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Dallo studio di Michelini agli scontri di Genova passando per i congressi [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

I primi quattordici anni del Movimento Sociale Italiano (1946-1960).

Dai primi Far all’incontro dei reduci fino ai primi risultati elettorali. Il trafugamento della salma del Duce

Il 26 dicembre 1946 è stato un giorno importante per i nostalgici del fascismo, stufi di fare politica al buio: alcuni reduci della Repubblica Sociale Italiana decisero che era giunto il momento di deporre le armi delle bande clandestine ed uscire allo scoperto politicamente riunendosi in uno spazio della nascente vita politica della Repubblica italiana. Il precedente 2 giugno si era tenuto il referendum per la scelta tra monarchia e repubblica e l’elezione dell’Assemblea costituente che avrebbe dovuto porre le basi per scrivere la nuova costituzione. Nello studio di un ex fascista in viale Regina Elena, a Roma, si riunì in un gruppo di persone che decisero di creare un nuovo partito che si sarebbe posto come l’unico erede dei due anni di vita della Repubblica di Salò, diventando il punto di integrazione fra i vinti della Seconda guerra mondiale, le varie sigle di movimenti illegali presenti in quei mesi (Fasci di Azione Rivoluzionaria, Fronte del Lavoro, Movimento Italiano Unità Sociale) e vari fogli (“Rataplan”, “Fracassa”, “Rivolta ideale”). Il partito si chiamò Movimento Sociale Italiano (il 3 dicembre si decise la sigla MO.S.IT., mutata il 26 in MSI), lo studio era quello di Arturo Michelini, ex vicefederale di Roma, ed i fondatori furono, tra gli altri, Giorgio Almirante, Pino Romualdi, Pino Rauti. Nasceva il primo partito neofascista della storia italiana. La leggenda (e la storia) dicono che MSI fosse l’acronimo di “Mussolini Sei Immortale”, in onore alla memoria del Duce creatore del regime fascista repubblicano di cui avrebbero portato avanti le istanze.
La notizia della nascita del partito viene annunciata su “Rivolta ideale” il giorno dopo. La prima sede fu in corso Vittorio Emanuele, a Roma. Proprio “Rivolta ideale”, guidata da Giuseppe Tonelli spingerà, nel settembre 1946, per la nascita del primo nucleo del MSI con il “Fronte dell’Italiano”. La principale organizzazione presente in quei mesi fu i Fasci di Azione Rivoluzionaria, una sigla esistita un solo anno che però compì diverse azioni dimostrative, senza mai arrecare danni fisici se non distruggere sedi di partito. Capo di questi giovani reduci fu Pino Romualdi, che si pensava potesse essere figlio illegittimo di Benito Mussolini, non per la somiglianza nei tratti somatici, ma perché anch’esso nato a Predappio. Tra le azioni dimostrative degne di nota si ricordano quella del 27 ottobre 1946 quando alcuni affiliati salirono sulla Torre delle Milizie a Roma, affiggendovi un gagliardetto fascista. Inoltre rimase nella memoria lirruzione in una radio di Monte Mario, sempre a Roma, dove un gruppo di facinorosi interruppe la trasmissione mettendo le note di “Giovinezza Nel gennaio 1949 infine un gruppo di affiliati pianificò di affondare la nave-scuola “Cristoforo Colombo” a Taranto, la quale sarebbe stata ceduta ai sovietici in base agli accordi di Parigi, cosa che avvenne un mese dopo. Il gruppo ebbe pochi membri e risorse finanziarie, ma nel breve lasso di tempo compì 33 attentati.
Tra i motivi che favorirono la nascita di un nuovo soggetto politico spiccò l’amnistia politica promossada Palmiro Togliatti, allora Ministro di Grazia e Giustizia nel primo governo de Gasperi, il 22 giugno 1946: tutti i colpevoli dei crimini compiuti durante gli anni della guerra civile vennero perdonati in nome di una pacificazione nazionale. Sebbene Togliatti avesse esperienza nell’ambito legale, commise un vizio di forma e tutti i fascisti incarcerati vennero rilasciati.
