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Árpád Weisz e quella brutta cosa chiamata 'oblio' [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

La cosa più brutta che possa accadere ad un individuo è l'essere dimenticato, cadere nell'oblio. Il Mondo è pieno di persone degne di nota che, per vari motivi, sono state dimenticate per anni nonostante avessero scritto una parte importante nel loro lavoro o nella storia. Nove anni fa il mondo calcistico, italiano ed europeo, si ricordò di Árpád Weisz.
L'uomo della strada, annoiato e distratto, potrebbe chiedere “Árpád chi?”. Eh già, quando si cade nel dimenticatoio è automatico che venga posta una domanda del genere. Peccato che Árpád Weisz abbia scritto una pagina importante del calcio italiano ed europeo a ridosso dello scoppio della Seconda guerra mondiale.
Ungherese di Solt, cittadina del Bács-Kiskun, nacque il 16 aprile 1896 nell'allora Impero austro-ungarico e fino ai trent'anni è stato un buon giocatore per poi appendere le scarpe al chiodo e decidere di allenare. I genitori erano ebrei vicini a posizioni politiche socialiste. Durante la Prima guerra mondiale combatté con l'esercito austro-ungarico contro l'Italia e fu anche fatto prigioniero.
Da giocatore militò nel Törekvés di Budapest e con gli allora cecoslovacchi del Maccabi Brno tra il 1922 e il 1924, per poi vestire i colori del Padova, formazione allora militante nella massima serie italiana di allora, la Prima divisione. Weisz era un'ala dotata di tecnica e nel 1926 fu acquistato dall'Inter, anch'esso in Prima divisione. Un brutto infortunio (per i tempi di allora) lo costrinse a ritirarsi. Tra i suoi successi da calciatore il risultato più importante fu senza dubbio la convocazione da parte dell'allora Ct ungherese Gyula Kiss per prendere parte all'Olimpiade di Parigi, dove i magiari furono eliminati dall'Egitto negli ottavi di finale. Nella seconda parte della stagione 1925/1926 fu spalla di Augusto Rangone sulla panchina dell'Alessandria, in Prima divisione, e la stagione successiva allenò l'Inter, dove rimase fino all'estate 1931. La squadra nerazzurra divenne nel frattempo (agosto 1928) “Ambrosiana” fondendosi con un'altra squadra meneghina, la Unione Sportiva Milanese.
Con l'Ambrosiana Inter conquistò un quinto posto il primo anno e un settimo quello successivo, per poi prendersi un “anno sabbatico” andando in Sudamerica. L'anno successivo portò la squadra a vincere il suo terzo scudetto nella prima stagione del campionato a girone unico “all'italiana”. La stagione successiva l'Ambrosiana si piazzò quinta e la società decise di non rinnovargli il contratto.
Weisz trovò prima un ingaggio nel Bari (1931/1932), poi altre due stagioni con i nerazzurri di Milano, un'altra stagione in B con il Novara (1934/1935) e dal 1935 al 1938 si sedettè sulla panchina del Bologna del presidente Renato dall'Ara. Al Bologna, Árpád Weisz prese il posto del conterraneo Lajos Kovács.
Nelle tre stagioni e mezzo con il Bologna, Weisz portò il sodalizio a vincere due scudetti consecutivi con quello che divenne “lo squadrone che tremare il Mondo fa”, oltre a vincere il Trofeo dell'Esposizione universale di Parigi, un antenato dell'odierna Champions League, battendo in finale gli inglesi del Chelsea per 4 a 1. Era il Bologna di Andreolo, Biavati, Sansone, Reguzzoni e Schiavio. Sotto le due Torri, Árpád Weisz divenne leggenda anche perché pose fine al dominio incontrastato della Juventus, per cinque volte di fila vincitrice dello scudetto.
