna Phouma. A destare problemi fu il comunista Pathet Lao che ottenne molti seggi.
La parte orientale dell'Asia era da sempre una zona nevralgica e calda nello scacchiere della Guerra fredda e Kennedy, sempre in base alla “teoria del domino” (una Nazione passata al nemico comunista avrebbe fatto cadere tutte quelle confinanti tra le braccia di Mosca), non voleva che quella zona potesse passare al nemico, si espose affinché l'URSS prendesse le colpe di tutti i problemi nel Laos e, in caso negativo, Washington sarebbe scesa in campo a combattere. La paura per gli USA fu che anche il Laos potesse trasformarsi come la Corea dove, tra il 1950 ed il 1953, ci fu una guerra molto importante in cui si iniziò a parlare di “guerra nucleare”: tre anni (o più) di guerra, un campo difficile, molti morti, tanti feriti, una guerra mai chiusa definitivamente dove ancora oggi vige un armistizio tra i Paesi di Nord e Sud.
In Laos Kennedy, grazie all'aiuto del suo fidato collaboratore (ed esperto di problemi internazionali) William Averell Harriman, impedì l'escalation di violenza rendendo il Paese neutrale in modo tale che gli Usa non avrebbero bombardato il Paese, almeno per il momento. Nel 1960 Phoumi Nosavaran, un generale dissidente vicino agli Stati uniti d'America, rovesciò il governo neutrale confidando nell'aiuto di Washington, che arrivò sotto forma di denaro, armi e consiglieri, ma nel gennaio 1961 l'esercitò si divise e in appena un mese il Pathet Lao compì un attacco al conteso Piano delle Giare. La crisi laotina esplose in una guerra civile che la vide inglobarsi nella più grande guerra del Viet Nam e lo stesso Kennedy non voleva che si ripetesse un altra Dien Bien Phu, dove i francesi subirono un'epica sconfitta da parte dei Vietminh. Nel 1964 Washington entrò nella guerra del Viet Nam.
b) Food for Peace, Freedom Corps, Alliance for Progress - Per “Food for Peace” si intese l'invio di prodotti alimentari in eccedenza. Nelle zone a rischio povertà del Mondo in base alla “legge 480” voluta inizialmente da Eisenhower che rendeva il surplus americano disponibile per i Paesi più poveri a basso costo se non gratuitamente.
I “Corpi Volontari della Pace” sono una rete di persone impegnate nei Paesi sottosviluppati dedite a insegnamento e sviluppo di attività industriali, ovvero un insieme di best practices per dimostrare e far capire che le intenzioni degli USA nel Mondo erano di pace e concordia. Questo progetto nacque per mano di Humphrey e Kennedy la fece diventare realtà: dei volontari sarebbero dovuti andare nelle zone più in difficoltà del Mondo (Asia, Africa, Sud America) per conto di Washington a lavorare per la pace e il rispetto dei diritti umani. A capo del progetto fu designato Sargent Shriver, cognato di Kennedy e marito della sorella Eunice. I “Freedom Corps” sono ancora attivi oggi, con le stesse finalità.
L'”Alleanza per il progresso”, lanciata nel marzo 1961, era un piano da oltre 10 milioni di dollari c che spaziavano dalla casa al lavoro, dalla terra alla sanità all'istruzione in Sudamerica, una terra da anni in lotta con problemi democratici e civili e che è sempre stata sotto il controllo americano de facto, per renderla una zona del Mondo all'avanguardia, centro di nuove idee rivoluzionarie e esempio di libertà e progresso. A parità di eventi, “Alleanza per il Progresso” sarebbe stato il piano Marshall americano in Sud America.
c) La nuova NATO - La politica estera americana, ieri come oggi, era fondata sulla NATO, l'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, istituita il 4 aprile 1949, che si poneva come garante della sicurezza nell'Europa occidentale contro il blocco comunista. Dalla sua nascita fino all'elezione di Kennedy non subì modifiche sostanziali, nonostante il Mondo in quel lasso di tempo fosse cambiato. Per questo motivo, Kennedy pensava ad una sua riforma: l'Europa occidentale era cambiata politicamente, economicamente e socialmente e la diffusione di armi di tipo balistico aveva fatto in modo che l'Organizzazione dovesse aggiornarsi. L'idea di Kennedy era di cambiare i rapporti di forza dentro l'Alleanza e verso i nemici Patto di Varsavia e Mosca. La NATO sarebbe quindi dovuta diventare una comunità sovranazionale dove le forze atomiche indipendenti (Francia e Regno unito) avrebbero dovuto eliminare i loro armamenti nucleari e passare tutte sotto l'”ombrello atomico” statunitense. Per questo motivo, Kennedy si incontrò spesso con i capi di Stato e di governo dei principali Paesi della Nato: Harold Macmillan, Konrad Adenauer e Charles de Gaulle. L'Europa conobbe l'eleganza e lo stile della moglie “Jackie”.
Dopo un'iniziale diffidenza dovuta ad una forte apertura di Kennedy verso Mosca, ad Adenauer le idee del nuovo Presidente americano non piacevano, salvo poi concordare con lui per il discorso NATO: volontà di istituire una cooperazione politica intensa nel quadro atlantico, punta di partenza dell'Alleanza atlantica.
d) Ich bin ein Berliner – La vita di Kennedy è stata caratterizzata, sin dai tempi dell'università, da lunghi viaggi in Europa per capire come funzionasse la vita in quella parte di Mondo. Il futuro Presidente Usa è venuto spesso nel Vecchio continente, facendosi apprezzare da tutti per il carisma e i discorsi. Sicuramente il discorso più importante tenuto in Europa è stato quello del 26 giugno 1963 davanti al municipio di Berlino ovest, la parte di Berlino occupata e controllata dalle tre potenze Alleate nella città della Germania democratica, facente parte del Patto di Varsavia. Quel discorso, intriso di rabbia contro Mosca e di solidarietà verso una popolazione che non solo viveva divisa in zone ma divisa per via di un muro, è passato alla storia come il discorso dell'”Ich bin ein Berliner”, “Io sono berlinese”.
La città è stata un fronte caldo della Guerra fredda, sin dall'inizio: dalla sua divisione in zone di influenza al blocco di undici mesi, dalla costruzione del Muro alla crisi alla nascita di Checkpoint Charlie fino a quando, per la prima volta nei quindici anni della guerra tra sfera di influenza, tra il 27 ed il 28 ottobre 1961, si arrivò all'apice della tensione con i carri armati alleati e sovietici rivolti gli uni contro gli altri, a meno di centro metri di distanza tra loro, per sedici ore consecutive.
Il luogo del discorso di Kennedy a Berlino ovest era a Rudolph Wilde Platz, Vi parteciparono il cancelliere cristiano-democratico Konrad Adenauer e il sindaco dello SPD della città Willy Brandt, futuro Bundeskanzler. Kennedy non volle fare il solito discorso retorico, ma volle colpire i berlinesi non tanto per farsi dire “bene bravo bis”, ma per un qualcosa che avrebbe fatto capire che agli USA, nonostante fossero dall'altra parte del Mondo rispetto a loro, stavano a cuore ed erano loro davvero vicini. Il momento era delicato: la crisi di Cuba era lontana solo otto mesi, la crisi di Berlino di venti e quindi c 'era da andare con i piedi di piombo.
