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Pietro Ingrao, coscienza critica di una politica che non c'è più [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Introduzione
Nel 1915 Albert Einstein pubblicò la teoria della relatività generale, il 24 maggio l'Italia entrò in guerra al fianco della Triplice Intesa contro la Triplice Alleanza (di cui fece parte fin dal 1882) ed il conseguente ingresso del nostro Paese in guerra fece interrompere il campionato calcio di Prima categoria che, nonostante non fosse ancora terminato, vide la sua assegnazione al Genoa, al suo settimo successo.
Il 30 marzo di quell'anno, invece, nel paese di Lenola, oggi in provincia di Latina ma allora facente parte della Terra di Lavoro (una zona geografica/provincia comprendente l'attuale Provincia di Caserta, la parte meridionale delle province di Latina e Frosinone e parte di quelle di Napoli e Isernia) nacque uno dei personaggi politici più importanti dell'Italia contemporanea, Pietro Ingrao.
Di origini agrigentine, suo nonno Francesco era stato vicino alle cause mazziniane e garibaldine, ma fu costretto a lasciare la Sicilia perché ricercato per cospirazione e riparò da alcuni parenti proprio a Lenola, dove anni dopo fu anche eletto sindaco. Nonostante le origini liberali e borghesi della famiglia, Ingrao è stato uno dei politici italiani più influenti ed importanti del Partito Comunista Italiano.

La parentesi GUF e l'abbraccio al comunismo
Amante della scrittura, del cinema e delle poesie, dopo gli studi ginnasiali e liceali, si laureò prima in giurisprudenza e poi in lettere. Nel 1934, a 19 anni, partecipò ai “Littoriali della Cultura e dell'Arte” di Firenze, una manifestazione molto importante organizzata dalla segreteria del Partito Nazionale Fascista che si tenne dal 1932 al 1940, che faceva il paio con quelli dello sport e del lavoro.
Pietro Ingrao allora non era comunista, ma come tanti giovani partecipò a queste manifestazioni di regime. La sua opera gli permise di piazzarsi al secondo posto nella categoria “Poesia”, mentre si piazzò per il concorso di critica teatrale. Ingrao difese i colori del GUF di Littoria, la città-fascista istituita il 18 dicembre 1932 a capo dell'omonima nuova Provincia (istituita esattamente due anni dopo). Il giovane studente pontino partecipò con entusiasmo alla manifestazione ed espresse in molte occasioni l'importanza della nascita di Littoria e delle bonifiche a cui furono dedicate le opere che presero parte al “Littoriale”.
Tra il 1935 e il 1936 prese parte al Centro sperimentale cinematografico, poiché era stato colpito dai primi film americani e voleva imparare a fare il regista.
Ma qualcosa cambiò nella testa, e nella mente, del giovane Pietro e la data-spartiacque fu il 17 luglio 1936. Quel giorno scoppiò la guerra civile spagnola, con le truppe del generale Francisco Franco che dichiararono guerra ai repubblicani. Franco, vicino a posizioni fasciste, è indirettamente colpevole di aver fatto passare Ingrao “dall'altra parte”: i repubblicani erano gli oppressi, i deboli, e il 21enne Pietro capì di dover difendere la lotta di classe, combattendo il fascismo. Pietro Ingrao capì che il fascismo era sbagliato e fece un grosso salto ideologico, anche se, negli anni successivi, si pentì del suo passato.
Subito dopo lo scoppio della guerra civile spagnola approdò all'antifascismo, non ancora “militante” ma “clandestino”. Nel 1940 aderì al PCI e nel biennio 43-44 fu attivo nella Resistenza tra il Nord e Roma, dove ebbe un ruolo importante nella stampa clandestina de “L'unità” e nel 1944 si sposò con Laura Radice Lombardo, più grande di lui di due anni e con la quale condivideva la lotta partigiana e gli ideali comunisti.

