AVVISO: Questo sito utilizza cookie di profilazione di terze parti per fornirti servizi in linea con le tue preferenze. Confermando questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante, acconsenti all'uso dei cookie, altrimenti visualizza l'informativa estesa privacy-policy.aspx

I sogni finiscono (o no?) all'alba: Bettino Craxi [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Introduzione. Da uomo forte della parte finale di Prima repubblica a reietto politico
Parlare oggi, marzo 2016, di una figura controversa come quella di Bettino Craxi significa parlare di una cosa sola: nel bene e nel male, l'ex segretario del PSI è stata una figura determinante di quella che fu la Prima Repubblica, in particolare il suo ultimo scorcio fino al 1992, quando scoppiò l'inchiesta Mani pulite che falciò l'allora classe politica nazionale. Ma se Craxi è stato il fulcro di Tangentopoli, altrettanto rilevante è stata la sua importanza politica di uomo attento al suo Paese e alle sue esigenze. E per capirlo basti pensare cosa fece in politica estera tra il 7 ed il 12 ottobre 1985.
Su di lui si sono scritti libri e molto inchiostro è stato usato sui giornali, dove si parlava bene e male del politico milanese, crollato come un castello di sabbia durante Tangentopoli e che gli avvisi di garanzia ed i processi contro di lui lo spinsero a fuggire sulla costa di Hammanet, in Tunisia, dove morì da latitante.
Ma chi era, e cosa ha fatto, Bettino Craxi per finire i propri giorni in Tunisia, mai dimenticato ma voluto fortemente dalla procura di Milano?

Origini, l'antifascismo e le prime esperienze nel partito
Benedetto Craxi detto “Bettino” nacque a Milano il 24 febbraio 1934 (quando la Chiesa cattolica festeggia, ironia della sorte, san Bettone di Sens) da famiglia antifascista e vicina al pensiero socialista: il padre, Vittorio, di origine siciliana, era stato vice-Prefetto a Milano e prefetto a Como. Vittorio Craxi partecipò alla Resistenza ed in casa si respirava socialismo.
Dopo gli studi collegiali (con il sogno di diventare prete), a 17 anni, Craxi prese la prima tessera socialista e cinque anni dopo entrò nella direzione provinciale milanese del Partito socialista, ma si oppose all'invasione sovietica dell'Ungheria.
Il giovane Bettino in quegli anni organizzava conferenze e parlava davanti a persone più grandi di lui: già da allora si capiva che quel ragazzo era tagliato per la politica tanto da metterci passione nei suoi ideali e nelle sue parole. Come hobby, si dilettava con la pallacanestro.

Craxi fa politica seriamente e primi incarichi
La sua prima esperienza amministrativa fu nel 1960 quando fu eletto consigliere comunale a Milano (sindaco Virgilio Ferrari, PSDI) con oltre mille preferenze e nel gennaio 1961 divenne assessore prima con il socialdemocratico Gino Cassinis e poi con Piero Bucalossi, anch'esso espressione della socialdemocrazia italiana. Due anni dopo venne eletto Segretario provinciale milanese del Partito socialista italiano e nel 1965 entrò a fare parte del Comitato centrale, il suo organo decisionale. In quegli anni intraprese l'avventura politica con Paolo Pillitteri, suo futuro cognato.
Politicamente, Craxi è stato da sempre legato alla figura di Pietro Nenni, storico esponente socialista, per ventidue anni (ad intermittenza) segretario del partito e fautore del “centro-sinistra” e dell'unificazione socialista.
Ma la svolta politica Bettino Craxi l'ebbe nel 1968: quell'anno fu eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati con oltre 23 mila preferenze. Entrò a Montecitorio a trentaquattro anni ne uscì, nel marzo 1994, a sessanta.
In quelle elezioni legislative, il PSI ottenne 4,6 milioni di voti arrivando al 14,48%, costituendo il Partito Socialista Unificato con i socialdemocratici. A capo dei due partiti “unificati” c'erano Francesco de Martino (PSI) e Mario Tanassi (PSDI): a venti anni di distanza dalla scissione di palazzo Barberini che vide nascere il Partito Socialista dei Lavoratori (poi diventato PSDI), le due forze di matrice socialista si riunirono, con lo scopo di far tornare alla “base” tutti i voti dispersi. In quella tornata elettorale tolse voti al PSU il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, più spinto a sinistra , che ottenne 24 seggi alla Camera e tredici al Senato.
Craxi perorò la causa degli esuli cecoslovacchi della “Primavera di Praga” repressa dell'esercito russo: strinse un legame importante con Jiri Pelikan, il promotore della rivolta della capitale cecoslovacca, tanto che il PSI lo elesse eurodeputato nelle prime due legislature del Parlamento europeo.
Il 23 novembre 1970 il nuovo segretario del Partito, Giacomo Mancini, nominò il giovane Bettino al suo fianco come vice-. Due anni dopo, il nuovo segretario Francesco de Martino, lo riconfermò. Craxi si contraddistinse in quegli anni come un sostenitore del “centro-sinistra organico” (governo democristiano con presenza dei socialisti, Moro I) e per il suo ruolo internazionale, stringendo accordi con i segretari dei partiti socialisti europei, in particolare con quelli dell'Europa mediterranea che erano usciti da poco da regimi autoritari.