Questo è lo stralcio finale del discorso: “Duemila anni fa l'orgoglio più grande era poter dire civis Romanus sum. Oggi, nel mondo libero, l'orgoglio più grande è dire Ich bin ein Berliner. Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole "Ich bin ein Berliner!".
Quelle semplici parole furono accolte come un boato dalla platea. Kennedy voleva dire che anche lui si sentiva uno di Berlino nonostante la lontananza per far capire che il Muro era una costruzione sbagliata ed ingiusta, in quanto limitava la libertà di movimento dei berlinesi occidentali verso l'altra parte della città e considerato come il triste simbolo della Guerra fredda. Il discorso di Kennedy è stato uno dei momenti più alti della Guerra fredda, ma fu anche il suo ultimo viaggio in Europa e il suo ultimo discorso davanti ad una grande folla.
Dopo aver lasciato la Germania ovest, Kennedy continuò il viaggio in Europa dove, tra il 26 giugno ed il 2 luglio visitò Irlanda, Regno Unito, Italia e Vaticano. Tranne che in Irlanda, incontrò figure istituzionali (McMillan, Segni, personale della Nato, Papa Paolo VI), ma il viaggio più toccante, a livello personale, fu l'approdo in Irlanda. Per la prima volta mise piede nel Paese da dove i suoi avi partirono in cerca di fortuna: visitò Dublino, Wexford, Cork, Galway, Limerick. Il momento più toccante fu la visita a New Cross, da dove partirono gli irlandesi in cerca di fortuna.
e) Corsa allo spazio - Il 12 aprile 1961 ci fu una notizia clamorosa ed altrettanto storica: l'astronauta sovietico Yuri Gagarin divenne il primo uomo a volare nello spazio, compiendo il primo volo umano intorno alla Terra. Una notizia che colpì in positivo l'opinione pubblica, meno che gli Stati uniti che si erano visti superare nella corsa allo spazio da Mosca. Kennedy, in tempi non sospetti, aveva espresso preoccupazione per un sorpasso russo nella corsa e le sue preoccupazioni divennero realtà quando, dal “Vostok 1”, uscì il cosmonauta di Klušino. Kennedy intervenne duramente ed iniziò una serie di interventi massicci affinché anche gli USA potessero essere alla pari con il nemico comunista. Kennedy non digerì che Mosca fosse arrivata nello spazio prima di Washington e disse che il Paese doveva insistere sulla cibernetica, proprio dove l'Unione sovietica era più avanti e solo così avrebbero eguagliato il suo primato tecnologico. Gli sforzi americani divennero realtà con l'impresa di Alan Shepard del 5 maggio 1961: l'astronauta di Derry divenne il primo cittadino americano a compiere un viaggio nello spazio. In meno di un mese, gli USA avevano colmato il gap con l'Unione sovietica ed erano pronti ad andare oltre: arrivare sulla Luna.
Per tutta la campagna elettorale Kennedy spinse molto su quel tasto e per eguagliare (e superare) il nemico comunista si sarebbe dovuto investire tantissimo denaro. Il 25 maggio 1961 John Fitzgerald Kennedy disse davanti al Congresso che entro il 1970 gli Usa sarebbero arrivati sulla Luna. Rodeva che gli URSS erano arrivati nello spazio prima di Washington: 12 aprile 1957 Gagarin primo uomo nello spazio dallo Sputnik, ma il 5 maggio successivo Alan Shepard colmò il gap.
L’obiettivo principale di Kennedy venne raggiunto il 20 luglio 1969, 164 giorni prima della scadenza della sua “promessa”. Quel giorno dalla navicella “Apollo 11” Neil Armstrong fece il celeberrimo “piccolo passò per l'uomo, grande passo per l'umanità” sul suolo lunare. JFK però non poté assistere a questa impresa.
L'operazione “Apollo” (che portò Armstrong e soci sulla Luna) costò 22 miliardi dollari e fu il top della corsa allo spazio, pensata già durante l'amministrazione Eisenhower (“Mercury” e “Gemini”) per colmare la differenza con l'URSS.
Il 20 febbraio 1962 John Glenn, colonnello dell'Ohio, fu lanciato in orbita da Cape Canaveral, in Florida, compiendo tre rivoluzioni intorno alla Terra. Fu lanciato alle ore 15:47 locali e atterrò alle 20:42 nel Mare dei Caraibi. Nel 1962, in piena era kennediana, gli USA fecero molti altri viaggi nello spazio tra cui il volo dell'astronauta Walter Schirra (il primo a fare parte sia dell'operazione Mercury sia di “Gemini” e poi di “Apollo”), il volo di un razzo oltre Venere e il lancio del satellite televisivo “Telstar”.
f) I prodromi della guerra del Viet Nam – Il sud est asiatico, incominciando dalla guerra di Indocina (1946-1954), divenne uno dei luoghi simbolo della Guerra fredda. Territorio sotto il colonialismo francese, con la fine della Seconda guerra mondiale e con le iniziali spinte anti-coloniali, il sud est asiatico fu un vero problema di geopolitica dove gli equilibri furono da sempre precari e dove la “teoria dell'effetto domino” non si voleva prendesse il sopravvento. Uno dei fronti caldi, anzi caldissimi, fu la questione del Viet Nam: nel 1954, con la conferenza di Ginevra che pose fine alla guerra di Indocina, si decise che il Viet Nam si sarebbe diviso in due Stati autonomi (Nord e Sud), ognuno indipendente sotto il controllo comunista di Ho Chi Min e filo-americano di Ngô Đình Diệm. Due anni dopo si decise il Paese di sarebbe unito e i vertici politici eletti con elezioni democratiche, che non si tennero perché Washington ebbe paura che potessero vincere i comunisti. Nel 1957 iniziò la guerriglia e questo fu un problema per l'amministrazione Kennedy, come residuo di quella precedente. Il 1° novembre 1963 ci fu il colpo di Stato contro Diem, ritenuto un dittatore dispotico. Per Kennedy fu un grosso problema perché significava aver perso (moralmente) in quella parte di Mondo. Con il successivo incidente del golfo del Tonchino (2-4 agosto 1964, in territorio vietnamita, dove ci furono pesanti scontri aeronavali tra Usa e Hanoi), si ebbe il casus belli che spinse gli Stati Uniti a scendere in guerra in maniera definitiva contro le forze comuniste dette Viet Cong. La guerra in quella parte di Asia si chiuse solo il 30 aprile 1975, ma il ritiro delle forze armate americane, con la firma degli accordi di Parigi del 27 gennaio 1973, era in atto da tempo. Kennedy era morto il 22 novembre 1963.


