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Avvento di fascismo e nazismo: un'analisi (prima parte) [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Due partiti, due uomini, il destino di due Nazioni

Il 31 ottobre 1922 ed il 30 gennaio 1933, per Italia e Germania, furono due date storiche: in quei giorni (un martedì ed un lunedì) vennero conferiti a Benito Mussolini e ad Adolf Hitler gli incarichi di formare due nuovi governi. Da allora e fino al 25 aprile e all'8 maggio 1945, i destini dei due Paesi sono stati caratterizzati dalle scelte (tragiche) di questi due politici. E, di conseguenza, anche in Europa e nel Mondo.
Nascevano la dittatura fascista e quella nazionalsocialista che hanno portato non solo allo scoppio della Seconda guerra mondiale, ma anche allo sconvolgimento della vita dei loro connazionali per ventitré e dodici anni consecutivi.
Fascismo e nazismo sono stati due movimenti molto complessi andati al potere in due momenti differenti, in due Paesi differenti, ma in un periodo molto chiaro: tra le due guerre mondiali, un ventennio di crisi politica, economica, sociale, morale e psicologica in tutta Europa, Regno d'Italia e Repubblica di Weimar comprese.
Ma cosa spinse il Re d'Italia Vittorio Emanuele III e lo Staatsoberhäupter des Deutschen Reich (il Presidente del Reich tedesco) Paul von Hindenburg a dare l'incarico di formare un nuovo governo al fondatore del Partito Nazionale Fascista e al capo indiscusso del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori? Come era la situazione in Italia ed in Germania allora? Chi erano questi due dittatori prima di dedicarsi alla politica? Perché si sono imposti e perché hanno avuto un seguito incredibile per poi essere odiati anche dai loro stessi (passati) estimatori?
Vediamo nel dettaglio.


Romagnolo, socialista, non interventista ma poi interventista, animale politico, padrone d'Italia: Benito Mussolini

Nativo di Predappio (più precisamente nella frazione Dovia), in Provincia di Forlì, Benito Mussolini era figlio di Alessandro, fabbro, e Rosa, maestra elementare. Dopo aver conseguito con difficoltà la licenza magistrale nel 1901, il futuro duce emigrò l'anno dopo in Svizzera dove svolse diversi lavori di carattere manuale e abbracciò idee socialiste. Di padre anarchico e madre cattolica, Benito Mussolini non fu mai un maestro, ma si buttò a capofitto nell'attività giornalistica e nella scrittura, scoprendo un certo talento per il dibattito politico. Nel 1905 tornò in Italia e si trasferì in Trentino.
Mussolini “nacque” come socialista rivoluzionario, diventando nel dicembre 1912 direttore del quotidiano di riferimento del Partito Socialista Italiano, “Avanti!”, dirigendolo fino all'ottobre 1914. Mussolini si fece notare per le doti oratorie e per le sue idee. Quell'anno però fu espulso dal partito a seguito delle sue dichiarazioni per cui l'Italia sarebbe dovuta entrare senza esitazioni a combattere nella Prima guerra mondiale, mentre la linea del partito era di rimanere neutrale al conflitto. E pensare che nel 1912, all'alba della guerra italo-libica, lo stesso Mussolini si era manifestato contrario alla guerra contro l'impero ottomano per il territorio nel Nord Africa.
Mussolini si dimise dal partito socialista e dalla direzione dell' “Avanti!”, fondando poco dopo “Il popolo d'Italia”: creò questo giornale per scrivere il suo malcontento verso la scena politica nazionale e spiegando perché il Paese doveva intervenire nel conflitto. È stato il suo trampolino verso la notorietà e la conoscenza nazionale delle sue idee.
Da socialista, in pochi mesi abbandonò il suo pensiero ed abbracciò ideali conservatori e nazionalisti intrisi di riluttanza verso lo Stato liberale: era in atto in lui un profondo cambiamento mentale e psicologico e quel socialismo che lo aveva caratterizzato da sempre divenne ora il suo avversario.
Il 23 marzo 1919, Mussolini decise di fare politica a tempo pieno fondando un piccolo partito di ispirazione conservatrice e anticomunista, antisocialista, antiliberista e con l'obiettivo (iniziale) di trasformare l'Italia in una repubblica e di non avere rapporti con la Chiesa: i Fasci Italiani di Combattimento.
I punti dei Fasci Italiani di Combattimento erano l'allargamento del diritto di voto, la giornata lavorativa di 8 ore, l’introduzione di una paga minima, la sistemazione dei ferrovieri e di tutte le industrie dei trasporti, l'abolizione del Senato per nomina regia, la nascita di una Milizia in supporto alle forze dell’ordine ed una politica estera capace di riportare l’Italia nel novero delle grandi Potenze europee e mondiali. In pratica, un pensiero “di sinistra”. Si legarono alla creatura di Mussolini gli interventisti rivoluzionari, ex socialisti, sindacalisti, anarchici ed ex combattenti come gli arditi e i futuristi.
Dopo un avvio incerto, a distanza di un anno, il numero delle sezioni e degli iscritti alla nuova “creatura” di Mussolini furono molto modesti: qualche centinaio di sezioni e un altrettanto migliaio di iscritti, che si fecero notare per l'uso eccessivo della forza e della violenza contro chi si metteva contro di loro, in particolare sedi di giornale (l’assalto alla sede dell'"Avanti!” del 15 aprile 1919, che fu incendiata e distrutta), sedi di partito, sede di leghe contadine “rosse”. Un vortice di violenza che nessuno in Italia riuscì a debellare, ma che fu visto di buon occhio dall'imprenditoria industriale ed agraria in contrapposizione alla forza proletaria e comunista. Il motivo era semplice: la violenza fascista andò di pari passo con il crescere della forza del socialismo e del comunismo, con l'intenzione di questi di portare in Italia la Rivoluzione russa. I Fasci Italiani di Combattimento si presentarono per la prima volta alla elezioni del novembre 1919 raccogliendo 4.000 voti ed i candidati, tra cui Mussolini, si presentarono solo nel collegio di Milano.
Mussolini cavalcò, tra il 1919 ed il 1922, un sentimento di odio verso la classe politica nazionale del tempo, incapace di farsi rispettare ai tavoli di pace di Versailles e senza una spina dorsale. Per questo motivo, usando modi di parlare alla gente inusuali per i tempi, Mussolini si mise in testa una cosa: conquistare il potere.
