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La storia delle colonie elioterapiche novaresi durante il Ventennio [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Cenni introduttivi, l’importazione britannica, l’esperienza fascista

Se si parla con il cosiddetto “uomo della strada” e gli si chiede cosa siano le colonie elioterapiche, di primo acchito, risponderebbe «Adua», «Macallè», «Etiopia», «Negus» e non «elioterapia», «balneoterapia», «cura del corpo» o «Uomo nuovo».
Dall’inizio degli anni Venti del Novecento in Italia, con l’avvento del fascismo, si diffuse un concetto che avrebbe dovuto essere parte integrante di una popolazione che sarebbe dovuta diventare il mezzo dello Stato, la «forma più alta e potente di personalità», per il raggiungimento dell’«Uomo nuovo», che si sarebbe scrollato di dosso il suo passato «viziato dal materialismo» e dal liberalismo tipico di un’«italietta democratica e antifascista» per entrare in una nuova Era, quella “fascista”, che lo avrebbe visto protagonista a 360 gradi.
Uno dei mezzi per arrivare a questo idealtipo di personalità era la colonia elioterapica, un nuovo luogo di socialità dove i bambini soggiornavano e venivano curati per malattie ai giorni nostri completamente debellate, ma che ai tempi della “marcia su Roma” erano causa di mortalità: le più temute erano la tubercolosi, il vaiolo, la difterite, i linfatismi e la scrofola che, colpendo il sistema linfatico, produceva le cosiddette “scrofole”, una serie di rigonfiamenti ghiandolari.
Nella seconda metà dell’Ottocento si incominciarono a scrivere libri sull’importanza della natura come luogo in cui praticare il tempo libero e la cura del proprio corpo: la balneazione e le sue doti terapeutico-rigeneratrici furono una novità assoluta e, da quel momento, le località balneari europee divennero oggetto di significative trasformazioni fisiche, in quanto cessarono di essere una risorsa esclusivamente “naturale” per diventare oggetto di un progetto di urbanizzazione progressivamente crescente.
I primi “ospizi marini”, come erano chiamati, sorsero dapprima in Gran Bretagna e successivamente nel resto d’Europa tra Belgio, Paesi Bassi e Francia. Il primo edificio destinato ad ospitare fanciulli necessitanti di una cura balneoterapia fu il Sea Bathing Infirmary for the Scrofulous Poor of all England di Margate, cittadina sul mare nella contea del Kent, nel sud-ovest dell’Inghilterra.
Costruito nel 1796, all’inizio contava solamente sedici posti-letto, ma grazie all’interessamento del benefattore cittadino Erasmus Wilson, ci fu in pochi anni un aumento sensibile di posti, che passarono a 220 e l'area arrivò ad occupare uno spazio di 30.000 metri quadri.
E nel nostro Paese? Colui che importò d’Oltremanica tutto questo fu il medico fiorentino Giuseppe Barellai (1813-1884), «apostolo e precursore di una nuova civiltà fondata sulla reciproca fratellanza e sulla solidarietà tra le classi e le Nazioni». Fautore dell’igienismo sociale di stampo positivista e dell’efficacia della balneoterapia, nonché vicepresidente dell’Accademia medico-fisica di Firenze, Barellai istituì in Italia diversi “ospizi marini” per la cura delle malattie infantili attraverso i bagni di sole (elioterapia) e i bagni d’acqua (balneoterapia) per la pelle e per il miglioramento della circolazione sanguigna attraverso l’esposizione ai raggi del sole, una tecnica già usata ai tempi dei Romani.
Il dottor Barellai iniziò a propagandare e diffondere l’ideale degli “ospizi” girando personalmente la penisola, spiegando a tutti, dagli addetti ai lavori ai semplici curiosi, l’utilità di queste strutture per la cura delle malattie. Sotto la sua regia, i comitati locali, organizzati dalla borghesia, ottennero risultati molto efficaci: se nel 1869 si contarono dieci “villaggi marini” che ospitarono tremila bambini, nel 1885 questi divennero diciannove e i bambini curati divennero 54.165. Il primo centro fu inaugurato a Viareggio, nel 1856, sulla costa toscana del Tirreno, e fu intitolato, dopo l'Unità d'Italia, a Vittorio Emanuele II, mentre l'altro, sempre nella cittadina lucchese, ad Umberto I. Altre diciassette strutture furono inaugurate a Lucca, Voltri, Sestri Levante, Ponte d’Anzio, Ponte Santo Stefano, Cecina, Celle Ligure, Palermo, Pisa e Cagliari tra mar Ligure e Tirreno; Fano, San Benedetto del Tronto, Riccione, Venezia, Rimini, Pesaro e Falconara, sulla costa adriatica. Lo storico francese Jules Michelet notò che queste strutture si differenziavano da quelle d’Oltremanica perché non erano un unico ospedale, ma si componevano di diversi stabilimenti più piccoli e diffusi sul territorio. Questi “ospizi” erano però dislocati lontano dagli stabilimenti balneari, in quanto la visione dei bambini in cura poteva essere poco gradevole ai bagnanti.
Oltre al medico fiorentino, nel nostro Paese diedero il loro contributo alla promozione dei “villaggi”, tra gli altri, i torinesi Ernesto Balbo Bertone di Sambuy e Giuseppe Berruti in Piemonte, Gaetano Pini in Lombardia e Mosè Raffaello Levi in Veneto. I primi anni di vita dei “villaggi”, ai quali deve essere dato il merito di aver avviato una nuova forma di cura e profilassi, non furono esenti da incertezze, critiche e veri e propri errori nell’impostazione diagnostica e terapeutica.