Craxi segretario ed il PSI ritorna governo
Per un Craxi pronto a spiccare il volo nella vita politica nazionale, ecco un Partito Socialista Italiano in crisi di identità e di voti: tra il 1968 ed il 1976 il partito della “falce e martello con libro aperto su sole splendente” ottenne (esperienza PSI-PSDI Unificati compresa) il 14,48 %, nel 1972, il 9,61 % (da solo) ed 9,64%.
Insomma, gli italiani votavano altro. Le elezioni del 1976 furono il punto più basso del PSI, in quanto i suoi elettori erano contrari alla scelta di de Martino di avvicinarsi ai comunisti.
Il partito aveva perso terreno rispetto a Democrazia cristiana e PCI e lo stesso de Martino fu costretto alle dimissioni. Ed il 16 luglio 1976 si cercò la via della transizione, eleggendo proprio Craxi segretario, leader della corrente autonomista nenniana, la più debole di quelle espresse nel PSI: il partito era diviso su tutto, ma era concorde nell'uscire dall'empasse con un nome nuovo in attesa di momenti migliori. Craxi ottenne i voti anche dalla corrente “lombardiana” di Claudio Signorile e da quella di Erico Manca, ma non riuscì a persuadere la sinistra del partito guidata da de Martino, solo perché era il delfino del loro “nemico” Nenni.
Craxi rimase segretario per altri sei congressi (Torino 1978, Palermo 1981, Verona 1984, Rimini 1987, Milano 1989, Bari 1991) fino al 11 febbraio 1993. Nell'agosto 1978 il neo segretario pubblicò la sua “opera” più importante, il cosiddetto “Vangelo socialista” dove il leader espresse la volontà di dare una scossa riformista al partito, staccandolo una volta per tutti dal retaggio comunista, tanto da allontanare il pensiero dominante marxista in favore di quello di Proudhon.
Durante i cinquantacinque giorni di prigionia di Aldo Moro, Craxi fu uno dei pochi parlamentari che vollero trattare con i terroristi delle Brigate rosse per la liberazione dello statista e fu contrario al “compromesso storico”, la strategia di avvicinamento tra Dc e comunisti per creare un'alleanza di grande respiro per riformare e risanare il Paese impedendo che potesse “andare in pasto” a forze molto conservatrici e violente, sulla base di cosa fece l'allora Presidente cileno Salvador Allende.
Craxi fu demonizzato dal “fronte delle fermezza” che non voleva trattare con i brigatisti, ma lui proseguì per la sua strada. Inoltre nel 1978 spinse il Parlamento affinché si eleggesse un socialista al Quirinale: il 9 luglio 1978 l'ex Presidente della Camera Sandro Pertini divenne il primo (finora unico) socialista a diventare Capo dello Stato.
I primi anni della segreteria Craxi videro il partito prendere più voti alle elezioni legislative (9,81 Camera e 10,3 Senato nel 1979; 11,4 Camera e 11,3 Senato nel 1983) ed europee (11,3 nel 1979; 11,2 nel 1984). Le elezioni politiche del 1979 videro il PSI conquistare ben 3,6 milioni di voti. Con Craxi, il PSI tornò al governo con il “Cossiga II”: dal 3 ottobre 1974 (dal Rumor V), nessun esponente del partito allora più antico del Paese prese parte a nessuna compagine di governo (Moro IV-V-VI; Andreotti III-IV-V; Cossiga I).
Nei sei mesi di vita del secondo governo presieduto dal democristiano sardo (4 aprile-18 ottobre 1980), il PSI ebbe sei ministeri (il principale, la Difesa con Lelio Lagorio che vide molte riforme di peso). La decisione di Craxi di un ritorno al governo fu dovuta al fatto che se non fosse almeno entrato nel “Cossiga II”, avrebbe perso la segreteria.
Alle amministrative del 1980 il PSI ottenne un complessivo 13%, uno dei risultati migliori da molti decenni.

Il Pentapartito e Craxi Presidente del Consiglio
Il 28 giugno 1981 segnò invece una svolta, poiché, dopo ben trentatré anni consecutivi, il Presidente del Consiglio non fu più espressione dell’allora partito di maggioranza relativa, la Democrazia cristiana, ma di un altro partito, quello repubblicano, con Giovanni Spadolini.
Nasceva il Pentapartito, il patto di cinque partiti che governò il Paese fino alla primavera 1992, aprendo una particolare fase dell’evoluzione socio-politica italiana, artefice di quello che fu definito come il “nuovo rinascimento italiano”. I cinque partiti erano la Democrazia cristiana, il Partito socialista, il Partito repubblicano, il Partito liberale e quello socialdemocratico, il tutto in chiave anti-PCI. Questa alleanza nacque dopo la parentesi della “solidarietà nazionale” in piena emergenza “anni di piombo” che fece uscire la compagine politica di Enrico Berlinguer dall’oscuramento in cui visse fino a quegli anni.
Sebbene ci fosse una forte impronta laicista, la Dc rimase il partito di maggioranza e quello più influente e per tutti gli anni Ottanta visse un rapporto “amore-odio” con i socialisti, puntando al fatto che questa era l’unica alleanza politica possibile in quel tempo.
Il periodo del Pentapartito vedrà la decadenza del sistema dei partiti politici, ma anche il superamento della stagione terroristica e della crisi economica a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. Gli anni Ottanta e quelli del Pentapartito sono stati definiti “di fango”, sebbene l’Italia conobbe una fase di sviluppo economico, caratterizzata da un forte incremento della produzione, con una notevole crescita dei servizi e del commercio, anche internazionale: nel 1985, in pieno craxismo, l’Italia divenne il quinto Paese più industrializzato del Mondo.
Il partito che in un’ipotetica gara sarebbe uscito vincitore dall’esperienza del Pentapartito, almeno fino al 1987, è stato senza dubbio il Partito socialista. Con l’avvento di Craxi, il Partito ringiovanì (la classe dirigente era di poco superiore ai 40 anni) e il suo “aspetto” cambiò radicalmente non solo come simbolo, ma anche come ideologia: nel 1978 via dal simbolo il libro aperto sul sole che nasceva per fare spazio al garofano rosso, simbolo della rivoluzione omonima portoghese che portò i socialisti al potere nel paese lusitano dopo quarantotto anni di dittatura fascista e simbolo di una rivoluzione culturale europea.
Inoltre, nel 1985 Craxi decise di togliere dal simbolo la falce e martello per far posto alla scritta “Partito socialista – PSI” e nel 1990 il garofano venne sormontato dalla scritta “Unità socialista – PSI”, vista la fine del comunismo. La svolta di Craxi fu di dare al partito lo slancio decisivo per intraprendere una strada riformista di quella parte di sinistra che non doveva più essere legata al comunismo. E gli elettori premiarono la scelta craxiana.
Le elezioni politiche (anticipate) del giugno 1983 videro la Democrazia cristiana fermarsi al 32,93% dei suffragi (-5,4% rispetto al 1979), il Partito comunista perse solo mezzo punto percentuale (29,89%), il PRI toccò il suo punto più alto con il 5% ed il PSI craxiano prese l'11,4, guadagnando rispetto all'ultima tornata elettorale due punti percentuali. I rapporti tra il leader socialista ed il suo omologo democristiano, Ciriaco de Mita, non erano per nulla buoni e questa diatriba caratterizzò la vita politica nazionale fino al 1989.
E con l'esperienza del Pentapartito, Bettino Craxi divenne Premier: i suoi due governi durarono dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987, diventando (allora) il governo più longevo della Repubblica.
Il Pentapartito sotto l’amministrazione Craxi rafforzò in maniera notevole la figura del Presidente del Consiglio anche con l'istituzione del “consiglio di Gabinetto”. Questo si rivelò fondamentale nei momenti in cui occorreva una rapida concertazione fra le forze che costituivano l’alleanza governativa, una sorta di “cordone ombelicale” informale fra alcuni ministri del Pentapartito dove affrontare le questioni cruciali per l’azione dell’esecutivo.

