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La banda della Magliana: dal quartiere di periferia al cuore di Roma alla conquista del Paese [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

In principio era una semplice “batteria”...

Come può un gruppo di delinquenti under25 composto da romani de' Roma provenienti dall'estrema periferia degradata della Capitale impossessarsi del totale malaffare della città (dallo spaccio di droga ai sequestri di persona, dal gioco d'azzardo alle scommesse clandestine al racket dell'usura e ai videopoker) ed entrare “a piedi uniti” nel mondo dei segreti che hanno contraddistinto la storia recente italiana? Sì, se parliamo di un'organizzazione come è stata la banda della Magliana che, nata nell'omonimo quartiere romano, partendo da un sequestro di persona andato male(ma che è fruttato 1,5 miliardi di lire) è riuscita a controllare totalmente il mercato del traffico degli stupefacenti eliminando fisicamente i rivali e grazie ad una serie di accordi con la mafia, la camorra, la 'ndrangheta, la massoneria, i servizi segreti “deviati”, il terrorismo nero, la loggia massonica P2, è entrata nell'immaginario collettivo come una delle organizzazioni criminali più tristemente note d'Italia. Definita “holding criminale” e vera agenzia del crimine al soldo di chi le chiedesse aiuto e la pagasse, la banda della Magliana ha riempito pagine e pagine di cronaca nera non solo nella Città eterna, ma in tutta quella nazionale.
Il 30 marzo 1976 con l'arresto di Albert Bergamelli, uno dei leader della banda dei Marsigliesi (insieme a Maffeo Bellicini e a Jacques Berenguer formava le 3B) che a Roma deteneva il controllo dello spaccio degli stupefacenti, dei sequestri di persona e del gioco d'azzardo, il 30enne Franco Giuseppucci, detto “Fornaretto”, capì che Roma poteva essere controllata da un unico gruppo di persone che si sarebbe impossessato della città, una cosa mai successa prima. Punti di riferimento, la mafia in Sicilia e la camorra a Napoli.
La malavita romana fino all'arrivo dei Marsigliesi era sempre stata composta da “batterie”, gruppi di quattro o cinque elementi che si riunivano per realizzare un colpo sciogliendosi dopo averlo effettuato per formare successivamente un'altra “batteria” o ritrovandosi con altri nuovi elementi; una banda invece aveva più interessi da perseguire e da difendere, visto che c'erano più vincoli di solidarietà e di unione e venivano decise tutte le mosse da fare, dallo spaccio agli omicidi, dal racket delle estorsioni al gioco d'azzardo.
La prima banda che cercò di unirsi fu un gruppo di Val Melaina, nell'area nord di Roma, che riuscì ad operare per qualche anno per poi sciogliersi a causa di malumori interni e per lotte intestine insanabili.
Praticamente la “Roma delinquenziale”, fino all'autunno del 1977, non ebbe mai un capo e Giuseppucci capì che la città poteva, e doveva, essere controllata. E riuscì, anche se per poco tempo, nel suo intento.
Gli anni in cui prese vita la banda della Magliana furono gli anni successivi al boom edilizio romano che portarono le periferie a diventare luoghi ameni diventando borgate, ovvero le periferie delle periferie. Una di queste è proprio la Magliana.
La Magliana era, allora, un quartiere degradato, senza servizi pubblici e devastato dalla speculazione edilizia. Il Nuovo Piano Regolatore comunale permise la costruzione di case popolari, senza parchi, asili e fogne nelle vicinanze. Il quartiere era diventato “preda del degrado e della speculazione edilizia” e i palazzi presero il posto del verde che c'era prima. Ma era la città stessa ad essere diversa: non era più la Roma di Fellini e della “dolce vita”, ora stava sviluppandosi una malavita molto pericolosa che non usava più il coltello per redimere le controversie, ma che usava le pistole. E grazie allo spaccio degli stupefacenti iniziarono a pullulare locali di dubbia fama con clientela pregiudicata: allora i locali notturni romani erano frequentati per il solo 30% da incensurati.
Fino agli anni Sessanta, la malavita romana si districava tra piccole truffe, riciclaggio di denaro sporco, rapine, contrabbando di sigarette: i Marsigliesi rivoltarono la città e furono tra i primi a portare la “bianca” in città. A partire dal 1975, inoltre, Roma divenne la capitale dello spaccio della droga e della violenza politica, “rubando” la scena a Milano, che ne deteneva il primato fino a quel momento.


Dal sequestro del duca Grazioli Lante della Rovere alla morte di “Franchino er criminale”: nasce la Banda

Per costruire una “batteria” servono delle persone unite per un unico obiettivo. Giuseppucci era un personaggio carismatico e dava fiducia, tanto che fino roulotte parcheggiata al Gianicolo. Nel 1976 venne arrestato per detenzione di armi, ma il suo vecchio mezzo, trascurato, aveva un vetro rotto e la sua difesa riuscì a farlo scarcerare dimostrando che le armi le avevano messe altre persone per incastrarlo. La libertà permise al “Fornaretto” di buttarsi a capofitto nella sua idea di creare una banda dove tutti erano allo stesso livello, senza capi e senza una “piramide” interna.
Giuseppucci, classe 1947, era di origine trasteverina ma proveniva “criminalmente” dalla zona del Trullo (nei pressi proprio della Magliana), era politicamente vicino al fascismo e questo fece sì che si avvicinò ai “neri” dell'EUR. Noto nell'ambito della ricettazione, dello strozzinaggio e delle scommesse clandestine dove investiva i proventi delle rapine, il futuro boss si distinse come il più carismatico, il più duro e quello dotato di maggiore leadership.
Nel 1975 si era costituita una “batteria” composta da un gruppo di circa dieci ragazzi che nel quartiere della Magliana era riuscita a farsi un “nome”: a capo di questo gruppo c'era un ragazzo di 21 anni, Maurizio Abbatino, detto “Crispino” (per la sua capigliatura molto riccia), faro di un gruppo di “cassettari” specializzati in rapine ed in spaccate di vetrine di gioiellerie e caveau. Il gruppo di Abbatino si componeva di Giovanni Piconi, Renzo Danesi, Marcello Colafigli e, qualche tempo dopo, anche da Claudio Sicilia.
Oltre ai maglianesi, due gruppi che si stavano facendo largo nel sottobosco malavitoso della Capitale erano quelli di Testaccio-Trastevere (guidato da Enrico de Pedis detto “Renatino” e Danilo Abbruciati) e quello che “lavorava” tra i borghi di Acilia ed Ostia capitanato da Nicola Selis detto “Nicolino il sardo” perchè nativo di Nuoro, specializzato in rapine a mano armata e rapine sui treni. Di quella “batteria” fecero parte un nutrito numero di esponenti criminali come Antonio Mancini, Fulvio Lucioli, Libero Mancone, i fratelli Vittorio e Giuseppe Carnovale, il cognato di Selis, Antonio Leccese, ed Edoardo Toscano, cognato dei Carnovale, che diverrà legatissimo a Giuseppucci.