E’ durante il Ventennio che l’Italia scoprì il vero “colonialismo elioterapico”. Per il regime instaurato da Benito Mussolini, l’azione previdenziale ed assistenziale dello Stato doveva assumere un’importanza preminente: l’intervento statale soppiantava la beneficenza privata ed il sentimento di carità misto alla solidarietà, correggendo i precedenti errori di impostazione e di diagnosi, ottenendo un risultato ancora migliore rispetto all’opera di Barellai.
Attraverso l'istituzione dell’Opera Nazionale Maternità Infanzia (OMNI), con la legge 10 dicembre 1925 n° 2.227, il regime istituì un ente parastatale che si poneva come obiettivo «la realizzazione, il coordinamento e la supervisione delle opere per la protezione e l’assistenza delle madri e dei bambini».
Al nuovo ente fascista, diviso in novantadue federazioni provinciali, fu delegato, tra il 1925 e il 1928, durante la presidenza di Gian Alberto Blanc, il compito di organizzare il lavoro di funzionamento igienico-assistenziale ed educativo delle colonie di vacanza insieme all’Opera Nazionale Balilla ed ai Fasci femminili, mentre dal 1931 al 1937 la gestione fu assegnata al controllo dell’Ente Opere Assistenziali di ogni federazione provinciale. Dal 1937 al 1942, ultimo anno dell’attività ufficiale dell’organizzazione delle colonie elioterapiche, la direzione fu assegnata alla Gioventù Italiana del Littorio, istituita dall’allora Segretario Nazionale del Partito Nazionale Fascista, Achille Storace, come erede dell’Opera Nazionale Balilla.
Anche i Fasci italiani all’Estero, l’organizzazione del regime che inquadrava gli italiani residenti all’estero, si organizzarono scrupolosamente, riuscendo nel 1935 ad inquadrare oltre quindicimila bambini/e in oltre trecento colonie di vacanza, tra cui la colonia marina “XXVIII ottobre” di Cattolica, in Provincia di Forlì, edificata dall’ingegnere romano Clemente Busiri Vici.
In quella colonia marina, i bambini si sentirono “autentici marinaretti”. Se i “villaggi marini” di Barellai erano posizionati esclusivamente in riva al mare, le colonie elioterapiche fasciste potevano essere al mare (marine), in montagna (montane), in riva ai fiumi (fluviali), in riva ai laghi (lacuali) o ubicate nei centri abitati (elioterapiche).
In base al “Regolamento per le colonie elioterapiche fasciste 1932”, da parte del PNF, risultarono esservi tre tipi di colonie elioterapiche:
- permanenti;
- temporanee;
- diurne.
Ognuna di queste aveva delle proprie peculiarità. Ad esempio, le colonie elioterapiche permanenti, organizzate in piccoli ospedali per la cura di malattie come rachitismo e tubercolosi, potevano essere collocate sia al mare che in montagna, potevano funzionare tutto l’anno, erano autonome dal punto di vista amministrativo e potevano disporre di attrezzature di primissima scelta. Le colonie elioterapiche temporanee erano istituti di cura improntati su un basso livello di profilassi, in quanto erano attive esclusivamente nel periodo estivo e, di conseguenza, non potevano esercitare un effetto curativo utile e durevole, anche se i beneficiari erano bambini e bambine che nelle loro case non avrebbero mai trovato i mezzi necessari per un miglioramento fisico “in un clima sano improntato sull’esposizione del corpo al sole”, sfruttando al massimo le ore di luce di una giornata per agevolare la loro spensieratezza, i giochi liberi, gli esercizi ginnici, il canto corale, le passeggiate e le conversazioni improntate su tematiche politico-fasciste, mentre le colonie diurne, posizionate nelle periferie dei centri urbani, erano le uniche ad avere un vero e proprio scopo profilattico, in quanto ospitavano fanciulli, e fanciulle, che per una qualche ragione non potevano disporre di una sana, corretta e sufficiente alimentazione: la loro cura consisteva nello stare all’aria aperta in contatto con le forze biotiche della natura e, per questa ragione, sono da considerarsi come le vere “colonie elioterapiche” fasciste, nonostante fossero le “temporanee” le più diffuse, in quanto dotate di intervento assistenziale del nuovo stato totalitario di massa e viste come veicolo di propaganda attraverso un modello educativo imperniato sulle gerarchie e sul gesto ripetuto (e ripetitivo).
Le colonie fasciste avevano un triplice effetto, essere albergo, clinica e scuola nello stesso momento: “albergo”, perché al loro interno i piccoli coloni potevano alloggiare in ottime strutture e mangiare pietanze che a casa non potevano permettersi; “clinica” in quanto al loro interno venivano seguiti alla lettera dalle “signorine vigilatrici” e dai medici per la cura delle malattie; “scuola” poiché nelle strutture veniva inculcata la propaganda, l’educazione patriottica, il rispetto e l’obbedienza alle gerarchie.
Per poter accedere al soggiorno coloniale, i bambini e le bambine dovevano essere vaccinati almeno contro le malattie più difficili da curare, mentre i più grandi dovevano aver fatto il richiamo, onde evitare il diffondersi di tali malattie nelle strutture ad altri bambini.
I Segretari federali, a partire dagli anni ’30, inviarono una serie di lettere agli organi direttivi delle strutture elioterapiche contenenti indicazioni precise, come la prescrizione dei locali, le diete alimentari o gli aspetti igienici: le colonie elioterapiche, per il regime, dovevano essere condotte con uniformità in un ambiente sano, confortevole, di sana propaganda fascista, di educazione igienica e di elevazione morale.