Eh sì, Weisz è stato un grande allenatore (per l'epoca che fu), insegnò calcio diventando il porta-bandiera del Sistema, l'innovativo modulo che allora stava facendo proseliti in tutta Europa inventato dall'inglese Herbert Chapman. E ancora oggi Árpád Weisz rimane il più giovane allenatore ad aver vinto uno scudetto: aveva 34 anni, primato imbattuto da ottantasei anni. E nel 1930 fu l'autore di un libro sul calcio che ebbe allora molto successo (“Il giuoco del calcio”) insieme ad Aldo Molinari. Tecnico preparato e attento ai giovani, Weisz era un motivatore e capace di far dare il massimo dai suoi giocatori. Tecnico “danubiano”, cambiò il modo di svolgere gli allenamenti entrando in campo anche lui, oltre a studiare delle diete specifiche per i suoi giocatori.
Weisz rimase nel nostro Paese fino al 1938 per poi scappare all'estero: il 5 settembre 1938 entrò in in vigore il Regio decreto n. 1390 sui “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista”, dove, in base all'art.2, “ era] considerato ebreo colui che [era] nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica”.
Come Árpád Weisz, dovettero lasciare l'Italia anche i suoi colleghi Ernő Erbstein e Jeno Konrad, tecnici di Torino e Triestina: Erbstein tornò in Ungheria dove rimase fino al 1944, fu rinchiuso in un campo di lavoro ma riuscì a scappare e a darsi alla latitanza, per poi trovare riparo nel consolato svedese, far ritorno a Torino nel 1945 e tornare ad allenare i granata dal 1948; il tecnico di Palánka andò invece in Francia e Portogallo, allenando Lilla e Sporting Lisbona in due stagioni, per poi scappare negli Usa. Di Árpád Weisz non si seppe invece nulla, fino al 2007: sessantacinque anni di oblio.
Un giornalista bolognese, Matteo Marani, si incuriosì del fatto che di questo uomo, nonostante la gloria ricevuta a Bologna, si persero le tracce. Il giornalista lesse libri, scartabellò documenti su documenti, confrontò vecchi registri delle scuole elementari di Bologna, sentì fonti primarie (persone che videro all'opera Árpád Weisz come uomo e come tecnico) e fece un'atroce scoperta: Weisz era morto nel campo di concentramento di Auschwitz il 31 gennaio 1944 in una camera a gas. Con lui morirono anche la moglie Ilona Rechnitzer (detta Elena), spostata a Vis nel 1929, e i due figli, Roberto e Clara, nati a Milano il 7 luglio 1930 e il 2 ottobre 1934. Prima di allora nessuno si era interessato alla sorte dell'ebreo Weisz, la cui unica colpa (per modo di dire) è stata quella di appartenere alla fede religiosa odiata dai nazisti.
Si scoprì che Árpád Weisz non fu esonerato dal Bologna ma fatto dimettere dalla carica di allenatore il 22 ottobre 1938 e dovette fuggire dall'Italia: essendo “ebreo cittadino non italiano” dal 22 agosto 1938 e residenti in Italia dopo il gennaio 1919, secondo una legge del tempo avrebbero avuto sei mesi per lasciare i Paese. Il 10 gennaio 1939 lui e la famiglia approdarono in Francia, a Parigi, per poi andare nei Paesi Bassi nella città di Dordrecht, nell'Olanda meridionale. Il Bologna Calcio, la dirigenza, i giornalisti, i giocatori e i tifosi non mossero un dito in difesa del loro tecnico.
Weisz voleva fare ancora l'allenatore e trovò l'ingaggio con la locale squadra della massima serie olandese, il Football Club Dordrecht. Rimase sulla panchina per due stagioni conquistando la salvezza il primo anno ed il quinto posto l'anno successivo, la miglior posizione della storia del club biancoverde ancora oggi. La realtà olandese era totalmente diversa da quella italiana, in quanto da quelle parti il calcio era totalmente dilettantistico ma, nonostante questo, accettò la panchina portando il club a successi che ancora oggi non sono mai stati raggiunti.