Proprio Selis a Mancini, durante una carcerazione congiunta nel carcere di Regina Coeli, disse che aveva in mente di creare a Roma un'organizzazione simile a quella della camorra a Napoli, con un controllo capillare su tutte le attività illecite, mercato dello spaccio di droga in primis, eliminando la concorrenza. Quando i due malavitosi uscirono dal carcere, seppero della banda creata da Giuseppucci e si unirono subito, rafforzandola ancora di più. Si può dire che tecnicamente Selis fu il precursone di Giuseppucci nella fondazione della banda.
Cosa unisce nella realtà tutti questi gruppi? La casualità: nel 1977 un ladruncolo di quartiere, tale Paolo Tegani, rubò la macchina di Giuseppucci lasciata incustodita (e con le chiavi nel cruscotto). Al suo interno trovò una sorpresa, un borsone pieno di armi. Capita al volo la possibilità di fare soldi facili, decise di vendere in blocco tale “regalo” al maglianese Emilio Castelletti per oltre due milioni di lire. Giuseppucci, grazie alle sue conoscenze, riuscì a farsi dire chi lo avesse derubato e fissò un incontro con il gruppo di Abbatino in quanto le armi che aveva in auto erano di un altro personaggio della mala romana, il già citato de Pedis.
Alla Magliana, grazie, ironia della sorte, ad un furto, si trovavano “Fornaretto”, “Crispino” e “Renatino” che invece di litigare o uccidersi vicendevolmente per raddrizzare il torto, trovarono un accordo di massima per formare una “batteria” molto forte apportando ognuno il proprio gruppo e le proprie relazioni criminali.
Il “battesimo di fuoco” del nuovo gruppo fu un colpo sensazionale, sfruttando la moda del momento: effettuare un sequestro di persona. Deus ex machina, Franco Giuseppucci.
Molto in voga allora tra sequestri politici e di persone facoltose (nel 1977 si contarono ben sessantasei sequestri di persona), la futura banda della Magliana sequestrò il duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, 66enne nobiluomo romano possidente terriero e marito di Isabella Perrone, ex proprietaria (da poco tempo) con la famiglia del quotidiano romano “Il Messaggero”.
Qualche mese prima il gruppo di Giuseppucci aveva già effettuato un sequestro, rapendo il 16 maggio 1977 Roberto Giansanti, 29enne figlio di un gioielliere. La “batteria” chiese 10 miliardi di riscatto, ma alla fine il giovane fu liberato dopo 52 giorni sotto un ponte della Prenestina in cambio di soli 350 milioni. Al colpo parteciparono otto persone e il sequestrato non subì vessazioni.
Come ha potuto un gruppo di tale portata sequestrare un personaggio come il duca? Semplice, tramite una “talpa”, Enrico, un conoscente di Giuseppucci (che pianificò il colpo), conosceva il figlio del duca in quanto frequentavano le sale corse e le sale scommesse. Grazie alle sue “soffiate”, riuscì a dire al gruppo di Giuseppucci tutte le informazioni per poter sequestrare il nobile e lunedì 7 novembre 1977, intorno alle ore 18:30, la “batteria” riuscì a rapire il duca in località Settebagni (zona Marcigliana), in via del Casale di san Nicola, nei pressi dell'incrocio con la Salaria, dove la famiglia di origine valtellinese aveva un possedimento (chiamato “la Torretta”) di oltre 500 ettari adibito a pascolo, grano e con annesso un allevamento di cavalli caro al duca. Al blitz parteciparono Maurizio Abbatino e Renzo Danesi (che guidarono le auto che bloccarono la marcia del duca e del suo fattore, Luigi Nanni), Giuseppucci, Paradisi, Piconi, Castelletti e Colafigli oltre a quattro elementi provenienti da una “batteria” di Montespaccato (un'alta zona molto degradata della città a causa dello smodato boom edilizio anni '70). A dirigere le trattative tra la Banda e la famiglia Grazioli furono Giuseppucci ed Abbatino. De Pedis nel frattempo era in carcere in seguito ad una rapina. A partire dal 1° dicembre, la Banda si fece viva con cinque missive indirizzate alla famiglia con le richieste del riscatto: dagli iniziali 10 miliardi, la trattativa si chiuse a 1 miliardo e cinquecento milioni.
Dove è stato il salto di qualità? Innanzitutto l'aver depistato le indagini in quanto il duca è stato spostato in molti luoghi diversi (da Primavalle ad una località sull'Aurelia e poi nel Salernitano) e le foto che sono state inviate alla famiglia per testimoniare che il loro congiunto fosse vivo lo immortalarono con in mano delle copie de “La Nazione”, facendo credere che il nascondiglio fosse in Toscana, regione scelta dall'Anonima sarda per posizionare i sequestrati. Il 4 marzo 1978 ci fu la “consegna” del riscatto: ad occuparsene fu il figlio che dopo una vera e propria “caccia al tesoro”, andando a cercare indicazioni tra cestini dei rifiuti e cabine telefoniche della città, riuscì a lanciare da un ponte sulla Cassia il borsone con il totale richiesto dai malavitosi. Chi ritirò il denaro disse al giovane Grazioli che a breve avrebbe ricevuto una telefonata dove poter andare a recuperare il padre. La telefonata non arrivò mai e ancora oggi non si sa dove sia il cadavere di Grazioli Lante della Rovere nel frattempo accidentalmente ucciso: l'omicida fu Giovanni de Gennaro, detto “Faccia d'angelo”, di Montespaccato.
La spartizione del bottino fu fifty-fifty: metà andò ai Giuseppucci boys e l'altra parte a quelli di Montespaccato; il 30% di entrambe le somme dovette andare al telefonista e al basista mentre il 12% fu inviato a Milano ad un membro del gruppo di Francis Turatello per il riciclaggio. Il colpo fruttò circa 350 milioni a testa.
Giuseppucci fece una proposta ai suoi amici: “stecca para” del bottino mentre il resto sarebbe stato reinvestito in un progetto comune: comprare una partita di droga e spacciarla in tutta la città. Tutto con il beneplacito della mafia.
In cosa consistette la “stecca para”? L'ammontare di un “colpo” veniva diviso in partiti uguali tra tutti (anche chi non aveva partecipato perchè in carcere), una piccola parte andava al singolo partecipante, mentre il grosso rimanente veniva inserito in un fondo comune che serviva come “cassa” per pagare armi, comprare droga, pagare avvocati e periti. Con il tempo i colpi aumentarono e di conseguenza la “stecca” aumentava vertiginosamente come allo stesso modo aumentava il fondo comune che non doveva scendere sotto un certo valore nel caso per pagare avvocati ed affini i soldi non fossero bastati, si facevano loro regali extra.
Giuseppucci nel frattempo era entrato in affari con Raffaele Cutolo grazie all'aggancio con Nicolino Selis, di cui era il luogotenente a Roma. “'o Professore” incontrò Giuseppucci ed Abbattino e per testare la loro affidabilità commissionò loro un “favore”: loro lo soddisfarono in toto ed entrarono in affari con lui.