Si gridò allo scandalo perché era impossibile perdonare i fascisti: l’amnistia doveva quindi riguardare anche i partigiani, ma gli amnistiati da quella parte furono pochissimi. Si dirà che questo gesto fu dovuto al fatto che Pino Romualdi avesse barattato l’amnistia con un totale voto ex fascista in favore della “repubblica” al referendum, ma la veridicità non fu mai accertata. Ciò che avvenne la notte tra il 27 e il 28 aprile 1946 ebbe dell’incredibile: tale Domenico Leccisi ed un complice trafugarono la salma di Mussolini dal cimitero di Musocco, a Milano, e la portarono in un convento di frati il 7 maggio successivo: per i frati l’impatto fu devastante ed i resti del Duce vennero portati alla Certosa di Pavia. Il 3 luglio la polizia arrestò Leccisi: padre Parini, impaurito, raccontò dove potevano trovare il corpo di Mussolini. Leccisi era a capo del “Partito Democratico Fascista” che contò circa 250 iscritti. Fu iscritta al movimento di Leccisi anche una delle prime vittime della “Volante rossa”, Brunilde Tanzi, uccisa dal movimento paramilitare filo resistenziale che tra il 1945 ed il 1949 si macchierà di diversi omicidi “politici”, attentati e detenzione di armi.
Primo segretario del Movimento Sociale venne nominato Giacinto Trevisonno: il partito all’inizio fu ambiguo verso alcune sigle clandestine, poiché alcuni erano membri sia del MSI che di queste sigle. La sua segreteria si dimise il 15 giugno 1947, perché il partito decise di inglobare al suo interno alcuni esponenti di quello che fu il primo partito antisistema della nascente Repubblica, il “Fronte dell’Uomo Qualunque” di Guglielmo Giannini, la vera sorpresa delle elezioni per l’Assemblea costituente: i voti presi del partito creato dal commediografo napoletano, nato come settimanale di satira politica nel dicembre 1944, erano in larga parte proveniente da persone vicine al fascismo nel Ventennio. Il Movimento Sociale era contro il Fronte qualunquista, il Fronte era contro il partito missino: Mussolini è stato definito dal FUQ “il buffone di Predappio”, mentre “Rivolta ideale” definì il Giannini “un vecchio ricattatore”. Gli succedette Giorgio Almirante, giornalista molto attivo durante il Ventennio, firma di “La difesa della razza” e Capo di Gabinetto del MinCulPop.
Nel settembre 1947 il Movimento disputò le sue prime elezioni amministrative e la prima lista missina venne presentata, in ordine di tempo, per le provinciali di Caserta e per le comunali di Roma. La lista missina portò al Campidoglio tre consiglieri comunali, che votarono il democristiano Salvatore Rebecchini sindaco, mentre nel consiglio provinciale casertano entrò un consigliere. Sin dall’inizio, il Movimento Sociale darà un peso rilevante all’ente locale, in quanto rappresenta l’avvio del radicamento territoriale, nonché un allevamento della classe dirigente per avviarla alla burocrazia di partito.
Il clima divenne molto pesante in quegli anni poiché non era vista assolutamente bene una presenza dei reduci del fascismo in un Paese che doveva scrollarsi di dosso il suo recente pesate passato. Soprattutto era più facile fare politica al Sud piuttosto che nella parte settentrionale del Paese, che vide la RSI e la guerra civile. Il partito era nato in un periodo d’incertezza con la volontà dei vinti di riunirsi e mantenere in vita l’Idea, vogliosi di riscatto.
Quell’anno venne anche scelto il simbolo del partito, una fiamma accesa con i colori nazionali: la fiamma era il simbolo degli arditi della Prima guerra mondiale, tanto cari al primo fascismo. L’idea della fiamma era di Giorgio Almirante.