Pietro Ingrao direttore de “L'unità”, Pietro Ingrao deputato, Pietro Ingrao comunista tutto d'un pezzo
Nel partito comunista Ingrao si fece apprezzare subito per le sue idee, i suoi ragionamenti e per i suoi scritti. L'11 febbraio 1947 divenne direttore de “L'unità”, l'organo ufficiale del PCI, succedendo a Mario Montagnana. Ingrao diresse il quotidiano comunista fino al 15 gennaio 1957, quando gli successe Alfredo Reichlin.
Di stampo marxista antistalinista, Ingrao negli anni si scontrò con la frangia “migliorista” del partito: i suoi “nemici” all'interno del PCI furono Amendola e Napolitano, i quali (oltre ad altri celebri esponenti comunisti come Pajetta, Macaluso, Lama e Iotti) volevano riformare il partito spingendolo verso un abbandono del marxismo per abbracciare politiche socialdemocratiche, come era avvenuto nella Germania occidentale con il nuovo corso della SPD a Bad Godesberg nel 1959.
Nel 1950 venne eletto alla Camera in sostituzione di Domenico Emanuelli, deceduto due anni dopo l'inizio della I legislatura, nel settembre 1950: occupò lo scranno di Montecitorio fino all'aprile 1992, attraversando dieci legislature e quarantaquattro anni di storia della Repubblica italiana.
Due avvenimenti lo turbarono per tutta la sua esistenza: l'essere stato a favore dell'invasione dei carri armati sovietici in Ungheria nell'ottobre 1956 per porre fine alla rivoluzione e l'aver contribuito all'espulsione dei membri della “corrente” de “il Manifesto” nel dicembre 1969.
Il 25 ottobre 1956, il giorno dopo l'invasione russa, Pietro Ingrao scrisse un editoriale senza firma (“Da una parte della barricata a difesa del socialismo”) in cui condannava i rivoluzionari ungheresi e concordava con la necessità dell'invasione per porre fine ai moti, ristabilendo lo status quo. Nonostante molti si allontanarono dal PCI dopo i fatti cruenti di Budapest, Ingrao non lasciò il PCI e l'ideologia, mentre il 24 novembre 1969 contribuì all'espulsione dei membri de “Il Manifesto” dal partito, con cui ebbe fino a quel momento dei buonissimi rapporti: furono espulsi (o puniti con provvedimenti e con l'impossibilità di ri-tesserarsi) Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Aldo Natoli, Lucio Magri, Massimo Caprara, Valentino Parlato e Luciana Castellina. Nonostante alcune battaglie combattute insieme, Ingrao, membro del Comitato centrale, votò per la loro espulsione. Gli iscritti del movimento “il Manifesto” (che poi crearono l'attuale quotidiano) erano giovani comunisti che volevano essere più indipendenti dal partito, abbracciando un pensiero più a sinistra del PCI, ma vennero espulsi anche perché favorevoli alla “primavera di Praga” e contrari ad alcune scelte del Partito.
Nel 1966 Ingrao uscì dalla direzione del Partito e al XI congresso del PCI (tenutosi a Roma tra il 25 e il 31 gennaio) usò l'espressione “dissenso” per manifestare la sua contrarietà allo stalinismo e aprire la possibilità di porre fine al “pensiero unico” nel PCI, o comunque poter essere in disaccordo con il partito stesso.
Pietro Ingrao oltre ad essere antistaliniano, non vide di buon occhio né Castro né Mao e quindi il comunismo cubano e cinese: il primo troppo leggero (e comunque poco ortodosso), il secondo troppo repressivo.