Il mercato della droga era un “settore” allora in ascesa e che poteva portare tantissimi soldi nelle tasche di chi ne deteneva il controllo. Il gruppo decise di dividere la città in zone ed ognuna era capitanata da uno o più membri della Banda. Lo spaccio consisteva nel dare ad un “cavallo” la droga da vendere, il quale la dava alle “formiche” che la vendevano ai tossici: Testaccio era stata affidata a Abbruciati e Giuseppucci; Trastevere e Centocelle in mano a de Pedis, Raffaele Pernasetti e Fabiola Moretti; la zona della Magliana e Monteverde capeggiata da Abbatino ed in parte da Colafigli; Ostia e Acilia sotto il controllo di Nicolino Selis con gli apporti di Leccese, Lucioli, Toscano, Mancone e i fratelli Carnovale; la Garbatella e Tor Marancia in mano a Sicilia e Colafigli ed il Portuense-Trullo-Prenestino affidato a Danesi, Castelletti ed Urbani.
La prima partita di eroina arrivò da due siciliani, mentre l'eroina venne acquistata da due cileni esuli del regine di Augusto Pinochet.
I membri avevano una caratteristica: tutti hanno un soprannome che derivava o dal proprio aspetto fisico o da una loro peculiarità. Ecco quindi Franco Giuseppucci diventare anche “Negro” per via del colore olivastro della pelle; Marcello Colafigli “Marcellone” per la sua stazza e la sua forza; Edoardo Toscano ”Operaietto” in quanto di rendeva disponibile a compiere qualsiasi “opera” (soprattutto omicidi); Antonio Mancini “Accattone” per via di una sua passione per l'omonimo film di Pasolini ed era l'unico schierato policamente a sinistra; Gianfranco Urbani “il Pantera” per la sua forza e la sua grinta nel commettere reati (anche se poi con il tempo attenuerà questa sua peculiarità); Fulvio Lucioli “Sorcio” perchè da ogni cosa riusciva a rosicchiare qualche cosa; Claudio Sicilia per la nascita alle pendici del Vesuvio, “il Vesuviano”; Danilo Abbruciati “il Camaleonte” per via del nome della sua prima banda giovanile.
Dove stava la novità? Ogni membro della banda che aveva il controllo sulla zona doveva usare tutti i modi per convincere chi già deteneva il controllo dello spaccio a passare sotto il loro controllo, con le buone o con le cattive. Le “cattive” consistevano nell'eliminare fisicamente chi si opponeva, mentre chi passava con loro avrebbe avuto tutte le protezioni possibili. L'eliminazione fisica degli oppositori era una novità nel panorama della mala e in poco tempo tutta la nascente banda della Magliana aveva il controllo assoluto sulla città e per la prima volta Roma poteva avere dei “capi”. Il mercato del traffico degli stupefacenti però doveva essere gestito in maniera seria e non si poteva sgarrare.
Il controllo la banda non lo ebbe solo sulla droga, ma anche sul mercato delle scommesse clandestine negli ippodromi. E per questa ragione la notte del 25 luglio 1978 Giuseppucci e soci decisero di eliminare il vero padrone delle scommesse illecite di Tor di Valle, Franco Nicolini detto “Franchino er criminale”.
Il mercato degli allibratori clandestini era anche il mondo per il quale Giuseppucci aveva lasciato il lavoro di fornaio e fu “assunto” come buttafuori ad Ostia e nelle varie bische. “Negro” aveva capito che detenere quel mercato avrebbe portato tantissimi soldi e “Franchino” era diventato troppo potente ed arrogante. Giuseppucci, e Cutolo, non lo tolleravano più e fu deciso di “parcheggiarlo”. Quella notte, poco dopo la mezzanotte, ci fu l'agguato: Nicolini uscì dall'ippodromo e mentre si dirigeva verso la sua automobile fu accerchiato da due automobili dalle quali scesero sette persone e due di loro gli spararano nove colpi di pistola. A sparare furono Edoardo Toscano e Giovanni Piconi. Erano presenti tutti i membri della banda, salvo Giuseppucci che rimase all'interno dell'ippodromo per costruirsi l'alibi. Fu avvisato tramite un messaggio cifrato dall'altoparlante che Nicolini era stato, come si diceva in gergo, “parcheggiato”. Un altro motivo per uccidere Nicolini arrivava da Selis, al quale durante una detenzione comune a Regina Coeli, “Franchino” faceva troppe volte la voce grossa organizzando bische nelle celle e durante una rivolta stette dalla parte dei poliziotti, schiaffeggiando “il Sardo” davanti agli altri carcerati.
Grazie all'appoggio della camorra, la Banda oltre alla droga era riuscita a controllare anche il mercato delle scommesse clandestine. Nel 1979, ad appena due anni dalla programmazione del rapimento Grazioli, la banda aveva completamente le mani su tutta Roma ed i membri diventarono molto ricchi, ostentando la loro ricchezza con Rolex, auto di lusso, motociclette di grossa cilindrata e ristoranti a 5 stelle. Gli stessi membri, che continuarono ad entrare ed uscire dal carcere (anche evadendo), controllavano le loro attività visto che aveva la possibilità di corrompere.
Dopo Nicolini, il gruppo di Giuseppucci compì un altro omicidio: Sergio Carrozzi, truffatore di Ostia, ucciso il 29 agosto 1979 da Edoardo Toscano. Carrozzi si era deciso a denunciare Selis perché lo costringeva a pagare il “pizzo”. In tribunale, successivamente ai fatti, cambiò la versione e il gruppo del Sardo decise di ucciderlo.
La Banda per dimostrare la propria forza fu intransigente verso chi offendeva, verso i concorrenti e verso amici che “sbagliavano”: il 15 aprile 1980 fu ucciso con quattro colpi di pistola Amleto “Voto” Fabiani ancora da Toscano perchè aveva schiaffeggiato ai tempi de Pedis e rotto una bottiglia in testa a Colafigli; il 23 febbraio 1982 fu la volta di Claudio Vannicola “Scimmia”, importante spacciatore avversario che stava togliendo spazio alla banda fornendo anche droga migliorie della banda e fu ucciso anche lui da Toscano; il 10 febbraio 1983 Angelo de Angelis “Catena”, affiliato della banda e vicino a Selis poiché ebbe la malsana idea di tagliare una partita di droga e tenersene parte per sé e fu ucciso da un commando formato da Vittorio Carnovale, Roberto Fittirillo ed Abbatino; il 18 settembre 1983 fu ucciso per questioni di spaccio anche Mario Loria, ex malavitoso di spessore romano da parte di Vittorio Carnovale e Gianni Girlando, il “Conijo” e “Roscio”.
Personaggio di spicco di quella che è stata la banda della Magliana è stato senza dubbio Danilo Abbruciati. Nato nel quartiere Trionfale il 4 ottobre 1944, si trasferì tempo dopo con la famiglia nel quartiere periferico di Primavalle. Figlio di Otello Abbruciati, campione italiano di pugilato durante il fascismo, in gioventù diventa noto alle forze dell'ordine per aver fatto parte di una banda di ragazzi (detti “Camaleonti”) specializzati in furti. Negli anni Settanta fu accusato di aver ucciso un biscazziere, un ex pugile con cui aveva dei debiti e di essere un membro dell'Anonima sequestri sarda. A Milano conobbe Francis Turatello, boss della mala milanese, con cui allacciò rapporti. Personaggio riservato, viscido, tirchio, cattivo, “sulle sue” ma con agganci molto importanti con faccendieri, terroristi neri, massoni, SISDE e, soprattutto, Cosa Nostra, visto che conosceva ed aveva stretto un legame con “Pippo” Calò che durava da tempo, molto prima degli altri membri della Banda.