Diversa era l’educazione all’interno della colonia in quanto, a parte le due tranches giornaliere di due ore di indottrinamento politico ed il saluto romano all’alza-ammaina bandiera, il resto dell’attività di colonia era diviso in base al sesso: ai bambini venivano impartiti esercizi ginnico-fisici di carattere paramilitare e nozioni di laboratorio manuale per essere pronti un domani a lavorare ed entrare a far parte di un forte ed intrepido esercito che avrebbe difeso l’”italica Patria”, mentre alle bambine venivano impartiti corsi di economia domestica e di cucito, soprattutto.
Punto di riferimento nella colonia elioterapica erano le “signorine vigilatrici”, ragazze di età compresa tra i 18 e i 30 anni, iscritte ai Fasci femminili locali. Queste erano in rapporto di 1 a 30 con i coloni, dovevano essere ben istruite tecnicamente nonché essere predisposte all'indole materna. La loro iscrizione obbligatoria al Partito permetteva loro di insegnare la politica fascista, soffermandosi con attenzione particolare sulla biografia del Duce e su tutto ciò che ha fatto e farà per la Nazione, per l’”italica gioventù” e per i destini del Paese per un domani migliore, spiegando le opere compiute e quelle che saranno fatte dal fascismo. La lingua parlata dalle “signorine vigilatrici” era l’italiano, poiché la maggior parte dei bambini, se non tutti, si esprimeva in dialetto.
Anna Maria Gobbi Belcredi, giornalista della rivista del Touring Club Italiano “Le vie d'Italia”, sosteneva che «non vi è nulla di più bello, di più santo al mondo del procurare un po’ di gioia a un bambino, nonché assisterlo, curarlo fisicamente e moralmente, vederlo rifiorire grazie al loro dono di aria, di luce e di salute dandogli ciò che veniva riservato ai bambini più fortunati». Il lavoro delle “signorine vigilatrici”, che dedicavano completamente le vacanze estive ed il tempo libero all’attività di istruttrice di colonia, era «una nobile missione che dava loro una gioia che andava a compensare le fatiche e le preoccupazioni» in una «scuola […] di maternità volontaria […] e […] sorgente inesauribile di poesia».
Se il concetto di «Uomo nuovo» è collegabile alle colonie elioterapiche, la propaganda lo allontanava, in quanto elemento “di rottura”, basti pensare che in questo ambito è molto difficile recuperare documentazioni scritte o testimonianze orali di quelle persone che vissero l’esperienza coloniale, come invece è possibile, ad esempio, per lo sport, visto che all’attività fisica erano dedicate le prime riviste specializzate, le prime trasmissioni radiofoniche, le telecronache delle partite o delle corse a tappe e la nascente réclame. Per questa ragione ai giorni nostri quando si parla di “colonia elioterapica” è meno immediato capire di cosa si stia parlando rispetto, ad esempio, allo sport.
Al suo interno la colonia disponeva, di solito, di:
- ampio refettorio;
- servizi igienici;
- infermeria;
- piccoli ambulatori per la cura, ad esempio, di escoriazioni.
Figura rilevante era quella del medico, il quale aveva il compito di vigilare attentamente dal punto di vista igienico-sanitario e rilevare gli effetti del soggiorno nello sviluppo fisico dei Balilla e delle Piccole italiane. Anna Maria Gobbi Belcredi definiva la figura del medico all’interno della colonia quasi inutile, in quanto «c’era poco o nulla da fare per il dottore [che] constatava il miglioramento dei piccoli: aumento di peso, bel colorito, occhio vivo, tanta allegria».
In puro stile fascista, la ripetitività del gesto caratterizzava la giornata all’interno delle colonie: appena giunti nella struttura, i piccoli coloni si posizionavano intorno all’asta che sorreggeva il tricolore nazionale e salutavano “romanamente” la sua “salita al cielo”. Nelle “diurne” si susseguivano la ginnastica respiratoria, la visita medica, l’indottrinamento politico-fascista, i giochi e le cure elioterapiche, il pranzo nel refettorio, la ricreazione post-pranzo (ore 13:30–ore 15), la seconda tranche di indottrinamento politico, i giochi e le cure, la doccia (nel caso di immersioni in piscina), il saluto all’ammaina bandiera ed il ritorno a casa; nelle “permanenti” (le marine, per intenderci) le attività in più rispetto alle altre erano la sveglia collettiva, compresa tra le ore 6:30 e le 7:00 (a seconda del regolamento interno alla colonia), la pulizia all’interno della camera e quella personale, la passeggiata in riva al mare marciando, la cena in refettorio e il “post-cena”, la preghiera serale ed il ritorno in camera.
I momenti clou dell’attività all’interno della colonia marina erano la “terapia dell’acqua” e la “terapia del sole”, la balneoterapia e l’elioterapia. Praticati nelle “marine”, per ovvi motivi, i bagni d’acqua avvenivano dopo quelli d’aria e consistevano in immersioni di circa venti minuti nell’acqua del mare, considerata la panacea di tutti i mali.
Con modalità diverse erano compiuti i bagni di sole: nelle “marine” era fatta mediante l’esposizione totale del corpo stando sdraiati su delle stuoie per circa un’ora, mentre nelle altre colonie l’elioterapia consisteva nello stare all’aria aperta svolgendo gli esercizi ginnici o anche il semplice correre all’interno della struttura, dimenticando tutti i problemi di salute. La continua inaugurazione di colonie elioterapiche in Italia fu il segno dello sforzo del fascismo di fornire alla popolazione servizi in grado di preservare l’”italianità”.
