Cookie Consent by Free Privacy Policy website Tutto storia autori: 28 ottobre 1922, cento anni fa la Marcia su Roma

28 ottobre 1922, cento anni fa la Marcia su Roma [ di Simone Balocco e Paola Maggiora ]

Il 28 ottobre è il 301° giorno dell’anno e si festeggiano i santi Simone e Giuda. Gli eventi più famosi accaduti quel giorno sono statti la nascita dell’Università di Harvard nel 1636; l’inaugurazione della Statua della Libertà nel 1886; l’inizio del “proibizionismo” negli USA nel 1919; la fine della crisi missilistica di Cuba (1962) con lo smantellamento dei missili sovietici dall’isola caraibica. Ma il 28 ottobre più noto è il 28 ottobre 1922, giorno della Marcia su Roma. Da allora, sono passati esattamente 100 anni, 36.525 giorni, ed è stato un momento storico di importanza essenziale nella storia del nostro Paese.
Quel 28 ottobre 1922, un sabato piovoso, ventimila fascisti in camicia nera marciarono su Roma con l’intenzione di farsi dare dall’allora re d’Italia, Vittorio Emanuele III, il potere: il loro leader, Benito Mussolini, secondo loro, doveva vedersi consegnato dal monarca l’incarico di formare il nuovo governo e riportare il Paese sui binari “giusti” dopo anni inquieti e disordinati.
Il 30 ottobre, re Vittorio Emanuele III diede l’incarico a Mussolini, lui accettò, giurò davanti a lui ed iniziò quell’”Era fascista” che terminerà la notte tra il 24 e 25 luglio 1943.
Ma come si arrivò alla Marcia su Roma?


L’Italia vince la Prima guerra mondiale, ma è come se l’avesse persa

Per capire la situazione italiana dell’epoca, c’è da tornare alla conferenza di pace di Versailles dove le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale, le forze della Triplice Intesa, decisero come spartirsi l’Europa. Il 28 giugno 1919 vennero firmati nella Sala degli Specchi della reggia parigina i trattati di pace. I vincitori furono la Triplice Intesa (Francia, Gran Bretagna e Italia) e Stati Uniti contro gli Imperi europei (Impero austroungarico, Impero guglielmino e Impero ottomano), formanti la Triplice Alleanza.
Il nostro Paese faceva parte però della “Alleanza” dal 1882, ma ne uscì il 24 maggio 1915 con la firma del patto di Londra del 26 aprile precedente, aderendo all’”Intesa”. L'Italia si presentò al tavolo dei trattati con il coltello dalla parte del manico, in particolare contro l'Impero austroungarico. In base a “Versailles”, l'Italia ebbe allargamenti territoriali in Libia, ebbe il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia-Giulia, la città di Trieste e l'Istria. Il governo italiano, presieduto allora da Vittorio Emanuele Orlando, volle però anche Fiume e la Dalmazia, ma quei territori andarono al neocostituito Regno di Jugoslavia. L'Italia non ebbe ciò che aveva preventivato e fu una beffa per tutti, soprattutto nel ricordo di chi aveva perso la vita durante la guerra: i trattati di Parigi crearono il mito della "vittoria mutilata", dove si era vinto, ma mancavano parti importanti al successo pieno.
Il coro era unanime: la Grande guerra era stato un grave errore e parteciparvi aveva impoverito il Paese con un costo economico-sociale molto forte e che non ha avuto gli effetti sperati: i morti ed i mutilati di guerra si erano sacrificati invano, una cosa inconcepibile. Un'onta, un'offesa alla loro memoria e al loro sacrificio.
Vittorio Emanuele Orlando venne ferocemente attaccato (anche se per protesta durante i lavori di Versailles protestò e si allontanò dai lavori) e si dimise. Al governo Orlando, il 23 giugno 1919 successe il governo guidato da Francesco Saverio Nitti, ma il malcontento nel Paese era scoppiato.
L’Italia però presentava allora dei limiti, anche se era diventata una potenza: l'unificazione nazionale era stata tardiva; il sistema politico solo nel 1913 vide il suffragio universale maschile; era un Paese ancora arretrato nella sua struttura economica e sociale; si era industrializzato e modernizzato tardi rispetto al resto d’Europa, nonché essere troppo centralizzato e burocratizzato. Inoltre la classe politica era senza ricambio generazionale, stanca, vecchia, divisa tra interventisti e neutralisti. In pratica, l’Italia era una nazione in difficoltà sotto tantissimi aspetti.