Se Abbruciati rappresentò il legame con la mafia, Claudio Sicilia era il “gancio” con la camorra, essendo imparentato con la famiglia Maisto e con Corrado Iacolare. Arrivato a Roma da Giugliano, in provincia di Napoli, si unì al gruppo di Abbatino, precisamente nel 1979.
Capo della fazione testaccina era Enrico de Pedis che al momento della fusione delle “batterie” era già un nome nella malavita romana grazie alle rapine. Il suo nome doveva essere Renato ma i genitori gli diedero il nome del suo padrino di battesimo. Aveva una caratteristica rispetto ai sodali: non beveva, non fumava, non “pippava”, vestiva firmato ed aveva uno spiccato senso imprenditoriale e, come si scoprirà, fu il punto di incontro dei poteri forti con la banda (dall'imprenditoria al Vaticano ad alcuni politici). Arrestato nel maggio del 1974 per rapina appena ventenne, fu liberato tre anni dopo e poté vedere nascere la banda, ma poco dopo fu ancora arrestato ma ricevette periodicamente la “stecca”.
La prima riunione della Banda avvenne nel novembre 1978, otto mesi dopo la morte di Grazioli, la banda potè considerarsi al completo nel 1979 con gli ingressi di Abbruciati e de Pedis, che si unì definitivamente nel 1980. Il punto di ritrovo dei membri della Banda era il bar di via Chiabrera, a poche centinaia di passi dalla basilica di San Paolo fuori le mura, in zona viale Marconi.


La morte del capo, la vendetta contro i “Pesciaroli” ed il “parcheggio” di Selis

La sera del 13 settembre 1980 la Banda subì una perdita clamorosa: Franco Giuseppucci dopo aver ricevuto una pallotta nel costato da un uomo a bordo di una motocicletta all'uscita da un bar di piazza San Cosimato, a Trastevere, morì poco prima di arrivare nella sala operatoria dell'ospedale Regina Margherita, nosocomio che comunque riuscì a raggiungere alla guida della sua automobile. Si scoprì che ad ucciderlo furono due membri della famiglia Proietti, detti i “Pesciaroli” in quanto da generazioni gestivano un'attività nei mercati ittici della Capitale: al mattino lavoravano nella legalità, mentre la sera navigavano nell'illegalità tra corse clandestine, bische e altre attività illecite. Il killer era Fernando detto “Pugile” che sparò, mentre suo fratello Mario detto “Palle d'oro” guidava la motocicletta. I Proietti lavoravano con Franco Nicolini e la morte del loro capo li portò a lavorare con il gruppo dei suoi assassini. I due volevano completare l'opera andando a Tor di Valle per uccidere anche Mimmo Zumpano, sodale di Giuseppucci all'ippodromo. Zumpano non fu trovato, ma furono arrestati da due poliziotti in borghese.
Una delle cause della morte fu che Giuseppucci ebbe con uno di loro un debito di oltre 30 milioni dopo aver perso una corsa ai cavalli. Nando Proietti cercò con le buone maniere di farsi pagare il “buffo” ma “Negro” aveva sempre risposto “picche” e sempre in malomodo. La parabola del creatore della prima banda criminale organizzata era finita in una tiepida serata di fine estate. In maniera violenta, come violenta è stata la vita di Franco Giuseppucci.
La notizia dell'omicidio arrivò subito ai componenti della Banda e partì immediatamente la caccia al colpevole. Si scoprì dopo pochissimo che c'entravano i “Pesciaroli” e la parola d'ordine era unica ed irrevocabile: i Proietti dovevano morire e dovevano morire così come tutti coloro che avevano a che fare con loro. Il 19 settembre 1980 partì la vendetta: il primo obiettivo fu Enrico Proietti detto “Cane”, ma Mancini, Colafigli ed Abbatino fecero un clamoroso scambio di persona davanti ad una villa di Ostia, dove sapevano che lui si nascondeva, rischiando di uccidere due ragazzi estranei alla loro faida. Il 27 ottobre 1980 “Cane” fu rintracciato e gli spararono un colpo al fegato, ma sopravvisse.
Il 16 marzo 1981 la vendetta fu compiuta, ma la Banda perse dei pezzi: Colafigli e Mancini intercettarono Mario e Maurizio Proietti detto “pescetto” nel quartiere Monteverde in via di Donna Olimpia al civico 152. I due erano accompagnati dalle mogli e dai figli. I maglianesi spararono non appena li videro e Maurizio cadde a terra morto, mentre Mario riuscì a dileguarsi, mettendo nel panico non solo la moglie, i figli e i cognati, ma tutti gli abitanti della via. “Marcellone” ed “Accattone” non appena sentirono le sirene della polizia scatenarono un conflitto a fuoco con questa e si rifugiarono nell'appartamento di una famiglia, ma alla fine furono arrestati. Mancini fu condannato a 28 anni di carcere e Colafigli si “guadagnò” l'infermità mentale visto che al momento dell'attentato era incapace di intendere e di volere. Grazie all'intercessione di de Pedis, “Accattone” cambiò spesso carcere ed il suo “soggiorno” durò meno del previsto mentre una falsa perizia rilevò che Colafigli aveva sparato in quanto in sogno un gatto con le sembianze di Giuseppucci gli chiese di uccidere il “pesce”. La guerra contro i Proietti terminò il 30 giugno 1982 quando Edoardo Toscano e Roberto Fittirillo uccisero Fernando: “Pugile” fu colpito da cinque pallottole di P38 e 357 Magnum. Mario “Palle d'oro” invece scampò a due attentati il 12 dicembre 1980 ed il 16 marzo 1981. Orazio Proietti, secondo figlio di Enrico, scampò anche lui ad un attentato ma morì di overdose il 31 ottobre 1981. L'unico “pesciarolo” a salvarsi dalla mattanza fu Enrico “Cane”.
Nella guerra la Banda decise di uccidere anche persone a loro vicine, come Orazio “Orazietto” Benedetti freddato in una sala corse nel quartiere Salario il 23 gennaio 1981 da un commando composto da de Pedis, Pernasetti, Abbatino e Toscano. Daniele Caruso ucciso il 14 dicembre 1982 senza chiedere il permesso, Mariano Proietti, figlio di Enrico, ed il suo cadavere fu trovato in un'automobile il 22 gennaio 1983.
La morte di Giuseppucci lasciò la Banda senza un vero leader, anche se il gruppo si era prefissato di non avere capi. Nicolino Selis vide nel vuoto lasciato dal “Negro” l'opportunità di poter guidare la banda.
