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Checkpoint Charlie e la Berlino divisa [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Berlino dal 3 ottobre 1990 è la capitale della Germania unita, la Nazione sorta dall'unione tra la Repubblica Federale di Germania (detta Germania Ovest o BDR) con capitale Bonn e la Repubblica Democratica di Germania (detta Germania Est o DDR) con capitale Berlino Est, i due Paesi nati nella primavera del 1949 a poca distanza temporale l'uno dall'altro.
Con la caduta del Muro di Berlino, e la conseguente capitolazione di tutti i regimi comunisti dell'Europa orientale, la città di Berlino tornò la capitale della grande e potente (economicamente) Germania. Oggi la capitale tedesca è una delle città più belle e culturalmente avanzate del panorama internazionale, ma negli anni caldi della Guerra fredda era una città divisa e complicata.

Il Mondo diviso, Berlino divisa
Facciamo non uno, ma due passi indietro, tornando alla conferenza di Potsdam. L'incontro si tenne dal 17 luglio al 2 agosto 1945, dopo la liberazione dell'Europa e ad un mese dall'armistizio con il Giappone che pose fine alla Seconda guerra mondiale. Durante la conferenza alla guida della Germania c'erano gli Alleati e l'Urss che divisero il Paese in tre parti, che divennero quattro con la presenza della Francia. A Potsdam parteciparono il nuovo Premier inglese, il laburista Clement Attlee, eletto dopo le elezioni politiche del 2 luglio precedente, ed il nuovo Presidente americano, Harry S. Truman, succeduto a Franklyn Delano Roosvelt dopo la sua morte (avvenuta il 12 aprile 1945), anch'egli di orientamento democratico.
Furono discussi i nuovi confini tra Polonia e Germania in base alla linea di divisione dei fiumi Oder e Naisse, lunga 460 km: i due fiumi avevano (e hanno tuttora) un percorso da Nord a Sud (e viceversa) e si decise che fossero la linea di confine tra i due Paesi. Inoltre, tutte le persone di origine tedesca che abitavano nei Paesi occupati dalla Germania nazista dovettero tornare in Patria forzatamente.
Come detto, la Guerra fredda ebbe come parte centrale la Germania: il Paese che aveva causato lo scoppio della guerra durata quasi sei anni e che portò circa 55 milioni di morti (oltre alle vicende del genocidio della popolazione di religione ebraica nei campi di sterminio) sarebbe stato occupato dai quattro Paesi vincitori in Europa in base a dove i loro eserciti erano arrivati al momento della sua resa incondizionata: si stabilì che la parte occidentale dovesse andare a USA, Gran Bretagna e Francia, mentre quella orientale interamente all'Unione Sovietica.
In base alla conferenza di Potdam, la Germania sarebbe stata controllata dai Quattro fino a quando non si sarebbe costituito un suo nuovo governo. Il 1° gennaio 1948 nacque la “Bi-zona” di controllo della Germania di matrice anglo-americana, che divenne Tri-zona nel giugno 1948 con la Francia. L'unione di queste tre zone portò all'istituzione, il 23 maggio 1949, della RFT.
Il problema fu Berlino, la capitale: la città era stata la sede del Partito nazista e del governo hitleriano e si decise che sarebbe stata controllata dai sovietici, salvo la sua parte occidentale (Berlino ovest), dove vigeva la Costituzione tedesca (“Legge fondamentale” o Grundgesetz), entrata in vigore il 23 maggio 1949.
Nel 1949 nacquero, a pochi mesi di distanza tra loro, la Repubblica Federale di Germania (Bundes Republik Deutschland, il 23 maggio 1949) e la Repubblica Democratica di Germania (Deutsche Demokratische Republik, il 7 ottobre 1949).