1919-1921: il “biennio rosso” tra violenze, scioperi e la voglia leninista. La paura di industriali, imprenditori e proprietari terrieri

Il 1919 vide la rabbia e la frustrazione di tantissimi italiani che diedero il via ad una serie di proteste che durarono per due anni, il cosiddetto “biennio rosso”: le forze socialiste e comuniste ebbero un enorme consenso perché puntavano alla riscossa delle classi meno abbienti e all’uguaglianza sociale. Politicamente, si ebbe l'impennata di voti da parte del Partito Socialista Italiano che il 16 novembre 1919, nelle elezioni politiche, ottenne il 32% dei consensi e 156 seggi, raddoppiando voti e triplicando gli eletti. Motivo della forza socialista? Nel Belpaese si sperava che potesse costituirsi una rivoluzione bolscevica come accaduto in Russia o seguire l’esempio della Repubblica socialista di Baviera (durata sei mesi tra il 1918 ed il 1919) dopo la crisi tedesca successiva alla fine della guerra.
Se nelle urne i voti aumentarono, aumentarono anche le violenze e gli scioperi nelle fabbriche e nei campi. I lavoratori volevano aumento dei salari e abbassamento dei prezzi del grano e delle materie prime. Le violenze maggiori si ebbero in Emilia Romagna e in Toscana, terre socialiste.
A Livorno fu fondato, nel gennaio 1921, il Partito Comunista d'Italia da una scissione dell'ala oltranzista dei socialisti durante il 17° congresso del partito socialista ed i suoi leader furono, all'interno dell'esecutivo, Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga ed Umberto Terracini.
Se le frange dell’estrema sinistra volevano che in Italia si finisse come a Mosca, gli industriali, gli imprenditori, i “padroni” e le associazioni di categoria non volevano assolutamente che il Paese diventasse un Paese guidati dai “rossi”. La soluzione ai loro problemi era affidarsi ad un uomo originario di Predappio, allora in Provincia di Forlì, che poteva fare al caso loro: Benito Mussolini.