Selis alla fine del 1980 era in carcere e faceva la voce grossa fuori grazie anche al fatto di contare sull'amicizia con Cutolo: gli altri compari non erano d'accordo con questo suo atteggiamento, visto che voleva anche una “stecca” anche per il fratello. All'inizio del 1981 Selis ebbe dai siciliani una partita di 3 kg di droga ma decise di spartirlo in maniera non equa, prendendosi due chili invece di 1,5, lasciando il resto alla Banda. Toscano, che non poteva più sopportarlo, sentitosi con gli altri “colleghi”, decise di ucciderlo.
Il boss di Ostia tra il 31 gennaio ed il 5 febbraio 1981 ebbe un periodo di libertà dal manicomio giudiziario napoletano di Sant'Eframo per una licenza e ordinò un incontro chiarificatore con gli altri sodali. Con lui girava come suo guardaspalle il cognato Antonio Leccese. Il meeting fu stabilito il 3 febbraio 1981 davanti alla Fiera di Roma. Arrivati, il “sardo” iniziò a far pesare il fatto che non gli fosse stata data la “stecca” doppia e volle spiegazioni sul mancato compimento di alcuni colpi. All'incontro si presentarono Colafigli, de Pedis, Mancini, Abbruciati, Abbatino, Pernasetti. Selis voleva parlare con Mancone che invece era rimasto a casa. Il gruppo si divise: Leccese dovette tornare in caserma a firmare il foglio presenze perché era in libertà vigilata, mentre Selis andò con gli altri verso Acilia, nella casa di Mancone. Leccese fu ucciso dopo poco, in quanto era stato l'ultimo a vedere vivo il cognato, da Mancini ed Abbruciati sotto gli occhi di de Pedis, mentre Selis venne ucciso in casa da due colpi di pistola da parte di Toscano ed Abbatino. Il cadavere di Selis si disse fosse stato gettato in una buca ai margini del Tevere, ricoperto da soda caustica per favorirne una rapida decomposizione e ad oggi il suo cadavere non è ancora stato ritrovato. Leccese invece morì poco dopo in ospedale. La camorra decise di non vendicare la morte di Selis onde evitare una guerra con la Banda per evitare ritorsioni in futuro. Chi invece cercò di vendicarlo fu Giuseppe Magliolo detto “Killer” (in quanto uccideva su commissione), ma i maglianesi furono più lesti di lui e lo uccisero il 24 novembre 1981: il colpo di pistola finale glielo diede l'“Operaietto”.

L'omicidio di “Memmo er cravattaro”, l'attentato a Roberto Rosone ed il pentimento del “Sorcio”. Il deposito di via Liszt 34.

Domenico Balducci detto “Memmo er cravattaro” era uno dei più noti usurai della Capitale ed esercitava la sua “professione” all'interno di un piccolo negozio di elettrodomestici nei pressi di Campo de' Fiori, ricettacolo di persone disperate che gli chiedevano soldi in prestito. E' stato anche titolare di società fittizie con le quali acquistò terreni anche all'Argentario. Era in affari anche con Calò e con la banda ma non ne era un membro, ma serviva ai “bravi ragazzi” in alcune occasioni.
A cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta Balducci, insieme al faccendiere Flavio Carboni, Danilo Abbruciati e Giuseppe “Pippo” Calò, “ambasciatore” di Cosa Nostra a Roma, decisero di investire ingenti somme di denaro in Costa Smeralda, la parte della Sardegna più in, dove parteciparono nelle costruzioni di villaggi turistici, case e residenze estive con soldi provenienti da attività illecite.
Calò decise di mettere le mani nel centro storico di Siracusa tramite una società per sistemare il centro storico della cittadina siciliana, un'operazione da almeno 800 milioni di lire. Il boss ordinò a Balducci di girare metà di quella cifra a Carboni. Balducci invece di consegnare al faccendiere l'intera cifra, gliene girò solo 250 milioni, visto il debito che Carboni aveva riscontrato tempo prima con lui che ammontava a 150 milioni. L'usurario non avvisò Calò del fatto che aveva preso l'ingente somma e quando lo venne a sapere, il mafioso si arrabbiò molto e decise di farlo uccidere: se ne occuparono Raffaele Pernasetti “Palletta” ed Enrico de Pedis con l'aiuto di Abbruciati. Il 17 ottobre 1981 il latitante (tra l'altro) Balducci fu ucciso dai due malavitosi davanti al cancello della sua abitazione al quartiere Aventino. Gli spararono cinque colpi, ma ancora oggi non vi è certezza che i due trasteverini abbiano commesso l'omicidio.
Il resto della banda era all'oscuro del gesto ed i maglianesi non presero bene l'attentato anche perché poteva avere ripercussioni su di loro visto che potevano cadere in qualche vendetta senza neanche saperlo. La morte di “Memmo” fece scoprire tutti i canali, i rapporti e gli interessi che avevano i testaccini al di fuori della Banda. Iniziarono i sospetti e gli scontri verbali tra le due anime del gruppo, ed erano i testaccini la frangia più pericolosa.
Ma l'azione che spaccò la “holding” avvenne la mattina del 27 aprile 1982 in via Oldofredi a Milano (tra le odierne fermate “Sondrio” e “Zara” della Metro 3): Danilo Abbruciati ucciso con due colpi di pistola da una guardia giurata.
Il “Camaleonte” era dal giorno prima a Milano per attentare alla vita di Roberto Rosone, vicePresidente del Banco ambrosiano e titolare dell'istituto di credito dopo il crack da oltre 1,5 miliardi di lire provocato da Roberto Calvi. Quella mattina due uomini sospetti su una moto attesero che Rosone uscisse di casa e non appena lui si diresse verso la sua automobile guidata dall'autista, un uomo corpulento, con gli occhiali ed un cappello, si diresse verso di lui e gli sparò. La pistola si inceppò e l'attentatore sparò alle gambe con una calibro 7,65 automatica. La guardia giurata della filiale del Banco ambrosiano presente in quella via e l'autista di Rosone decisero di rincorrere l'uomo: l'autista sparò e si prese una pallottola nell'addome e non colpì l'uomo, mentre la guardia giurata fu più precisa sparò cinque colpi di cui due andarono “a segno”, colpendolo alla testa e al collo, con una Magnum 357. L'attentatore cadde e morì sul colpo: addosso aveva documenti falsi (ma con il suo nome) ed il numero della moglie di un membro della Banda con legami con la mafia, Ernesto Diotallevi. L'uomo alla guida della moto si scoprì essere Bruno Nieddu. Diotallevi, usuraio vicino ai testaccini con simpatie neofasciste, era legato tramite Abbruciati alla mafia ed era molto conosciuto negli ambienti economico-finanziari: si disse che sia stato lui a fornire a Calvi i documenti (falsi) per espatriare a Londra nel giugno 1982.
L'agguato a Rosone fu pianificato perchè il banchiere non voleva dare ingenti somme di denaro promesse da Calvi per degli investimenti in Sardegna (due tranches da 1,5 e 6 miliardi). Altri dissero che fu colpito per conto dello stesso Calvi perchè il suo erede lo aveva ostacolato, mentre un'altra pista voleva che il gesto doveva intimidire sia Rosone che Calvi da parte di chi voleva controllare un gruppo bancario molto florido, tra cui lo IOR, l'Istituto di Opere Religiose, la banca privata vaticana fondata da papa Pio XII nel 1942 allora presieduta da monsignor Paul Marcinkus.