Il primo congresso di Napoli (27-29 giugno 1948): il partito si candida alle prime elezioni politiche democratiche. Almirante segretario

Il 18 aprile 1948 si tennero le prime elezioni politiche della storia della Repubblica italiana: la vittoria andrò alla Democrazia Cristiana di Alcide de Gasperi che ottenne, da sola, il 48% dei voti contro il Fronte Popolare, formato dal Partito Comunista Italiano e dai socialisti. L’MSI prese solo il 2% alla Camera e lo 0.7% al Senato portando in Parlamento sei deputati (Giorgio Almirante, Giovanni Roberti, Arturo Michelini, Roberto Mieville, Guido Russo Perez e Luigi Filosa) ed un senatore (Enea Franza). Nonostante la XII disposizione transitoria della Costituzione (approvata il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il Primo gennaio 1948) che vietava la ricostruzione del disciolto partito fascista, per i missini fu un ottimo risultato. L’aver partecipato alle elezioni politiche aveva significato per il partito continuare a fare politica all’aria aperta abbandonando la strada del clandestinismo, presentandosi in tutte le circoscrizioni per la Camera dei Deputati, tranne Aosta, Trento e Bolzano.
La vittoria andò al partito di centro perché era troppa la paura di un colpo di stato e troppa quella per un’invasione sovietica in Italia, troppe erano le paure di disperdere il voto dandolo ai missini e, per questa ragione,tanti che erano fascisti “di fede”, non lo furono nell’urna.
Il piano elettorale del partito della Fiamma era fondato sull’elezione diretta del Capo dello Stato che non doveva essere eletto da parte del Parlamento ma dovevano essere i cittadini stessi a sceglierlo; nel Paese doveva instaurarsi un sistema di Stato Nazionale del Lavoro, mutuando ciò che era stato pensato per la Repubblica sociale: il Senato doveva trasformarsi in una Camera che avrebbe “ospitato” le rappresentanze di categoria e della produttività nazionale (sullo stile della Camera dei fasci e delle corporazione istituita nel 1939); essere distanti in maniera univoca tra Americani e comunisti e porre il Paese come europeista e terzoforzista. A Montecitorio i primi deputati guidati da Giovanni Roberti (capogruppo alla Camera dal 1953 al 1963) si sedettero negli scranni più a destra dell’emiciclo, in quanto i colleghi del PCI, rivali per antonomasia, avevano scelto quelli più a sinistra.
A fine giugno si tenne il primo congresso del partito. Il luogo scelto fu Napoli, città dove il partito aveva un forte seguito elettorale (come in tutto il Meridione del resto), anche se all’inizio doveva tenersi a Roma. Vennero tracciate le basi di politica interna (no alla nascita delle Regioni), internazionale (no al trattato di pace di Parigi) ed economica (corporativismo e socializzazione).
Nascono le due correnti storiche del partito, i corporativisti (la destra del partito, moderati e vicini, sempre, alla politica di inserimento del partito nel sistema politico nazionale) e i socializzatori (la sinistra del partito, inseguivano il mito della RSI ed erano detti “veronisti”, forti al Nord).
La “sinistra” era movimentista, legata all’ideologia originaria, voleva la socializzazione dei mezzi di produzione, erano rancorosi verso gli americani, ponevano la pregiudiziale repubblicana e non davano peso al sistema politico nazionale, mentre i corporativisti erano radicati nella parte meridionale del Paese in quanto lì era presente un forte “notabilato” spoliticizzato ed i suoi leader volevano ridimensionare la natura del partito: la sinistra non voleva “inserimenti”, la destra voleva e cercava alleanze necessarie per la stessa sopravvivenza del Partito.
Venne confermato segretario Giorgio Almirante, vera anima del partito per oltre quarant’anni, affiancato da due vice-, il fiorentino Arturo Michelini ed il napoletano Giovanni Roberti.
Nacque nei giorni napoletani la celebre frase che avrebbe dovuto caratterizzare da quel momento il Movimento Sociale, “non rinnegare non restaurare”: non dimenticare mai da dove si arrivava, ma rivendicare la fedeltà alle proprie radici, pacificando vinti e vincitori. La prima assise ebbe un vero potere istituzionalizzante per il partito.
Nel frattempo entrò il crisi il partito di Giannini e buona parte del suo elettorato si spostò verso il Movimento Sociale, soprattutto nell’Italia meridionale dove i voti arrivarono dai proprietari terrieri ed imprenditori: il movimento di Almirante arrivò anche al 15% in quelle zone. La causa fu l’avvicinamento di Giannini alla Democrazia Cristiana, così i suoi elettori decisero di “voltargli” le spalle. Il Fronte dell’Uomo Qualunque si sciolse pochi mesi dopo.


La segreteria de Marsanich: il primo inserimento politico