I successi della politica interna di Craxi: dal nuovo Concordato alla nascita degli scontrini fiscali, dalla scala mobile agli anni “da bere”
Il governo Craxi (I-II) fu il XLII della Repubblica e durò 1352 giorni (4 agosto 1983-27 giugno 1986, 1 agosto 1986-17 aprile 1987), diventando (fino al “Berlusconi II”, 11 giugno 2001 – 20 aprile 2005) il governo più longevo della storia repubblicana.
L'ultima volta che un socialista divenne Presidente del Consiglio bisogna ritornare ai tempi del “Bonomi I” (4 luglio 1921-26 febbraio 1922), un'era politica prima, anche se Bonomi era un “socialista riformista”.
Durante le consultazioni, Craxi fu il primo ad invitare il Movimento Sociale Italiano: mai nessun candidato in pectore aveva invitato il partito neofascista. Craxi ha sempre voluto che missini e tutto l'arco costituzionale facessero “pace” in nome di una memoria collettiva e di una distensione.
Gli anni di governo craxiano furono densi di attività. Una delle prime cose fatte fu la firma dei trattati di villa Madama, che modificavano i Patti lateranensi (concordato Stato-Chiesa cattolica del 11 febbraio 1924 tra Mussolini e il Vaticano), resi validi nonostante il passaggio alla Repubblica. Con questi accordi, siglati il 18 febbraio 1984 tra il Premier Craxi ed il Segretario di Stato vaticano di allora, cardinale Agostino Casaroli, la religione cattolica non era più considerata “di stato”, l'ora di religione nelle scuole superiori divenne facoltativa, i vescovi non dovevano più avere l'approvazione governativa per esercitare e venne istituita la donazione dell'otto mille alla Chiesa cattolica con la dichiarazione dell'IRPEF. Con la firma degli accordi di villa Madama, Craxi toccò l'apice dell'importanza nazionale ed avvicinò il partito, da sempre anticlericale, al cattolicesimo.
Il 9 giugno 1985 ci fu il referendum abrogativo sulla decisione di tagliare i tre punti della “scala mobile”. La proposta referendaria, spinta da Pci, sindacati e missini, fu portata avanti in quanto il governo Craxi il 14 febbraio dell'anno prima avevo deciso di fare quel forte taglio. Oltre ad aver superato il quorum, quella fu una vittoria personale del Premier che lo volle per contrastare la forza del Pci che, insieme alla Cgil, aveva fatto forti ostruzioni in Parlamento e portato molta gente in piazza.
Nel contempo si inasprì la lotta agli evasori fiscali nel commercio, tanto da istituire i battitori di cassa e gli scontrini fiscali. Importante, ma non applicato, fu il condono edilizio proposto dall'allora ministro socialdemocratico Nicolazzi per regolare gli appalti.
Furono anni di puro decisionismo e venne fuori il carisma dello stesso Premier: non a caso il vignettista umoristico Giorgio Forattini, complice anche le fattezze, il suo piglio decisionista ed il “rinnovo” del Concordato, lo disegnò con le fattezze di Mussolini (negli anni di Tangentopoli lo disegnò con le fattezze di Pietro Gambadilegno).
Considerata sia un successo sia un insuccesso la nuova politica economica del governo che abbassò molto l'inflazione (da 12% a 5%) portò ad un aumento dei salari, ma anche un'impennata del debito pubblico che crebbe da 234 a 522 miliardi di lire, con il rapporto debito pubblico/PIL che arrivò al 90%. Un valore record che colpì l'economia italiana e di cui si pagano quegli errori ancora oggi.
Criticati furono i cosiddetti “decreti Berlusconi” (20 ottobre e 6 dicembre 1984 contro l'”oscurità” della programmazione indetta dai pretori di Milano, Roma e Pescara), con il quale i grandi network privati, allora in espansione, potevano legalmente trasmettere via etere. Silvio Berlusconi era amico da decenni di Bettino Craxi e fra di loro ci fu un rapporto molto intimo, anche a livello familiare (Craxi padrino di Barbara Berlusconi e testimone delle seconde nozze dello stesso Silvio), i due non nascosero mai la stima reciproca.
Fu invece un “inutile abbaiare alla luna” l'idea di Craxi di cambiare la forma del Paese da parlamentare a presidenziale: i socialisti stessi erano divisi al loro interno sull'attuazione della riforma costituzionale in Parlamento tra chi spingeva tra il modello americano e quello francese, senza mai raggiungere una maggioranza per presentare la riforma.
Il segretario socialista era un fautore dell'alternanza al potere tra PSI e DC e fu un accentratore, visto che dal 1976 in avanti, fino alle sue dimissioni nel 11 febbraio 1993, è stato rieletto con percentuali molto elevate, tanto da rendere quasi inutili i congressi: perché organizzare un evento come un congresso nazionale quando si sa già chi eleggere?
Con Craxi, oltre al nuovo cambio di simbolo, fu sostituito anche il nome del gruppo di persone che avrebbe guidato il partito: dal “comunista” Comitato centrale divenne un più “riformistico” e moderno “Assemblea nazionale”.