Ma cos'era il Banco ambrosiano? Banca privata cattolica fondata nel 1896, divenne tristemente nota a partire dal 1978 quando la Vigilanza della Banca d'Italia mandò degli ispettori, per conto dell'allora Ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, nella sua sede milanese di piazza Paolo Ferrari (nelle vicinanze del teatro “alla Scala”) e scoprì la contabilità “occulta” che portò, come detto, ad un crack di oltre 1.500 miliardi di lire. A capo del Banco c'era Roberto Calvi, prima dipendente della banca stessa, dal 1971 direttore generale e dal 1975 Presidente. Calvi nel 1968 entrò in affari con Michele Sindona ed entrò in contatto non solo con la P2, ma anche con lo IOR e fu accusato di aver intrecciato con Sindona una fitta rete di società fantasma nei paradisi fiscali e per alcune di queste fu accusato di riciclaggio di denaro. Il “banchiere di Dio” aveva come interlocutori la P2, la mafia, il Vaticano, i servizi segreti deviati e la politica.
Liquidatore della banca fu nominato l'avvocato milanese Giorgio Ambrosoli, ucciso da un killer inviato da Michele Sindona l'11 luglio 1979.
Il 17 marzo 1981 fu rinvenuta la lista dei membri degli affiliati alla loggia massonica P2, Calvi ne era membro (tessera numero 519) ma venne abbandonato al suo destino. Il 20 maggio 1981 fu arrestato e a luglio sarebbe stato processato. Il “banchiere di Dio” fu condannato a quattro anni di carcere e nell'attesa dell'appello, fu scarcerato e fuggì a Londra grazie a dei documenti falsi.
Il 17 giugno 1982 il cadavere di Roberto Calvi venne trovato impiccato sotto il ponte dei Frati neri di Londra con nelle tasche almeno 5 chilogrammi di pietre. Il 21 giugno 1982 l'allora ministro del tesoro Andreatta decise di sciogliere d'imperio gli organi del Banco ambrosiano ed il successivo 6 agosto venne liquidato amministrativamente in maniera coatta. Michele Sindona fu accusato di essere stato il mandante della morte di Ambrosoli e fu condannato a 30 anni: morì avvelenato nel carcere di Voghera il 22 marzo 1986 con un caffè al cianuro e ancora oggi non si sa chi lo avesse voluto morto.
La notizia non solo della gambizzazione e della morte del “Camaleonte”, ma che egli fosse a Milano per commettere un omicidio su commissione (si disse che ebbe in cambio 50 milioni), fu la goccia che fece traboccare il vaso: perchè Abbruciati era a Milano? Perchè ha sparato ad un uomo di tale portata senza parlarne con il resto della Banda? Perchè aveva in tasca quel numero di telefono? Ma soprattutto, perchè Abbruciati non era in carcere visto che fu arrestato il 15 marzo precedente per le vicende dell'arsenale di via Liszt ed era libero da 18 giorni? Tutte domande che non ebbero mai risposte, ma che sancirono una cosa sola: era nata la rivalità tra le due anime portanti della banda, i maglianesi contro i testaccini.
Questa lotta portò il gruppo malavitoso a tirare avanti solo in memoria di Giuseppucci anche se tra i suoi membri iniziarono le prime vendette trasversali. Le morti di Balducci e l'attentato a Rosone spaccarono la Banda in quanto i testaccini si dimostrarono riservati negli affari ed egoisti, tanto da non coinvolgere mai gli altri membri nelle loro operazioni ed avevano stretto, grazie a de Pedis, accordi con personaggi pericolosi, potenti ed influenti, lasciando al resto della Banda le briciole. Il gruppo di Testaccio iniziò ad investire forti cifre di denaro in aperture e avviamento di ristoranti, appartamenti nel centro della città, azioni bancarie e quote in varie società: Enrico de Pedis era il deus ex machina di questa branca che cercava il suo spazio a scapito degli ex amici e un domani voleva controllarli, grazie alla sua influenza nei luoghi che contavano. Anzi è proprio grazie a “Renatino” che si potè passare a dialogare con il Potere.
A tutto questo si unì il primo pentimento da parte di un membro di peso della Banda. Il primo a pentirsi fu Fulvio “Sorcio” Lucioli che a seguito dell'ennesimo arresto, il 15 ottobre 1983, stanco della vita che faceva, stanco delle vessazioni subite dai compari e stanco delle vicende che aveva visto (e preso parte), decise di collaborare con la giustizia. Dopo mesi di rimorsi interni, il giorno prima scrisse una lettera al direttore del carcere in cui esprimeva il desiderio di collaborare con le forze dell'ordine.
Abile ladro e considerato uno dei più influenti spacciatori della Capitale, Lucioli era un fedelissimo di Selis. Entrò nella banda nel 1978 dopo essere uscito dal carcere per l'ennesimo arresto. Si scoprì con il tempo che altri tre spacciatori, “pesci piccoli” in tutto il sistema della Magliana, avevano confessato non appena arrestati che a Roma esisteva una rete criminale di alto livello, ma nessuno fu creduto.
I verbali iniziarono a riempirsi i verbali di omicidi, traffici di droga e armi, rapporti con estremisti di destra e massoni, camorra, mafia e 'ndrangheta. “Sorcio” disse che faceva parte di una banda formata da assassini e trafficanti ben organizzati e strutturati.
Il 15 dicembre 1983 partì l'operazione delle forze dell'ordine che portò all'arresto di 60 persone tra capi, gregari ed affiliati: la Banda subì una parziale decapitazione.
Il 26 novembre 1984 De Pedis fu arrestato ma uscì dal carcere il 21 gennaio 1988 e da allora decise di staccarsi dai suoi sodali diventando imprenditore di se stesso, sfruttando le sue alte conoscenze.
L'8 febbraio 1986 il Tribunale di Roma assolse gli imputati, condannandoli per il solo traffico di stupefacenti. Il 23 giugno 1986 la VI Corte d'Assise di Roma condannò 37 imputati, sei furono assolti con formula piena, per tre della banda della Magliana i reati erano entrati in prescrizione, metà degli imputati fu condannata per spaccio di stupefacenti nella sentenza di primo grado.
Il 20 giugno 1987 le accuse furono confermate, ma il 14 giugno 1988 la II sezione penale della Corte di Cassazione annullò tutto l'impianto accusatorio, rendendo (praticamente) vane le parole di Lucioli: la Banda non era di stampo mafioso in quanto non ci furono patti di sangue tra i membri, il bar di ritrovo non era da considerarsi base per un'associazione mafiosa e non aveva il controllo sulla città come invece Cosa Nostra aveva su tutta la Sicilia. Giudice della corte era Corrado Carnovale, detto “Ammazza sentenze” avendo annullato tante condanne in carriera: il giudice sentenziò che la banda della Magliana non era mai esistita. Il processo fu il classico “topo partorito dalla montagna”. Polemiche, sospetti ed accuse tra i magistrati chiusero l'ultimo processo contro la banda della Magliana.