Dal 28 giugno al Primo luglio 1949 si tenne il secondo congresso missino a Roma ed Augusto de Marsanich venne nominato Segretario. Il congresso, unitario e senza correnti, vide confermare la forza del voto missino al sud dove il partito era legittimato, filomonarchico e clericale, mentre al nord c’era un militantismo forte, ma clandestino ed extralegale. Nel congresso romano si discusse in merito alla collocazione politica del partito e proprio de Marsanich spinse per un gioco di alleanza con il centro; sull’operato economico e sociale del movimento e, in politica estera, l’adesione dell’Italia al patto Atlantico e alla NATO (creata il 4 aprile 1949 con l’Italia membro fondatore), nonché la questione di Trieste, la conservazione delle colonie e la necessità di un riarmo nazionale vista la situazione delicata a est dei confini nazionali. Il Movimento Sociale Italiano all’inizio fu antiatlantista perché non si poteva essere vinti e stare con i vincitori allo stesso momento, ma qualche anno dopo cambiò “rotta”.
La corrente di Almirante non riuscì ad avere la maggioranza ed al suo posto fu confermato segretario colui che cercherà di trasportare il movimento verso l’arena politica nazionale, Augusto de Marsanich, con una segreteria di compromesso tra le due correnti, che lo elesse formalmente già all’inizio di gennaio.
L’esponente missino era un moderato e fu tra i primi a volere un avvicinamento del Partito al centro, spinse verso un alleanza con il Partito monarchico, alleanza che portò alla conquista di diversi comuni nel Sud Italia nella tornata elettorale amministrativa del 1951-1952, tra cui Napoli, Lecce, Latina e Pescara.
Sebbene le differenze ideologiche tra missini e mornarchici erano nette (il re aveva sfiduciato Mussolini il 25 luglio e il Duce successivamente venne arrestato), un’alleanza elettorale era necessaria ad entrambe, anche se il partito missino si stava trasformando in un vero partito pronto a competere realmente nello scacchiere politico nazionale, aggirando il pericolo della legge 645 del 20 giugno 1952, la “legge Scelba”, che metteva in pratica la disposizione transitoria XII della Costituzione (sull’apologia del fascismo e il divieto di ricostruire partiti che si rifacessero al disciolto partito fascista). Uno degli ispiratori dell’avvicinamento cattolici-missini fu Luigi Sturzo, fondatore del primo Partito Popolare Italiano, il quale, grazie alle parole di papa Pio XII, in favore del fatto di non disperdere il proprio voto amministrativo e favorire, di conseguenza, l’avanzata del Partito comunista e di una possibile sua vittoria, fu incaricato di sondare il terreno per un’alleanza che coinvolgesse anche i monarchici. De Gasperi si oppose e l’alleanza non si poté creare, anche se alle comunali di Roma venne rinominato ancora sindaco Rebecchini, con l’importante apporto missino.
Il 1950 però è ricordato come uno degli anni orribilis dell’MSI. In quel periodo tornò di forza l’antifascismo militante ed alcuni esponenti missini vennero arrestati con l’accusa di aver ricostruito il disciolto partito fascista e di essere i referenti dei Far: finirono dietro le sbarre,tra gli altri Pino Romualdi, Cesco Baghino, Franco Petronio, Pino Rauti, Clemente Graziani ed il Maestro della frangia “spiritualista” del partito, il filosofo Julius Evola. Si parlò di scioglimento del partito, ma i missini resistettero. Il bienno 1950-1951 vide la nascita di “Legione nera”, una sigla che si rifaceva ai Far e che compì numerosi attentati dinamitardi colpendo obiettivi sensibili (sedi di partito, sedi diplomatiche americane e jugoslave in chiave pro Trieste italiana). Il foglio di riferimento fu “Imperium”, giornale evoliano, i cui vertici editoriali furono arrestati nel maggio 1951, coinvolgendo in tutto 36 persone: il Parlamento decise di spingere l’acceleratore per l’approvazione della “legge Scelba”.
La paura di un avanzamento missino terrorizzava la DC, in quanto la “balena bianca” ebbe il sentore di essere superata a destra e di non avere più in mano il senso di ordine che fino ad allora le spettava.
In quell’anno si costituì anche il primo sindacato di riferimento per l’area neofascista: il 24 marzo 1950 a Napoli nacque la Confederazione Italiana dei Sindacati Nazionali dei Lavoratori (CISNAL), controllata direttamente dal MSI che eleggeva il segretario, il cui primo fu Giuseppe Landi. Il primo nucleo sindacale fu però il MO.SI. (Movimento Sindacalista) nato nel luglio 1947 ponendosi come sindacato di riferimento “di area” all’interno dell’unione sindacale esponendo teorie corporative per controbilanciare la forza comunista tra i lavoratori. Poco dopo nacque il Nucleo Aziendale Di Azione Sociale (NADAS), vicino alle istanze della “sinistra” del partito ed ispirati ad Ernesto Massi, mentre il MO.SI. fu ispirato da de Marsanich.