Il problema cubano: dallo sbarco alla Baia dei porci (17 aprile 1961) alla crisi dei missili (14-28 ottobre 1962)

Il momento topico (e storico) dei 1035 giorni di Kennedy alla Casa bianca sono stati i tredici giorni della crisi dei missili di Cuba, dove, tra il 14 ed il 28 ottobre 1962, il Mondo è stato con il fiato sospeso per la paura di una guerra con l'uso massiccio di bombe atomiche tra Stati Uniti d'America e URSS.
Il problema USA-Cuba durava da molti anni. Ci aveva provato Eisenhower inviando sull'isola caraibica spie per capire come si muovessero Castro e i suoi amici, almeno da quando la rivoluzione messa in atto da Fidel Castro, e dai suoi barbudos, ribaltò il potere di Fulgencio Batista. La paura di Washington fu il fatto di avere a soli 144 chilometri dalle costa della Florida un forte alleato dei comunisti sovietici.
Il problema cubano si erse tempo prima con la presa del potere del colonnello Fulgencio Batista, appoggiato indirettamente dagli Usa, nel 1952. Il suo fu un regime autoritario, sanguinario, corrotto e caratterizzato da repressioni, alcool, droghe e altre amenità che ne fecero pagare le spese al Paese, ridotto alla povertà. Nel 1959 alcuni sovversivi, guidati dal 33enne avvocato Fidel Castro, fecero cadere il governo di Batista ed imposero un regime socialista vicino a Mosca. Mosca fornì ai rivoltosi tutti gli armamenti e i finanziamenti necessari: l'isola fu vista come un avamposto comunista a ridosso degli americani.
Fino al 1961, gli Usa compirono azioni di copertura per studiare il nemico e nell'aprile 1961 si decise di entrare in campo e fare sul serio: il regime di Castro doveva cadere. E come poteva succedere? Con un'invasione studiata nel dettaglio dalla CIA per riportare l'isola caraibica sotto l'ala di Washington o comunque non in mano ad un alleato dei sovietici.
Kennedy ereditò questa “patata bollente” dall'amministrazione precedente: all'inizio fu contrario, ma poi accettò dicendo che questo sbarco avrebbe dovuto creare problemi di sorta per gli Usa, onde evitare polemiche. Ebbero un ruolo importante il Guatemala di Miguel Fuentes, il Nicaragua di Luis Somoza Debayle e la CIA.
Il progetto fu lo sbarco alla Baia dei Porci dove (nell'idea di Washington) 1.400 uomini addestrati avrebbero ribaltato il regime castrista: la “Brigada 2506” del Fronte Democratico Rivoluzionario Cubano avrebbe dovuto sbarcare e ribaltare lo status quo cubano. Peccato che di questi, solo centotrentacinque avevano esperienza in ambito militare e la restante parte era costituita da studenti, avvocati, pescatori. Insomma, gente per nulla preparata per rovesciare un governo. La tentata invasione fu un colossale fallimento, visto che Cuba era molto più armata di quanto fosse preventivato e riuscì a rispedire a casa gli invasori: in meno di 72 ore tutto andò a rotoli. Iniziarono manifestazioni pro Castro da parte dei cubani. Per Kennedy quella fu la sconfitta più pesante dei suoi primi cento giorni, Eppure la sua popolarità non fu intaccata e si prese tutte le colpe del fallito sbarco. La forza e il prestigio di Castro aumentarono altrettanto.
Kennedy rimosse Dulles dal ruolo di direttore della CIA, era in carica ininterrottamente dal 1953, e lo rimpiazzò con il repubblicano John McCone, che rimase in carica dal 29 novembre 1961 al 28 aprile 1965. McCome era stato Presidente della Commissione per l'energia atomica degli Stati Uniti d'America e precedentemente Sottosegretario all'aeronautica.
Gli Stati Uniti attuarono, nel novembre 1961, il “Piano Mangusta” (operation Mangoose), il progetto di rovesciare Fidel Castro, uccidendolo se fosse stato necessario. A capo di questo fu incaricato il generale Edward Lansdale.
Il 12 maggio 1961 il dialogo fra Washington e Mosca raggiunse il massimo della distensione (per quegli anni): Krusciov avrebbe incontrato Kennedy a Vienna per iniziare un dialogo tra le due Superpotenze. Krusciov pensava di gestire come voleva il giovane ed inesperto Kennedy, incrementare il suo prestigio internazionale e porre l'URSS in testa nella sfida con gli USA. Il 3 giugno 1961 a Vienna, in territorio quindi neutrale, presso l'Ambasciata americana, Kennedy e Krusciov si incontrarono, ma non si accordarono. I convenevoli durarono poco e i due leader iniziarono ad accusarsi a vicenda: repressione della democrazia contro imposizione del comunismo nel Mondo come una cosa necessaria contro il capitalismo. Sulla questione di Berlino si arrivò allo scontro e il Mondo temette un'altra guerra in Europa per decidere il destino della capitale tedesca.
A partire dal settembre 1961 Mosca annunciò che avrebbe aiutato Cuba con l'invio di materiale bellico al solo scopo di mero aiuto contro un'altra invasione. Washington decise il 12 marzo 1962 di iniziare un embargo verso L'Avana, interrotto solo nel dicembre 2014: dato che il regime non poteva essere rovesciato, gli Usa gli fecero una guerra economica.
Kennedy non si fidava del nemico e quindi diede l'ordine di spiare cosa stesse facendo Cuba. Ed il 14 ottobre 1962 un U-2 americano, un particolare aereo-spia, sorvolando l'isola caraibica, fece una clamorosa scoperta: qualcosa di sospetto stava per essere costruito sulle rive cubane. Il giorno dopo la CIA, visionando ben 928 foto, comunicò al Dipartimento di Stato che Cuba stava costruendo delle rampe per dei missili con testata nucleare capaci di colpire gli USA. Dietro c'era lo zampino di Mosca: con l'aiuto a Cuba, l'URSS aveva messo piede nel Continente americano a scapito della “dottrina Monroe” (gli USA non avrebbero tollerato intromissioni territoriali da parte delle potenze europee se non nelle loro colonie e gli Usa avrebbero fatto lo stesso in Europa, stabilendo che il Continente sarebbe stato la sua sfera di influenza). La costa di Cuba dista dalla Florida solo 144 chilometri, una distanza che un qualunque missile poteva raggiungere con facilità.
Il 16 ottobre Kennedy fu informato della situazione dal consigliere per la Sicurezza nazionale Bundy: Cuba stava installando dei missili balistici a medio raggio (MRBM) e preparando anche gli IRBM (missili balistici a lungo raggio). Mosca stava facendo sul serio.
JFK si mosse con cautela perché il rischio di far scoppiare una guerra con armi non convenzionali era molto alto. Diede un ultimatum: o Mosca avrebbe smantellato l'apparato o gli USA si sarebbero mossi di conseguenza. Mosca poteva mettere all'angolo Washington, la quale non avrebbe risposto in tempo con i suoi armamenti.
Nel mentre, alcune navi russe si stavano dirigendo verso i Caraibi cariche di materiale militare nucleare. Per “precauzione”, Kennedy il 22 ottobre attuò un “legale” blocco navale contro Cuba (“quarantena”, per aggirare il diritto internazionale). Il “blocco” fu visto positivamente dai Paesi, e dalla stampa, occidentale, ma negativamente dai Paesi comunisti e dai loro quotidiani (compresa l'Unità).