L’uomo del destino: Benito Mussolini

Benito Mussolini era stato un socialista rivoluzionario, diventando nel dicembre 1912 direttore del quotidiano del Partito Socialista Italiano, “L’Avanti!”, dirigendolo fino all'ottobre 1914. Mussolini si fece notare per le doti oratorie e per le idee molto rivoluzionarie. Quell'anno però fu espulso dal Partito a seguito a delle sue dichiarazioni per cui l'Italia sarebbe dovuta entrare senza esitazioni a combattere nella Prima guerra mondiale, quando invece la linea del PSI era di rimanere neutrale.
Mussolini fu espulso dal partito e dalla direzione de “L’Avanti!”. Lui non si perse di animo e fondò poco dopo “Il Popolo d'Italia”: creò questo giornale per scrivere il suo malcontento verso la scena politica nazionale e spiegando perché il Paese doveva intervenire nel conflitto. Da socialista, in pochi mesi Mussolini abbracciò ideali conservatori e nazionalisti intrisi di riluttanza verso lo Stato liberale: era in atto in lui un profondo cambiamento mentale e psicologico e quel socialismo che lo aveva caratterizzato da sempre divenne ora il suo avversario.
Iniziò a fare proseliti ed il 23 marzo 1919 decise di fare politica a tempo pieno fondando, in una piccola sala di palazzo Castani (sede dell’Associazione Commercianti ed Esercenti di Milano) in piazza San Sepolcro, a poche centinaia di metri dal Duomo, un piccolo partito di ispirazione conservatrice e anticomunista, antisocialista, antiliberista e con l'obiettivo (iniziale) di trasformare l'Italia in una repubblica e di non avere rapporti con la Chiesa: i Fasci Italiani di Combattimento. I punti dei Fasci Italiani di Combattimento erano l'allargamento del diritto di voto, la giornata lavorativa di otto ore, l’introduzione di una paga minima, la sistemazione dei ferrovieri e di tutte le industrie dei trasporti, l'abolizione del Senato per nomina regia ed una politica estera capace di riportare l’Italia nel novero delle grandi Potenze europee e mondiali. Si legarono alla “creatura” di Mussolini gli interventisti rivoluzionari, ex socialisti, sindacalisti, anarchici ed ex combattenti come gli arditi e i futuristi. Mussolini aveva un sogno: prendere il potere in Italia.
I Fasci Italiani di Combattimento si presentarono per la prima volta alle elezioni del 16 novembre 1919 raccogliendo 4.000 voti ed i candidati, tra cui Mussolini, si presentarono solo nel collegio di Milano. Non ci furono personalità elette ma la strada era stata tracciata.
Dopo un avvio incerto, a distanza di un anno, il numero delle sezioni e degli iscritti alla nuova “creatura” di Mussolini furono molto modesti: qualche centinaio di sezioni e un altrettanto migliaio di iscritti, con gli stessi “iscritti” che si fecero notare per l'uso eccessivo della forza e della violenza contro chi si metteva contro di loro, in particolare sedi di giornale (l’assalto alla sede de “L’Avanti!” del 15 aprile 1919, incendiata e distrutta), sedi di partito, sede di leghe contadine “rosse”. Un vortice di violenza che nessuno in Italia riuscì a debellare, ma che fu visto di buon occhio dall'imprenditoria industriale ed agraria in contrapposizione alla forza proletaria e comunista: se per impedire che il Paese potesse diventare bolscevico era necessaria la violenza, si doveva usare la violenza per impedire che il Paese potesse diventare bolscevico.
Mussolini cavalcò, tra il 1919 ed il 1922, un sentimento di odio verso la classe politica nazionale del tempo, incapace di farsi rispettare ai tavoli di pace di Versailles e senza una spina dorsale.
Per migliorare la sua situazione politica, il 9 novembre 1921 il partito di Mussolini si sciolse e si trasformò in Partito Nazionale Fascista. Il PNF divenne un'evoluzione del pensiero dello stesso Mussolini: se i Fasci Italiani di Combattimento erano socialisti nel pensiero, il Partito Nazionale Fascista diventava un vero partito di destra. Il pensiero di Mussolini, sfruttando la situazione sociale italiana, fece una brusca manovra e cambiò i connotati al suo nuovo partito: vicino all'esercito, al re, alla Chiesa e caratterizzato da un anticomunismo viscerale che fece man bassa di consensi.
La situazione politica in Italia allora, inoltre, era molto caotica: si succedettero, tra la fine della Prima guerra mondiale e l’agosto 1922 sei governi (con quattro Primi ministri diversi) incapaci di guidare il Paese. Mussolini fu abile, in quei giorni (e anche nei mesi precedenti) a usare la forza e la rassicurazione: forza contro gli oppositori, rassicurazione verso il re.
Questo movimento iniziò ad imporsi come alternativa (anche fisica) alle forze di sinistra, ma a modo suo: violenze, pestaggi, distruzione di locali dediti ad incontri tra operai e sedi di partito ed un consenso di ogni volta superiore.
Il 1922 è l’anno di Mussolini, l’anno dove il suo sogno di potere divenne realtà.