Il terzo congresso de L’Aquila (26-28 luglio 1952): de Marsanich ancora leader e la delusione per le “politiche” de1 1953

L’introduzione della “legge Scelba” ed il processo per le bombe dei Far spostarono il previsto congresso di Bari all’anno successivo, a L’Aquila.
Nonostante la vittoria congressuale di de Marsanich, il vincitore morale fu Almirante, che si prodigò nel non far sciogliere il partito, un partito che iniziava a prendere decisamente forma e che non era più da considerarsi come un semplice movimento, ma bensì un partito reale. Quello de L’Aquila fu l’ultimo congresso unitario: da quello di Viareggio iniziò la sfida tra le correnti. Al congresso abruzzese si delineò l’indirizzo politico in vista delle elezioni politiche del 7 giugno 1953, che vide il debutto di una nuova legge elettorale che avrebbe premiato il partito che raggiungeva la maggioranza assoluta, con il 65% dei seggi alla Camera, la celebre “legge truffa”. Per una manciata di voti il premio di maggioranza non scattò, per la felicità di tutti gli oppositori.
Elettoralmente, il Movimento Sociale presentò un programma molto semplice e preciso: in politica interna, la riappacificazione tra gli eredi di Salò e l’Italia antifascista e il discorso sulla questione triestina, in politica estera l’avvicinamento del Paese all’Alleanza atlantica, mentre in economia si chiedeva maggiore tutela lavorativa ed un aumento del liberismo. L’MSI raccolse il 5.8 % portando alla Camera ben ventinove deputati ed il 6.1 % al Senato con nove senatori: la forza parlamentare missina quintuplicò in cinque anni, anche se non riusciva a prendere piede nel Nord Italia, se non in limitate zone.
Sebbene il risultato fosse stato soddisfacente, il partito fece autocritica: gli italiani avevano voltato le spalle ad Almirante e soci che credevano che tutto sommato il Paese fosse ancora un po’ “fascista”, sbagliandosi pesantemente. La seconda elezione repubblicana vide comunque un rafforzamento delle forze politiche “di destra”, con i monarchici al 6.85% e 54 parlamentari ed un rafforzamento di PCI e socialisti.
In vista delle elezioni politiche si decise di creare un foglio di area che sarebbe stata la voce ufficiale del Partito durante il periodo pre-elettorale: il 16 maggio 1952 nacque “il Secolo” per mano di Franz Turchi.


Il quarto congresso di Viareggio, l’astro politico di Michelini e il primo nucleo di Ordine Nuovo.