I successi della politica estera con Craxi: Sigonella, Lampedusa, Pershing & Cruise
In quegli anni la notorietà di Craxi fu molto elevata per quanto riguardò la politica estera. Il PSI ebbe la maggiore evoluzione nella sua foreign policy durante il corso degli anni: dall’iniziale frontismo filo-sovietico (1948), attraversò una lunga fase di neutralismo e di empatia con i Paesi non allineati (1955-1960), per poi intraprendere una svolta tiepidamente filo-statunitense ed in favore del “terzomondismo” e dei movimenti di liberazione nazionale (anni ’60-‘80).
La parola chiave del Partito di Craxi fu “autonomia” nell’ambito della sinistra, prima verso il PCI e la DC, e poi in quello internazionale, ponendosi come indipendente ed esprimendo un criterio metodologico basato sulla libertà di giudizio e di scelta, dapprima verso il campo socialista d’impianto sovietico poi rispetto all’atlantismo.
Craxi era sì aperto agli Stati Uniti, ma mai volle che l’Italia diventasse un suddito di Washington. Il PSI si caratterizzò per la “doppia decisione”: essere d’accordo con la scelta degli “euro-missili”, continuando però con i sovietici un negoziato serio per ridurre le tensioni e gli armamenti. Non a caso, per gli sforzi compiuti e l’interesse mostrato, Craxi, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, quando non fu più Premier, fu designato dall'allora Segretario ONU, Javier Pérez de Cuéllar, l'8 dicembre 1989 rappresentante personale per le questioni del debito dei Paesi in Via di Sviluppo e l'anno dopo, il 24 ottobre 1990, venne nominato consigliere ONU per i problemi dello sviluppo e del consolidamento della pace e sicurezza. Riconoscimenti di un certo profilo istituzionale verso uno degli statisti più controversi nella storia dell’Italia.
Il punto più alto della politica estera italiana, durante il periodo craxiano, si ebbe nel Mediterraneo con la famosa “crisi di Sigonella”, quando il 7 ottobre 1985 la nave italiana da crociera “Achille Lauro”, lasciando le coste egiziane per dirigersi verso quelle israeliane, fu presa in ostaggio da quattro terroristi palestinesi dell’Organizzazione di Liberazione della Palestina, intrufolatisi a bordo con documenti falsi: scopo del dirottamento era la scarcerazione di cinquanta esponenti dell’Organizzazione detenuti in Israele. Da quel momento, iniziò un serrato braccio di ferro tra l’allora Presidente americano, Ronald Reagan, ed il governo italiano sul destino dei terroristi e, soprattutto, degli ostaggi. Reagan non voleva trattare con i terroristi, possibilità presa in considerazione però dall’Italia. Il Presidente americano minacciò l’intervento armato sulla nave, perché i terroristi erano nella black list e la figura del mediatore Abu Abbas era sgradita alla Casa Bianca. Craxi si oppose fermamente, sostenendo che l’attacco dei terroristi era avvenuto in acque territoriali italiane e, di conseguenza, sarebbe toccato all’Italia gestire la situazione.
La forza di Craxi andò a scapito del PRI, che il successivo 16 ottobre ritirò la propria delegazione dal governo, aprendo la prima crisi causata da un’azione di politica estera: il filo-atlantico Spadolini si scontrò con la fermezza di Craxi, soprattutto dopo l’atterraggio dell’aereo speciale egiziano il 10 ottobre a Sigonella, nel Ragusano, presso la base Naval Air Station, che ospitava i missili Cruise della NATO. La diplomazia evitò lo scontro tra Carabinieri, Vigilanza Aeronautica Militare e Delta Force. La “crisi” terminò con i terroristi palestinesi trasferiti via aereo in Jugoslavia e con lo smorzamento dei rapporti fra Craxi e Reagan, culminato nel “dear Bettino” della loro lettera di riavvicinamento. Nel 1987 Craxi tenne un discorso al Congresso americano come suggello dell'amicizia ritrovata.
Anche con la Libia ci furono momenti di tensione: il 15 aprile 1986, alle ore 17 circa, due missili libici S-1 Scud furono lanciati verso l'isola di Lampedusa (senza causare nessun danno, in quanto caddero in mare a pochi chilometri dall'isola), aprendo una grave crisi tra il nostro Paese e quello maghrebino. L'obiettivo non era l'Italia in sé, ma la base LORAN della Nato di Lampedusa, come ritorsione verso l'operazione El dorado canyon degli Stati Uniti d'America contro Gheddafi del giorno prima, quando tre missili furono lanciati su Tripoli per eliminare il dittatore libico. Gheddafi scampò alla morte, ma non decine di civili e la figlia adottiva di Gheddafi, Hanna, di quindici mesi. L'operazione fu una vendetta verso l'attacco terroristico ad una discoteca di Berlino del 5 aprile 1986, dove morirono due militari USA ed altri 50 rimasero feriti. Come fece Gheddafi a salvarsi da un attacco massiccio? Semplice, qualcuno lo informò prima dell'attacco e si mise in salvo. E quel “qualcuno” si disse fosse stato proprio Craxi.
Ebbe un forte impatto sull’opinione pubblica la questione del dispiegamento dei missili americani a medio raggio Cruise e Pershing II a Comiso, a causa della decisione dell’Alleanza atlantica di disporli in Italia, Germania Ovest e Paesi Bassi a seguito del posizionamento dei russi SS-20 verso le frontiere occidentali, nel momento in cui la Guerra fredda s’impennò dopo un decennio di distensione. Il governo Craxi dovette affrontare le prime ondate di manifestazioni pacifiste guidate dal neonato movimento ambientalista. I missili russi, costruiti in sostituzione degli obsoleti SS-4 e SS-5, erano “missili di teatro”, mentre i Pershing II avevano una gittata di 700 chilometri ed avevano una forte precisione di mira, mentre i Cruise, con gittata di circa 3 mila chilometri e considerati più micidiali, potevano raggiungere un bersaglio muovendosi a brevi distanze e capaci di poter sfuggire ai radar nemici: Craxi era favorevole alla loro installazione come difesa dell'Occidente verso il pericolo comunista.
L'apporto di Craxi durante la sua presidenza del consiglio è stato importante per la prosecuzione del percorso dell'integrazione europea con il Consiglio europeo di Milano nel semestre di presidenza italiana: nel capoluogo meneghino si discussero i rapporti Doodge e Adonnino.
Vicino alle cause dei movimenti di opposizione alle dittature, nel suo viaggio in Argentina del dicembre 1983 Craxi venne accolto tra gli applausi, in quanto il leader socialista aveva aiutato finanziariamente molti movimenti insurrezionalisti socialisti sudamericani. Fu molto vicino alla causa di Lech Wałęsa e del suo movimento sindacale cattolico anticomunista Solidarność.