I Fasci Italiani di Combattimento si presentarono alle elezioni del 15 maggio 1921 sotto le insegne dei Blocchi nazionali (una coalizione formata da liberali, fascisti, conservatori e nazionalisti: i “Blocchi” ottennero poco meno del 20% dei voti eleggendo 105 deputati, di cui trentasei membri dei “Fasci”, compreso Mussolini che varcò per la prima volta le porte di Montecitorio.
Il successivo 9 novembre 1921 il partito di Mussolini si sciolse e si trasformò in Partito Nazionale Fascista. Perché nacque questo nuovo partito? Il PNF divenne un'evoluzione del pensiero dello stesso Mussolini: se i Fasci Italiani di Combattimento furono socialisti nel pensiero, il Partito Nazionale Fascista diventava un vero partito di destra, abbandonando principalmente l'ideale repubblicano.
La situazione politica nell'Italia di allora, inoltre, era molto caotica: si succedettero, tra il giugno 1919 ed il 28 ottobre 1922, sei governi (con quattro Primi ministri diversi) incapaci di guidare il Paese, senza contare le proteste operaie, gli scioperi e le fabbriche occupate. Tra il 1919 ed il 1920 ci fu il cosiddetto “Biennio rosso”, un periodo ricco di scioperi e proteste sociali promosse da operai e contadini sulla spinta della Rivoluzione russa e dalla vittoria del Partito Socialista Italiano nelle elezioni del 1919.
Nel Paese, dopo un po' di scetticismo verso il nuovo partito/movimento, piano piano tutti stettero dalla parte di Mussolini, ma a lui, per fare ciò che voleva, serviva il voto popolare, ma non vi erano in programma in quel periodo elezioni politiche.
Era necessario un gesto eclatante che solo il fascismo poteva fare: marciare su Roma.


Austriaco, artista mancato, odiatore, razzista, padrone della Germania: Adolf Hitler

Figlio di Alois Hitler, agente doganale, e Klara Pölzl, domestica, Adolf Hitler nacque a Braunau sull'Inn, una cittadina austriaca a pochi chilometri dal confine tedesco, ma che allora faceva parte dell'Impero austro-ungarico.
Hitler scoprì tempo dopo che il padre non si chiamava “Hitler” ma “Schicklgruber”: questo era il cognome di sua madre da nubile perché il padre non riconobbe Aloys (suo vero nome). La madre di Aloys sposò George Hiedler quando Aloys aveva cinque anni il quale, in età adulta, cambiò il cognome in “Hiedler”, ma per un errore di trascrizione all’anagrafe divenne “Hitler”.
I rapporti di Adolf Hitler con i genitori furono contrastanti: il padre con il ragazzo fu sempre molto violento, mentre la madre era premurosa e protettiva nei suoi confronti.
Nel 1903 morì il padre, nel 1907 la madre. Dei suoi fratelli rimasero in vita, oltre l'adolescenza, solo lui e la sorella Paula.
Dopo la morte della madre e la fine delle scuole, Hitler si trasferì a Linz e poi a Vienna dove visse di lavori saltuari con disegni e acquerelli, con il sogno di entrare all'Accademia delle arti figurative di Vienna dove però non venne ammesso: fu respinto in quanto non si dimostro all'altezza di entrare nella prestigiosa scuola d'arte viennese.
Il suo mancato ingresso nella prestigiosa scuola le dispiacque tanto e dovette ripiegare su altri lavori, vivendo anche in ristrettezze economiche.
Deluso da ciò, incominciò a frequentare luoghi dove si predicavano teorie e pensieri razzisti, antisemiti e antisocialisti entrando in contatto con testi che esacerbavano questi pensieri in un territorio che stava vivendo in maniera esasperata la crisi dello Stato plurinazionale (Vienna era una delle due capitali dell'Impero austro-ungarico insieme a Budapest). Suo punto di riferimento politico fu Karl Lueger, allora sindaco (Bürgermeister, trad. borgomastro) di Vienna, un politico cristiano-sociale che propagandava politiche razziste ed antisemite.
Nel 1912, Hitler si trasferì a Monaco di Baviera e due anni dopo entrò a far parte dell'esercito bavarese impegnato nella Grande guerra: il clima di violenza, combattimento, rigidità, ordine e sacrificio lo esaltarono e, diventando un militare, trovò sfogo alle sue frustrazioni.
A guerra finita, Hitler fu attivo, sempre come soldato, nella repressione antirivoluzionaria e nel marzo 1919 fu inviato a seguire un micro-partito considerato eversivo e composto da reduci di guerra, disoccupati e sottoproletari, le classi più disagiate del tempo: il Partito Tedesco dei Lavoratori (DAP, Deutsche ArbeiterPartei), “branca” tedesca di un partito nato quindici anni prima in Boemia.
Il DAP “tedesco” fu fondato da Anton Drexler il 5 gennaio 1919 e si fondava su pensieri razzisti e antisemiti. Il 24 febbraio 1920, Drexler cambiò il nome al partito e lo trasformò in Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP, Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei).
Hitler vi aderì quando era un caporale della Reichswehr (le forze armate tedesche), ma dovette dimettersi dal ruolo. Gli si aprì un Mondo nuovo: iniziò a frequentare il partito e si fece notare per la sua verve, la sua oratoria e la cura della parte propagandistica.
Il 16 ottobre 1920, Hitler parlò per la prima volta in pubblico ed espresse la sue tesi nei 25 punti programmatici del partito (i cittadini tedeschi dovevano essere uniti in una grande Germania, esasperazione di politiche e pensieri antisemiti, razzisti, revanscisti e nazionalisti, l’importanza del cittadino e dei suoi diritti e doveri, statizzazione di tutte le imprese, riforma agraria, la rimilitarizzazione del Paese, la ripresa dei territori sottratti con Versailles).
Il 10 luglio 1921, Hitler diventò segretario del NSDAP: aveva 31 anni e capì che la politica era diventata la sua missione, facendosi notare da tutti per l'abilità oratoria, la gestualità e la mimica, ricevendo molti apprezzamenti. Nessuno aveva una vena oratoria come la sua nel partito, nessuno era istrionico come lui, nessuno la pensava diversamente da lui. Parlava al cuore delle persone, tirava fuori le paure e coinvolse le masse: arrivava dove la classe politica tedesca non era arrivata, al cuore della gente arrabbiata per la situazione tedesca.