La divisione delle due “Germanie” divise anche il Mondo una volta per tutte: blocco occidentale contro blocco orientale. Le conseguenze porteranno alla nascita della NATO e del Patto di Varsavia. Nel blocco occidentale rientrarono tutti quegli Stati europei che godettero dei benefici del “piano Marshall” e nel Mondo vi fecero parte tutti quei Paesi che si dichiararono anticomunisti; nel blocco orientale vi rientrarono tutti i Paesi europei che furono invasi dall'Armata rossa per sconfiggere i nazisti (Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria e Romania) e tutti quelli che intrapresero guerre contro le forze ostili agli Stati Uniti (Cuba e Viet Nam in testa).
Per quanto riguardava la divisione, la parte “democratica” della Germania era più povera rispetto a quella “federale” ed in molti cercarono di scappare da una parte all'altra del Paese (soprattutto dopo i moti del giugno-luglio 1953). La parte “occidentale” della Germania ripartì in quarta dal punto di vista economico ed industriale ed in pochi anni divenne uno dei Paesi più ricchi del Mondo. I politici di riferimento dei primi “vagiti” della Germania ovest furono Konrad Adenauer, esponente dell'Unione Cristiano-Democratica di Germania (CUD), e Kurt Schumacher, presidente del Partito Socialdemocratico tedesco (SPD), mentre la parte “orientale” ebbe un solo partito al potere, il Partito di Unità Socialista di Germania (SED) nato dall'unione tra il Partito Comunista di Germania e quello socialdemocratico. Il leader di questo movimento, fino al 1971, fu Walter Ulbricht.
Konrad Adenauer, fervido conservatore cattolico atlantista, nonché uno dei Padri dell'integrazione europea, fu Cancelliere tedesco tra il 1949 ed il 1963, quando fu sostituito dal collega di partito Ludwig Erhard, che governò fino al 1966, e poi da Kurt Georg Kiesinger, sempre della CDU, a capo del Bundeskanzler fino al 1969, quando divenne Cancelliere l'ex borgomastro (il nostro sindaco) socialdemocratico di Berlino ovest, Willy Brandt.
Nell'Europa occidentale non si imposero mai governi autoritari di destra, ma governi di stampo centrista cristiano-democratici moderati in difesa dell'ordine borghese e di tutte le classi sociali. I partiti comunisti furono tutti esclusi dai governi (in RFT il Partito comunista fu bandito dalla Corte costituzionale nel 1956 e tre anni dopo l'SPD abbandonò in via definitiva i dettami del marxismo) e fu dato spazio alle organizzazione sindacali.

Berlino caput mundi
Tra il 1945 ed il 1961, la capitale tedesca fu al centro delle diatribe prima per il suo blocco e poi per il successivo ponte aereo. Poco dopo l'approvazione del “piano Marshall” ed il primo invio di investimenti americani, il leader sovietico cominciò ad alzare il tiro sulla parte occidentale della capitale tedesca occupata dai sovietici, preoccupato per un eventuale problema interno al suo blocco di influenza politica: il 24 giugno 1948 Stalin decise di bloccare tutte le vie d'ingresso e di uscita da e per Berlino ovest, cosicché i suoi abitanti non potessero ricevere rifornimenti e viveri. Prese forma il cosiddetto “blocco di Berlino” che durò per undici mesi, fino al 12 maggio 1949.
Cosa fecero i Paesi europei occidentali per sopperire alla problematica che la loro exclave in territorio “nemico” ebbe da questa chiusura? Istituirono un ponte aereo passato alla storia: visto che le vie stradali e ferroviarie erano bloccate e mancavano i beni primari e l'elettricità, istituirono un massiccio numero di voli ogni giorno, dove centinaia di aerei atterravano e decollavano nell'aeroporto di Tegel, portando viveri, acqua, medicinali e le provviste necessarie per vivere, oltre a portare “dall'altra parte” le persone malate e da curare. Gli aerei vennero forniti dagli Alleati ed in undici mesi furono effettuati oltre 278mila voli che trasportarono oltre 3,3 milioni di tonnellate di provviste e 1,5 milioni di tonnellate di carbone. Il “ponte” iniziò già il 25 giugno e fu coordinato dal generale Albert Wedemayer.