Dalla presidenza della Camera all'addio alla politica attiva
Tra il 1964 ed il 1972, Ingrao fu nominato capogruppo alla Camera ed il 5 luglio1976 venne eletto Presidente della Camera: per la prima volta un comunista si insediava sullo scranno più importante di Montecitorio. Successe a Sandro Pertini e mantenne la carica fino al 19 giugno 1979, quando passò il testimone alla compagna di partito Nilde Iotti, prima donna a diventare Presidente della Camera. Gli anni di Ingrao come Presidente sono stati anni pesanti per la storia nazionale: dal sequestro e la morte di Aldo Moro all'impennarsi degli anni di piombo, lo sviluppo delle Brigate rosse e del terrorismo nero.
Pietro Ingrao è stato un uomo che ha messo davanti a tutto il Partito sempre, anche con scelte coraggiose andando controcorrente. Come controcorrente è stato nei vari congressi organizzati dalla falce e martello, di cui lui rappresentava sempre l'ala più dura ma minoritaria. Nonostante le sconfitte congressuali, Ingrao è sempre stato al suo posto, non hai mai contestato nessuna scelta, “obbediva” alle scelte del segretario e non ha mai fatto scissioni interne.
L'unica volta in cui, come si dice in gergo, “inghiottì il rospo” è stato con la “svolta della Bolognina”, il processo attuato dall'ultimo segretario del PCI, Achille Occhetto, per trasformare il Partito Comunista Italiano in un partito democratico ed europeista, un processo iniziato il 12 novembre 1989 (con il saluto dello stesso politico torinese presso la sede del PCI di quel quartiere di Bologna in occasione della commemorazione di una battaglia partigiana, dove venne invitato a porgere un saluto e lui, senza consultare il partito, disse che il PCI doveva cambiare nome ed ideologia, visto che tre giorni prima era caduto il muro di Berlino) e terminato a Rimini, sede del XX congresso del PCI, il 3 febbraio 1991 dove il partito nato nel 1921 si sciolse dando vita alla nuova “creatura” occhettiana, il Partito Democratico della Sinistra (PDS). Il simbolo del nuovo movimento divenne la quercia, simbolo di forza, solidità ed eternità, con in basso un cerchio con all'interno il vecchio simbolo del PCI: quello che un tempo era un brand, la falce e martello con la stella in alto a sinistra (la bandiera dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) e sotto la bandiera italiana, ora era rilegato in basso in un piccolo cerchio. Ingrao aderì al PDS sin da subito, rappresentando le istanze dei “Comunisti democratici” Nei due ultimi congressi del Partito della falce a martello espresse volontà di non trasformarlo come voleva Occhetto, ma di continuare a chiamarsi ugualmente “comunista” anche se l'ideologia era stata mandata in cantina.
Ingrao ha lasciato la politica attiva, quindi il ruolo di deputato, con la fine della X legislatura: a partire dalle elezioni del 1992 non è stato più ricandidato non per scelta del partito, per scelta dello stesso politico laziale.

Ingrao contrario alla “Bolognina”, il passaggio a Rifondazione, la stima per SEL e gli ultimi anni
Fino al 1992 rimase deputato per il PDS, ma nel maggio 1993 lasciò la Quercia per spostarsi su istanze più di sinistra. Nel 1996 si avvicinò, come indipendente, al Partito della Rifondazione Comunista, il partito nato nel dicembre 1991 dall'unione degli ex iscritti del PCI contrari alla “Bolognina” con l'intento di non lasciar morire l'ideologia comunista. Con lui lasciò il PDS anche Fausto Bertinotti, storico sindacalista della CGIL che l'anno dopo (e fino al 2006, quando venne eletto Presidente della Camera, quarto comunista della storia dopo l'esperienza di Giorgio Napolitano tra il giugno 1992 e l'aprile 1994) fu nominato segretario del partito. Bertinotti, ça va sans dire, era un “ingraiano” convinto. Pietro Ingrao si iscrisse a Rifondazione solo nel 2005.
La pesante sconfitta delle forze di estrema sinistra nelle elezioni politiche del 2008 (nessun partito filocomunista, o di estrema sinistra, entrò per la prima volta in parlamento dal 1948), fece fare un passo in avanti ai nostalgici della falce e martello e nel 2009 Ingrao approvò la nascita della Lista Anticapitalista che partecipò alle elezioni europee, trasformandosi successivamente in Federazione della Sinistra.
Nel 2010 lo stesso Ingrao disse di sostenere il nuovo partito di Nichi Vendola, Sinistra Ecologia Libertà, definendolo come l'unico partito che poteva cambiare il Paese ed essere compagine di governo. A capo del partito c'era (e c'è tutt'oggi) quel Vendola che condivise con Ingrao l'esperienza di Rifondazione, da cui uscì nel 2008.
Negli ultimi anni della sua vita, Ingrao si occupò da spettatore della politica nazionale, scrivendo saggi o rilasciando interviste su diversi temi cari alla sinistra (antirazzismo, diritti civili, pacifismo, democrazia).
Pietro Ingrao morì a Roma il 27 settembre 2015 all'età di 100 anni. Durante le sue esequie laiche, celebrate davanti a Montecitorio tre giorni dopo, parteciparono il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il Presidente del Senato Pietro Grasso, il Presidente del consiglio, Matteo Renzi, molti parlamentari, semplici cittadini e presero la parola dal palco tra gli altri la figlia Renata, Alfredo Reichlin, il regista Ettore Scola e don Luigi Ciotti. Venne suonata “L'Internazionale”, la celebre canzone del socialismo rivoluzionario, il pubblico intonò “Bandiera rossa” e “Bella ciao!” e si alzò uno striscione con scritto “ciao, compagno Pietro”.