Ebbe quindi la strada spianata ed un sogno: diventare un politico di professione ed avere un giorno il Paese ai suoi piedi.
Prima però c'era da uscire dalla situazione di empasse in cui viveva la Germania: c'era da eliminare la Repubblica di Weimar, la forma di governo nata nel 1919 a seguito dello scioglimento dell'Impero guglielmino e guidata da politici (secondo Hitler) incapaci e privi della volontà di fare il bene del Paese tra le loro priorità. Incolpò anche l'ebraismo dei mali del Mondo e della Germania.
Nel gennaio 1923, la Francia invase la Ruhr, una zona della Germania occidentale ricca di miniere e di industrie, come pegno perché il Paese non aveva ancora pagato tutte le riparazioni di guerra: “Weimar” si oppose ponendo la resistenza passiva dell'esercito. Hitler protestò verso questa scelta, accusando la classe politica di non essere all'altezza e che c'era da fare qualcosa di forte per impedire che il Paese venisse invaso dall'acerrimo nemico francese.
Questa fu una delle occasioni che condussero Hitler a seguire le orme di Mussolini in Italia: prendere il potere con un colpo di Stato. E tra l'8 ed il 9 novembre 1923, presso una birreria di Monaco di Baviera, Hitler ed i suoi sodali (tra cui Ernst Röhm, Rudolf Hess e Hermann Göring) organizzarono un putsch (trad. colpo di stato), durante un comizio da parte del capo del governo della Baviera, improvvisando un golpe armato e coinvolgendo tutti i presenti a seguirlo. Hitler fu arrestato ed incarcerato nella fortezza di Landsberg, in Baviera, dove fu condannato, nell'aprile successivo, a cinque anni di reclusione, ma il 20 dicembre 1924 uscì dal carcere e poté tornare a fare politica. Comprese che il potere era da prendere solo per vie legali, quindi il 27 febbraio 1925 riorganizzò il partito precedentemente sciolto e decise di farlo scendere nell'agone politico nazionale come aveva fatto Mussolini con il Partito Nazionale Fascista.
Hitler non nascose mai (nei primi tempi) una certa ammirazione per Benito Mussolini, per il fascismo e per come questo prese il potere: Mussolini si era organizzato, aveva creato un partito nuovo, aveva attratto le masse con le sue parole per arrivare alla presa del potere. Anche lui ci stava riuscendo.
La scena politica tedesca, caratterizzata dalla Repubblica di Weimar, stava conoscendo un uomo che aveva le idee chiare e sapeva cosa voleva: comandare il Paese.


Le cause dell'avvento del fascismo : il sistema liberale italiano

L'Italia vinse la Prima guerra mondiale al fianco della Triplice Intesa (insieme a Gran Bretagna e Francia, mentre la Russia era uscita dal conflitto e dall'Intesa nel marzo 1918 con la firma del trattato di Brest-Litovsk in favore degli Imperi centrali) contro la Triplice Alleanza. Il nostro Paese faceva parte dell' “Alleanza” dal 1882 e ne uscì il 24 maggio 1915 con la firma del patto di Londra, aderendo all'”Intesa”. L'Italia si presentò al tavolo dei trattati di pace di Versailles con il coltello dalla parte del manico contro gli Imperi centrali, in particolare contro l'Impero austroungarico.
In base a “Versailles”, l'Italia ebbe allargamenti territoriali in Libia, ebbe il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia-Giulia, la città di Trieste e l'Istria. Il governo italiano, presieduto allora da Vittorio Emanuele Orlando, volle anche Fiume e la Dalmazia, ma non ebbe quanto sperato. E fu proprio la contesa sulla città del Carnaro a far arrabbiare il governo, visto che Fiume divenne uno “Stato libero”, una città-stato, una città che godeva di uno status di sovranità propria. Si parlò di “vittoria mutilata”: una vittoria cui mancava un pezzo importante. Ma era troppa la volontà dell'Italia di annettere la città di lingua e cultura italiana dell'Impero austro-ungarico tanto che tra il settembre 1919 ed il dicembre 1920, con l'avventura di Gabriele d'Annunzio, ci fu l’”impresa di Fiume” con lo scopo di annettere la città all'Italia e toglierla al Regno di Jugoslavia come sancito a Versailles. Oltre a questo, in Italia c'era un pesante clima sociale ed economico.
I reduci di guerra ebbero vita difficile tra ferite, mutilazioni e difficoltà nell'inserimento nella vita del Paese. Inoltre c'erano molte proteste da parte dei contadini in campagna ed iniziarono i primi problemi all'interno delle fabbriche, con il sogno che in Italia ci potesse essere una rivoluzione politico-sociale come in Russia. Il costo della vita iniziava a salire, c'era tanta disoccupazione, i salari erano fermi e non in linea con l'economia del Paese. Aumentarono, di conseguenza, anche i furti.
Il fascismo colmò il vuoto lasciato dalla crisi dello Stato liberale (lo “Stato” nato dopo la Rivoluzione francese che prevedeva, tra le tante cose, la divisione dei poteri, una Costituzione scritta, la tutela della libertà di ogni cittadino e il primato della legge su ogni cosa) e questo “vuoto” fu colmato da violenza e spedizioni contro tutto ciò che era contro il fascismo.
L'inizio elettorale fu molto deludente per i Fasci Italiani di Combattimento: alle elezioni politiche del novembre 1919, come detto, il partito ottenne solo 4.000 voti e nessun eletto, ma da allora fu un successo inarrestabile.
I seguaci del fascismo erano gli imprenditori agrari ed industriali, oltre alla media borghesia e agli ex combattenti, convinti che il fascismo avrebbe impedito la presa del potere dei socialisti. I liberali, invece, pensarono che Mussolini al governo sarebbe stato poco utile, vista la pochezza del suo pensiero politico e della sola azione violenta e per questo motivo furono inseriti nei “Blocchi nazionali” guidati da Giovanni Giolitti per le elezioni del 15 maggio 1921. Lo scopo fu quello di calmare la violenza fascista, ma il fascismo si stava piano piano ramificando ed ebbe un'impennata di consensi: si sarebbe sostituito prestissimo allo Stato liberale.