Il “blocco” fu una grave sconfitta per Stalin, ma l'Europa occidentale capì che l'URSS faceva sul serio: questo evento è considerato come la prima crisi della Guerra fredda.
Essendo nemica in territorio nemico, Berlino ovest venne dotata di tre punti di passaggio per entrare ed uscire nel territorio orientale: al valico di Helmstedt, di Dreilinden sulla A115 e in Friedrichstrasse, che divideva il settore americano (nel quartiere Kreuzberg) con quello sovietico (il quartiere Mitte).
Gli alleati diedero tre nomi dell'alfabeto militare a queste postazioni: Alpha, Bravo, Charlie.
Dal 1945 al 12 agosto 1961, Checkpoint Charlie e gli altri due posti di blocco erano una sorta di dogana, mentre dal 13 agosto 1961, “Charlie” fu la porta di accesso più celebre. Il motivo? Da quel giorno fu costruito il tristemente noto Muro di Berlino, il simbolo della Guerra fredda e della divisione del Mondo in blocchi contrapposti.

La crisi di Berlino e il “caso Lightner”
Vediamo cosa portò alla costruzione del Muro e allo sviluppo di Checkpoint Charlie.
Il momento allora era molto caldo, non solo in Europa ma anche nel Mondo. Il 16 dicembre 1958 i Ministri degli Esteri di Francia, Regno Unito, USA e Repubblica Federale Tedesca sottoscrissero (dopo il vertice NATO di Parigi del 14 dicembre) la “dichiarazione di Berlino”, in cui si affermò il diritto delle tre Potenze occidentali di rimanere nella città divisa in tre blocchi (più quello sovietico), con la possibilità per Berlino ovest di continuare ad aver rapporti con il Mondo.
Fino al 13 agosto 1961 molti cittadini di Berlino est non solo cercavano di passare nelle parti controllate dagli occidentali ma anche nella RFT, una Nazione in netta ripresa economica e sociale e che si stava imponendo come un nuovo Eden in tutto il Mondo.
Erano gli anni della corsa allo spazio e del dominio nucleare: il 12 aprile 1961 Juri Gagarin fu il primo uomo a raggiungere lo spazio e a camminarci. Gagarin era un militare sovietico e arrivò nello spazio tramite la navicella Vostok 1. Il 5 maggio 1961 anche gli USA inviarono nello spazio il loro primo cosmonauta, il 37enne Alan Shepard, mentre l'anno dopo John Glenn fu il primo americano ad entrare in orbita, eguagliando ciò che fece Gagarin.
Gli Stati uniti “persero” nella corsa allo spazio, anche perché Mosca inviò successivamente la prima donna (Valentina Tereškova) ed il primo animale nello spazio (il cane Laika), il 16 giugno 1963 ed il 3 novembre 1957. Gli Stati uniti non inviarono mai nessun animale mentre la prima donna yankee nello spazio fu Sally Ride il 18 giugno 1983. Washington però batté Mosca con il primo allunaggio: il 21 luglio 1969, Neil Armstrong fu il primo uomo a mettere piede sulla Luna. La corsa allo spazio fu la causa, a partire dalla seconda metà degli anni 70, del crollo dell'Unione sovietica negli anni Ottanta.
I primi dieci anni di Guerra fredda furono anche quelli più caldi sul discorso “armi di distruzione di massa” e solo durante la seconda distensione (1962-1975) l'incubo nucleare pareva debellato, mentre tra il 1945 fino agli accordi del 1969 (accordo SALT I) la paura di un conflitto atomico era molto chiara e tangente. Il discorso “corsa agli armamenti” sarà il trait d'union di tutta la Guerra fredda. Per “corsa agli armamenti” si intende la competizione tra USA e URSS nell'avere più bombe atomiche (o all'idrogeno) rispetto all'avversario, oltre all'avere l'esercito più forte e dotato di armi migliori.