1922: l’anno della svolta. Le decisioni di Milano e Napoli: si marcia su Roma

Nel febbraio del 1922 si formò un nuovo governo dall’autorità politica ancora più scarsa del precedente, affidato a Luigi Facta. Questi non era un temerario e le tante tensioni che caratterizzarono il Paese in quel periodo fecero capire a Mussolini che era ora possibile la sterzata, che il momento era giusto per sferrare l’attacco e prendere la guida del governo. Era necessario un gesto eclatante che solo il fascismo poteva fare: prendere il potere marciando su Roma.
Il 16 ottobre 1922, nella sede milanese del PNF, Mussolini pianificò la sua idea: marciare, incutere paura, prendere il potere. La seduta milanese fu a porte chiuse e vi presero parte solo Michele Bianchi, segretario del partito, Italo Balbo, capo dei fascisti ferraresi, il monarchico Cesare Mattia De Vecchi e l’anziano generale Emilio De Bono: questo quadrumvirato avrebbe organizzato nei fatti la Marcia su Roma.
Il 24 ottobre a Napoli durante un convegno fascista al teatro San Carlo, la “marcia” divenne realtà e fu approvata dallo stesso Mussolini.
Mussolini tenne un secondo comizio in piazza del Plebiscito davanti a 40mila camicie nere: “O ci daranno il governo o lo prenderemo calando su Roma”.
A Facta arrivarono notizie sulle intenzioni di Mussolini ed informò come sempre il re del fatto che la situazione era da monitorare, ma che poi non ci sarebbe stato nulla da temere. Se nonché il 26 ottobre tutto cambiò: fascisti da tutta Italia si stavano mobilitando verso la Capitale. Il Consiglio dei Ministri, presieduto da Facta, si riunì presso il Ministero della Guerra e fu molto caotica e confusionario. Facta ed il Consiglio dei Ministri scrissero al re un documento in cui si vuole difendere la patria. Il re lo firmò, ma era inquieto.
Il 27 ottobre gli squadristi si avvicinarono a Roma, ma la loro corsa si interruppe nei pressi di Civitavecchia, Orte e Santa Marinella: siamo tra i 50 e i 70 km da Roma e l’esercito bloccò la corsa delle camicie nere verso la capitale. Ne frattempo, in tutta Italia i fascisti occuparono prefetture, infrastrutture e luoghi istituzionali.
Facta chiese al re di firmare un documento che avrebbe messo il Paese in uno stato di assedio: bastava un suo sigillo e la capitale e tutto il Paese avrebbero spezzato la protesta fascista grazie all’esercito. Ma come si redige uno “stato di assedio”? La sola ed unica volta in cui in Italia ci fu uno stato d’assedio risaliva ai moti popolari del 1898.
Ma il re non firmò lo stato d’assedio, lasciando via libera alle camicie nere. Facta per protesta si dimise. Il re iniziò a fare delle consultazioni rapide su chi affidare la guida del governo. Vittorio Emanuele III incontrò, in successione, il Presidente della Camera, il liberale Enrico de Nicola, che consigliò al monarca di dare l’incarico di formare il governo a Giolitti; il liberale Francesco Cocco Ortu che consigliò caldamente di non dare l’incarico a Mussolini; Cesare de Vecchi, giunto appositamente da Perugia. Il re disse a de Vecchi che sta pensando ad un governo guidato da Antonio Salandra con un ruolo importante per i fascisti nell’esecutivo: Salandra era il Presidente del Consiglio che portò l’Italia a combattere nella Prima guerra mondiale ed era una persona che piaceva ai fascisti. Dopo diverse ore di trattative, Mussolini rifiutò la proposta del re, anche se Mussolini avrebbe acconsentito all’ingresso nel governo Salandra-Mussolini chiedendo l’assegnazione fascista dei ministeri di Esteri, Guerra, Lavori pubblici, Marina, Lavoro.