Le colonie climatiche fasciste non prevedevano discriminazioni sociali, visto che al suo interno si incontravano i figli del “popolino”, i figli delle famiglie più disagiate delle città, e quelli della medio-alta borghesia. Si possono individuare vari difetti delle colonie. In primis, all’interno delle strutture, venivano azzerate le individualità e le personalità dei piccoli ospiti, visto che al suo interno era difficile la vita, sembrava di stare in una caserma dato il numero eccessivo di controlli sanitari effettuati, il folle indottrinamento politico quotidiano, impartito severamente dalle assistenti, senza contare che la separazione fra bambini e bambine rendeva la nostalgia di casa, ed il distacco dalle madri, ancora più intenso, soprattutto nelle “marine”: la precisione dei tempi che scandivano la giornata delle colonie, l’obbligo di indossare divise uguali, il numero di riconoscimento della biancheria intima e le camerate enormi resero le “provvide” strutture fasciste un luogo di spersonalizzazione.
A partire dall'ottobre 1938 l’Italia, in piena “fase di crisi” del fascismo secondo Renzo de Felice, si allineò alle politiche della Germania nazista di "difesa della razza ariana", con la promulgazione delle leggi razziali che discriminavano tutti gli italiani di religione ebraica. In particolare, si iniziava a parlare di fortificazione dei caratteri e di difesa della consistenza biologica, spirituale e razziale della popolazione italiana da «inquinamenti con razze non ariane»: la razza nell’idea del Duce era sia una concezione “spirituale” che “biologica”.
I medici criticarono pesantemente l’impostazione dei programmi svolti all’interno delle colonie elioterapiche, programmi che lasciavano poco spazio allo svago, con uno stile “da caserma” e con una estenuante attività fisica.
L’opposto di ciò che fece Giuseppe Barellai visto che non prese mai in considerazione la cura dei bambini finalizzata alla formazione di intrepidi e forti eserciti capaci di difendere l’Italia in caso di guerre, ma la cura di malattie terribili che mietevano migliaia e migliaia di vittime in età puerile: era già un bollettino di guerra il numero di queste vittime senza il dover necessariamente andare al fronte per combattere guerre causate, e volute, da dittatori, o individui, assetati di potere e senza scrupoli.


La colonia elioterapica “Littoria-Italo Balbo” di Novara
Il 13 luglio 1933 per Novara fu un giorno molto importante perché venne inaugurata sulle rive del torrente Agogna, nella zona ovest della città, alle ore 11, la colonia elioterapica “Littoria”. Anche se in ritardo rispetto al resto del Paese, e al resto della Provincia, la città di San Gaudenzio poté disporre di una colonia elioterapica sul proprio territorio comunale. I gerarchi novaresi pensarono che la colonia sarebbe dovuta sorgere sulle rive di uno dei due torrenti che bagnavano la città, il Terdoppio o l’Agogna. Alla fine si optò per le rive del torrente che nasce ai piedi del Mottarone, perché quando entrava a Novara, disponeva lungo le sue rive di un terreno che aveva i requisiti necessari per la costruzione di una colonia di tale tipo.
L'istituto venne costruito in un tratto compreso tra la cascina Santa Marta e la linea ferroviaria Milano-Torino, in quanto aveva le rive basse, poco sabbiose ed una compatta boscaglia su entrambe le sponde.
Il terreno era coltivato a prato non irriguo, non era nelle vicinanze di industrie che avrebbero potuto inquinare l’aria con polveri o miasmi ed aveva condizioni igienico–sanitarie favorevoli, nell’area non c’erano rogge o canali di scolo e il greto sottostante permetteva un rapido asciugamento del terreno anche dopo temporali estivi. L’area era anche al riparo da possibili inondazioni e fu dichiarata al sicuro grazie alla sorveglianza della milizia forestale.
Nell’idea del Fascio novarese, la colonia elioterapica sarebbe stata importante in quanto al suo interno i bambini avrebbero potuto usufruire dell’assistenza, del vitto e dei giochi in comunità forniti da personale specializzato (assistenti, medici, cuochi). Il progetto di una colonia elioterapica era fondamentale perché si riteneva «necessario (il) ritempramento fisico dell’organismo umano in via di sviluppo e (di) crescenza contribuendo […] il bagno e il nuoto insieme all’azione eccitante e vivificatrice dell’aria tersa e filtrata dal fogliame del bosco e con quello della luce solare a stimolare la circolazione del sangue, a fortificare il sistema muscolare, ad allevare i polmoni, a fare vigorosamente da mantice del focolaio della vita». Per motivi non chiari, nonostante fosse adagiata sulle rive dell'Agogna, non fu mai classificata come “fluviale” ma come pura e semplice “elioterapica”, al contrario di quelle sorte lungo il Ticino, situate nei Comuni dell’Ovest Ticino.
L’allora Podestà della città, il marchese Luigi Tornielli di Borgolavezzaro, voleva che la colonia ospitasse l’intera popolazione studentesca di Novara, permettendo il loro ritorno a casa nel tardo pomeriggio senza la necessità di dover far prendere loro i mezzi pubblici cittadini, cosicché i genitori avrebbero potuto lavorare in tranquillità, poiché i figli erano sorvegliati in ogni momento della giornata da personale molto qualificato.
Se non ci fossero state le colonie elioterapiche, tantissimi bambini non avrebbero potuto usufruire dei suoi benefici e sarebbero morti sicuramente in età infantile: le colonie climatiche avrebbero dovuto improntarsi «[...] nell’interesse generale, al concetto biologico della protezione della stirpe, dell’indebolimento fisico e morale e del recupero degli elementi vitali e produttivi», ricordava il Podestà di Novara in una delibera comunale.