In vista del nuovo congresso, la direzione nazionale decise di spostarsi verso Nord, scegliendo la città di Viareggio come sede del quarto congresso della storia missina, dal 9 all’11 gennaio 1954: ne uscì vincitrice l’ala corporativista e divenne segretario il 15 ottobre successivo un esponente della prima ora, poco compromesso con il fascismo repubblicano e lontano dalle ideologie, nonché fautore dell’annessione dell’Italia nell’Alleanza atlantica: il quarantacinquenne Arturo Michelini. La figura di Michelini era molto simile ad un amministratore e spinse il partito a scrollarsi di dosso l’esperienza del passato repubblichino per avvicinarsi alle forze di governo, in particolar modo alla Democrazia Cristiana. Il ruolo dietro le quinte di Michelini fu quello di ottenere sempre più finanziamenti che servivano al Partito, grazie ai diversi appoggi esterni (in primis parte della borghesia).
La scelta di affidargli la segreteria non trovò l’accordo della “sinistra” del movimento, che non voleva rinnegare il passato repubblichino dell’Idea del partito e che era contraria all’ingresso del Paese nella Nato, ricalcando la corrente di Almirante, l’antagonista per antonomasia di Michelini. Al congresso si presentarono per la prima volta tre correnti: quella di sinistra, di centro e di destra. Venne eletto appunto il Michelini (centro), con due esponenti delle correnti rivali nella direzione nazionale, tarpando le ali all’attività del movimento giovanile, il Raggruppamento Giovanile Studenti e Lavoratori, molto attivo nelle scuole e nelle università, molto più intransigente, duro e violento dell’MSI stesso. Le tre correnti furono “Per l’unità del Movimento”, guidata da de Marsanich ed Almirante, “Per una Repubblica sociale”, capitanata da Massi e “Per una grande Italia”, che ebbe in Romualdi e Rauti i fautori. Per l’elezione al Comitato Centrale queste liste espressero rispettivamente 246, 160 e 120 esponenti.
Proprio al congresso viareggino nasce, e quindi si presenta, la terza corrente all’interno del partito: la “spiritualista”, capitanata da Giuseppe Rauti ed Enzo Erra ed ispirata alla figura del barone-filosofo Julius Evola, che aderì alla corrente “Per una grande Italia”.
Inoltre al congresso si presentarono quattro fronti, tra: a) chi voleva restare fedele alla RSI e chi invece era un nostalgico del passato fascismo regime;
b) chi voleva uno Stato sociale o uno etico;
c) chi era d’accordo sull’adesione al patto Atlantico e chi invece ne era contrario;
d) chi era contrario ad alleanze e chi le riteneva indispensabili.
Importante fu la figura di Julius Evola, il maestro dei giovani missini. Il suo pensiero era lontano dalla politica attiva, contro il modernismo ma vicino all’esoterismo ed allo studio dei fascismi orientali. Nel suo studio di corso Vittorio Emanuele a Roma teneva lezioni di approfondimento filosofico e politico, con un via vai di numerosi giovani fascisti che grazie a lui, ed al suo sconfinato sapere, poterono andare oltre le semplici conoscenze di cui disponevano. I suoi testi di riferimento furono “La rivolta contro l’uomo moderno” e “Gli uomini e le rovine”, pubblicati nel 1934 e nel 1953, che furono i testi di base per la formazione politica dei giovani neofascisti.


1956: il quinto congresso di Milano. Nasce “Ordine Nuovo”, Michelini ancora segretario, le prime uscite importanti dal Partito

L’ingresso nella vita politica nazionale fece capire ai dirigenti del partito che era necessario allargare le maglie del reclutamento ed aumentare i propri iscritti per creare la “grande destra”, pensata fin dai tempi della segreteria de Marsanich e messa in moto da Michelini, il quale tentò di inglobare nel progetto i monarchici ed il Partito liberale: i primi erano d’accordo ad un’alleanza, consci del successo elettorale del 1951-52, mentre il partito di Giovanni Malagodi rifiutò categoricamente nel novembre 1957 durante il proprio congresso.
Milano, la città dove era terminata l’esperienza della RSI e che vide i fatti di piazzale Loreto, fu scelta come location per la quinta assiste missina, che si tenne dal 24 al 26 aprile 1956. Questo congresso è ricordato per la riconferma di Michelini alla guida del partito, e per l’uscita dell’ala intransigente dei rautiani: nasceva ufficialmente il “Centro Studi Ordine Nuovo”.
Il congresso fu uno dei più velenosi della storia del partito, in quanto alcuni militanti si opposero alla modalità di gestione del Partito, soprattutto dopo gli scarsi risultati alle amministrative dell’anno precedente.
Michelini pose i suoi fedelissimi anche nel Comitato Centrale, con una vittoria striminzita (315 voti contro 308). Le correnti che si presentarono al congresso furono “Lista nazionale”, guidata da Michelini e Romualdi, e “Per uno Stato Nazionale del Lavoro”, capitanata da Ernesto Massi, il politico missino più influente nel Nord Italia e vicino alla sinistra. Si parlò di creare un’ Europa elitaria, aristocratica, lontana dal gioco delle due Potenze, collocata in un mondo meritocratico e di qualità, rispettoso dell’onore, della lealtà, della disciplina e della tutela della “razza bianca”: pensieri ed idee lontani dal Movimento Sociale iniziale.
Dal 1956, il MSI perse la leadership nel panorama dell’estrema destra nazionale, poichè da allora (e per oltre vent’anni) si presentarono sulla scena diverse sigle ed organizzazioni alternative. Il partito di Michelini non sembrava più in grado di continuare la lotta rivoluzionaria contro il sistema. Molti ex missini pensavano che oramai era inutile far parte di un movimento di centrodestra e vicino alle istanze della Democrazia Cristiana. L’anno successivo il Movimento perse un altro pezzo: si stacca l’ala rivoluzionaria della “sinistra” di Ernesto Massi, che considerava ormai il partito troppo conservatore e lontano dal suo fondamento iniziale: l’esperienza del “Partito Nazionale del Lavoro” sarà però fallimentare. Molti gruppi, movimenti ed associazioni seguirano le strade intraprese da Rauti e Massi, con alterne fortune nel tempo. Il giornalista Nicola Rao ha parlato di “crisi del decimo anno” per l’MSI, visto che da allora e per tutta la sua vita il partito assisterà a numerose scissioni, tema molto caldo per il partito.