Il 14 marzo 1989 la nuova Corte d'Appello disse che quelli che furono i Giuseppucci boys non erano una banda criminale, ma un insieme di criminali che si univano per compiere atti illegali, furono condannati per il semplice traffico di stupefacenti: poca roba per chi era stato indagato per omicidi, stragi e legami compromettenti. Le parola del “Sorcio” furono non considerate e Lucioli ne uscì male, fu considerato un mitomane, un malato di mente, uno inaffidabile in quanto persona drogata, uno portato per natura a delinquere, pronto alla menzogna e condizionato dall'ambiente malavitoso che aveva frequentato: il primo accusatore della Banda che fece cadere il castello si era trovato sotto le macerie dello stesso.
La Banda era così potente da corrompere cancellieri dei tribunali, poliziotti, usceri, giudici.


Claudio Sicilia si pente e parte la prima inchiesta contro la Banda. Le figure di Enrico Nicoletti e Flavio Carboni: potere e soldi, soldi e potere.

Il 29 marzo 1985 fu arrestato “Pippo” Calò, “cassiere della mafia” nonché membro della “Commissione” di Cosa nostra, ovvero l'organo direttivo della mafia.
Il suo fermo arrivò in seguito ad un'indagine su un traffico di opere d'arte rubate. Calò era nella Capitale da oltre tredici anni e visse indisturbato fino ad allora grazie a una serie di false identità (ultima delle quali, Mario Aglialoro). L'arresto della “Salamandra” fu un fattore che portò la banda della Magliana verso il crepuscolo. Uomo d'onore, Calò fu poi accusato di essere uno dei mandanti della “strage di Natale”, l'attentato avvenuto la notte del 23 dicembre 1984 quando all'interno della galleria appenninica scoppiò una bomba sul “Rapido 904” Napoli-Milano: diciassette vittime e 267 feriti per una strage che ha ricalcato quella di dieci anni prima (quella dell'”Italicus”), ma con molte più vittime e feriti. Per la prima volta Cosa Nostra compiva un attentato stragista.
Classe 1931, era definito il “cassiere di Cosa Nostra” in quanto spettava a lui riciclare il denaro sporco per mano della stessa. Indagato per l'omicidio di Calvi, fu assolto. L'8 aprile 1997 Pippo Calò e Flavio Carboni furono condannati come mandanti dell'omicidio di Roberto Calvi: si scoprì che il “banchiere di Dio” aveva rubato un'ingente somma di denaro allo stesso Calò e a Licio Gelli, Maestro venerabile della loggia massonica P2 e il “cassiere della mafia” lo volle morto. Il 10 maggio successivo, per la morte di Calvi, furono comminati quattro ergastoli (Diotallevi, Calò, Carboni e Silvano Vittor, accusato di aver fatto scappare Calvi a Londra con documenti falsi e poi di averlo ucciso) ed il 10 aprile 2010 gli ergastoli si ridussero a tre (no Vittor). Il 7 maggio 2010 i tre ergastoli vennero condonati e tutti gli imputati furono assolti.
Nel 1986 arrivò anche il secondo pentito “eccellente” della Banda: Claudio Sicilia fece il lungo passo e parlò.
A spingere il criminale campano a parlare furono prima due attentati (falliti) alla sua vita nel marzo ad un arresto per spaccio e possesso di armi. L'ultimo arresto lo portò a pentirsi il 16 ottobre. Con le sue ammissioni gli inquirenti scoprirono i legami tra la Banda e i neofascisti, il traffico internazionale di droga, la camorra e i rapporti con le istituzioni ed il potere, oltre a dieci omicidi. E le sue parole collimarono con quelle di Lucioli.
Dal suo interrogatorio partirono 91 mandati di cattura per altrettanti affiliati alla Banda nel febbraio 1987, anche se un mese dopo oltre la metà degli arrestati erano liberi, in quanto il Riesame giudicò le parole del “Vesuviano” inattendibili. Sicilia cercò anche di togliersi al vita in carcere. Nel dicembre 1990 ottenne i domiciliari e l'estate successivo fu liberato e si trasferì a Tor Marancia.
Il 18 novembre 1991, abbandonato da tutti e perfino dallo Stato, Claudio Sicilia morì in un agguato tesogli nella sua nuova cittadina di residenza da due uomini in motocicletta e a volto coperto. Il suo killer, che lo colpì con quattro pallottole, è ancora a oggi impunito. Il “Vesuviano” era scampato ad altri due tentativi di omicidi.
Tecnicamente con l'arresto di Calò e il pentimento di Sicilia si ritenne che la Banda stava entrando nella sua parabola discendente.
Chi aveva rapporti con Calò erano anche due esponenti di spicco della Banda, che però a differenza degli altri membri, non spararono un colpo di pistola e non uccisero nessuno: Enrico Nicoletti e Flavio Carboni.
Rispettivamente romano e sardo di nascita, partirono da impieghi lavorativi normali (carabiniere il primo, statale l'altro), ebbero il ruolo di “far girare i soldi” della Banda e di trovare nuovi affari per loro.
Nicoletti strinse rapporti di ferro con de Pedis e Calò e fu un personaggio presentabile nei luoghi che contavano, lui che era anche truffatore ed usuraio allo stesso tempo. Il 30 settembre 1984 fu arrestato e si scoprì che oltre ad essere il “cassiere” della banda della Magliana (frangia testaccina), era titolare di oltre venti società immobiliari fittizie, proprietario di terreni e case, un riciclatore di denaro che incontrava i suoi “clienti” in più luoghi, ma la sua dichiarazione dei redditi era sempre molto scarna. Conobbe de Pedis a Regina Coeli e la sua mega villa (villa Osio) in via di Porta Ardeatina, nei pressi della stazione ferroviaria Ostiense, fu sequestrata e nel 2001 data al Comune di Roma che l'ha trasformata nella Casa del Jazz: L'edificio, al momento del sequestro era piena di cose costose, tra cui rubinetti in oro.
Carboni, invece, aveva conoscenze ecclesiali e di professione era un mix tra il faccendiere ed il costruttore edile. Grazie a lui, la Banda poté mettere le mani sui terreni della Costa Smeralda in Sardegna, che si stava trasformando in una meta turistica.
“Causa” della morte di Balducci, sarà accusato, e processato, come il mandante dell'attentato (o tentato omicidio?) di Roberto Rosone.


Vendetta chiama vendetta: le morti incrociate di Toscano e de Pedis. Il mistero di Sant'Apollinare

Il biennio 1989-1990 vide due omicidi eccellenti all'interno di quella che, ormai, era la banda della Magliana: Edoardo Toscano ed Enrico de Pedis. Maglianesi e testaccini avevano iniziato una guerra tra loro a causa delle tensioni, dei contrasti, delle gelosie e delle rivendicazioni che porteranno ad una faida che sancirà la fine del sogno dei borgatari romani di “conquistare il cielo”.