In casa sovietica, la crisi della RDT era vista con preoccupazione, ma speravano che al più presto ci sarebbe stato un cambio di marcia per non perdere credibilità agli occhi del Mondo.
Washington dal 20 gennaio 1961 aveva un nuovo Presidente, il democratico 43enne John Fitzgerald Kennedy. L'allora XXXV Presidente Usa ed il leader sovietico Nikita Krusciov si incontrarono il 3 e 4 giugno 1961 a Vienna, in territorio neutrale, dove parlarono della situazione tedesco-orientale.
Walter Ulbricht, leader della DDR, voleva porre fine all'emorragia di persone che abbandonavano la “sua” Germania per il nemico occidentale e l'unica cosa da fare era creare una barriera per impedire il passaggio. Il leader del SED in diverse interviste in cui gli si chiese come porre fine alle fughe, non parlò mai della costruzione di un muro anzi rincarò la dose sostenendo che i tedeschi orientali sbagliavano a lasciare la DDR per andare in un sistema corrotto e falso.
Il 6 luglio 1961 Ulbricht ebbe l'assenso di Mosca per porre fine (in maniera indolore) alla crisi tedesco-democratica. Si parlò per la prima volta dell'”operazione Rose” (trad. rialzo) ed il giorno dopo lui e Honecker, Segretario del Comitato centrale del SED, si incontrarono e quest'ultimo ebbe l'incarico di supervisionare il progetto di recinzione del confine.
La notte tra il 12 ed il 13 agosto, dopo un altro meeting con i vertici di Mosca, iniziò l'”operazione Rose”: il giorno prima fu chiusa la frontiera e tra le ore 1 e le ore 6 fu costruito, nel totale silenzio, il Muro di Berlino. Si partì da una barriera di filo spinato per arrivare, due giorni dopo, alla costruzione di un vero e proprio muro in cemento e mattoni. La barriera era considerata “protettiva” e “antifascista”: Ulbricht mentiva a se stesso ben sapendo che la barriera era stata fatta costruire per impedire la fuga dei berlinesi orientali nella parte ovest della città.
L'amministrazione Kennedy, ed il blocco occidentale, non si aspettavano una cosa del genere da parte dei comunisti tedeschi ed erano chiare le loro intenzioni: mettere paura all'avversario pur sapendo di aver dimostrato che il modello di Stato socialista era stato un fallimento sotto tutti i punti di vista.
Kennedy giunse a Berlino ovest il 26 giugno 1963, con il Muro già ben saldo, e tenne un discorso alla cittadinanza passato alla storia: dal balcone di Schöneberg disse la celebre frase “Ich bin ein Berliner!” per esprimere la vicinanza di tutti gli americani, e delle persone libere, di essere tutti berlinesi. Il discorso del giovane presidente americano ha fatto storia.
In occidente si accusò Washington di non aver fatto il possibile, anzi molti vicini a Kennedy pensarono di attaccare una volta per tutte Berlino est, sia con armi convenzionali e non.
Il Muro era lungo 150 km, circondava la città e divideva Berlino in due parti separate.
Tra la nascita delle due Germanie e la costruzione del Muro, 3 milioni di berlinesi ripararono nella Germania federale, mentre tra il 1961 e la caduta del Muro riuscirono nell'impresa solo 5 mila persone.
Le due Germanie videro la costruzione del Muro sotto due, ovviamente, punti di vista: i “democratici” lo videro come muro di protezione antifascista per evitare eventuali aggressioni degli occidentali in difesa del baluardo comunista confinante direttamente con il blocco orientale, gli occidentali come una prevaricazione ed un affronto alle libertà. Le due Germanie erano gli unici Stati con cui confinavano i due blocchi contrapposti, visto che l'Austria era uno Stato neutrale e la Jugoslavia, che confinava con l'Italia, non era membro di nessuno blocco.