Cosa rimane oggi di Pietro Ingrao
Cosa rimane oggi di Pietro Ingrao? Innanzitutto il ritratto di un combattente, di un fine intellettuale e di un uomo mai sceso a compromessi. Ingrao è stato uno che ha sempre creduto in quello che faceva e non a caso è sempre stato considerato un “grande perdente”: nonostante le sue posizioni fossero minoritarie, accettò la guida delle correnti vincitrici senza esprimere malumori e senza, soprattutto, allontanarsi per creare nuovi partiti. Vicino al movimento operaio, al rispetto dei diritti civili, alle persone bisognose, democratico, antirazzista, pacifista, Ingrao lottò con le unghie e con i denti (nonostante le settantasei primavere) per non far morire il PCI nonostante il dado fosse tratto, anche a livello mondiale, a Rimini.
Il suo lascito è molto intenso, tanto che molti avversari politici gli mostrarono sempre grande stima. Ingrao è stato da sempre definito “padre nobile” della sinistra italiana ma anche “coscienza critica”: da una parte il fine intellettuale sempre sul pezzo e sotto la sua ala è cresciuta una schiera di politici che hanno fatto carriera a livello di partito e di politica, dall'altra un uomo che è sempre stato critico verso le correnti opposte alla sua, ma ha sempre rispettato gli avversari facendo pesare (in maniera costruttiva) gli errori del partito. Partito che ha sempre messo davanti a tutto nella sua carriera politica. Ingrao è stato un politico carismatico e amato dai giovani che hanno avuto in lui un modello da seguire. E' anche importante il suo lascito di libri di poesia, saggi politici e in particolare la sua biografia “Volevo la luna” e “Indignarsi non basta”, usciti nel 2006 e nel 2011 in cui raccontò la sua vita politica durata oltre sessant'anni, consigliando alle nuove generazioni di innamorarsi della politica e di non abbandonarla o comunque di interessarsene.
E' attivo il suo sito internet personale (gestito ora dalla figlia Chiara, anche lei in politica con i PDS nella XI legislatura, quella successiva all'addio del padre), in cui sono riportati i titoli dei suoi libri, delle sue poesie, i suoi commenti di critica cinematografica, gli interventi politici, le interviste, le sue foto (private e pubbliche, l'elenco della sua attività politica e alcuni video).
Ingrao è stato un passionale della politica e dotato di una lucidità importante, libero da imposizioni esterne e caratterizzato da un rigore unico. E' sempre stato coerente con se stesso e ha sempre rispettato il Parlamento e degli avversari, esprimendo il suo pensiero critico ma libero da ogni pressione.
E poi il dubbio, l'andare oltre il pensiero condiviso e unico. E proprio il dubbio è ciò che lo ha da sempre caratterizzato. E se da una parte aveva partecipato alla lotta antifascista e alla Resistenza per creare un'Italia democratica, in cuor suo aveva sempre sperato un giorno in una rivoluzione come fecero i bolscevichi nel 1917: quest'ultimo pensiero lo aveva sin dall'inizio dell'era repubblicana, ma forse in questo ci ha sperato tutta la vita.
La sua autobiografia non ebbe titolo azzeccato: il volere la luna, il volere qualcosa di inarrivabile ma fare il possibile affinché possa diventare arrivabile.
  • TAG: pietro ingrao, partito comunista italiano, pds, rifondazione comunista, sinistra ecologia libertà, partiti politici

Articoli pubblicati da Simone Balocco e Paola Maggiora


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