La “Littoria”, che fino all’estate 1942 avrà diversi proprietari, costò lire 305.000, di cui lire 280.000 stanziate per i lavori e lire 25.000 per l’acquisto del terreno dal proprietario iniziale, il signor Giuseppe “Marco” Sguazzini. Di quelle lire 305.000, 1/3 venne pagato dall’Ente Opere Assistenziali della Segreteria federale di Novara e 2/3 dall’Amministrazione comunale, la quale si assunse anche l’onere del pagamento delle spese di arredamento, ammontanti a lire 50.500 complessive.
Il terreno di proprietà del signor Sguazzini fu ripartito in “coerenze”: per la costruzione della colonia elioterapica, che fu costruita interamente dalla ditta “Unione Edile” di Galliate di Angelo Gambero, venne assegnata la “ponente”.
I lavori, iniziati il 22 aprile 1933, furono diretti dall’ingegner Giuseppe de Ferrari, Presidente dell’Ordine degli ingegneri novaresi e pagati per 3/4 dal Comune di Novara e 1/4 dall’Ente Opere Assistenziali, terminarono in maniera tale che la “Unione Edile” non dovesse pagare la penalità prevista di lire 3 per ogni giorno di lavoro superiore ai 70 previsti: ne furono impiegati 69 e terminarono il 30 giugno 1933.
La “Unione Edile” costruì la colonia elioterapica «secondo le buone regole d’arte costruttiva e con i migliori materiali delle singole specie di esclusiva produzione nazionale» impiegando 90 persone tra assistenti, muratori, carpentieri, ferraioli, manovali, cementisti, garzoni e carrettieri. Tutto fu realizzato in puro stile autarchico.
La “Littoria” si estendeva su di un’area di oltre 17.000 metri quadrati ed era divisa in tre padiglioni:
- A, comprensivo della casa del custode (dal 1935), gli uffici della direzione, la cucina, l’acquaio, l’infermeria, gli spogliatoi, il refettorio;
- B, comprensivo di impianti igienici, docce, servizi igienici, magazzino;
- C, comprensivo di solarium, campi da gioco, piscina (dal 1934).
L’attività di colonia durava dal lunedì al venerdì, per complessive nove ore giornaliere di attività. I bambini dovevano farsi trovare davanti alla Casa del Fascio di Novara e da lì, in fila indiana 3x3, a ritmo di tamburello, si dirigevano verso quello che è ora il parco dell’Agogna.
L’attività di colonia alla “Littoria” era uguale alle altre “colleghe” sparse tra il basso Novarese, l’Ovest Ticino, le colline e le pendici del Monte Rosa:
- saluto romano all’alzabandiera;
- due tranche di esercizi ginnici e indottrinamento politico (mattina-pomeriggio);
- canti e giochi di squadra;
- pranzo in refettorio;
- riposo pomeridiano;
- bagno in piscina;
- ritorno a casa (ore 18) dopo il saluto all’ammainabandiera.
Nel 1934 il Comune di Novara fece un regalo ai piccoli ospiti: la piscina all’interno della colonia.
Costata lire 14.500, era a forma rettangolare 20x10 con una capacità di 120 metri cubi e fin da subito piacque a tutti i bambini, i quali non avevano mai fatto bagni o immersioni al di fuori di fiumi e torrenti.
La piscina si divideva in tre scomparti 6,5x10 per ogni classe di età (dai 6 agli 8 anni, dagli 8 ai 10 anni, dai 10 ai 12 anni) con diverse altezze dell’acqua (60 centimetri, 80 centimetri, 100 centimetri) e non necessitava di nessun tipo di personale addetto alla vigilanza, ma la prudenza non fu mai troppa tanto che in ogni lato della piscina, il cui ricambio d’acqua avveniva tutte le mattine da una bocchetta per garantire maggiore igiene, c’era una “signorina vigilatrice” che controllava la situazione ed in casi di emergenza si tuffava in acqua per salvare chi stava per affogare.
Altra struttura inaugurata successivamente fu la casa del custode, costruita l’anno successivo la piscina, edificata anch’essa dalla “Unione Edile”, affinché un custode «sorvegliasse e mantenesse in buono stato quanto fosse di patrimonio della Littoria». Iniziò ad essere operativa solamente dal 1935, visto che i lavori, iniziati il 19 giugno 1934, terminarono il 26 luglio, in piena attività di colonia.
Costata all’inizio lire 18.703,49, grazie al ribasso d’asta del 6% venne a costare lire 12.511, pagate per lire 4.000 dall’Ente Opere Assistenziali della Segreteria federale e per le restanti lire 8.511 da un avanzo del bilancio comunale dell’anno precedente.
Il 28 giugno 1940 un lutto colpì non solo il regime fascista, ma anche l'Amministrazione comunale novarese: quel giorno a Tobruq, nel nord-est della Libia, in circostanze misteriose, venne abbattuto il Savoia Marchetti “S.79” guidato da Italo Balbo, già ras di Ferrara e Ministro dell’Aviazione.
Nonostante “l’eroe trasvolatore del fascismo” fosse stato un quadrumviro della “marcia su Roma” e ottimo propagandatore fascista, l’evento fu seguito da strascichi di polemiche in cui si metteva in dubbio l’abbattimento inglese dell’aeroplano di Balbo ipotizzando «una vendetta personale [da parte] di Mussolini. A partire da quella estate i gerarchi fascisti novaresi decisero di cambiare il nome della colonia elioterapica in “Italo Balbo” in suo onore.