Nel frattempo, era in corso la Seconda guerra mondiale e i nazisti avevano in previsione di invadere la nemica Francia: la Germania iniziò il 10 maggio la campagna di Francia per invadere il Paese transalpino passando per Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi. Il 14 maggio la Germania invase i Paesi Bassi e i nazisti iniziarono le deportazioni dei cittadini ebrei nei campi di sterminio. Onde evitare problemi con la Gestapo, il Dordrecht Football Club decise di allontanarlo dalla guida tecnica: il 29 settembre 1941 venne non solo allontanato dal club, ma gli fu vietato anche di partecipare alle partite come spettatore.
I campi di concentramento più noti furono quelli di Birkenau, Mauthausen, Treblinka, Chełmno, Bełżec, Bergen-Belsen, Buchenwald, Dachau, Sobibór, ma quello di Auschwitz è quello più tristemente conosciuto, anche perché vi morirono oltre 1,1 milioni di persone di cui la maggior parte ebrei, dissidenti politici, zingari ed omosessuali.
Fino al 2 agosto 1942 i Weisz rimasero a Dordrecht, dove furono rastrellati dalla Gestapo e inviati nel campo di Westerbork, nella provincia di Drenthe, nel nord est del Paese, dove si divisero per sempre: il 7 ottobre 1942 la moglie e figli furono inviati a Birkenau, mentre il padre fu spedito in una zona non precisa dell'Alta Slesia, la zona della Polonia dove c'era Auschwitz.
Se “Elena”, Roberto e Clara furono uccisi subito dopo essere arrivati a destinazione nelle camere a gas, Árpád invece rimase rinchiuso fino al 31 gennaio 1944, quando morì ad Auschwitz nello stesso modo. Aveva 48 anni. Era morto nella maniera più atroce e cattiva possibile uno dei migliori allenatori degli anni Trenta.
Parlando dei campi di concentramento e della “soluzione finale della questione ebraica”, nel dicembre 1944 i nazisti sapevano che avrebbero perso a breve la guerra e che l'Armata rossa avrebbe spinto verso ovest. Per questa ragione, Heinrich Himmler, il capo delle SS, ordinò di distruggere tutti i forni e tutti i documenti all''interno di tutti i campi di sterminio presenti nel Reich. Il 12 gennaio 1945 iniziò l''operazione militare “Vistola-Oder” che portò l''esercito sovietico nei pressi della Vistola, sconfiggendo l''esercito nazista dirigendosi verso Berlino, la capitale della Germania e del nazismo.
Il 17 gennaio ci fu l'evacuazione di Auschwitz e partì la “marcia della morte”, ovvero oltre 30 mila internati guidati dalle SS uscirono dai campi di concentramento e si diressero verso occidente, anche loro per non farsi trovare dal nemico.
Nel frattempo si distrusse il più possibile Auschwitz, in particolare i forni crematori, quei forni che riuscivano a cancellare fino a 4 mila cadaveri in un giorno. Sino a quel giorno risultavano essere ad Auschwitz almeno 31 mila persone. Dopo poche ore dall'evacuazione perirono circa 200 deportati che vennero lasciati ai bordi delle strade: veniva ucciso chi provava a scappare e chi non sarebbe riuscito ad affrontare l'intero percorso.
A liberare Auschwitz ci pensò, il 27 gennaio 1945, la 60a armata del generale Kurockin del I° fronte ucraino: furono trovate almeno 7 mila persone denutrite ed impaurite ed i corpi di oltre 500 persone uccise sommariamente.
Si contò che ad Auschwitz morirono almeno 1,1 milioni di persone, la maggior parte provenienti da Ungheria, Polonia e Francia. Almeno 900 mila morirono nelle camere a gas e successivamente i loro corpi gettati nei forni, mentre altri 200 mila perirono per fame, malattia o fucilazioni o esperimenti.