Le origini della salita al potere del fascismo non sono dovute solo ai fatti successivi la fine della guerra, ma presero spunto da tanti elementi: l'unificazione nazionale tardiva (l'Italia era un Paese giovane), il sistema politico, l'arretratezza della struttura economica e sociale del Paese. Un Paese che si era industrializzato e modernizzato tardi rispetto al resto d’Europa oltre che essere troppo centralizzato e burocratizzato. Inoltre la classe politica era senza ricambio generazionale, stanca, vecchia, divisa tra interventisti e neutralisti.
E proprio il periodo 1920-1922 fu il momento dove il fascismo, da poche sezioni e pochi iscritti iniziali, divenne una forza travolgente. Motivo? La classe politica italiana del tempo sottovalutò la portata del partito di Mussolini considerandolo un partito “del momento” senza un backgroud politico e che si sarebbe sciolto come neve al sole.
Eppure le violenze da parte dello squadrismo fascista sembravano non finire mai. Lo squadrismo era una massa eterogenea di persone entusiaste di attuare la rivoluzione fascista e a cui stava a cuore solo praticare la violenza gratuita contro il nemico “rosso” o distruggere ciò che gli capitasse a tiro. Le maggiori violenze squadriste si ebbero in Emilia-Romagna, territorio dove era forte da sempre il socialismo e dove era stata altrettanto forte la violenza nel “biennio rosso”. E se in quei due anni ci fu un rafforzamento dei partiti “rossi”, dalla parte opposta le camicie nere iniziarono a fare proseliti in tutto il Nord Italia: in pochi mesi aumentarono le sezioni e quindi i sostenitori del PNF. E arrivarono anche i supporti inattesi: gli imprenditori terrieri e gli industriali, per la paura di essere “scavalcati” dai braccianti e dagli operai, iniziarono a parteggiare per i fascisti convinti che loro sarebbero stati l'argine contro una (eventuale) presa del potere delle sinistre. E le camicie nere, espressione massima della violenza tra le campagne e le città, ebbero vita facile nel prendere il sopravvento, distruggendo tutto ciò che non era secondo i loro canoni: circoli operai, Camere del Lavoro, sedi di partito, abitazioni private di socialisti. Tutto con le forze dell'ordine del tempo che non mossero un dito, quasi compiacenti.
Il Partito Nazionale Fascista colpì l'attenzione di tutti e giorno dopo giorno, mese dopo mese, l'interesse verso Mussolini e i suoi uomini divenne molto vasto: alle elezioni del 1921 entrarono in parlamento trentasei deputati fascisti (i senatori potevano essere solo di nomina regia o di diritto, ovvero essere membri maschi di Casa Savoia). La strada era segnata ma ora il partito doveva prendere il potere. Ma come? Si pensò di fare una marcia simbolica su Roma, la capitale del Paese.
L'idea di marciare su Roma era già nella testa di Mussolini da settembre, ma divenne concreta a Milano in una riunione del 16 ottobre: venne istituito il quadrumvirato organizzativo (costituito da Cesare Maria de Vecchi, Emilio de Bono, Italo Balbo e Michele Bianchi). Il 24 ottobre a Napoli, durante un’adunata, l'idea della “marcia” divenne realtà: i fascisti di tutta Italia sarebbero giunti a Roma quattro giorni dopo per convincere il re a dare il governo del Paese nella mani del loro leader, Benito Mussolini.
La sede delle operazioni fu Perugia dove, dal 26 ottobre, i quadrumviri diedero le direttive e coordinarono le azioni. Il 28 ottobre Roma fu accerchiata tra Santa Marinella, Monterotondo, Tivoli e la zona al confine tra Lazio e Campania. Mussolini rimase a Milano per non esporsi troppo. Si mossero in difesa della capitale 28mila militari.
L'allora Presidente del Consiglio, il liberale Luigi Facta, chiese, intorno alle ore 6 del mattino, lo stato d'assedio al re che poche ore dopo si rifiutò di controfirmare. Facta, per protesta, si dimise ed il Paese fu nel caos in quanto senza una guida politica.
Il re lasciò via libera alla “manifestazione” fascista che si tenne regolarmente e che vide arrivare nella capitale migliaia di fascisti da tutta Italia che manifestarono senza intoppi e senza troppe preoccupazioni. Se il re avesse controfirmato lo stato d'assedio, la marcia non si sarebbe tenuta e i promotori sarebbero stati tutti arrestati.
Il giorno dopo re Vittorio Emanuele III incaricò Mussolini di recarsi a Roma per ricevere l'incarico di formare il nuovo governo. Mussolini da Milano, in treno, si diresse nella capitale, parlò con il sovrano in merito al da farsi ed il 31 ottobre accettò l'incarico: Mussolini divenne il 28° Presidente del Consiglio (diverso) del Regno d'Italia, il più giovane di sempre.
Mussolini fu abile, in quei giorni (e anche nei mesi precedenti) a usare la forza e la rassicurazione: forza contro gli oppositori, rassicurazione verso il re, rinunciando alla pregiudiziale repubblicana del primo fascismo e a far intendere che tutte le problematiche sarebbero state risolte con la fermezza.
Il governo Mussolini era composto non solo da fascisti, ma anche da popolari, liberali, democratici sociali e due militari (Armando Diaz e Paolo Emilio Thaon di Revel). Mussolini si nominò contemporaneamente ministro degli Interni e degli Esteri.
Erano pro-fascismo alcuni membri di Casa Savoia, i proprietari di giornali, Confindustria, gli alti gradi di esercito e marina, i capi della massoneria. Il re ebbe paura che la fine del fascismo avrebbe portato ad un rafforzamento dei socialisti e lui voleva che il governo andasse a gente nuova propria come Mussolini.
Mai in un Paese occidentale aveva preso il potere un partito come il fascismo o un politico come Mussolini, un partito-milizia ed un politico anti-liberalista ed anti-parlamentare.
Il fascismo fu il punto di rottura di una situazione politica, sociale ed economica all’esasperazione: come il nazionalsocialismo in Germania, era il movimento politico “giusto” al momento giusto.
Da quel momento, il destino dell'Italia cambiò radicalmente.