Il Presidente Kennedy chiese la convocazione del Consiglio di sicurezza dell'ONU per denunciare i fatti che stavano accadendo a pochi chilometri dalle coste statunitensi. I due delegati, Stevenson e Zorin, usarono toni molto duri, intimando al nemico di fare un passo indietro. Il Consiglio entrò in un empasse e nel Mondo tutti ebbero paura che potesse scoppiare un'altra guerra, di tipo nucleare questa volta. Dal Consiglio si pensò di fare passare la questione all'Assemblea, ma i tempi erano troppo contingentati e si temette che la crisi potesse prendere una brutta piega. Anche Papa Giovanni XXIII scese in campo, intimando alle parti di trovare un accordo di pace. Cosa fare? Un attacco a Cuba avrebbe significato guerra atomica, non attaccare Cuba avrebbe significato stare a guardare il nemico che costruiva basi nucleari a un tiro di scoppio da te. Il Segretario dell'ONU, U-Thant, si mosse in prima persona per far il mediatore tra Usa, URSS e Cuba per trovare una soluzione pacifica alla situazione.
Il clou della crisi fu il 26 ottobre, quando quattordici navi russe fecero retromarcia da Cuba dopo che una nave da guerra americana sganciò delle bombe di avvertimento contro un sottomarino russo. Come dire: non avvicinatevi o saranno guai. Quell'avvertimento poteva essere letale, visto che il sottomarino aveva con sé diverse testate nucleari.
La “quarantena”, ed il caso delle navi russe, portò le trattative ad un momento morto, con Mosca che continuava a dire “niet” sullo smantellamento della base. Chi era intenzionato ad andare fino in fondo era Castro, che in una lettera scrisse a Krusciof di voler bombardare atomicamente gli Usa se avessero invaso ancora una volta Cuba. Dean Rusk, Segretario di Stato di Kennedy, all'inizio era per l'azione violenta contro Cuba, ma poi capì che sarebbe stato controproducente. Nel frattempo lo stato di allarme degli Stati uniti era passato a “Defence Condition 2”. Fosse diventato “1”, si sarebbe parlato di guerra.
Le due Superpotenze arrivarono ad un accordo: via allo smantellamento dei missili se Washington non avesse invaso Cuba e avrebbe smantellato le basi missilistiche in Occidente, in Italia e Turchia, due punti strategici dell'allora Guerra fredda. Kennedy accettò e Krusciov fu di parola: il 28 ottobre terminò la crisi e nel giro di poche settimane circa di quaranta missili nucleari fecero ritorno in URSS su otto cargo e in un anno Italia e Turchia si videro ripulite dai missili. E a pensarci bene, la situazione turca era simile a quella cubana: i missili erano puntati verso l'URSS, proprio come quelli cubani solo che quando furono installati niente fu fatto di nascosto.
I due capi di Stato capirono che la crisi di Cuba avrebbe potuto portare alla fine del Mondo e la diplomazia fece un qualcosa di straordinario per sistemare il contenzioso tra le due Superpotenze. Analizzando la situazione, parrebbe che Kennedy e Krusciov avessero vinto e perso entrambi, ma fu una vittoria americana perché poi l'anno successivo, il 5 agosto 1963 , fu firmato a Mosca il PTBT (Partial Test Ban Treaty, Trattato sulla messa al bando parziale dei test), un accordo dove gli Stati firmatari non avrebbero mai più fatto esperimenti nucleari nell'atmosfera, nello spazio o sott'acqua ma solo a livello sotterraneo. Entrò in vigore il 10 ottobre 1963. La sconfitta sovietica portò al fatto che Krusciov dovette smantellare ciò che lui credeva dovesse essere l'avamposto contro il nemico americano.
Il fatto più importante è che la crisi cubana fece in modo che si installasse negli uffici del Pentagono (il ministero della Difesa americana) e dell'URSS il famoso “telefono rosso”, per le comunicazioni urgenti tra i due capi di Stato per evitare altri rischi nucleari.
Kennedy ne uscì rafforzato grazie al suo coraggio, la sua deterrenza, la sua pazienza e la sua persuasione nei confronti di Mosca; Krusciov ne uscì pesantemente indebolito e da lì iniziò il suo declino politico che lo portò al passaggio di potere nel ruolo di Primo segretario del Partito e di Presidente del Consiglio: il 14 ottobre 1964 prese il suo posto Leonid Brežnev.


Dallas, venerdì 22 novembre 1963. Lee Harvey Oswald. La Commissione Warren
Dallas è la terza città più grande del Texas ed una delle più famose non solo degli USA ma in tutto il Mondo. Questa città rimarrà per sempre ricordata come il luogo dove venne ucciso, venerdì 22 novembre 1963, il Presidente John Fitzgerald Kennedy. A causarne la morte, Lee Harvey Oswald. Kennedy aveva 46 anni e lasciava vedova la moglie Jacqueline Lee Bouvier e orfani i figli Caroline e John jr di 6 e 3 anni compiuti il giorno delle esequie del padre (25 novembre). Vediamo nel dettaglio cosa successe prima, durante e dopo il percorso della macchina presidenziale in Dealey Plaza quel terribile venerdì.
Dallas ed il Texas, uno degli Stati più a vocazione conservatrice dell'Unione, era tra gli anni Cinquanta-Sessanta poco incline alle politiche di Kennedy verso gli afroamericani. In tutto lo Stato erano forti l'anticomunismo, il razzismo e tutto ciò che era antigovernativo. E pensare che era un feudo Democrat.
Eppure JFK sapeva che la sua rielezione doveva passare per forza anche dal Texas e nel settembre 1963 decise di recarsi nello Stato del Sud. Molti politici vicini a lui gli avevano sconsigliato di andarci onde evitare problemi. Kennedy ignorò questi consigli. I motivi della visita furono molteplici: riorganizzare il Partito in vista delle elezioni del novembre 1964, cercare consensi in vista di una sua ricandidatura e raccogliere i fondi necessari per la campagna elettorale. Ne valeva la pena andarci, ne valeva il suo prestigio, visto che in quelle settimane il suo appeal era al 60% mentre laggiù rasentava appena il 40% e non piaceva ai petrolieri (l'estrazione di idrocarburi è la risorsa principale del Paese), imprenditori tessili e agricoli, penalizzati dalle sue politiche. Il 22 novembre 1963 il locale “Dallas Morning News” uscì con una pagina intera listata a lutto nei bordi (“Welcome Mr. President”, il titolo) pieno di critiche feroci a Kennedy, indirizzategli da parte di un non precisato “Comitato americano per la Ricerca dei fatti”.
Kennedy sapeva che in Texas il Partito, nonostante fosse da 89 anni governato ininterrottamente da un membro del “partito dell'asinello”, era in preda alla rivalità tra il governatore Connelly e il senatore Ralph Yarborough: era necessario porre fine a questa rivalità, onde evitare che, l'anno successivo per le Presidenziali, potesse perdere i voti elettorali dello Stato. Lo stesso Yarborough era un democratico molto liberal molto vicino alla causa di Kennedy in tempi non sospetti.