Ma l'importanza di Checkpoint Charlie sta nella crisi di Berlino, il momento di massimo criticità della questione berlinese.
Come si arrivò allo zenith della crisi? Grazie (indirettamente) al diplomatico americano Allan Lightner, il funzionario civile americano con il ruolo più elevato a Berlino ovest. Cosa fece quell'uomo la sera del 22 ottobre 1961? Volle andare con la moglie all'”Opera” di Berlino est. Lightner si recò alla guardiola di Checkpoint Charlie per fare vedere i suoi documenti alla guardia di turno. Il soldato non era convinto dei documenti presentati dal diplomatico e volle fare un accertamento approfondito. A Lightner questo comportamento non piacque in quanto, per regolamento, solo i funzionari sovietici avevano il permesso di ispezionare i suoi documenti. Il diplomatico fece delle rimostranze, avvisando subito il generale Lucius Clay, il consigliere militare di Kennedy a Berlino ovest. Lightner tornò con dei soldati. I militari della RDT negarono ancora l'accesso e Clay mosse dieci carri armati di tipo M-48 davanti a Charlie. Dall'altra parte, vista la situazione tesa, la RDT si mosse con molti carri armati di tipo T-55.
Per oltre mezza giornata nessuno si mosse, ma era chiaro il pericolo. Quel momento fu chiamato Panzerkonfrontation, “la sfida dei Panzer”. Il 28 ottobre iniziarono le trattative per arrivare ad una soluzione definitiva.
Mosca rinunciò al ritiro alleato dalla parte occidentale di Berlino, mentre Washington accettò la presenza del Muro e la divisione fisica della città: se il “caso Lightner” non si fosse risolto al più presto, uno avrebbe sparato all'altro dando il via, senza ombra di dubbio, ad un conflitto a fuoco con la possibilità di scatenare una guerra.
Quello fu l'episodio più critico di tutta la Guerra fredda in Europa tra le due Potenze.

Modifiche, morti e la caduta: un muro lungo 150 km e 29 anni
Durante la sua esistenza, il Muro fu aggiornato e fortificato, onde evitare le fughe ad occidente. E con la prima modifica del 1962 nacque la “striscia della morte”, mentre nel 1965 e nel 1975 ci fu la sua completa evoluzione: a partire dal 1975 il muro fu portato all'altezza di 3,6 metri, con uno spessore di 1,2 metri e alla base 2,1 metri, divideva le due Berlino per 43 kilometri, mentre la parte che divideva Berlino ovest dal resto della RDT era di 112 chilometri, 20 bunker, 302 torri di guardia con cecchini armati pronti a sparare a vista. Sono celebri i murales e le scritte di protesta apparse negli anni sul Muro, come “I muri non sono eterni” (Walls are not everlasting).
Ha fatto storia il cartello scritto in quattro lingue (tedesco, inglese, russo e francese) che avvertiva chi stesse superando il Muro a Checkpoint Charlie e che si stava addentrando verso Berlino est: Ora tu stai lasciando il settore americano (“Now you are leaving the American sector”). Un avvertimento, ma anche una minaccia al tempo stesso.
Ma Checkpoint Charlie non è stata solo diffidenza verso il rivale (capitalista o comunista che sia), ma è stato anche paura. Gli anni successivi alla crisi hanno visto continuare la vita nella Berlino divisa, ma una cosa non terminò: le uccisioni di quelli che volevano saltare la fortificazione per cercare un mondo migliore.
Checkpoint Charlie fu anche teatro di scambi di prigionieri tra un blocco e l'altro. Come nel caso di Francis Gary Powers, Rudolf Abel e Frederic Pryor.
Ma anche il cinema ha celebrato l'importanza strategica di Checkpoint Charlie. E la mente vola al romanzo del “La spia che venne dal freddo” di John Le Carré del 1963, diventato un film due anni dopo con protagonista Richard Burton.