Le cause dell'avvento del nazismo: dalla Repubblica di Weimar alla crisi del 1929. Sette elezioni in tredici anni (di cui tre in due anni)

La Germania, o meglio l'Impero prussiano, si presentò ai trattati di pace di Parigi del 28 giugno 1919 come potenza sconfitta e dovette sottostare alle decisioni delle potenze vincitrici. Il Secondo Reich si era sciolto il 9 novembre 1918: nato nel 1871 successivamente alla vittoria prussiana contro la Francia, divenne una forza militare ed imperiale con la salita al trono di Guglielmo II Hohenzollern dopo la morte del padre Guglielmo I nel 1888. Wilhelm I era stato incoronato imperatore proprio a Versailles in segno di sfregio verso gli sconfitti: per questo motivo, la Francia richiese che i trattati di pace contro la Germania fossero firmati proprio dove fu incoronato il padre di Guglielmo II e dove nacque il mito della forza tedesca, che ora sarebbe dovuta essere anestetizzata per sempre. Se il 18 gennaio 1871 fu il punto più alto della storia tedesca, i trattati di Versailles furono il suo punto più basso.
La Germania fu stravolta politicamente ed economicamente: i quattro Capi di Stato e di Governo dei Paesi vincitori decisero che il Paese doveva essere punito maggiormente rispetto agli altri per come aveva condotta il conflitto e l'aver commesso dei crimini: la Francia volle punire la Germania per il passato (leggasi guerra franco-prussiana); la Gran Bretagna voleva renderla innocua militarmente; gli Stati Uniti d'America la volevano ridimensionata; l'Italia si accodò alle decisioni delle altre Potenze. I trattati di pace di Versailles si riveleranno un diktat contro la Germania non tanto per farle pagare quanto avrebbe dovuto, ma distruggerla sotto tutti i punti di vista.
In base agli accordi di Versailles, alla Germania furono staccate Alsazia e Lorena che furono assegnate alla Francia (già strappate nel 1871 alla Francia al termine della guerra franco-prussiana); lo Schleswig passò alla Danimarca; alla Polonia andarono Posnania, Prussia occidentale (creando la successiva “questione di Danzica”) e Slesia. La Francia ottenne lo sfruttamento per quindici anni della zona mineraria della Saar, fino al 1935. La Germania perse inoltre i suoi territori/protettorati coloniali (gli odierni Togo, Camerun, Namibia, Ruanda, Burundi, Tanganica, Nuova Guinea tedesca, Samoa tedesca). Il suo esercito, ritenuto allora il più forte del tempo, fu ridotto drasticamente e reso innocuo, passando a soli 100mila soldati contro i precedenti 2 milioni, nonché vedere l'abolizione della leva militare obbligatoria, l'occupazione militare francese della Renania e la sua smilitarizzazione fino al 1935. Ancora peggiori furono le riparazioni di guerra chieste dalle Potenze vincitrici, un qualcosa come 132 miliardi di marchi d'oro: una cifra troppo elevata per un Paese ridotto in ginocchio dopo quattro anni di guerra.
Nel Paese intanto stava dilagando una crisi economica molto forte: disoccupazione galoppante, inflazione alle stelle e marco debolissimo contro il dollaro. La Germania era al collasso e tantissimi ammisero che la punizione era troppo sanguinosa per il Paese.
Tra il 1918 ed il 1925, la Germania visse un periodo molto intenso di lotte interne e di crisi politico-sociale. Addirittura in Baviera nacque la prima repubblica “sovietica”, accolta con preoccupazione visto che si temeva in tutta Europa l'arrivo della rivoluzione leninista.
Il successore dell'Impero guglielmino fu la cosiddetta Repubblica di Weimar, l'erede democratico dell'Impero, che prese il nome dalla città di Weimar, in Turingia, dove fu redatta la prima Costituzione tedesca, un esempio di legge fondamentale molto avanzata per il tempo e che dava al Paese per la prima volta il parlamentarismo dopo cinquant'anni di esperienza bismarkiana e guglielmina.
La Repubblica di Weimar, promossa dai socialisti tedeschi, riuscì a far alzare la testa al Paese e in pochi anni la vita sociale ed economica tornò a livelli accettabili, anche grazie alla firma del “piano Dawes” del 1924 (pagamento delle riparazioni di guerra tedesche, riorganizzazione della Banca centrale tedesca, creazione di una nuova moneta chiamata Reichmark) e del “piano Young” del 1928 (debiti da pagare in sessant'anni; riduzione del debito del 20%; nascita della Banca dei regolamenti internazionali).
Fino al 1928, i tedeschi erano dalla parte della Repubblica e per la prima volta veniva accettata una forma di governo improntata sul parlamentarismo, sul liberalismo e sul multipartitismo. Il Paese era tornato competitivo ricco, florido e sembrava vivere un momento di euforia in tutti i settori.
Ma la “luna di miele” tra i tedeschi e “Weimar” terminò il 29 ottobre 1929, quando ci fu il crollo della Borsa di New York. E per un Paese che dipendeva dagli aiuti americani fu una sciagura, tanto che in pochissimi mesi si tornò (economicamente e socialmente) al biennio 1918-1920. La situazione fu peggiore di prima, la Germania finì nel baratro e la popolazione se la prese con la classe politica del Paese.
Chi “beneficiò” della crisi economica e politica della Repubblica di Weimar fu il Partito Nazionalsocialista del Lavoratori Tedeschi di Adolf Hitler che si ritrovò da una manciata di voti nel 1925 a guadagnare via via consensi ad ogni elezione politica.
Tra il 1924 ed il 1928, il partito di Adolf Hitler non cambiò mai i suoi obiettivi, non cambiò di una virgola il proprio pensiero ed il proprio manifesto, eppure ebbe un incremento elettorale molto importante.
A livello elettorale, il partito di Hitler si presentò in coalizione in due tornate (maggio e 7 dicembre 1924 come Movimento nazionalsocialista della libertà ottenendo 900mila voti ed il 3% dei consensi).
In quelle due tornate elettorali, il NSDAP si era unito con altri partiti/movimenti di destra conservatrice ed estrema che puntavano a far cadere “Weimar”. Quello fu il “Fronte di Harzburg”, composto dal partito tedesco nazionale, l'NSDAP, gli Elmi d'acciaio, personaggi di spicco dell'esercito e della finanza. Il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori era il vertice di quel “Fronte” ed il partito non fu più visto come un avversario per la destra, ma la punta di diamante di un gruppo politico di destra che puntava a governare il Paese e a superare la Repubblica di Weimar.