Nonostante il feudo democratico, a Dallas c'erano manifesti affissi da persone a favore della segregazione razziale, in cui si accusava Kennedy di tradimento all'Unione con ben sette “capi d'accusa”. Il celebre “Wanted for Treason” (Ricercato per minaccia) evidenziava come Kennedy avesse tradito la Costituzione con le sue politiche, tradito gli amici storici del Paese per favorire i suoi nemici, oltre all'aver invaso un Paese sovrano e poi aver fatto una figuraccia mondiale ed aver sempre taciuto sulla sua vita familiare e sentimentale. Il manifesto, affisso in 5mila copie sui muri della cittadina texana, riprendeva Kennedy foto-segnalato.
Kennedy partì alla volta del Texas il 21 novembre con la moglie “Jackie”: per lui si prospettava una due giorni ricca di impegni istituzionali e di comizi. Le tappe sarebbero state San Antonio, Houston, Dallas e Austin, con soggiorno a Fort North, a cinquanta chilometri da Dallas, tra la visita a Houston e Dallas.
La mattina del 22 partirono da Fort Worth con l'Air Force One e approdarono al “Love Field” di Dallas alle 11:38 dopo un viaggio durato 13 minuti. Prima di partire, il Presidente tenne un discorso e si godette un grande bagno di folla entusiasta.
Dall'aereo presidenziale scesero, alle 11:44, la coppia presidenziale e quella governativa, composta da John Connelly e dalla signora Nellie. La moglie del sindaco di Dallas diede alla signora Kennedy un bouquet di rose rosse. Il servizio di sicurezza diede tre opzioni a Kennedy per l'automobile: una copertura di tela, una capote di tela, una bolla di plastica trasparente. Lui rispose che voleva la macchina scoperta così tutti avrebbero visto bene la coppia presidenziale.
Alle 11:52 il corteo di auto partì alla volta del Dallas Trade Mark dove, alle 12:45 circa, si sarebbe tenuto il banchetto in onore del Presidente con le più alte cariche cittadine e dello Stato.
L'auto su cui salirono i coniugi Kennedy e Connelly era una Lincoln nera: i primi seduti dietro, gli altri davanti a loro. La Lincoln era in quarta posizione nel “carosello” protetta dalla polizia in moto. L'auto che ospitava il vice-Presidente Johnson era più indietro. Le strade era piene di gente che voleva vedere e stringere la mano a Kennedy. La macchina da Main Street si diresse verso Houston Street e Elm Street. Alle 12:30 si trovò a Dealey Plaza, nel quartiere West End, e ad un certo punto si sentirono tre colpi di arma da fuoco. Erano diretti al corteo, erano diretti a Kennedy.
Il primo mancò il bersaglio, mentre il secondo colpì Kennedy alla base del collo e, uscendo dalla gola, colpì Connelly. Il terzo colpì Kennedy alla testa. La moglie “Jackie” si gettò sul corpo esanime del marito “arrampicandosi” prima sul baule dell'auto per raccogliere pezzi di cervello del consorte: il suo tailleur rosa e i suoi guanti bianchi furono interamente macchiati dal sangue e dalla materia celebrale.
L'auto presidenziale si diresse all'ospedale più vicino, il Parkland Memorial Hospital, distante 6 chilometri, dove arrivò a tutta velocità alle ore 12:36. La zona del crimine fu subito messa sotto controllo dalla polizia. E' quasi certo che Kennedy non capì cosa lo colpì.
Il nosocomio fu allarmato e fu preparata la sala operatoria. Ad operarlo ci pensarono i dottori Charles J. Carrice e Malcom Perry, ma tutto fu inutile: JFK fu dichiarato morto alle ore 13 di Dallas. Ad ucciderlo fu una pallottola calibro 6,5.
Alle 13:33 il Mondo seppe della morte del 35° Presidente americano per voce di Malcolm Kilduff, Segretario della Casa bianca, durante una conferenza stampa organizzata ad hoc. JFK divenne il quarto Presidente Usa ad essere stato ucciso durante il suo mandato: prima di lui, Abraham Lincoln (15 aprile 1865), James Garfield (2 luglio 1881) e William McKinley (6 settembre 1901). In base alla legge americana, Lyndon B. Johnson, vice-Presidente, divenne automaticamente Presidente.
Alle 14:04 la bara di Kennedy partì dall'ospedale verso l'aeroporto dove salì a bordo dell'Air Force One. Alle 14:38 Johnson, in un ufficio dell'aereo presidenziale, giurò da 36° Presidente americano: accanto a lui la moglie e la vedova di Kennedy (cui tenne molto che vi partecipasse) davanti al giudice federale di Dallas Sarah Hughes. La ex signora Kennedy non si cambiò d'abito e partecipò al giuramento con l'abito sporco di sangue. L'aereo presidenziale atterrò alle 17 circa presso la base di Andrews, nel Maryland.
La carriera di Johnson era ad una svolta: 55 anni, da ventiquattro in politica prima come deputato e poi, a 42 anni, senatore. Per otto anni era stato il leader della maggioranza democratica al Congresso, poi alla vice-Presidenza senza particolare brillantezza (e possibile “palla al piede” nella rielezione di Kennedy a Presidente) e ora a capo dello Stato più potente al Mondo. Quando gli dissero che Kennedy era morto non fece una piega e rimase molto calmo: sapeva di avere un enorme peso da portare sulle spalle.
Giurò sull'aereo e non a Washington: arrivare fino a “casa” avrebbe significato non dare stabilità alla situazione e creare molte polemiche, visto che il Presidente in carica era morto in circostanze violente. La cerimonia del giuramento, nel suo complesso, durò venti minuti.
Tornando all'omicidio di Kennedy, molti Capi di Stato e di governo espressero parole di cordoglio ed indignazione verso il gesto compiuto. Anche da Mosca arrivarono segnali di cordoglio. La camera ardente fu allestita nella East Room della Casa bianca e oltre duecento mila americani fecero visita al corpo di Kennedy.
Il funerale fu celebrato domenica 25 novembre con la bara avvolta nella bandiera del Paese. La bara lasciò la Casa bianca per dirigersi al Campidoglio dove fu accompagnata da una carrozza trainata da sei cavalli grigi ed uno nero senza cavaliere. L'orazione venne trasmessa via tv in tutto il Mondo e vennero indetti 5 minuti di silenzio nazionale all'inizio del funerale. Alle esequie parteciparono migliaia di persone comuni. Il corpo di Kennedy fu tumulato presso il cimitero di Arlington, in Virginia, nel cosiddetto “cimitero degli eroi”. La moglie Jacqueline volle che venisse accesa una fiamma eterna sopra il luogo dove fu sepolto, in suo perenne ricordo.