Con la mancata firma dello stato di assedio, le dimissioni di Facta, la stroncatura di un governo Salandra-Mussolini e Roma che avrebbe potuto avere gravi problemi di ordine pubblico in quei frangenti, Vittorio Emanuele III prese la solenne decisione: Benito Mussolini avrebbe avuto l’incarico di formare il nuovo governo e porre fine a tutti i problemi.
Mussolini non era a Roma con i fascisti in quelle ore: era rimasto a Milano, nella sede de “Il Popolo d’Italia”, a vedere la situazione, non rischiando di compromettere la riuscita della “marcia” e la sua idea di governo. Mussolini ricevette dal generale Arturo Cittadini, Primo aiutante del re, la convocazione a Roma al Quirinale per la mattina del 30 ottobre per vedersi assegnato l’incarico di formare il governo e giurare davanti al re. Mussolini voleva avere rassicurazioni e, onde evitare di cadere in una imboscata, volle la convocazione ufficiale su carta intestata e tramite un telegramma, che arrivò senza problemi tra le sue mani.
Nella tarda mattina del 30 ottobre, Mussolini scese dal treno che lo portò a Roma da Milano e, in ritardo sulla sua tabella oraria, si presentò al Quirinale vestito “da battaglia”, con la camicia nera, i pantaloni verdi militare e gli stivali perché non aveva avuto il tempo di cambiarsi.
Mussolini, dopo un colloquio durato un’ora con il sovrano, accettò e quel 30 ottobre, intorno alle ore 19, si presentò al Quirinale con la lista dei ministri e, in abiti più eleganti, giurò nelle mani di Vittorio Emanuele III diventando il XXVIII Presidente del Consiglio del Regno d’Italia, il più giovane di sempre. Il governo Mussolini era composto non solo da fascisti, ma anche da popolari, liberali, democratici sociali e da due militari (Armando Diaz e Paolo Emilio Thaon di Revel). Mussolini si nominò contemporaneamente ministro degli Interni e degli Esteri.
Martedì 31 ottobre ci fu poi la parata fascista che transitò dall’Altare della Patria, il Quirinale ed arrivò a Villa Borghese con Mussolini accompagnato dai quadrumviri partiti da Perugia. Sfilarono in quaranta mila. I fascisti sfilarono anche nel “rosso” quartiere di San Lorenzo: all’inizio fu loro vietato, ma alla fine furono fatti sfilare con gli antifascisti che dovettero assistere dalle loro case onde evitare scontri. Scontri che ci furono e che portarono alla morte di tredici persone residenti nel quartiere.
La Marcia su Roma è considerata il punto di partenza della “rivoluzione fascista” ed ogni suo anniversario, dal 28 ottobre 1923 in avanti, sarebbe stato ricordato come l’inizio del nuovo anno fascista per il Paese (ad esempio il 28 ottobre 1924 è stato l’”anno II dell’Era fascista” e così via).