L’attività della colonia si protrasse fino all’estate 1942 con molte difficoltà, dopo di che fu interrotta: spensieratezza e divertimento non potevano convivere con morte, distruzione, dolore e guerra.
La colonia risorse nella metà degli anni Settanta per mano di un sodalizio calcistico novarese, il “G.S. Juventus Club A.S.D.”, capitanata sin dalla sua nascita, avvenuta nel 1975, da Giorgio Balossini, deceduto nel settembre 2012.
Grazie all’interessamento del quartiere San Paolo e dell’allora assessore alla cultura del Comune di Novara, Renzo Annichini, la società di Balossini passò dai locali sottostanti la tribuna dello stadio di viale Kennedy, che condivideva con due pezzi storici dello sport novarese, le società ginniche “Pro Novara” e “Libertas”, a quello spazio oramai abbandonato a se stesso della colonia. La sua forza unita ad un gruppo di amici permise la ristrutturazione del complesso, dandogli un tocco di pulito e novità. I tre locali furono tutti riqualificati: l’allora casa del custode è tuttora uno spogliatoio per una delle oltre dieci squadre della società, il blocco centrale è diventato la sede, con annessa segreteria ed area svago, dove alla fine della stagione calcistica, a giugno, si tiene l’annuale festa societaria, mentre il terzo locale è adibito a magazzino. La piscina è stata coperta per dare spazio agli allenamenti dei bambini.


La colonia marina “Novarese” di Miramare di Rimini, Forlì

Dal 23 luglio 1934 e fino all’estate 1940, la Provincia di Novara aveva uno sbocco diretto sul mare, “confinando” con la Provincia di Forlì. Quel giorno venne inaugurato il gioiello della Segreteria federale novarese nell’ambito della costruzione di opere pubbliche (insieme allo stadio “Littorio” di via Alcarotti nella primavera 1931, l’appena citata colonia in riva all’Agogna nel 1933, il Palazzo delle Poste nel 1935, la pista di pattinaggio di viale Buonarroti nel 1937), la colonia marina “Novarese” a Miramare di Rimini, frazione dell’omonima cittadina romagnola.
La “Novarese” entrava a far parte di quel programma di costruzioni di colonie elioterapiche di stampo “marino” inaugurato dalle Segreterie federali dei Comuni capoluogo di Provincia dell’Italia settentrionale tra Marina di Ravenna e Cattolica. La costa romagnola, in quello spazio territoriale, era un luogo importante per l’economia, punto di attrazione culturale, sinonimo di vacanza, tempo libero, turismo di massa e centro propulsivo di affari: una realtà sociale, economica e culturale molto varia. All’inizio del Novecento, la Riviera romagnola aveva subito una serie di cambiamenti dovuti a fattori geologi, climatici e storici come l’”alluvionamento fluviale”, favorito dalle disposizioni di materiale articolato in seguito alle esondazioni. La zona in cui furono edificate le prime strutture elioterapiche marine era ricca di boschi che caratterizzavano l’ambiente esterno: pini marittimi, pioppi bianchi, pioppi cipressini, platani, larici, tigli, lecci, ippocastani, salici, cipressi, magnolie, oleandri, ginepri ed ibiscus erano la flora più diffusa.
Il Touring Club Italiano considerava le colonie climatiche fasciste un luogo con l’esclusivo compito di «attuare nel miglior modo possibile una completa terapia marina e montana», oltre a compiti più vasti e “provvidi” come il curare, fortificare, ingentilire e perfezionare corpo, mente e animo dei fanciulli che nel Ventennio poterono godere in maniera proficua, e completamente gratuita, delle cure balneo-elioterapiche: la colonia diventava una «missione di educazione ed elevazione morale» per una grande famiglia in cui «le principali caratteristiche infantili venivano domate in un contesto sereno e gioioso».
La “Novarese” venne edificata nell’area dove sfocia il fiume Marano, che divideva i Comuni di Rimini e Riccione e dove erano già state edificate ben diciassette istituti coloniali. La “Novara fascista” si avvicinò alla costruzione di una propria colonia molto tardi rispetto agli altri Comuni capoluogo di Provincia che non avevano, come la città di San Gaudenzio, lo sbocco diretto sul mare ed erano già attive sin dalla fine degli anni Venti.
Nell’ottobre 1933 sul foglio fascista novarese “L’Italia Giovane” apparve una lettera del Segretario federale novarese, il deputato di origine pescarese Filandro de Collibus, che spiegava la necessità della costruzione di una colonia marina appartenente al Fascio novarese proprio dove le altre Segreterie federali ne avevano costruite.
Se de Collibus ebbe l’idea, il commissario prefettizio Campanelli, in data 23 ottobre 1933, ne decise la costruzione effettiva, partendo con un budget di lire 200.000 elargito dalla Provincia di Novara. I lavori di costruzione della colonia marina iniziarono nel febbraio 1934: direttore dei lavori fu l’ingegnere cuneese Giuseppe Gros, la ditta appaltatrice fu quella del riminese Ettore Benini, mentre il progetto fu elaborato dall’ingegnere torinese, ma novarese d’adozione, Giuseppe Peverelli, già autore della Casa del Fascio e del “Sanatorio popolare del Consorzio provinciale antitubercolosi”. Seguendo le indicazioni di de Collibus, che voleva una costruzione maestosa ed imponente, Peverelli prese spunto dall’edificio che a Torino riprendeva più da vicino queste caratteristiche, il “Lingotto” di Torino di corso Nizza, già sede della FIAT.