Successivamente, il 6 maggio 1928, il NSDAP si presentò da solo alle elezioni e si assestò sul 2,6%, ottenendo dodici deputati. Da allora fu una continua ascesa.
Il 23 gennaio 1930, esponenti nazisti entrarono nel governo Land della Turingia e per la prima volta entrarono nella “sala dei bottoni” del potere.
Nelle elezioni del settembre 1930, il NDASP si piazzò al secondo posto dietro al SPD: 18,3% e 107 deputati. Questo significava, rispetto a due anni prima, un incremento di 15 punti percentuali e di ben 95 deputati. Il partito hitleriano stava incominciando a fare breccia nel popolo tedesco, ponendosi come “terzo incomodo” tra socialisti e centristi.
Nel 1932 si tennero ancora due tornate elettorali, a luglio e a novembre. In entrambi i casi, il partito di Adolf Hitler fu il più votato con il 37,1% e con il 33,1%, che portarono al Reichstag 230 e 196 deputati.
Hitler, inoltre, nel 1932, divenne cittadino tedesco (era apolide) dopo aver preso servizio come funzionario del Ministero dell’Interno presso il governo del Braunschweig, in Bassa Sassonia. Per questo motivo poté candidarsi all'elezione presidenziale della primavera del 1932: al primo turno (13 marzo) prese il 30,1% e nel secondo turno del 10 arrivò al 36,8%, e nulla poté contro Hindemburg, Capo del Paese dal 1925 e già feldmaresciallo, che prese il 53%.
I voti e le preferenze dei tedeschi verso il nazionalsocialismo arrivarono dal ceto medio, dai negozianti, dagli impiegati, dai commessi. Anche qualche operaio votava NSDAP, mentre gli industriali erano affascinati dalle parole di quel ragazzo nato in Austria che aveva un'ottima vena oratoria e che sembrava calato sul Paese come una sorta di guida per far uscire la Germania dalla crisi.
I “cavalli di battaglia” di Hitler furono sempre gli stessi: far tornare grande il Paese dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale; il pericolo comunista da combattere; la nascita di un grande Stato pangermanico che potesse riunire tutte le persone di lingua e cultura tedesca; la lotta all'ebraismo.
I meriti furono due: l’aver saputo cavalcare la scena politica tedesca quando gli altri partiti erano in difficoltà dinnanzi ad un Paese in ginocchio; la persuasione e l'abilità oratoria da parte di Adolf Hitler.
Dopo le parentesi dei governi von Papen e von Schleicher (diciannove mesi complessivi), il 30 gennaio 1933 l'allora Capo dello Stato, Paul von Hindenburg, diede ad Hitler l'incarico di formare l'ennesimo nuovo governo di una repubblica che sembrava attorcigliarsi su se stessa. Il Capo dello Stato notò che i gruppi industriali e finanziari avevano iniziato a togliere l'appoggio al governo Schleicher e decise di dare al capo dei nazionalsocialisti la guida del governo, cercando di dare una continuità (ed una serenità) politica al Paese.
Adolf Hitler divenne il 23° Cancelliere tedesco della storia, il 15° della Repubblica di Weimar e da quel momento il suo destino andò a braccetto con quello della Germania.
Von Papen e Hindenburg credevano che ora Hitler potesse essere molto più manovrabile: si sbagliarono enormemente.


Prodromi della dittatura fascista: il discorso di Benito Mussolini alla Camera dei Deputati del 3 gennaio 1925

Contribuì a rafforzare il Partito Nazionale Fascista la nuova legge elettorale varata per l'elezione della Camera dei deputati per la XXVII legislatura del Regno che si tenne il 6 aprile 1924. Un turno elettorale molto importante, perché così si sarebbe valutato se davvero il fascismo fosse il partito utile alla causa del Paese. Furono le terze elezioni in cinque anni: c'era troppa instabilità politica ed era necessario tirare una riga.
Le elezioni furono vinte in maniera netta dal partito di Mussolini, che ottenne il 65% dei seggi. Solo che il Partito di Mussolini non ottenne quella percentuale di voti, un valore quasi plebiscitario, ma si fermò al 25%. Da dove arrivò il 40% mancante dei voti? Dalla nuova legge elettorale, la “legge Acerbo”.
Pensata da Giacomo Acerbo, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, questa stabiliva che la coalizione che avrebbe avuto più voti di tutti (quella che avrebbe avuto la maggioranza relativa) avrebbe avuto come premio (“premio di maggioranza”) il 65% dei seggi complessivi di Montecitorio. Si dava un “premio” con un'aggiunta di seggi affinché la coalizione vincitrice potesse governare con più forza e senza problemi. Questa nuova legge elettorale prevedeva un unico collegio nazionale, sostituendo il vecchio sistema proporzionale per “abbracciare” un sistema maggioritario plurinominale. Non cambiava la modalità di voto: potevano votare sempre solo i maschi maggiori di 21 anni.
Il PNF passò così da trentasei deputati a 374 in appena tre anni. I restanti 161 seggi furono ripartiti tra gli altri partiti, di cui trentanove ai popolari e ventiquattro ai socialisti unitari di Giacomo Matteotti. E proprio Matteotti fu tra i più indignati in merito al risultato del voto e sull'attività del governo guidato da Benito Mussolini.
Sin dal 1919, in Italia, la voce più antifascista di tutte fu proprio quella del politico di Fratta Polesine, il quale denunciò sempre le prevaricazioni fasciste nelle sue zone, ancor prima che il partito mussoliniano andasse al potere, contro i braccianti ed i proletari della sua terra. Matteotti, in pratica, fu il solo leader dell'opposizione a tenere testa ai fascisti, denunciando brogli, violenze ed intimidazioni da parte delle squadre nere nei pressi o dentro i seggi elettorali. Il politico socialista volle proporre una cosa impensabile ed azzardata: far invalidare le elezioni. Una cosa impossibile, anche se a lui interessava smuovere le coscienze e svegliare il Paese di fronte alle malefatte dell'esecutivo.
Già leader della frangia riformista del PSI, Giacomo Matteotti, nel dicembre 1920, fu nominato segretario della Camera del Lavoro di Ferrara. Eletto deputato nelle elezioni del 1919 e del 1921, nel 1923 scrisse un libro su come il fascismo si era imposto nella vita italiana in cui elencò tutte le violenze compiute in un anno di governo fascista (“Un anno di dominazione fascista”).