I maglianesi accusarono gli oramai ex sodali di avere troppe conoscenze losche e di aver trasformato la banda in un'”agenzia del crimine” al soldo di chi pagava di più e di chi ordinava qualcosa. I maglianesi era gelosi del fatto che a loro spettavano il controllo su prostituzione, spaccio, usura e rapine, mentre i testaccini avevano legami con P2, servizi segreti e personaggi altolocati della politica e della finanza.
I due ex amici, Toscano e de Pedis, si fecero reciprocamente la guerra e non appena uscito dal carcere, l'”Operaietto” si era prefissato di uccidere il testaccino in quanto lo accusava di essersi messo in proprio, di non passare la stecca e di coltivare altri “affari”.
I maglianesi cercarono di riorganizzare la banda, ma i testaccini (capeggiati oramai dal solo de Pedis, che aveva un peso molto importante non solo nella mala romana, ma anche in ambienti più “alti”), non erano interessati a riunirsi.
“Renatino” fu incarcerato nel novembre 1984 ed uscì nel 1988. La banda era finita e lui decise “di fare il salto”: abbandonare i suoi ex sodali ed investire le sue ingenti quantità di denaro diventando un imprenditore, non passando più la “stecca”. Praticamente ruppe i contatti con il resto della banda. Toscano e Colafigli decisero che doveva morire.
De Pedis venne a sapere delle intenzioni di Toscano e si mosse di anticipo: sfruttando un debito che aveva un collaboratore della banda, Bruno Tosoni, lo convinse per il doppio ad incastrare l'”Operaietto” e la mattina del 16 marzo 1989 gli tesero un agguato ad Ostia, poco dopo un mese dalla sua scarcerazione. I killer furono “Ciletto” Angelo Cassani e Libero “Rufetto” Angelico (come dirà tempo dopo Sabrina Minardi), i suoi bodyguard. La tesi fu smentita e ancor oggi l'omicida di Toscano è ancora sconosciuto. L'”Operaietto” è ritenuto autore di ben sette omicidi, di cui tre confessati.
La vendetta dei maglianesi non si fece attendere e Colafigli, nel frattempo latitante, usò la stessa scusa che incastrò Toscano, il “finto aggancio”. Nel luglio 1989 “Marcellone” uscì dall'ospedale psichiatrico per una licenza, ma scaduto il termine non vi fece ritorno e ritrovandosi con gli altri compari, pianificò tempo dopo la morte di Enrico de Pedis. Il giorno fissato fu il 2 febbraio 1990 ed il luogo era nei pressi di Campo de' Fiori. Furono scelti due killer esterni alla banda in quanto se fossero stati due visi noti a “Renatino”, lui avrebbe capito il tranello e sarebbe fuggito.
In via del Pellegrino, nei pressi di Campo de' Fiori, Angelo Angelotti, un affiliato della banda, fu convinto da Colafigli a fissare un appuntamento con “Renatino”, il quale poco prima avrebbe avuto un incontro presso un antiquario. I due si incontrarono e ad un certo punto Angelotti fece uno strano gesto, come dire a qualcuno che la persona che era davanti a lui era l'obiettivo da colpire. Non appena i due si separarono, de Pedis salì sul suo scooter e venne raggiunto da due uomini a bordo di una moto e quello seduto dietro gli sparò due colpi di pistola calibro 38. De Pedis riuscì a scappare nonostante le ferite ma, dopo un centinaio di metri a zig zag, cadde e morì pochi istanti dopo. Il killer fu Dante del Santo detto “Cinghiale”, chi guidava la moto era Alessio Gozzani, entrambi di Massa Carrara. Il commando “anti dePedis” fu composto da sette persone.
Il funerale di de Pedis avvenne nella chiesa di San Lorenzo in Lucina (nei pressi di piazza Colonna) e la salma fu tumulata nel cimitero del Verano, anche se nel 1988 quando si sposò disse alla moglie Carla che voleva essere sepolto in una chiesa particolare, quella di sant'Apollinare. In quella chiesa erano sepolte persone molto importanti ma dal marzo 1990 anche la salma del boss dei testaccini venne messa con quella di altri persone importanti e benefattori: in base all'articolo 1242 del diritto canonico “Non si seppelliscano cadaveri nelle chiese, eccetto che si tratti di seppellire il Romano Pontefice oppure, nella propria chiesa, i Cardinali o i Vescovi diocesani anche emeriti“.
De Pedis in vita non aveva ricoperto nessun ruolo ecclesiale: come è stato possibile seppellirlo in una chiesa?
Ad intercedere sulla traslazione si mossero Ugo Poletti e Pietro Vergari, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana e rettore della basilica di sant'Apollinare, nell'omonima piazza dove c'era l'istituto “Tommaso Ludovico da Victoria”. Vergari conobbe de Pedis in carcere essendone lui il cappellano e riferì che “Renatino” era un benefattore della chiesa.
La vicenda della sepoltura di de Pedis nella basilica di sant'Apollinare è stata per anni un mistero: si parlava di un favore fatto dal boss testaccino a Ugo Poletti. Il “favore” si ipotizzò essere l'intervento tra mafia e Vaticano sulla restituzione dei soldi che Cosa Nostra aveva investito nel Banco ambrosiano attraverso Roberto Calvi. Questi soldi passarono attraverso lo IOR e non furono mai restituiti perchè finiti nella casse del sindacato polacco “Solidarnosc”.
Si scoprì che il 6 marzo 1990 Vergani scrisse a Poletti per avere il nullaosta per portare la salma del “benefattore” de Pedis e quattro giorni dopo, l'allora Presidente CEI acconsentì. Il 24 aprile 1990 i resti mortali di de Pedis entrarono nella chiesa.
Fino al 2009 nessuno seppe nulla della sua sepoltura, fino all'intervista-libro di Raffaella Notariale e Sabrina Minardi uscito nel 2010, “Segreto criminale”.
Una telefonata anomina alla redazione della trasmissione tv “Chi l'ha visto?”, in cui si parlava della scomparsa di Emanuela Orlandi, disse che per sapere qualcosa di più sulla sorte della ragazzina vaticana scomparsa il 22 giugno 1983, c'era da vedere chi era sepolto a sant'Apollinare e del favore che de Pedis fece a Ugo Poletti. Da quel momento partirono le indagini.
Nel luglio 2010 il Vicariato di Roma permise che la tomba di de Pedis venisse aperta ed il 14 maggio 2012 la bara fu aperta per ordine dell'Autorità giudiziaria e si scoprì che non c'erano i resti della Orlandi ma del solo de Pedis. La bara era in un luogo, disse il nuovo rettore della basilica don Pedro Huidobro, piccolo, umido e sconsacrato quindi lontano dalle altre bare.
Il 18 giugno, dopo che la bara era stata tumulata al cimitero di Prima Porta, la salma di de Pedis fu cremata e le ceneri gettate in mare.
Vige ancora oggi il mistero di come un boss, con alle spalle crimini ed affari loschi, sia stato tumulato in una chiesa. Come è un mistero il fatto che il Pm Andrea de Gasperis trovò in un cassetto dei documenti che provavano che gli ideatori della morte di de Pedis erano pedinati e che forse i servizi segreti c'entravano con il suo omicidio.
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Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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