Sulle vicende di Berlino dal 1945 alla caduta del Muro c'è molta filmografia: da “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders a “La città assediata” di George Seaton, dai film con protagonista la spia Harry Palmer a “Good Bye, Lenin!” del tedesco Wolfgang Becker a “Quella Trabant venuta dall'Est” di Peter Timm.
“Charlie” si poteva passare sia in macchina che a piedi, indipendentemente se si trattava di turisti, diplomatici o militari.
L'importante era registrarsi e fare un cambio tra la moneta in possesso e gli Ostmark, il marco tedesco dell'est (Ost, est) e poi passare il varco. E li entravano in un Mondo diverso rispetto a quello che si lasciavano alle spalle (e viceversa).
Con la riunificazione, Checkpoint Charlie non finì nel dimenticatoio della storia entrando dalla porta dei ricordi tragici, si è voluto creare anche un museo dove sono contenuti i ricordi di quella triste pagine della capitale tedesca.
La prima sede del museo fu inaugurata il 19 ottobre 1962 in un appartamento di due sale e mezzo tra Walliner Strasse e Bernauer Strasse e fu meta di molti turisti, in quanto da li si poteva vivere da vicino l'ebbrezza di essere in luogo pericoloso e storico al tempo stesso e.
Il 14 giugno 1963 nacque “Casa Checkpoint Charlie”, proprio davanti al celebre posto di blocco dove i fuggiaschi potevano essere ospitati e confortati. Il museo si definiva “1° Museo della lotta non violenta internazionale”.
Il 13 agosto 1964, ricorda un opuscolo scaricabile dal sito del museo, l'italiano Gino Ragno, presidente della “Società italo-tedesca”, ed alcuni sodali esposero un cartello con scritto “Non può esserci libertà europea senza libertà per Berlino”. A Berlino ovest si levarono molti applausi ma il cartello rimase esposto solo quindici minuti per poi essere rimosso dalla polizia tedesca orientale.
Importante è anche il “Museo del Muro”, voluto da Rainer Hildebrand e collocato a pochi passi da dove era stato istituito Checkpoint Charlie.
Il Museo, aperto tutto l'anno, è incentrato sulla storia del Muro di Berlino, sul rispetto dei diritti umani e della libertà (Hildebrandt è stato un celebre attivista negli anni 70-80) e ha un'ala dedicata a tutte le persone che ce l'hanno fatta a superare il Muro e a quelli che non ce l'hanno fatta.
Oggi, dove una volta c'era la guardiola, sono affissi due manifesti dell'artista tedesco Frank Thiel, posti l'uno poco distante dall'altro rappresentanti due giovani vestiti da militari statunitense e sovietico che si guardano in malo modo e due ragazzi vestiti da soldati Usa che tengono in mano due bandiere degli Stati Uniti d'America dove i turisti possono fare delle foto con loro lasciando una “tip”.
Nel gennaio 1989 Erich Honecker dal 1976 leader della DDR sostenne che il Muro di Berlino sarebbe stato in piedi fino a quando sarebbe stato giusto. Honecker si dimise il 18 ottobre 1989 e fu sostituito da Egon Krenz sia come leader della Germania democratica che della SED.
Il 23 agosto 1989 l'Ungheria aprì le frontiere con l'Austria ed in pochissime ore oltre 13mila tedeschi orientali dal Paese alpino passarono verso ovest superando la “cortina”.
Il 4 settembre Egon Kratz disse che i cittadini della RDT potevano avere i visti per poter accedere a ovest. Iniziò un periodo di confusione (da parte dei vertici comunisti tedeschi) sull'entrata in vigore del permesso e alla domanda sulla reale entrata in vigore, il portavoce del governo della DDR Guenter Schabowski, il 9 novembre 1989, disse la celebre frase in una conferenza stampa, praticamente con le spalle al muro: “se sono stato informato correttamente, quest'ordine diventa efficace immediatamente”.