1989 -1992: Craxi alla rincorsa di Palazzo Chigi, ma occhio al Pio Albergo Trivulzio
Craxi si dimise da Premier il 17 aprile 1987 a causa di alcuni dissidi con l'allora segretario DC Ciriaco de Mita ed al suo posto si insediò il quinto governo di Amintore Fanfani (il sesto governo del politico toscano).
Il 14 aprile 1987 Craxi, ed il PSI, si presero la rivincita alle elezioni politiche che videro il Partito socialista arrivare ad un clamoroso 14%. Nonostante il trionfo elettorale, Craxi non arrivò più a Palazzo Chigi in quanto la Dc preferì avere Presidenti del Consiglio “bianchi” come Giovanni Goria e lo stesso de Mita: i due politici cristiano-democratici furono a capo di due governi tra il 28 luglio 1987 ed il 22 luglio 1989, per un totale di 260 e 465 giorni.
Per mettere da parte de Mita, Craxi si avvicinò molto a due esponenti di rango della Dc, Arnaldo Forlani, il nuovo segretario della “Balena bianca” (già premier e molte altre ministro tra Esteri, Difesa e Partecipazioni statali) e Giulio Andreotti (due volte Premier, molte volte ministro e parlamentare della prima ora), a capo di due esecutivi consecutivi tra il 22 luglio 1989 ed il 28 giugno 1992.
La loro unione diede vita al CAF (acronimo delle iniziali di loro cognomi) e furono una specie di “governo ombra” tra il 1989 ed il 1992, contemporaneo con anni di immobilismo da parte di partiti e governi che portarono l'Italia verso il tracollo.
Al XLV congresso del Partito, che si tenne nel maggio 1989 a Milano, Craxi fu rieletto per la sesta volta segretario con moltissimi voti ed iniziò a parlare di grandi riforme istituzionali, prima tra tutte l'elezione diretta del Capo dello Stato da parte dei cittadini. Nel 1990, nonostante fu operato a causa delle conseguenze del diabete, il PSI ottenne il 18% di media alle elezioni amministrative: un successo inarrestabile con il sogno di Craxi di tornare ancora a presiedere il Consiglio dei Ministri vista anche la nuova situazione politica mondiale.
La parte finale degli anni Ottanta sono gli anni del massimo splendore craxiano: leader politico di riferimento, ebbe un peso notevole sia in casa che all'estero, tanto da ricevere elogi anche da altri leader politici stranieri e da molte testate internazionali.
Ma quelli furono gli anni del puro decisionismo craxiano e del Craxi padre-padrone del partito: celeberrimi furono i congressi presieduti e vinti dal politico milanese, il primo a capire che in politica la comunicazione e "l'apparire” erano determinanti ed in grado di dare lo slancio per accattivarsi voti. Di particolare importanza erano i congressi, teatro dello splendore di Craxi che diventavano un importante vernissage dove si incontravano tutti i pro ed i contro del periodo craxiano.
Rino Formica (quello della “lotta delle comari” con Andreatta e che definì la politica come “sangue e m....”), nel definire il congresso straordinario di Bari del giugno 1991, parlò di “una corte di nani e ballerine”, quasi a paragonare un congresso di un partito, luogo simbolo delle decisioni e dei nuovi corsi dei partiti, come un circo visti i personaggi (molto extra politici) che vi presenziarono. Ma qualcosa nell'aria stava cambiando e la città della svolta fu la Milano di Bettino Craxi. Milano che nel 1986 vide diventare sindaco il cognato di Craxi, Paolo Pillitteri. Socialista della prima ora, occupò lo scranno più altro di Palazzo Marino fino al 1992, quando anche lui fu travolto dall'ondata di Tangentopoli.