Ma chi uccise JFK? Fu Lee Harvey Oswald a sparare i tre colpi con un fucile di precisione dal sesto piano del “Texas School Book Depository”. Nato il 18 ottobre 1939 a New Orleans, in Louisiana, Oswald era stato tiratore scelto nei Marines, era sposato con una russa e aveva due figlie. Marxista convinto e con la ferma volontà di diventare cittadino sovietico, aveva acquistato con un nome falso per corrispondenza una carabina “Mannlicher-Carcano” 6.5 millimetri otto mesi prima.
Oswald lavorava per il “ Book Depository” da poco più di un mese e seppe dai giornali che il corteo presidenziale sarebbe passato nelle vicinanze del suo luogo di lavoro. Per sparare si avvalse di un caricamento a manubrio con mirino telescopico a quattro ingrandimenti.
Dopo aver sparato a Kennedy, non seppe di averlo ferito mortalmente e scappò dall'edificio, dove trovò nei pressi dell'ingresso della mensa un poliziotto che non lo fermò, nonostante arrivasse di fretta. Tre minuti dopo salì su un bus e poi, per colpa del traffico in tilt, prese un taxi. Alle ore 13 arrivò nella pensione dove alloggiava a Oak Cliff e tre minuti dopo riuscì, sicuro di averla fatta franca, armato di Revolver P38. Sedici minuti dopo si imbatté nell'agente Tippit che vide in lui la persona ricercata. Oswald lo uccise con quattro colpi di pistola. Alle 13:40 il killer entrò nel Texas Theatre, dove fu arrestato dieci minuti dopo, rischiando di uccidere un altro agente durante la colluttazione.
Cinquanta minuti dopo iniziò l'interrogatorio presso il Comando della polizia di Dallas alla presenza di un membro del servizio segreto e dell'FBI. Oswald disse che non aveva sparato né al poliziotto né a Kennedy. La polizia tornò al deposito libri e trovò il fucile vicino alla finestra e tre bossoli vuoti per terra. La moglie fu interrogata e ammise che il marito aveva il fucile e che lo aveva preso per corrispondenza. Nella stanza gli agenti trovarono la piantina della città dove fu evidenziato il percorso presidenziale, con un segno sopra dove si trovava il deposito dei libri. La polizia fece, come si dice, 1+1: Lee Oswald era l'assassino di Kennedy.
Il 24 novembre Oswald fu avvertito del fatto che sarebbe stato trasferito dalla caserma della polizia alla prigione della contea. Uscì con le manette ai polsi dalla struttura e in strada trovò una marea di giornalisti ad aspettarlo. Ad un certo punto, intorno alle ore 12, si sentì un colpo di pistola: Oswald fu colpito a freddo. Morirà poco dopo, anche lui, al Parkland Hospital. Ad ucciderlo era stato Jack “Ruby” Rubinstein, proprietario di un locale notturno a Dallas e in affari con personaggi malavitosi. Ruby confessò l'omicidio giustificandosi di aver fatto un gesto patriottico. Dallas rimase ancora colpita da un altro evento luttuoso violento nel giro di meno di 48 ore. Rubinstein fu condannato a morte il 14 marzo 1964, ma la pena poi fu tramutata in ergastolo: morì il 3 gennaio 1966 per un'embolia polmonare dovuta a un tumore.
Il neo presidente Johnson volle andare fino in fondo ai fatti di Dallas ed il 29 novembre costituì una commissione creata per fare luce sui fatti accaduti la settimana prima. A capo di questa commissione fu chiamato il Presidente della Suprema corte, Earl Warren, in carica dal 1953. Il gruppo di lavoro venne chiamato “Commissione Warren”.
La “Warren”, oltre al Presidente, si componeva di altri sei membri: il senatore repubblicano del Kentucky John Sherman Cooper, l'ex direttore della CIA Allen Welsh Dulles, il deputato repubblicano del Michigan Gerald Ford, l'ex Presidente della Banca mondiale John J. McCloy, il senatore democratico della Georgia Richard Russell jr. ed il deputato democratico della Louisiana Hale Boggs. Della “Warren” fecero parte anche altre ventisette persone, tra cui il Consigliere generale ed i suoi quattordici assistenti.
Warren inizialmente non era propenso ad accettare un ruolo così importante e delicato, ma il Presidente Johnson lo convinse ad accettare l'incarico. Lo scopo della Commissione Warren fu quello di unire tutto il materiale che avrebbe raccolto per redigere una valutazione tecnico-giuridica di ciò che avvenne a Dealey Plaza il 22 novembre 1963. La “Commissione” ebbe a disposizione fondi illimitati per arrivare a fare luce completamente su questa triste vicenda. La chiave di volta fu il filmato che il cineoperatore dilettante Abraham Zapruder fece al passaggio davanti a lui del corteo di Kennedy nel momento in cui ci furono gli spari. Lo stesso cineamatore è stato uno dei primi a raccontare in diretta tv cosa aveva visto.
L'uccisione di Kennedy impressionò l'opinione pubblica e durante i lavori della Commissione Warren non furono escluse una pista sovietica ed una cubana, o comunque da parte di qualcuno cui stava a cuore mettere “disordine” in un Mondo allora...in confusione. Per approfondire la questione, vennero istituiti sei gruppi di indagine, ognuno legato ad ogni singolo aspetto dell'omicidio: Gruppo 1 dedicato a cosa aveva fatto Oswald il giorno 22 novembre fino all'omicidio di Kennedy; Gruppo 2 per scoprire chi era davvero Oswald, conoscere la sua vita e i suoi precedenti; Gruppo 3 per il reperimento di tutto il materiale possibile sulla permanenza di Oswald in URSS e di ciò che fece sotto le armi tra i Marines; Gruppo 4per fare luce sull'assassino di Oswald, Jack Ruby; Gruppo 5 per indagare chi era Ruby e cosa aveva fatto in vita, compresi i precedenti; Gruppo 6: indagine sulla sicurezza offerta a JFK da parte dei Servizi Segreti.
Il 28 settembre 1964, dopo quasi dieci mesi di lavoro, la Commissione Warren elaborò un rapporto di ben 888 pagine in 26 volumi in cui si concludeva che Oswald è stato l'unico a sparare (lone gunman theory) e non ci fu una cospirazione contro Kennedy.
Furono ascoltati 552 testimoni, lette decine di rapporti di agenzie federali, ma le udienze furono segrete. Il risultato della Commissione Warren fu contestato da molti, in parte per il poco tempo impiegato nel terminare i lavori e per alcuni interrogativi: Oswald era considerato un mediocre tiratore e come avrebbe potuto colpire Kennedy da almeno 82 metri? Come poté sparare tre colpi in quattro secondi, il tempo del video del cineamatore Zapruder preso in analisi dalla “Warren”? Una serie di interrogativi che hanno alimentato politiche complottiste. Come il fatto che undici testimoni sentiti nelle varie udienze furono uccisi o ebbero problemi per molti anni.
Una cosa scoprì la “Warren”: il precario ed incerto sistema di sicurezza che spalleggiava Kennedy, lacune imperdonabili per salvaguardare la vita dell'uomo, allora come oggi, più potente al Mondo. Una delle colpe fu il non aver usato un auto con il tetto chiuso, ma si disse che fu Kennedy a non volerla per far vedere alla popolazione di Dallas lui e la moglie.