Il terreno scelto per la costruzione della colonia marina era posto sulla strada provinciale, in viale Principi di Piemonte al civico 34, nell’area compresa tra altre due colonie marine, la “Bolognese” e la “Modenese”, che però soffrivano “gli inconvenienti delle mareggiate”.
La struttura, un gioiello riconosciuto da tutti gli addetti ai lavori, essendo un ottimo esempio di architettura razionalistica, fu un punto di riferimento per l’intera area e sarebbe diventato il luogo adatto in cui i Balilla e le Piccole italiane avrebbero sperimentato spazi, forme, ambienti, straordinari a loro del tutto nuovi. I lavori terminarono il 10 giugno 1934 dopo il completamento e l’inaugurazione della torre-scala, che funzionava da serbatoio per l’acqua.
Cornice maestosa, edificio maestoso, inaugurazione maestosa: i gerarchi novaresi pensarono che ad inaugurare la struttura coloniale dovesse presenziare niente meno che Benito Mussolini in persona in data 30 luglio, ma l’omicidio del cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss, avvenuto il 25 precedente per mano dei nazisti durante un fallito tentativo di colpo di stato, e la concomitanza con il suo funerale, impedì la presenza del Duce. La cerimonia avvenne ugualmente di fronte alle più alte cariche fasciste cittadine, le quali dopo aver trascorso una “piacevole mattinata”, si diressero alla volta di Predappio, chiamata “la Betlemme laica del fascismo”, per rendere omaggio alle tombe dei genitori di Mussolini, Alessandro e Rosa Maltoni. Il Duce fu ospite della “Novarese” mercoledì 1° agosto 1934.
La “Novarese” era lunga 117 metri, si disponeva su cinque piani senza scale, ma dotata di due rampe arcoidali che permettevano una «salita non faticosa» ed un «sicuro sfollamento» ai piccoli ospiti. Aveva una superficie di 36.902 metri quadrati, di cui 2.841 coperti, ed era adagiata in un bel bosco con due pini marittimi, quaranta pioppi ibridi, cinque robinie ed un pittosporo.
Da lontano la colonia, grazie alla torre-scala di trenta metri, con al suo interno tre fasci luminosi che emanavano luci verde-bianco-rosse, sembrava un transatlantico. Imponente era inoltre la scritta verticale “Mussolini” proprio sopra l’ingresso della struttura.
Al suo interno era presente la cappella votiva dedicata ai diciannove fascisti periti nella “rivoluzione fascista” del quadriennio 1919-1922, con al suo interno la “Statua della Vittoria” dello scultore novarese Riccardo Mella.
La “Novarese” al suo interno presentava:
- otto saloni;
- sette dormitori;
- un refettorio;
- quarantotto docce;
- un’infermeria dotata di settanta posti letto “normali” e cinquanta “in isolamento”;
- un guardaroba;
- una cucina;
- una stireria;
- una lavanderia;
- una palestra, dove si svolgeva l’attività di colonia in caso di maltempo;
- trenta camerate da trenta posti ciascuna (maschi e femmine, azzurre e rosa).
L’unico mezzo per raggiungere la colonia marina era il treno. Dopo sette ore di viaggio si arrivava alla stazione di Rimini dove un altro trenino avrebbe portato i piccoli ospiti all’ingresso della colonia, distante quattro chilometri dalla stazione ferroviaria. Nei ricordi raccolti in età matura di alcuni degli allora bambini che soggiornarono nella colonia, l’ingresso del treno ricordava quello che era l’ingresso dei campi di concentramento nazisti.
Punto di ritrovo, e di partenza, era la stazione ferroviaria di Novara, dove era ubicata anche la sede dell’Associazione Nazionale ex-Combattenti. Dopo la divisione in squadre di bambini e bambine, e sotto lo sguardo delle “signorine vigilatrici”, i fanciulli salivano sulle carrozze di seconda classe che li avrebbero portati a vivere un’emozione stupenda e a vedere ciò che fino a quel momento, per la maggior parte di loro, erano una novità: il mare e la spiaggia. I piccoli coloni dovevano portarsi da casa il minino indispensabile (spazzolino da denti, pettine, saponetta verde di lisoformio per la cura dell’igiene personale), in quanto l’occorrente veniva loro dato gratuitamente appena giunti a destinazione.
La domanda di ammissione al soggiorno coloniale doveva essere compilata dal padre, o da chi ne facesse le veci, e doveva contenere le generalità del piccolo ospite in una cartella clinica in cui erano riportate le condizioni igienico-sanitarie, compresa la documentazione sulle vaccinazioni, e doveva contenere le indicazioni del medico curante che sceglieva dove far soggiornare i bambini.
La Segreteria federale di Novara si premurò di far stampare un opuscolo in cui veniva riportato l’attività di colonia, i criteri di selezionamento, la profilassi delle malattie infettive, le norme amministrative e il corredo che si sarebbe indossato in colonia, insieme ad altre informazioni utili e necessarie alle famiglie per inviare i loro figli nelle strutture fasciste.
Negli anni il viaggio in treno, che permise ai bambini la conoscenza di diverse città allora sconosciute, era “condito” dalla degustazione di panini, acqua minerale e, dalla seconda parte degli anni Trenta, dalle prime banane provenienti dai territori dell’Africa Orientale Italiana, con il divieto assoluto di abbassare i finestrini perché altrimenti, gli scompartimenti si sarebbero riempiti in pochi secondi degli «buffi di carbonella».
Nonostante gli oltre 350 chilometri che dividevano la città piemontese da quella romagnola, l’attività della “Novarese” era praticamente identica a quella di una qualsiasi colonia elioterapica sparsa sul territorio della Provincia di Novara, salvo per due momenti: il passare la notte fuori casa con persone sconosciute e la presenza del mare.