L'arresto di Mario Chiesa e tutti contro Craxi
II 17 febbraio, alle ore 17:30 circa, avvenne un arresto a Milano. Ogni giorno in Italia, ieri come oggi, ci sono arresti quotidiani per ogni svariato motivo. Ma quel giorno, un lunedì, l'arresto fu celebre e pesante: nel suo ufficio del Pio Albergo Trivulzio, storica casa di riposo per anziani nel quartiere di Baggio, venne tratto in arresto Mario Chiesa. Ingegnere 47-enne, era a capo della “Baggina” in quota PSI da dieci anni. Chiesa era stato colto in flagranza di reato mentre stava incassando una tangente di 7 milioni di lire da un piccolo imprenditore per un appalto nel settore delle pulizie. Un arresto che si apprestava a scoperchiare un sistema perverso.
Chiesa, volto noto del garofano milanese, aveva il sogno di candidarsi e di diventare sindaco di Milano.
Il 3 marzo 1992, a circa un mese dalle elezioni del 5 aprile 1992, Craxi, intervistato sulla questione, accusò Chiesa di essere un “mariuolo” (espressione napoletana per definire il “ladruncolo”, ma che può essere vista come mix tra “ladruncolo” ed il nome di Chiesa), dicendo che nessun socialista milanese era mai stato indagato (o inquisito) nella storia milanese del Garofano, scaricandolo come fecero i vertici meneghini socialisti.
Peccato che il 23 marzo Chiesa in carcere decise di fare nomi e cognomi di tutti i concussi e nel giro di pochi mesi molti imprenditori e politici, locali e nazionali, vennero arrestati: la vicenda era molto più vasta di quanto si potesse pensare, visto che gli appalti erano truccati da anni.
Protagonista di quel periodo fu il pool di Mani pulite guidato da Francesco Saverio Borrelli con i magistrati Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo.

Dalle elezioni del 5 aprile 1992 alle monetine del “Raphael” al primo avviso di garanzia: la fine di Craxi.
Nel frattempo, il 5 aprile 1992 si tennero le elezioni politiche (non anticipate) che videro il crollo dei partiti storici. Solo il Garofano tenne (5,3 milioni di voti pari al 13,62% con un calo di 0,65 punti percentuali rispetto alle “politiche” di cinque anni prima), ma a Milano il crollo fu di oltre cinque punti.
Craxi, capo dell'unico partito che non subì lo scossone di Tangentopoli, era considerato (anche da se stesso) la persona capace di guidare il nuovo esecutivo e sperò fino all'ultimo che il nuovo Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, gli conferisse l'incarico, ma l'ottenne un altro socialista, Giuliano Amato.
Il 3 luglio 1992, durante il voto di fiducia al governo Amato, Craxi pronunciò uno storico discorso: il leader socialista si dichiarò (praticamente) lontano dal discorso “corruzione”, vivo nel Paese e vero problema sociale e parlò dei finanziamenti illeciti ai partiti, cui tutti nell'emiciclo parlamentare hanno fatto più o meno ricorso e se fossero stati chiamati in causa avrebbero dato falsa testimonianza in proposito (“Non credo che ci sia nessuno in quest'aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”). Nessuno allora presente al momento delle parole di Craxi ribatté, segno che il politico socialista aveva ragione.
Ed invece il 15 dicembre successivo fu il giorno che cambiò la vita politica nazionale: Bettino Craxi ricevette un avviso di garanzia. Da allora e fino al 23 marzo 1993 ne ricevette in tutto undici, dalla corruzione al finanziamento illecito ai partiti. L'11 febbraio precedente si era dimesso da segretario del PSI.
A partire da quei giorni in Italia nacque un forte risentimento verso Craxi, accusato di essere il deus ex machina di tutta la vicenda che ha portato allo scoppio di Tangentopoli ed il simbolo del potere corruttorio.
Nel frattempo, anche i suoi alleati Forlani ed Andreotti ebbero pesanti problemi con la giustizia: il politico marchigiano fu indagato per le tangenti appalti ENI-SMAM-Autostrade, mentre il “divo” fu accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso.
Nel gennaio 1993 a Craxi fu notificato un avviso di garanzia per le presunte tangenti sugli appalti della centrale nucleare di Montalto di Castro, nel Viterbese ed il mese successivo ne “arrivò” un altro per delle tangenti sui lavori eseguiti all'aeroporto di Milano-Malpensa, oltre ad un altro avviso per il concorso in bancarotta fraudolenta, insieme all'ex Guardasigilli e suo “delfino” Claudio Martelli, del Banco ambrosiano, per il quale due esponenti socialisti incassarono una tangente di 50 milioni di dollari pagati da Roberto Calvi.
Il 29 aprile 1993 ci fu l'ultimo discorso di Craxi alla Camera dei Deputati: 45 minuti di intervento per “convincere” i suoi colleghi a votare contro l'autorizzazione a procedere nei suoi confronti in quanto godeva dell'immunità parlamentare. La Camera negò l'autorizzazione a procedere e a Craxi furono risparmiate le dimissioni e l'incriminazione.
Il voto ebbe degli strascichi molto pesanti in aula: esponenti di MSI e Lega brandirono slogan e cartelli, quattro ministri del governo tecnico di Ciampi si dimisero e a Roma la gente scese in piazza inferocita.
Il giorno dopo si toccò l'apice per le strade della capitale: durante il corso del pomeriggio si tennero sei cortei organizzati dalle persone comuni e dagli studenti tra piazza Colonna, piazza Navona, la sede del Psi di via del Corso ed il Pantheon. Ma il clou ci fu nel piazzale davanti all'hotel “Raphael”, in largo Febo, nei pressi di piazza Navona. L'hotel 5 stelle era da sempre la residenza romana di Craxi. Moltissime persone, intorno alle 19:30, si trovarono davanti all'hotel urlando cori da stadio contro Craxi ed inveendo contro di lui. Non appena Craxi uscì dalla porta d'ingresso per salire sulla sua auto, fu bersagliato da ogni cosa, in particolare monetine. Finiva nel peggiore dei modi la storia politica di un personaggio tanto amato, quanto detestato, della politica nazionale.
Il 13 novembre 1994, dopo centodue anni di gloriosa esistenza, veniva sciolto il Partito Socialista Italiano: dopo le dimissioni di Craxi, gli successe Giorgio Benvenuto, che guidò il partito dal 12 febbraio al 27 maggio 1993. Dopo di lui, fu eletto Ottaviano del Turco: iniziava il declino del Partito che a livello nazionale, con le amministrative del 1993, arrivò al 5% ed il 21 giugno 1994 il politico abruzzese di dimise dopo le pessime elezioni europee (1,8%). Aveva inizio la diaspora socialista e la nascita di altri piccoli partiti di ispirazione “garofaniana”. Il 21 giugno 1994 Valdo Spini fu eletto coordinatore, ma il 13 novembre successivo, come detto, durante il XLVII congresso tenutosi a Roma, si decise di sciogliere una volta per tutte il partito. Ad oggi l'erede del Partito Socialista Italiano è...il Partito Socialista Italiano nato il 5 ottobre 2007. Erede “naturale” del movimento nato grazie a Filippo Turati, ad oggi conta un viceministro nel governo Renzi (il segretario Riccardo Nencini), cinque deputati, quattro senatori ed una manciata di consiglieri regionali.