Lo scorso 27 gennaio si è celebrata la ricorrenza di uno dei momenti più drammatici della storia contemporanea mondiale: i settant'anni anni dall'apertura del campo di concentramento di Auschwitz da parte dell'Armata Rossa. Quel giorno del 1945 tutto il Mondo scoprì l'atrocità dello sterminio degli ebrei (e non solo) durante la Seconda guerra mondiale da parte dei nazisti.
L'Assemblea generale ONU, con la risoluzione 60/7 del 1 novembre 2005, ha dichiarato il 27 gennaio giorno di ricordo e riflessione su una delle pagine peggiori della storia dell'Umanità poiché per la prima volta era stato creato un sistema di morte simile.
L'Italia ha formalmente istituito, con un disegno di legge, la giornata commemorativa, nel medesimo giorno, alcuni anni prima della corrispondente risoluzione delle Nazioni Unite: si ricordano non solo le vittime dell'Olocausto e delle leggi razziali, ma tutti coloro che a rischio della propria vita hanno protetto gli ebrei, nonché tutti i deportati militari e politici italiani nei campi di concentramento nazisti.
Con l'istituzione della Giornata della memoria vennero alla luce tanti altri Árpád Weisz, persone morte con la sola colpa di essere ebrei, omosessuali, oppositori politici, zingari.
Per sessantacinque anni nessun seppe più nulla di Weisz e nessuno mosse un dito anche solo per scoprire che fine avessero fatto lui e la sua famiglia. Ancora oggi non si sa se il suo cadavere sia stato bruciato in un forno crematorio e seppellito in una fossa comune. Sicuramente morì con la consapevolezza che anche la moglie e i figli erano morti come stava morendo lui.
Dal 2009 qualcosa si mosse: trainate dall'uscita del libro di Marani, le squadre dove Árpád Weisz allenò affissero delle lapidi negli stadi “Meazza”, “dall'Ara” e “Piola”, gli impianti calcistici di Milano, Bologna e Novara. Nei pressi della torre Maratona del ”dall'Ara” (la particolare torre posizionata dentro l'impianto bolognese) è stata posta una lapide in ricordo di Weisz nel gennaio 2009. Sempre a Bologna è nato un club, il “Club Internazionale Árpád Weisz”, un'associazione di ricordo del mitico allenatore di Solit, che ripudia razzismo e antisemitismo.
Dal 27 gennaio 2012, lo stadio “Meazza”, intitolato all'ex grande calciatore Giuseppe scoperto proprio da Weisz, ha una lapide in ricordo del tecnico del primo scudetto dell'era del “girone all'italiana”. A presenziare alla cerimonia, l'allora capitano interista Javier Zanetti. Il caso, inoltre, ha voluto che il 15 gennaio 2013, nei quarti di Coppa Italia, si sfidassero le due squadre care a Árpád Weisz, l'Inter e il Bologna. La partita fu vinta dai nerazzurri per 3 a 2 dopo i tempi supplementari, ma il momento clou fu l'entrata in campo delle due squadre con una maglia celebrativa.
Il 28 ottobre 2013, prima dell'incontro serale di campionato contro il Cesena, anche il “Piola” di Novara svelò una lapide all'interno dell'impianto in ricordo dell'ex allenatore nei pressi della tribuna centrale. L'esposizione della lapide avrebbe dovuto avere luogo in estate, ma a causa di alcuni contrattempi ed incomprensioni tra Comune, ANPI novarese e Novara Calcio, si dovette attendere l'ottobre successivo. Era doveroso ricordare il tecnico che pose le basi per la prima promozione in Serie A del Novara nel 1935/1936 (lui allenò i piemontesi la stagione precedente, con gli azzurri arrivati ad un passo dalla promozione). Si decise di unire l'esposizione della targa con il ricordo dell'eccidio di Novara del 24 ottobre 1944 dove morirono, nelle odierne piazza Martiri e Cavour, sette novaresi per mano della “squadraccia” di Vincenzo Martino, autrice il giorno stesso di un altro eccidio nei pressi di Momo dove morirono altre quattro persone. I sette antifascisti erano rinchiusi nel carcere di Novara presso il castello sforzesco, trasportati nelle due piazze cittadine, uccisi con colpi di mitra e i loro cadaveri lasciati a terra tutta la notte.