Dalla fiducia al governo Tambroni agli scontri di piazza a Genova. L’MSI isolato istituzionalmente e il rapporto con la Democrazia Cristiana

Il 25 maggio 1958 si tennero le terze elezioni politiche nazionali dove il Movimento vide una diminuazione di voti, guadagnando il 4.8% alla Camera ed il 4.4% al Senato, portando a Roma 24 deputati e 8 senatori.
Il 1960 rappresentò per l’MSI un altro anno movimentato, ancora peggio del 1956. Nonostante la presenza di diversi consiglieri comunali e provinciali nelle giunte di diverse città e la forza del “milazzismo” siciliano (dove il movimento missino entrò nella giunta regionale presieduta dal dissidente democristiano Silvio Milazzo andato al potere dopo una convergenza tra PCI, missini e gli altri partiti presenti a Palazzo dei Normanni per detronizzare la DC), qualcosa non andava.
Il motivo era semplice: il Movimento Sociale, insieme alla Democrazia Cristiana, il 4 aprile diede la fiducia al governo Tambroni, guidato dall’ex Ministro del Tesoro del precedente governo Segni II. Il problema di fondo non era che il partito missino avesse dato la fiducia ad un governo, perché lo aveva già fatto anche in due precedenti (il Segni II, caduto nel marzo 1960, e lo Zoli, in carica fino al luglio 1958), ma lo era il fatto che il voto neofascista fu decisivo per la fiducia e gli avversari politici credevano che per la prima volta i suoi esponenti potessero entrare nell’esecutivo nazionale, dando così una svolta autoritaria al Paese. Per il Movimento Sociale la fiducia al governo Tambroni rappresentò comunque l’apice della politica d’inserimento iniziata otto anni prima.
Il 25 maggio i vertici dell’MSI, consci di poter trarre vantaggio da tutta questa situazione, decisero che proprio quell’anno avrebbero tenuto un congresso e la scelta cadde, forse per provocazione, nella città da dove era stato forte l’impulso della Liberazione, Genova, città decorata al merito civile per la lotta partigiana con la Medaglia d’oro.
La situazione in città era tesa, la Camera del Lavoro indisse uno sciopero durante i giorni del congresso (fissato tra il 1 e il 3 luglio) e diversi esponenti “di sinistra” locali, tra cui Sandro Pertini, spinsero affinché il congresso non si tenesse in città, ma in altro luogo.
I disordini iniziarono il 6 giugno tra gli antifascisti e le forze dell’ordine, scontri che divennero ancora più feroci non appena fu data notizia che al congresso avrebbe partecipato anche un personaggio scomodo per la città, quel Carlo Emanuele Basile, prefetto durante la RSI ed accusato di aver ordinato la morte di migliaia di persone.
Ciò che avvenne però il 30 giugno ebbe del clamoroso: nonostante una manifestazione impeccabile dal punto di vista dell’ordine pubblico promossa dalla Camera del Lavoro che attraversò tutta la città raggiungendo i punti principali (da piazza de Ferrari a via XX settembre), un gruppo di facinorosi si staccò da piazza della Vittoria, sede del discorso finale del presidente della Camera del Lavoro, si spostarono verso piazza de Ferrari, scontrandosi pesantemente con le forze dell’ordine, arrivate in massa anche da Padova in vista della difficoltà nel ripristinare l’ordine pubblico in città. Si contarono molti feriti e la città fu messa a ferro e fuoco. La situazione doveva arrivare ad una svolta: il 2 luglio il prefetto Pianese convoca i dirigenti del partito cercando un compromesso, facendo disputare il congresso a Nervi e la manifestazione in città. I missini si opposero ritenendo la città insicura ed il congresso fu annullato.
Il Movimento Sociale ne uscì molto indebolito, mentre il PCI si rafforzò ed ebbe una forte visibilità: da quel momento divenne il primo partito cittadino, scalzando la Democrazia Cristiana che governava la città dalla fine della guerra.
Come se non bastasse, questo feroce antifascismo uscì dalla città ligure e si spostò anche nel resto d’Italia: tragici furono i fatti di Reggio Emilia, dove ci furono cinque morti a seguito della manifestazione che spinse in piazza più di 20mila persone, oltre ad altre cinque vittime in altri scontri di piazza in tutto il Paese. La polemica si fece montante, la DC era imbarazzata e Tambroni decise di rassegnare le dimissioni, respinte da Gronchi. Da quel momento il Paese attraversò un periodo di forti manifestazioni antifasciste.
Il 20 luglio Tambroni si dimise, relegando i missini nel buio della politica nazionale ed isolandoli pesantemente. Da allora terminarono i “monocolori democristiani” e la “balena bianca” si spostò verso sinistra: nel 1963 nacque, con Aldo Moro, il primo governo di centrosinistra inglobando i socialisti di Pietro Nenni.
Il sesto congresso missino non si tenne ma nella storia del partito è come se si fosse svolto. La settima assise si tenne a Roma dal 2 al 4 agosto 1963, successivo alle elezioni politiche del 28 aprile che videro il Movimento ottenere il 5.1% alla Camera (con 27 deputati) e il 5.3% al Senato (con 15 senatori).
Proprio la Democrazia Cristiana sarà la causa sia dell’ascesa che del declino politico del Movimento Sociale. I due partiti cercheranno sempre un’alleanza, ma la DC verso il partito missino avrà sempre un rapporto ambiguo, per paura di essere scavalcata a destra e perdere la nomea di partito d’ordine, che fece la “felicità” del Partito Comunista Italiano, il quale, paradossalmente, voleva che il Movimento Sociale erodesse voti alla Democrazia Cristiana.
Il partito cristiano-democratico spingerà nel 1952, prima delle amministrative di quella primavera, l’approvazione della già citata “legge Scelba”, ma i tempi burocratici permisero la sua approvazione solo nel mese di maggio dopo la tornata elettorale che videro il MSI fare il pieno di voti al Sud, dove ottenne oltre 1.4 milioni di voti, vale a dire l’11.8%, ponendosi come quarto partito. Il partito politico guidato da de Marsanich, alleato con i monarchici ed a capo di diverse giunte, non poteva essere più sciolto perché troppo forte elettoralmente.
Il MSI fu usato dalla DC come tampone verso la sinistra estrema, restando un ingombro per le elezioni (di tutti i tipi) nonché un alleato impresentabile.