Craxi fugge ad Hammamet. Fine di un'era
Gli avvisi di garanzia, l'odio della popolazione nei suoi confronti e la paura di essere arrestato, spinsero Bettino Craxi ad espatriare all'estero. Il 12 maggio 1994, caduta l'immunità parlamentare in quanto Craxi non si candidò alle politiche del marzo precedente, gli fu ritirato il passaporto, ma lui era da qualche settimana rifugiato ad Hammamet, cittadina nel nord-est della Tunisia, dove il leader socialista aveva da tempo una residenza privata. Nel luglio 1995 venne dichiarato latitante e fino al giorno della sua morte, Craxi rimase nel Paese africano e non tornò più in Italia.
Ufficialmente non tornò neanche per curare i suoi problemi come il diabete e la gotta che lo stavano debilitando. La moglie Anna lasciò Milano e si trasferì anch'essa in Tunisia e venne abbandonato il celebre studio sito in piazza Duomo 19.
Dal suo buen ritiro, Craxi osservò la politica nazionale lanciando frecciate a molti politici, al pool di Mani Pulite e molti suoi ex sodali andarono spesso a visitarlo. La Tunisia vietò la sua estradizione in Italia. Craxi non esitò a criticare il pool non solo per la campagna nei suoi confronti, ma anche per aver indotto, indirettamente, alla morte molti suoi amici socialisti (Amorese, Gardini, Cagliari per fare qualche nome) e che “non era tutto oro quello che luccicava”, in quanto voleva una “giustizia politica” a tutti i costi.
Morì la mattina del 19 gennaio 2000 all'età di 65 anni per un arresto cardiaco. Il giorno dei suoi funerali, che la famiglia non volle di Stato, partecipò una delegazione di parlamentari italiani. La salma dello statista venne tumulata nel campo santo di Hammamet.
Bettino Craxi ha ricevuto due condanne definitive: cinque anni e sei mesi per corruzione nel processo ENI-SAI e quattro anni e mezzo per finanziamenti illeciti per le tangenti della metropolitana di Milano. La sua morte invece estinse molti reati cui era stato incriminato: tangenti Enel ed Enimont; fondi neri Montedison ed Eni; “Conto protezione” (Banco ambrosiano), All Ibernian . Fu assolto per le tangenti della metropolitana di Roma.