100 anni dopo la Marcia su Roma: un’analisi
Cento anni fa il destino dell’Italia e del Mondo cambiarono: Mussolini già il 16 novembre 1922, nel suo primo discorso alla Camera, fece capire quali fossero le sue vere intenzioni:
avrei potuto fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli. Potevo sprangare il parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”.
Il futuro Duce giurò fedeltà e lealtà alla monarchia e allo Stato, salvo poi imporre una dittatura che vide piano piano scomparire i diritti dei cittadini, perseguitando gli oppositori, imponendo leggi particolari in difesa dello Stato, la chiusura dei giornali e delle sedi di tutti i partiti politici. La dittatura terminerà solo il 25 luglio 1943 (con il Paese in guerra da tre anni) con la sfiducia del Gran consiglio del fascismo e l’arresto di Mussolini da parte di re Vittorio Emanuele III, il sovrano che ventuno anni prima gli aveva consegnato nelle sue mani il Paese.
La Marcia su Roma è importante perché ha permesso a Mussolini di vedersi assegnato l’incarico di formare un nuovo governo e trainare fuori l’Italia dall’empasse in cui era finita tra tre anni. Ma la Marcia su Roma, in sé, non c’è mai stata perché il 28 ottobre le 25mila camicie nere non poterono entrare a Roma e nessuno marciò quel giorno: anche se lo stato d’assedio non fu firmato, la capitale era militarizzata.
Si può dire che la vera “marcia” fu quella del 31 ottobre, ma Mussolini aveva già giurato davanti al re ed era al potere. Quella del 31 ottobre può essere considerata sorta di “marcia di rappresentanza”.
In quei quattro giorni (28-31 ottobre 1922), Mussolini fu il vincitore della partita politica, il re e lo Stato liberale gli sconfitti. Se il re avesse firmato lo stato d’assedio, i militari avrebbero fronteggiato i fascisti ed avrebbero spezzato con la forza la loro idea di marciare su Roma essendo in numero superiore ed altamente equipaggiati. Possono essere almeno tre i motivi che spinsero il sovrano a non firmare lo stadio di assedio: a) la paura che potesse essere tradito dai soldati (in tanti, tra gli ufficiali, erano simpatizzanti delle idee del PNF); b) la paura che potesse essere detronizzato in favore di Emanuele Filiberto duca d’Aosta; c) il fascismo era l’unico modo per porre fine ai tutti i problemi del Paese e dare un nuovo ordine al Paese.
Molti sostengono che la Marcia su Roma fu un colpo di Stato: i colpi di Stato si fanno con la forza e sono spinti dalle forze militari interni, mentre il 28 ottobre 1922 non ci fu nessun colpo di stato, l’esercito è sempre stato con il re e lo stesso Vittorio Emanuele III conferì di suo pugno l’incarico di formare il governo a Benito Mussolini. Mussolini ed i fascisti non usarono la forza, ma a loro fu spalancata la porta del potere dallo stesso Stato liberale. E proprio lo Stato liberale perde: Facta non avrebbe dovuto dimettersi da Presidente del Consiglio ma avrebbe dovuto combatterlo con l’aiuto di tutto il parlamento. Nessuno di oppose a Mussolini e Mussolini ebbe strada libera.
La presa del potere in maniera legalitaria da parte del fascismo segnò la fine del parlamentarismo, della democrazia, delle libertà: sessant’anni anni di democrazia italiana erano franati sotto i colpi delle parole e delle intenzioni di un uomo che, per paura che tutto potesse finire in malo modo, se ne era stato a Milano a vedere l’evolversi della situazione e, magari, fuggire all’estero per evitare l’arresto. Un uomo che sapeva cosa voleva, ma che temeva che tutto potesse finire in una bolla di sapone e perdere credibilità davanti all’opinione pubblica.
Si pensava che dando il potere a Mussolini, la politica italiana lo avrebbe ammansito e magari indirizzato verso il liberalismo e la democrazia.
Sbagliarono di grosso.
E a pagarne le conseguenze fu l’intero Paese negli anni a venire.


Bibliografia suggerita

Renzo de Felice, Mussolini il fascista. Volume I: La conquista del potere 1921-1925, Einaudi, Torino, 1966;
Renzo de Felice, Breve storia del fascismo, Bompiani, Milano, 2001;
Eric Hobsbawm, Il secolo breve 1914-1991: l'era dei grandi cataclismi, Rizzoli, Milano, 1995;
Antonio Scurati, M. Il figlio del secolo, Bompiani, Milano, 2018;


Sitografia (tratta dal sito www.youtube.com)

“Una giornata particolare – La Marcia su Roma” di Aldo Cazzullo, Claudia Benassi e Raffaele di Placido, regia di Claudio Pisano, 14 settembre 2022, La7 Attualità;
La Marcia su Roma, lectio di Emilio Gentile al XVIII Festival di Internazionale della Storia di Gorizia;
La marcia su Roma. Tecnica di un finto colpo di stato che si finse una rivoluzione, intervento di Ernesto Galli della Loggia a “La Storia in Piazza”, Palazzo Ducale. Genova, 3 aprile 2022.
  • TAG: marcia su roma, fascismo, mussolini, quadrumvirato

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