I risultati della Commissione Warren non sono mai stati considerati pienamente attendibili, visto che ci furono molti lati oscuri. Come ad esempio il fatto che gli spari furono sei e non tre e che i proiettili che colpirono Kennedy erano arrivati da posizione diversa rispetto a quella che la Commissione aveva stabilito.
Nel 1966 venne creata un'altra commissione d'inchiesta, la Commissione scelta dalla Camera dei Deputati sui casi di assassinio (House of Representatives Select Committee on Assassinations), per stilare in via definitiva ciò che avvenne a Deleay Plaza quel terribile venerdì del 22 novembre 1963. I lavori si conclusero tre anni dopo e fecero parte di questa Commissione dieci deputati democratici e quattro repubblicani. Anche in questo caso, usando però perizie balistiche audio, si confermò che fu Oswald ad uccidere Kennedy.
Oswald avrebbe sparato tre colpi in 675 secondi. Eppure si dice che i colpi sparati siano stati quattro. L'arma del delitto era un moschetto “Carcano 91/38” prodotto in Italia durante gli anni della Seconda guerra mondiale e progettato nel 1891: un'arma ormai superata, ma che fece quello che è poi passato tristemente alla storia.
La rivista “Life” acquisto il filmato di Abraham Zapruder per 150 mila dollari (di allora), ma fu trasmesso in tv solo nel 1975 sulla ABC: il filmato ora è diventato un patrimonio per tutti gli americani.
Molti studiosi hanno trovato delle coincidenze tra la morte di Lincoln e quella di Kennedy: uno fu eletto deputato nel 1846, l'altro nel 1946; uno fu eletto Presidente nel 1860, l'altro nel 1960; i cognomi hanno sette lettere; entrambi persero un figlio durante la loro permanenza alla Casa bianca; il loro attentato avvenne di venerdì, entrambi furono colpiti alla presenza delle First lady; i loro successori avevano lo stesso cognome ed erano nati a cento anni di distanza l'uno dall'altro (Andrew Johnson era nato nel 1808 a Raleigh, Carolina del Nord; Lyndon B. Johnson era nato a Stonewall, Texas, nel 1908); i loro attentatori nacquero a cento anni di distanza l'uno dall'altro, avevano il nome ed il cognome di tre parole e quindici lettere e non arrivarono vivi al processo (John Wilkes Booth nel 1839, Lee Harvey Oswald nel 1939).
Ancora oggi non c'è risposta a questi due interrogativi: Oswald e Rubinstein erano due pedine di uno scacchiere o furono dei capri espiatori da gettare in pasto alla giustizia per coprire qualcun altro?


Cosa rimane oggi di JFK

Molti si chiedono cosa sarebbe successo se John Fitzgerald Kennedy non fosse stato ucciso: come sarebbe stato il destino del Mondo e gli USA avessero partecipato alla guerra nel Viet Nam? E proprio la questione vietnamita fu, come scrisse Gianni Bisiach, “il sottofondo rumoroso” della Presidenza Kennedy.
Kennedy è ancora oggi ricordato come uno dei più amati Presidenti, soprattutto per il fatto di come morì. Eppure l'amministrazione Kennedy non è stata considerata una delle migliori della storia americana, nonostante non avesse finito il primo mandato. Su di lui è stata pubblicata una bibliografia molto ricca, tra chi lo considera come il migliore e chi invece uno dei peggiori o uno dei tanti.
Kennedy rimarrà uno di quei politici che, anche tra decenni, dividerà sempre l'opinione pubblica: chi lo considera colui che ha impedito lo scoppio di una guerra nucleare contro l'URSS, ma anche un uomo con troppe scappatelle sentimentali in carniere e un politico che avrebbe potuto fare di più. Ma quest'idea riguarda soltanto i detrattori di JFK, in quanto il Presidente in appena 1035 giorni di Presidenza fece molto e magari avrebbe potuto fare di più se il suo mandato fosse terminato il 20 gennaio 1965, scadenza naturale del suo mandato e non per volontà di Oswald il 22 novembre di cinquantaquattro anni fa.
Kennedy, nonostante la sua figura sia molto controversa, è stato un uomo carismatico, saggio e coraggioso (politicamente), un innovatore, aperto a nuove sfide e al rispetto delle persone disagiate e discriminate (afroamericani in primis). Ancora oggi, per molti americani, Kennedy rimane un mito, un'icona e una di quelle persone che dovrebbero nascere più spesso.
Kennedy voleva che ci fosse la pace nel Mondo, la prosperità, il rispetto dei diritti civili, la libertà e il suo rispetto. Kennedy piaceva alle nuove leve, alle ragazze e ai ragazzi nati dopo la fine della Seconda guerra mondiale e che erano il futuro del Paese e del Mondo.
Kennedy ha ispirato l'America, rendendola orgogliosa e sicura di sé. Era un uomo intelligente, simpatico, carismatico nonché un umorista sarcastico. In merito a questo, è celebre la battuta con uno studente che gli chiese come ha fatto a diventare un eroe di guerra rispondendo “Non l'ho fatto apposta. Mi hanno affondato la nave”.
Durante la sua presidenza rimane celeberrima la marcia pacifica su Washington, il 28 agosto 1963, per il lavoro e la libertà che portò nella capitale qualcosa come 200mila persone, in maggior parte afroamericani, per far sentire la loro voce e la voglia di rispetto e uguaglianza razziale: il momento topico fu il discorso che tenne Martin Luther King, quello dell'”I have a dream” (“Ho un sogno: che un giorno questa nazione si sollevi e viva appieno il vero significato del suo credo. Riteniamo queste verità di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali"). Anche grazie a Kennedy e alle sue parole di distensione, si poté organizzare una marcia di quel tipo.
Durante la presidenza Kennedy si temette la guerra nucleare, ma con lui cambiò anche l'approccio degli USA nell'ambito degli armamenti. Kennedy inventò il concetto di “risposta flessibile”: non più usare la “rappresaglia massiccia” in caso di qualunque tipo di attacco subito dall'America (teoria di Eisenhower-Dulles), ma impiegare, in base al grado di minaccia portata avanti dal nemico, armi convenzionali e/o nucleari in base al tipo di pericolo ed attacco subito.
Sempre in politica estera, Kennedy è ancora oggi il presidente americano che si è più battuto in difesa del Terzo mondo, in favore di tutti i movimenti di liberazione nazionale: Paesi che dovevano muoversi con le proprie gambe per non essere più poveri e sottomessi dalle potenze europee.
Si è parlato molto sul fatto se Kennedy sia stato un mito o un anti-mito. E chi meglio di chi lo conobbe da posizioni contrapposte poteva spiegarlo se non Arthur Schlesinger jr e Noam Chomsky: il Kennedy che portò una ventata di cambiamento in una società conservatrice come quella americana di allora, ma che morì troppo presto per portare a termine il suo disegno di Stati Uniti traino del Mondo, e il Kennedy che per incoscienza spinse gli Usa verso quell'inferno che è stata la guerra del Viet Nam. Chomsky ricorda bene che l'intervento vero e proprio di Washington avvenne con Johnson un anno circa dopo la morte di Kennedy.