La spiaggia, raggiungibile dopo una breve passeggiata di circa dieci minuti, era la vera novità: si facevano esercizi ginnici al sole a passo rigorosamente romano in quanto ritenuta tappa qualificante, secondo il Duce, del progetto fascista di un rinnovamento individuale capace di impartire ordine e disciplina, insieme a tante altre attività ludiche, come ad esempio giochi di intrattenimento.
Per la prima volta i bambini, e le bambine, poterono usufruire di veri e propri bagni di sole e di acqua, che venivano effettuati nell’acqua salata del mare come avveniva nei “villaggi marini” di Barellai e non più nelle rogge e nei fiumi, con ottimi risultati per la pelle e la circolazione sanguigna, oltre che immergersi nelle acque del mare, ritenute allora «simbolo di bellezza, di infinito e mistero».
I bagni in acqua, che duravano dai venti ai trenta minuti, avvenivano dopo i bagni di aria e di sole, in maniera tale da acclimatarsi nel modo migliore. La balneazione, per motivi non specificati, veniva fatta esclusivamente di mattina e mai di pomeriggio.
In caso di mal di gola e faringiti, i medici consigliavano la somministrazione di pastiglie di clorato di potassio da sciogliere in bocca, “disobbedendo” alle madri che, per la cura di tutti i malanni, facevano ingerire ai propri figli olio di ricino.
L’attività di colonia alla “Novarese” si svolse fino all’estate 1940 (anno XVIII dell’Era fascista), in quanto dall’anno successivo la struttura venne adibita ad ospedale militare e, al termine del conflitto, a campo di prigionia, base per le truppe britanniche e magazzino per l’esercito statunitense, soprannominato «Enklave Rimini”».
Con la fine del regime fascista, le colonie elioterapiche si ridussero a mere colonie estive di vacanza incentrate sullo svago, sul divertimento ludico a 360 gradi e su gite, lasciando da parte l’indottrinamento politico e, soprattutto, la cura di malattie.
Le colonie climatiche romagnole sono quasi tutte, o almeno la maggior parte di esse, abbandonate al loro destino, mettendo le locali giunte comunali nelle condizioni di dover decider la sorte di queste strutture che hanno salvato o resa migliore la vita ai fanciulli, soprattutto quelli indigenti.
Già con il termine della guerra, il destino non solo della “Novarese”, ma di tutti gli altri istituti elioterapici, fu segnato:
abbandono ed incertezza sulla loro destinazione.
Da quel momento, fino alla fine degli anni Novanta, si sono alternate alcune proposte più o meno fattibili: tramutarla in complesso scolastico; Centro Regionale Formazione Professionale Alberghiera; Nave della Cultura e dell’Interculturalismo; museo della balneazione; Centro di cura talassoterapico, riprendendo la natura per cui furono edificate.
Nel 2000, i Sindaci dei Comuni di Rimini, Riccione, Cesenatico e Bellaria Igea Marina riconobbero il valore storico e architettonico dei luoghi dove «i Figli della Lupa, Balilla [e Piccole italiane] trascorrevano le estati», visto che tutti gli enti entravano a far parte delle competenze della Sovrintendenza Beni Culturali, in base alla legge n. 1089/1939. Questa legge venne sostituita dal “Nuovo Testo Unico”, approvato dal decreto legislativo 22 ottobre 1999 da parte del Consiglio dei Ministri, che ne tutela il restauro, «affinché possa assicurare la conservazione e la protezione dei suoi valori culturali […] puntando al loro “miglioramento strutturale».


Bibliografia
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Istituto Beni Culturali Regione Emilia-Romagna, Colonie a mare: il patrimonio delle colonie della costa romagnola come risorsa urbanistica e ambientale, Grafis Casalecchio di Reno 1986;
Gianbattista Allaria, Colonie temporanee e diurne, Bona, Torino 1937;
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Fonti archivistiche

Archivio Stato Novara (ASN), Fondo. Prefettura Affari Generali, busta 20 colonie elioterapiche, fascicolo 10 Ponte Ticino 1934/35;
ASN, Fondo Prefettura Affari Generali busta 55 colonie estive fascicolo 2 autorizzazioni riduzioni ferroviarie;
ASN, Fondo Prefettura Affari Generali, busta 111, colonia estiva sull’Agogna, fascicoli vari;
ASN, Fondo Prefettura Affari Generali, busta 438 senza nome, fascicolo senza nome.


Fonti giornalistiche
Come il fascismo ha potenziato lo sport italiano, Il Popolo d’Italia, 28 ottobre 1932
Natura, n° 9, settembre 1934;
Anna Maria Gobbi Belcredi, Al mare al monte con le colonie fasciste, Le vie d’Italia Rivista mensile del Touring Club Italiano, n°8, agosto 1935;
Oggi parliamo di…, Il Corriere di Novara, 23 agosto 2001, 27 agosto 2001, 3 settembre 2001;
Le ex colonie del Duce nuovo business, Il Resto del Carlino, 14 ottobre 2002.


Articolo pubblicato dallo stesso autore in AA.VV., I sentieri della ricerca. Rivista di storia contemporanea, Edizioni Centro Studi Piero Ginocchi, Crodo, numero 19/20, marzo 2015, pg. 183-203, titolo originale “Storia delle colonie elioterapiche novaresi durante il Ventennio: la colonia elioterapica “Littoria - Italo Balbo” di Novara e la colonia marina “Novarese” di Miramare di Rimini”.
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Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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