A Bari dove nel febbraio 2014 il Comune decise di dedicare al tecnico ungherese una via nei pressi dello stadio “san Nicola”.
Non basta però affiggere una lapide per perdonare l'oblio di una persona, ma questo è stato un gesto importante in ricordo di un uomo dimenticato che ha scritto delle bellissime pagine di quel calcio che da qualche tempo era uscito dal pionierismo per diventare professionistico.
Weisz poteva lasciare il nostro Paese e scappare con la famiglia in Sudamerica, dove aveva svolto una sorta di apprendistato come allenatore prima di allenare l'Ambrosiana, ma non lo fece. Eppure era conscio della tragedia che avrebbe colpito la sua famiglia, o magari non riuscì ad immaginare che l'odio nazista sarebbe arrivato a tanto.
Rimane nell'immaginario collettivo la memoria di un allenatore preparato, vicino alla squadra, innovatore e precursore delle nuove tattiche calcistiche. E anche se con decenni di ritardo l'Italia gli ha tributato gli onori.
Purtroppo per troppi anni non si seppe nulla né di Árpád Weisz né della sua famiglia, ma da quando si scoprì la sua tragica fine, la sensibilità delle persone è stata toccata e molti si sono incuriositi nel conoscere le gesta di quell'allenatore che andò ad allenare ha lasciato splendidi ricordi, non solo calcistici.
Peccato che il povero Árpád Weisz i suoi tributi non li abbia potuti vedere: colpa dell'odio becero e animale di un'ideologia che ha portato alla morte 6 milioni di persone nei campi di concentramento, di oltre 60 milioni nel Mondo. Ma la morte peggiore è però quella che porta all'oblio, all'indifferenza e al ricordo sbiadito.


Bibliografia

Sulla tematica “Árpád Weisz”, gli autori consigliano le opere riportate qua sotto dove hanno tratto spunti per la stesura dell'articolo (in ordine cronologico)
Marani M., Dallo scudetto ad Auschwitz. Vita e morte di Árpád Weisz, allenatore ebreo, Roma, Aliberti, 2007
Marantonio M., Árpád Weisz, allenatore. In Italia vinse tre scudetti: ebreo, emigrò in Olanda e fu ucciso ad Auschwitz, in “Triangolo rosso. Giornale a cura dell’Associazione nazionale ex deportati nei Campi nazisti e della Fondazione Memoria della Deportazione”, anno XXIX, numero 1-3, gennaio-marzo 2013, in www.deportati.it
Cerutti G. A, Árpád Weisz. Un maestro del calcio europeo inghiottito nel nulla, in “La svastica allo stadio. Storie di persecuzione e di resistenza nel mondo del calcio sotto il nazismo”, pg. 15-19, novembre 2014, Editrice A, Milano

Per quanto riguarda la tematica “campi di concentramento”, gli autori consigliano le opere riportate qua sotto dove hanno tratto spunti per la stesura dell'articolo (in ordine cronologico)
Frank A., Diario, Mondadori Editore, Milano, 1959
Arendt A., La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano, 1964
Pappalettera V., Tu passerai per il camino. Vita e morte a Mauthausen, Mursia, Milano, 1965
Green G., Olocausto, Sperling & Kupfer, Milano, 1979
Levi P., Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1992
Levi P., La tregua, Einaudi, Torino, 1992
Hilberg R., La distruzione degli ebrei d'Europa, Einaudi, Torino, 1999
Collotti E., La soluzione finale. Lo sterminio degli ebrei, Newton&Compton Editori, Roma, 2005
Venezia S., Sonderkommando Auschwitz, Rizzoli, Milano, 2007
  • TAG: arpád weisz, allenatore ebreo, olocausto, campi sterminio, shoah

Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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