Matteotti viaggiò tra Belgio ed Inghilterra per confrontarsi con altri colleghi socialisti ed in Inghilterra indagò sul gioco d'azzardo e sullo sfruttamento delle risorse petrolifere, scoprendo che il governo Mussolini aveva stipulato un accordo con la compagnia petrolifera americana “Sinclair Oil” per l'esclusività di questa per estrarre il petrolio in Italia. Questo accordo (stipulato tra marzo e aprile 1924, a quanto riportato da Matteotti) era intriso di corruzione. Matteotti rimase sbigottito e decise di approfondire: se fosse stato tutto confermato, sarebbe stato un scandalo per il governo, che avrebbe dovuto riferire alla Camera e, come extrema ratio, dimettersi.
Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti denunciò il tutto in un accorato discorso alla Camera: Montecitorio si spaccò tra applausi ed incitamenti e fischi ed urla nei suoi confronti. I fascisti non gli perdonarono l'affronto parlamentare e qualcuno decise che Matteotti doveva essere punito. Non a caso, passeranno alla storia le parole dello stesso Matteotti dopo il suo intervento: “Io, il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me”. Come dire: queste parole saranno la pietra tombale sulla mia vita e dovrete preparare voi in tempi brevi il vostro discorso funebre per me.
Dopo una serie di pedinamenti iniziati tra fine maggio e inizio giugno, martedì 10 giugno Matteotti fu fatto salire con la forza su una Lancia Lambda nera: era da poco uscito da casa (zona Lungotevere Arnaldo da Brescia, quartiere Flaminio) per dirigersi verso la Camera e, poco distante da Piazza del Popolo (tra via Scialoja e il Lungotevere), fu fermato da cinque persone e fatto salire con la forza sull'auto.
Volutamente, Matteotti gettò per terra il suo tesserino parlamentare, cosicché chi avesse assistito alla scena potesse capire chi fosse la persona aggredita e denunciare il fatto alle forze di polizia. Alla scena assistettero due portieri di uno stabile che annotarono il numero di targa del veicolo e si rivolsero alle forze dell'ordine.
A Montecitorio non si diede peso all’assenza di Matteotti, ma qualcuno si insospettì visto che il socialista non era solito non far sapere nulla di sé ed era sempre puntuale e preciso. I colleghi di partito, e dei partiti di opposizione, temettero che gli fosse accaduto qualcosa. La notizia della sparizione di Matteotti andò su tutti i giornali e si iniziò a temere per la sorte del giovane deputato socialista.
Il rapimento di Matteotti portò subito a delle conseguenze: il 17 giugno 1924 si dimisero dai loro incarichi Cesare Rossi, Aldo Finzi ed Emilio de Bono, rispettivamente quadrumviro del Partito, capo della Regia aeronautica e capo della polizia. L'indiziato principale per la morte (presunta) di Matteotti fu Amerigo Dumini, capo della cosiddetta “Ceka”, un gruppo segreto di sicurezza alle dipendenze dirette del Partito. Anche Mussolini si “dimise”: il nuovo ministro degli Interni divenne, il 18 giugno, Luigi Federzoni. Il governo Mussolini stava traballando in maniera molto forte.
Il 26 giugno 1924 fu un giorno storico per la politica italiana, non solo del tempo ma anche dei giorni nostri: l'opposizione parlamentare si riunì in una sala di Montecitorio e decise di attuare uno sciopero ad oltranza, fino a quando non sarebbe venuta a galla la verità su Matteotti. Iniziò un periodo molto intenso per Turati e compagni, fatto di assenze dall'aula parlamentare, commemorazioni e la volontà di sfidare il governo e portarlo alla caduta o comunque fargli dare una risposta veritiera sul caso Matteotti.
Il gesto delle opposizioni fu forte e mediatico per i tempi di allora per trovare la verità in un contesto politico omertoso e poco limpido. Il governo Mussolini non si dimise, ma il re non era contento della situazione. Il gesto dell'opposizione parlamentare fu detta “secessione aventiniana”, dal nome dell'atto dell'Antica Roma dove i plebei si collocarono sul colle romano con la volontà che i loro diritti fossero parificati ai patrizi.
Ed il 16 luglio, dopo che quattro giorni prima fu trovata la sua giacca insanguinata, per caso, fu scoperto il cadavere del politico socialista nei pressi di Riano, nel bosco della Quartarella, a 30 chilometri a nord di Roma. Giacomo Matteotti aveva 39 anni, lasciava la moglie Velia Titta e due figli, Matteo e Giancarlo, di 3 e 4 anni.
Lo sdegno nel Paese fu enorme.
Le persone coinvolte nel rapimento si scoprirono essere Aldo Putato, Giuseppe Viola, Albino Volpi, Amleto Poveromo, Otto Thiershald, Filippo Panzeri ed Augusto Malacria. La macchina usata per il rapimento si scoprì appartenere a Filippo Filippelli, direttore del quotidiano “Corriere Italiano”.
L'ordine di uccidere Matteotti si disse arrivò da Cesare Rossi e Giovanni Marinelli, rispettivamente un ex sansepolcrista ed il direttore amministrativo del Partito. Thiershald venne subito scarcerato, mentre Panzeri rimase latitante. L'equipaggio della Lancia nera si scoprì essere composto da Amerigo Dumini, Albino Volpi, Augusto Malacria, Amleto Poveromo e Giuseppe Viola.
Il governo indisse funerali solenni nella città di Matteotti, quasi a discolparsi delle accuse, ma in una pesante lettera al ministro dell'Interno Federzoni, la vedova scrisse che non voleva assolutamente nessun funerale solenne per il marito e non voleva per nessuna ragione la presenza di rappresentanti del governo e di nessuna camicia nera nel percorso della salma del congiunto tra Roma e la chiesa dove si sarebbe tenuta l'orazione funebre: sarebbe stato un affronto nei confronti del marito, nonché un comportamento ipocrita.
Le indagini furono curate dai magistrati Mauro del Giudice e Umberto Guglielmo Tancredi: i cinque assalitori di Matteotti furono arrestati. L'indagine si fermò pochi giorni dopo e sparirono le prove. Il re tentennò e anche gli industriali vacillavano sul continuare o meno a dare fiducia al Presidente del Consiglio.