L’importanza dell’universo giovanile ed i vari canali alternativi di retaggio di consenso

Il Movimento Sociale non ha mai suscitato un particolare interesse per gli studiosi, essendo stato un partito antisistema ancora più di come lo fu il PCI, ed il suo voto ha sempre rappresentato un voto di appartenenza. Inoltre è sempre stato estraneo rispetto al sistema politico nazionale, condizionando le sue scelte organizzative. Conscio di perdere sin in partenza la sfida diretta con gli avversari politici dal punto di vista della propaganda, il partito ha racimolato consensi tramite una fitta opera costante di sensibilizzazione tramite strutture particolari come i comitati, i circoli ed i centri di iniziativa civica.
Fin dall’inizio i giovani hanno rappresentato il fulcro dell’attenzione del Movimento Sociale Italiano, perché questi erano vivaci e pieni di spirito d’iniziativa. Gli studenti ed i giovani furono sin da subito un ottimo terreno di reclutamento. Fin dalla nascita del partito, e per tutti gli anni Cinquanta, i giovani furono i promotori (si saprà successivamente) di una feroce campagna contro tutti quelli che non avevano fatto la guerra civile tra le fila repubblichine e soprattutto erano molto arrabbiati perché nessuno aveva mai cercato di vendicare l’uccisione di Mussolini e ciò che successe a piazzale Loreto, una delle cose da fare appena dopo la Liberazione, colpendo il suo “assassino”, il deputato comunista Walter Audisio, il “comandante Valerio”. Fu proprio ON a lanciare una campagna contro i capi partigiani che avevano ucciso i fascisti nella guerriglia: nella primavera 1957 il primo ad essere colpito fu il veneto Adriano Venezian, leader della brigata “Cacciatori della Pianura”, vicina alla “Garibaldi”, e tra i promotori della strage di Oderzo, nel Trevigiano, del maggio 1945.
Tornando al movimento giovanile, l’organizzazione di riferimento fu il Raggruppamento Giovanile Studenti e Lavoratori, che ebbe in Roberto Mieville il primo leader, nominato direttamente da Almirante.
Nel 1950 nacque il Fronte Universitario di Azione Nazionale (FUAN), l’organizzazione che raggruppava tutti gli studenti universitari vicini al Partito, e nel 1954 la Giovane Italia, il nucleo che faceva capo agli studenti delle scuole superiori. Entrambe furono molto presenti nelle loro istituzioni e, soprattutto, nelle piazze. Il FUAN si batté sin da subito per il reintegro dei professori epurati dopo il 1945 e contro i docenti antifascisti. L’organizzazione nacque il 21 maggio 1950 dall’unione di tutte le numerose sigle del cosmo universitario neofascista ed il suo primo segretario fu Silvio Vitale, a cui successero Angelo Nicosia, Franco Petronio e Lello dalla Bona.
Il primo segretario della Giovane Italia fu Massimo Anderson: lo scopo dell’associazione era quello di risvegliare nei giovani una forte impronta patriottica e nazionalista. Ad Anderson l’anno dopo successe Angelo Nicosia, che ricoprì la carica di segretario fino al 1957 (nel periodo micheliniano di unione delle tre frange giovanili) quando gli successe Fausto Gianfranceschi. La Giovane Italiana era fortemente impegnata nelle manifestazioni per Trieste italiana (sei suoi membri perirono negli scontri con l’esercito inglese nel novembre 1953).
Dopo il quarto congresso, Michelini punì il RGSL per alcune sue uscite (dichiarazioni ed azioni) rendendolo parte integrante del partito, bloccando elezioni e congressi e nominando un solo segretario per tutte e tre le sigle: come detto, Nicosia fu il leader di riferimento per i giovani missini.
Nel 1948 il MSI fondò il primo gruppo sportivo chiamato “Centro Nazionale Fiamma” ed ebbe in Romualdi il suo ispiratore, in maniera tale che il reclutamento dei giovani potesse avvenire non esclusivamente tramite un approccio politico, ma anche sportivo (il giornale di riferimento fu “Fanfara”).
Come detto, la spinta data da Evola era molto forte tanto da far sostenere ai suoi giovani seguaci che finora avevano creduto in un qualcosa di sbagliato e, non a caso ON, era un movimento composto d’istanze intellettuali ed attivistiche molto attrezzate ed avanzate. Il caso del “Centro Studi Ordine Nuovo” è molto importante. Movimento extraparlamentare di ispirazione filonazista nel simbolo e nel motto (l’ascia bipenne nera in un cerchio bianco in una bandiera rossa ricordava quella del partito nazionalsocialista tedesco che significa la realizzazione interna ed esterna dell’uomo unite ad un’unica connessione; lo slogan era “il nostro onore si chiama fedeltà”, mutuato delle SS, le Schutz Staffel), si allontanava di parecchio dal fascismo regime, ma era molto vicino al Partito Fascista Repubblicano della “Carta di Verona”. I nuovi capisaldi politici dei giovani ordinovisti erano Massimo Scaligero e lo stesso Evola, ma anche volti nuovi come Corneliu Codreanu, Réné Guénon ed Ernst Junger, politici e studiosi vicini all’esoterismo ed ai regimi autoritari europei degli anni precedenti l’inizio della Seconda guerra mondiale.
Il 25 aprile 1960 nacque, da una scissione di ON, Avanguardia Nazionale, guidata da Stefano delle Chiaie, che fu il primo movimento a professare la scheda bianca al momento del voto. Era un misto di nazismo (la bandiera era uguale a quella di Ordine Nuovo, salvo in mezzo avere la runa di Odal, simbolo della divisione delle Waffen-SS Freiwilligen-Gebirgs-Division "Prinz Eugen" - reparto combattente delle SS, nel quale prestavano servizio dei militari di stirpe tedesca provenienti dalla Serbia e della Croazia), corporativismo, azione, poco evolismo ed un forte europeismo politico, economico e militare.
Per tutti gli anni presi in considerazione, il Movimento Sociale Italiano ha sempre avuto problemi nell’ottenere i finanziamenti necessari alla propria sopravvivenza.
Se gli altri partiti hanno potuto godere dei finanziamenti pubblici e di finanziamenti privati, per il partito neofascista i fondi arrivano solo tramite finanziamenti privati, tramite industriali vicini al fascismo regime come Perfetti, Marinotti della Snia Viscosa, Motta dell’IRI, Marinotti della Montecatini e de Micheli di Confindustria, oppure tramite simpatizzati non compromessi durante il Ventennio. La Snia Viscosa dalla nascita del Partito alle elezioni del 18 aprile 1948 elargì oltre 1 milione di lire al mese. Inoltre alcuni commercianti del quartiere Appio Latino di Roma finanziarono il partito missino grazie alla spinta dei giovani, che raccolsero il denaro con facilità e con modalità di “pizzo”.


Bibliografia essenziale:

Ignazi P., Postfascisti? Dal Movimento Sociale Italiano ad Alleanza Nazionale, Il Mulino, Bologna, 1994

Ignazi P., Il polo escluso: profilo storico del Movimento Sociale Italiano, Il Mulino, Bologna, 1998

Rao N., La fiamma e la celtica. Sessant’anni di neofascismo da Salò ai centri sociali di destra, Speling & Kupfer editori, Milano, 2006

Rao N., Il sangue e la celtica. Dalle vendette antipartigiane alla strategia della tensione. Storia armata del neofascismo, Speling & Kupfer editori, Milano, 2008

Tarchi M., Esuli in patria. I fascisti nell’Italia repubblicana, Guanda, Parma, 1995

Tarchi M., Dal MSI ad AN: organizzazione e strategie, Il Mulino, Bologna, 1997
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Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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