Fu la scintilla: la folla, che non aspettava altro da anni, si diresse verso il Muro e centinaia di persone vi salirono sopra. Poco dopo il Muro fu preso a picconate e abbattuto. Da quel momento in poi iniziò il percorso di unione che si concluse il 3 ottobre 1990 quando venne istituita la nuova Repubblica federale di Germania, con l'annessione dei cinque Land “democratici” (Brandeburgo, Meclemburgo – Pomerania Occidentale, Sassonia, Sassonia-Anhalte, Turingia).
L'abbattimento ufficiale del muro iniziò il 13 giugno 1990 e furono impegnati prima i militari della DDR e poi quelli della RFT, usando bulldozer, ruspe e camion e sei mesi dopo fu completamente abbattuto, tranne in sei posizioni. Con la caduta del Muro, il 22 giugno 1990 fu smantellato anche Checkpoint Charlie alla presenza dei quattro ministri degli esteri delle potenze occupanti uniti a quelli delle due Germanie.

Morti per la libertà
Gli anni del Muro sono passati alla storia anche per i tentativi di fuga. Il Museo del Muro ricorda che tra il 13 agosto 1961 ed il 9 novembre 1989 riuscirono a scappare 5075 persone, 574 militari e ci furono 455 morti. Le morti complessive ammontano a 1613.
L'episodio più (tristemente) celebre avvenne il 17 agosto 1962 e coinvolse Peter Fechter e Helmut Kulbeik. Il loro intento era quello di scavalcare la prima parte del Muro e dirigersi verso la “striscia della morte” e scavalcare il secondo muro. I due giovani furono sorpresi dalla polizia che sparò verso di loro. Il secondo riuscì ad evitare i colpi mortali e riuscì a scavalcare, mentre Fechter fu colpito e cadde a terra. Nessuno lo aiutò, visto che l'amico non poté tornare indietro. Fechter morì dissanguato nell'indifferenza e nel dubbio della polizia: soccorrerlo o non soccorrerlo? Dopo molte ore la polizia della DDR si decise a rimuovere il cadavere.
Il 5 gennaio 1974 accadde un caso di tradimento da parte di un poliziotto della Polizia del Popolo, la polizei della DDR. Il 24enne Burkhard Niering compì un gesto inatteso: a Checkpoint Charlie prese in ostaggio uno degli addetti al controllo dei passaporti e cercò di superare il confine. Dopo qualche minuto di esitazione, la polizia colpì a morte il collega, uccidendolo.
Il pacifista e attivista canadese John Runnings, noto come il “passeggiatore”, tra il 1986 ed il 1987, in più volte, si arrampicò fin sopra il Muro e vi passeggiò, sotto gli applausi di molti tedeschi. La seconda volta cercò di prenderlo a martellate e la terza volta fu incarcerato per diverse ore in una cella di una prigione “democratica”.

Basta muri, basta divisioni
Sono passati poco più di 27 anni dalla sera del 9 novembre, quando migliaia di berlinesi si arrampicarono sul Muro, lo presero a picconate, lo fecero cadere e tutti loro si abbracciarono con i cittadini dell'altra parte di Berlino che non vedevano da quando il Muro fu costruito. Da allora il Mondo cambiò.
I tempi della Guerra fredda sono lontani, ma non lontanissimi: ancora oggi, nel 2016 si parla ancora di costruire muri per (!) proteggere dai pericoli dall'esterno. Una volta il nemico era il comunismo, ora l'immigrazione. Domani?
Dividere pensieri ed opinioni non ha mai portato a nulla, se non a fomentare odio ed incitare alla discriminazione. Ed il Muro di Berlino, con il suo Checkpoint Charlie, ne è stato un fulgido esempio. Ovviamente ogni cosa è figlio del tempo in cui si muove l'azione.