L'opinione pubblica era spaccata: Mussolini sapeva? Mussolini avallò l'uccisione di Matteotti? Erano vere le voci di tangenti che coinvolgevano il governo e quella compagnia petrolifera? Cosa sarebbe successo al governo?
Perché parlare dell'omicidio di un deputato per parlare dell'inizio di una dittatura? Perché il 3 gennaio 1925, dopo qualche settimana di crisi interna al partito e l’immobilità sul da farsi, Benito Mussolini tenne un celebre discorso alla Camera dei deputati sulla vicenda dell'omicidio Matteotti. Un discorso che ebbe un valore storico importantissimo: il duce disse di non essere stato il mandante dell'omicidio (come tanti invece pensarono), ma si disse responsabile della situazione che ha portato alla morte del politico socialista, dicendo che “Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento ad oggi”. Mussolini si accusò di aver causato moralmente e storicamente la morte di Matteotti, ma non di esserne il mandante.
Da quel momento, Mussolini prese di petto la situazione cercando di portare alla pacificazione il Paese e per far questo usò il pugno di ferro contro tutto e tutti: nuove disposizioni di ordine pubblico, sorveglianza su tutto ciò che potesse mettere il bastone nelle ruote al fascismo, fermare e arrestare chi si opponesse al regime, aumento in maniera esponenziale della censura alla stampa, la chiusura ed il divieto di apertura di nuovi circoli. Il 14 gennaio 1925 la Camera dei deputati del Regno d'Italia approvò le prime “leggi fascistissime”, i decreti legge del governo che porteranno il Paese ad essere uno Stato autoritario, nazionalista e militarizzato. Queste leggi, nate dopo il quarto attentato a Mussolini nel giro di un anno (novembre 1925), furono fatte per difendere lo Stato e preservarlo.
La “legge” più nota fu quella del 24 dicembre 1925, con la quale si stabiliva che il Capo del Governo doveva essere nominato dal re e solo davanti a lui era responsabile, personalmente e dal punto di vista politico, mentre i ministri dovevano essere nominati dal re su indicazione del Capo del Governo e i ministri erano coordinati nella loro attività dallo stesso Presidente del Consiglio: il governo e i ministri non erano più responsabili dinnanzi al parlamento, ma solo davanti al Presidente del Consiglio. In pratica, il parlamento non avrebbe più potuto sfiduciare il governo per nessun motivo, trasformando il Paese in una monarchia “presidenziale”: un termine errato ma che serve a fare capire che l’Italia era una monarchia ma che a comandarla era il Presidente del Consiglio.
Inoltre, l'ordine del giorno delle discussioni in parlamento doveva essere valutato dallo stesso primo ministro: scomparve, di conseguenza, il dibattito parlamentare. Tutto era nelle mani del Partito Nazionale Fascista, l'unico partito legale e l'unico a fare attività politica. Gli altri, nl giro di pochi anni, furono sciolti.
Nel dicembre 1922 fu precedentemente istituito il Gran Consiglio del fascismo, il principale organo direttivo del Partito Nazionale Fascista che ebbe sempre più peso nella vista costituzionale del Regno d'Italia. Nel febbraio 1923 fu istituita la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, con il doppio scopo da parte di Mussolini di potersene servire contro i nemici politici ed esercitare un controllo diretto sul braccio armato del suo stesso movimento, poiché la regolazione delle squadre fasciste fu sancita proprio in quel momento. I membri dovevano giurare davanti al re, ma erano responsabili davanti a Mussolini ed il loro compito era quello di salvaguardare la rivoluzione fascista: una sorta di polizia “parallela” non sotto il comando dello Stato, ma da parte del Partito: il grande sogno dei Fasci Italiani di Combattimento si era avverato.
Il 25 novembre 1926 venne istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato che avrebbe giudicato i reati contro il fascismo e contro lo Stato italiano: gli imputati erano solo ed esclusivamente (ovviamente) antifascisti, coloro che complottavano contro la sovranità dello Stato.
Inoltre, da allora, iniziò una sorta di culto della personalità verso Mussolini, diventando oggetto di quadri, dipinti e sculture. Ci fu l'esaltazione dei martiri fascisti e dei caduti durante il periodo pre-1922, ci furono dei riti che divennero fondanti nel mito fascista (il giuramento, le adunate, il culto della Roma imperiale) e Mussolini era diventato un tutt'uno con la Nazione e lo stesso duce fu sempre ripreso e descritto nelle vesti di politico, capo politico, artista, sportivo, creatore di imperi, lavoratore indefesso (la storia delle luci sempre accese a Palazzo Venezia anche di notte, anche se poi lui il più delle volte non era presente.
Ricapitolando, dal 3 gennaio 1925, con il discorso di Mussolini alla Camera, il fascismo divenne una dittatura con tutti i crismi del caso, ovvero:
opposizione fatta tacere;
fine del multipartitismo;
limitazione delle libertà personali;
cessazione dei sindacati;
inquadramento coatto di giovani e adulti nel sistema fascista;
presenza di un solo partito e scioglimento di tutti gli altri;
fascistizzazione del Paese;
presenza di un leader politico carismatico.
Se il discorso parlamentare del 16 novembre 1922 fu particolarmente intriso di violenza (il discorso del “bivacco di manipoli”), quello del 3 gennaio fu il punto di partenza di una dittatura autoritaria che fece della forza, della violenza e della lotta alle opposizioni il suo nutrimento.
La dittatura fascista terminò il 25 luglio 1943 con la sfiducia a Benito Mussolino del Gran Consiglio del Fascismo a seguito dell'”ordine del giorno: Grandi” che portò all'arresto di Mussolini e la sua incarcerazione immediata. Nuovo Presidente del Consiglio divenne Pietro Badoglio.
Il 23 settembre 1943, a seguito della liberazione di Mussolini da parte di Otto Skorzeny presso la prigione di Campo Imperatore, sul Gran Sasso, nacque lo “Stato fantoccio” della Repubblica Sociale Italiana che crollò con la fine del PFR (il Partito Fascista Repubblicano, erede del defunto PNF) il 25 aprile 1945, giorno della Liberazione del Paese e fine della guerra.


Bibliografia usata e consigliata

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Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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