Cosa rimane di Bettino Craxi: riabilitazione o condanna?
Nella primavera del 2016 parlare di Craxi fa bene o no alla vita politica nazionale? Da un punto di vista strettamente politico si, in quanto la figura del leader socialista è difficilmente superabile nel senso di “statura politica”, nonostante l'amara fine. Un personaggio della serie “1992”, un democristiano in procinto di andare a Milano per rispondere a di Pietro dopo aver ricevuto un avviso di garanzia, incalzato sulla fine della Prima repubblica e l'inizio della Seconda, disse che con la nuova Repubblica l'Italia avrebbe avuto gli scarti della “Prima”: Craxi non sarebbe stato uno scarto, ma un politico con gli “attributi” che oggi rimarrebbe sorpreso dalla nostra politica e dagli scandali che l'hanno colpita in questi ultimi anni.
La Prima repubblica, in particolare gli ultimi vent'anni, ha avuto l'onore di far conoscere al Mondo politico personaggi che hanno fatto la storia, nel bene e nel male, della politica nazionale. Ed uno dei massimi interpreti è stato senza dubbio Bettino Craxi: mai nessuno aveva sfidato così tanto gli americani (vedere Sigonella), mai nessuno aveva reso il Paese così industrializzato come ai suoi tempi (5° Paese più industrializzato del Mondo nel 1987, quarto nel 1991), nessuno portò al crollo dell'inflazione nel giro di pochi anni. Insomma, vedendo la scena politica nazionale molti dicono (a torto e/o o ragione, in base ai punti di vista) che non ci sarà mai un nuovo Craxi.
Craxi è stato il più riformatore in un'Italia che non voleva riformarsi. E' stato molto patriottico e ha messo del pepe all'annoiata politica nazionale, è stato filo-arabo e ha stretto legami importanti con l'OLP anche per dare coscienza all'allora CEE dell'importanza del Mediterraneo non solo europeo, ma anche arabo ed africano.
Craxi politicamente ha spesso avuto ragione (andare contro il “compromesso storico”; non cercare l'alleanza con il Pci in chiave anti-Dc, il taglio di tre punti della “scala mobile”; il Consiglio europeo di Milano; il dispiegamento degli euromissili...) ed il suo è stato un socialismo democratico, laico e pluralista che non poteva avere nulla a che fare con i comunisti. E' stata una vera sconfitta personale quella del referendum del 18 aprile 1993 che portò alla fine della legge elettorale puramente proporzionale per far posto a quello che sarà il mattarellum: quel giorno gli elettori non andarono al mare, come chiese, ma si recarono alle urne a dare il benservito alla Prima repubblica.
Eppure quando si sente parlare di Craxi tutti (o comunque la maggior parte del persone) lega il suo nome a due parole: “ladro” e “corruzione”. Due parole forti, che spezzano le gambe. I detrattori dicono che lui è diventato quello che è stato grazie al finanziamento illecito al partito e alla corruzione e la scena del lancio delle monetine davanti al “Raphael” è stata per anni (e lo è ancora) l'emblema della fine di un'epoca. Purtroppo il primo anno dell'inchiesta Mani pulite ha cancellato anni e anni di politica fatta da Craxi, partito dalle superiori ed arrivato fino allo scranno più alto di Palazzo Chigi.
Craxi ha fatto scuola (politica): i partiti dell'attuale agone politico presentano tra le proprie fila esponenti socialisti, sia nel centrodestra che nel centrosinistra. I due figli di Craxi ad esempio, Stefania e Vittorio (detto “Bobo”), hanno cercato di raccogliere l'eredità del padre, non riuscendovi: Stefania è stata deputata per due legislature con la “maglia” di Forza Italia e del PdL, ricoprendo anche il ruolo di sottosegretario agli Esteri e presiedendo dal maggio 2000 la fondazione dedicata in ricordo del padre; “Bono” è sempre orbitato intorno a partiti con il nome “socialista” ed è stato parlamentare nella XIV legislatura con il Nuovo PSI nella coalizione della CdL per poi appoggiare il governo Prodi nella legislatura successiva dove fu nominato sottosegretario agli Esteri.
Si parla da anni di riabilitare la figura di Craxi, non solo politicamente, ma anche dal punto di vista “civile”, visto che si pensa di intitolargli a Milano una via poiché è stato il primo milanese a diventare Capo del Governo.
Beh, meglio riabilitare colui che ha dato lustro alle relazioni internazionali italiane negli anni Ottanta e che è stato decisivo nella “vittoria” del blocco occidentale nella Guerra fredda piuttosto che riabilitare un politico emblema del mondo dei “nani e ballerine”.
Il detto dice “Nel bene o nel male basta che se ne parli”: di Craxi se ne parlerà ancora. Per anni e anni.


Bibliografia suggerita

G. Barbacetto – P. Gomez – M. Travaglio, Mani pulite. La vera storia, Editori Riuniti, Roma, 2002;
E. Catania, Bettino Craxi. Una storia tutta italiana, Boroli Editore, Milano, 2003;
S. Colarizi – M. Gervasoni, La cruna dell'ago. Craxi, il Partito Socialista e la crisi della Repubblica, Laterza, Roma-Bari, 2005;
E. di Nolfo (a cura di), La politica estera italiana negli anni Ottanta, editore Piero Lacaita, Torricella, 2003;
G. Mammarella – P. Cacace, La politica estera dell’Italia: dallo Stato unitario ai giorni nostri, Laterza, Roma-Bari, 2006;
I. Montanelli – M. Cervi, L’Italia degli anni di fango (1978-1993) , Rizzoli, Milano, 1993;
S. Romano, Guida alla politica estera italiana. Dal crollo del fascismo al crollo del comunismo, Rizzoli, Milano, 1993;
M. Pini, Craxi. Una vita, un'era politica, Mondadori, Milano, 2007;
C. Santoro, La politica estera di una media Potenza. L’Italia dall’Unità a oggi, Il Mulino, Bologna, 1991;
P. Colaprico, Capire Tangentopoli: un manuale per capire, un manuale per riflettere, il Saggiatore, Milano, 1996.
  • TAG: betino craxi, craxismo, partito socialista italiano, mani pulite, pentapartito, prima repubblica

Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


Note legali: il presente sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilità dei materiali. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.
La responsabilità di quanto pubblicato è esclusivamente dei singoli Autori.

Sito curato e gestito da Paolo Gerolla
Progettazione e sviluppo: Andrea Gerolla

www.tuttostoria.net ( 2005 - 2016 )
privacy-policy