Tornando a Checkpoint Charlie, quel posto di blocco militare è stato uno dei simboli della Guerra fredda in Europa, l'unico continente dove non ci sono state guerre dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Eppure la “guerra” che vissero gli europei fino alla notte del 9 novembre fu invisibile, ma terribile dal punto di vista mentale: diffidenza verso altre persone ed il pericolo che le due Potenze si potessero affrontare in uno scontro nucleare che avrebbe dato il via alla Terza guerra mondiale e che avrebbe distrutto l'umanità. Fortunatamente in Europa in quegli anni non si ebbero mai guerre, se non tre “rivoluzioni” (o meglio, rivolte) partite da Stati orientali soggiogati dalla bandiera rossa con la falce ed il martello gialli: la ungherese, la cecoslovacca e quella “di velluto” che, senza spargimento di sangue, portò al collasso dei regimi comunisti ed al ritorno in quegli Stati della democrazia e l'ingresso, anni dopo, in due nemiche storiche, la Nato e la UE.
Checkpoint Charlie oggi è un'attrazione della nuova Berlino, una Berlino che sembra lontana parente di quella divisa. La capitale tedesca oggi è una delle città più cosmopolite d'Europa, ma la sua divisione non dovrà mai essere dimenticata, come le persone uccise che cercavano un futuro migliore, scappando da un regime tirannico e povero.
E visto che si dice che la storia si ripete, speriamo che a qualsiasi latitudine, nessun capo di Stato e di governo abbia la malaugurata idea di mandare il Mondo ancora una volta in guerra e poi a dividerci e ad odiarci ancora.
Ve ne saremmo grati. Anzi, danke schon.


Bibliografia
Sulla tematica di “Checkpoint Charlie” non esiste (in lingua italiana) nessun riferimento ma è invece molto ricca la bibliografia sulla storia dell'Europa durante la Guerra fredda sulle vicende del Muro di Berlino. Gli autori suggeriscono questi libri e siti internet(usati anche per la stesura del pezzo), nonché la visione dei film in elenco.

Della Monica U. - Enrici Nicolò R., La Storia, vol. 3, Editore Bulgarini, Firenze, 1994;
di Nolfo E., Dagli imperi militari agli imperi tecnologici, La politica internazionale del XX secolo, Laterza, Bari 2008;
Mazower M., Le ombre dell'Europa. Democrazie e totalitarismi nel XX secolo, Garzanti, Milano, 2000;
Romero F., Storia internazionale del Novecento, Carocci, Roma 2006;
Kennedy P., Ascesa e declino delle Grandi Potenze, Garzanti, Milano 2001
Villani P. - Petraccone C. - Gaeta F., Corso di storia. Dall'Ottocento al Novecento, vol. 3, Principato, Milano, 2000;
Gruber l. - Borella P., Quei giorni a Berlino. Il crollo del Muro, l'agonia della Germania Est, il sogno della riunificazione: diario di una stagione che ha cambiato l'Europa, vol. 3, RAI-ERI, Roma, 1990
Taylor F., Il muro di Berlino. 13 agosto 1961 - 9 novembre 1989, Mondadori, Milano, 2009

Sitografia
www.berliner-mauer.de
www.berliner-mauer-gedenkstaette.de
www.berlinermaueronline.de

Filmografia
La città assediata (1950), di George Seaton;
Ipcress (1965), di Sidney J. Furie;
Funerale a Berlino (1966), di Guy Hamilton;
Il cervello da un miliardo di dollari (1967), di Ken Russell;
Spy Story (1976), di Lindsay Shonteff;
Il cielo sopra Berlino (1987), di Wim Wenders;
Quella Trabant venuta dall'Est (1991), di Peter Timm;
All'inseguimento della morte rossa (1995), di George Mihalka;
Intrigo a San Pietroburgo (1996), di Douglas Jackson;
Goodbye, Lenin! (2003). di Wolfgang Becker.
  • TAG: guerra fredda, checkpoint charlie, urss, comunismo, germania federale, germania democratica

Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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