Il giorno dopo l'omicidio di Kennedy, il 52% degli americana credeva che l'allora Presidente fosse stato vittima di una cospirazione e nel 1976, come riporta il sito di Focus (www.focus.it), dopo la fine della guerra in Viet Nam e il caso Watergate, la percentuale salì all'81%.
Nonostante ciò, JFK è stato un mito, un'icona di un periodo che poteva essere tragico per il destino del Mondo e ancora oggi è molto studiato e analizzato, nonché amato da tutti. Il suo omicidio è stato il più visto e fotografato del Mondo: la televisione che lo aveva consacrato gli avrebbe reso un ricordo indelebile.
Barack Obama, che quando è stato eletto alla Casa bianca ha ricordato molto Kennedy (lui il primo il primo afroamericano ad essere eletto, l'altro il primo di origine irlandese e di religione cattolica), alla cerimonia di consegna delle 2013 Medals of Freedom disse che “La sua eredità è stata portata avanti dalle sue sorelle e fratelli americani che ci hanno dato un Paese più gentile e compassionevole”.
Sulla morte di Kennedy si è detto, scritto e pensato di tutto: era un'idea di Johnson che aspirava alla Presidenza? Era colpa Nixon che si voleva vendicare della delusione dell'8 novembre 1960? C'entrava Cosa Nostra? Fidel Castro o gli anti-castristi cubani ebbero dei legami? Un sondaggio apparso un anno dopo l'uscita della “Warren” disse che il 70% degli americani pensava che Kennedy fosse stato oggetto di una congiura e non vittima di un solo uomo. Con i se e con i ma non si scrive la storia, eppure in molti sostengono che se Kennedy non avesse avuto, come al solito, il busto che gli sistemava la colonna dorsale magari si sarebbe salvato, perché per colpa del suo “impedimento” non poté cadere sul sedile ma rimase fermo immobile, diventando un obiettivo facile da colpire.
Della presidenza Kennedy rimarrà negli occhi (anche delle generazioni attuali) lo stile e la freddezza della moglie Jacqueline Lee Bouvier: da donna dotata di charme, classe e intelligenza a donna di Stato vicina al marito nel momento più tragico della sua esperienza da Presidente e per essere rimasta tutta la giornata del 22 novembre con il vestito sporco di sangue del marito. E anche il piccolo John Fitzgerald jr, tre anni il giorno delle esequie del padre, decise di rendere ancora più iconico il genitore con il celebre saluto militare al passaggio della bara davanti a lui. Jacqueline il 20 ottobre 1968 sposò l'armatore greco Aristotele Onassis di cui rimase vedova il 15 marzo 1975. La ex First lady morì di cancro il 19 maggio 1994 ed è sepolta accanto al marito al cimitero militare di Arlington. Nello stesso cimitero sono sepolti anche altre persone legate, direttamente o meno, a JFK: il figlio Patrick nato morto, i fratelli minori Bob e Ted, il presidente Earl Warren, l'ex Segretario alla Difesa Robert McNamara e molti astronauti che operarono durante la sua amministrazione.
Stesso tragico destino, con un altrettanto radioso avvenire politico, toccò al fratello Robert, ucciso dopo che quest'ultimo vinse le elezioni primarie in California e Sud Dakota dal giordano Sirhan Sirhan il 6 giugno 1968 a Los Angeles dopo 24 ore di coma. Il 42enne Bob, da tre anni senatore di New York ed ex ministro della Giustizia, aveva la stessa età in cui il fratello John Fitzgerald annunciò al candidatura alle primarie presidenziali, era dato per favorito per sfidare Nixon alla carica di Presidente.
Lo scorso 29 maggio si è celebrato il centenario della nascita del primo Presidente degli Usa cattolico e di origine irlandese. In suo onore è stato pubblicato un francobollo raffigurante il Presidente nel celebre scatto di Ted Spiegel durante la campagna elettorale del 1960.
Il 24 ottobre il Presidente americano Donald Trump ha deciso di declassificare gli ultimi documenti in merito ai fatti di Dallas. Peccato che molti siano ancora secretati: piuttosto che niente, meglio piuttosto. Però a distanza di cinquantaquattro anni qualche cosa in più la si potrebbe (e dovrebbe) sapere. Per JFK e i suoi famigliari.
Sono intitolati alla memoria di John Fitzgerald Kennedy il principale aeroporto di New York, la principale biblioteca di Boston e la base di Cape Canaveral. L'abito di Jackline Lee Bouvier Kennedy oggi è conservato così com'era nell'Archivio nazionale.
Un piccolo ricordo verso una delle figure che più di tutte ha caratterizzato il Novecento del Mondo, l'uomo della “Nuova frontiera” e delle nuove sfide che gli USA avrebbero dovuto affrontare dalla sua elezione in poi, ricche di speranze, paure e minacce.


Bibliografia

AA.VV, Kennedy. Pro e contro, a cura di R. Margotta, Mondadori, 1971
G. Bisiach, Il presidente. John Fitzgerald Kennedy il Presidente. La lunga storia di una breve vita, Fabbri Editori, Milano, 2000;
G. Bisiach, I Kennedy. La dinastia che ha segnato un secolo, New Compton, Milano, 2015;
R. Dallek, JFK. John Fitzgerald Kennedy, una vita incompiuta, Mondadori, Milano, 2013;
E. di Nolfo E., Dagli imperi militari agli imperi tecnologici, La politica internazionale del XX secolo, Laterza, Roma Bari 2008;
P. Kennedy, Ascesa e declino delle Grandi Potenze, Garzanti, Milano 2001;
G. Perret, Kennedy, in Famiglia cristiana, Edizioni San Paolo, Torino, 11 agosto 2002;
F. Romero, Storia internazionale del Novecento, Carocci, Roma 2006;
A. M. Schlesinger Jr., I mille giorni di John F. Kennedy alla Casa Bianca, Milano, Rizzoli Editore, 1966;
P. Villani- C. Petraccone- F. Gaeta, Corso di storia. Dall'Ottocento al Novecento, vol. 3, Principato, Milano, 2000;

Sitografia
http://www.snopes.com/history/american/lincoln-kennedy.asp
http://www.huffingtonpost.it/2017/05/29/cento-anni-di-jfk-il-mito-che-affascina-ancora-gli-stati-uniti_a_22114872/
http://www.ilpost.it "John Fitzgerald Kennedy"
http://blog.ilgiornale.it “John Fitzgerald Kennedy”
https://www.focus.it/cultura/storia/10-cose-che-forse-non-sai-sull-omicidio-kennedy-104341

Filmografia
“JFK - Un caso ancora aperto”, regia di Oliver Stone, con Kevin Costner e Tommy Lee Jones, 1991
“Thirteen Days”, regia di Roger Donaldson, con Kevin Costner e Bruce Greenwood, 2000;

Programi televisivi
“JFK, un caso mai risolto”, La Storia siamo noi
  • TAG: john fitzgerald kennedy, stati uniti, presidente usa, dallas, lee hervey oswald

Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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