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Astronomia, religione e viaggi missionari: Matteo Ricci e il cristianesimo in Cina tra XVI e XVII secolo

di Laura Simonassi e Davide Arecco


Sguardi sul contesto: la Cina dei Ming tra metà Cinquecento e inizio Seicento

La dinastia dei Ming si immerge nel cuore di un impero che, succeduto ai mongoli Yuan (1271-1368), restaurò l'identità cinese Han sotto Zhu Yuanzhang (朱元璋, noto come imperatore Hongwu 洪武, 1368-1398). Furono anni molto significativi dal punto di vista strategico: la centralità imperiale fu ripristinata, e i confini territoriali subirono un sostanziale ampliamento, dal Tibet al Pacifico, mentre la burocrazia raffinata, modellata sui classici confuciani, garantiva l’ordine e la gestione delle vaste risorse.
I Ming si dedicarono a grandi opere architettoniche e ingegneristiche, contribuendo così ad un'eredità duratura per il popolo cinese: il Grande Canale ampliato (Da Yunhe, 大運河, Grande Canale Imperiale) e la costruzione della Città Proibita (Zijin Cheng, 紫禁城, Città Proibita) a Pechino a partire dal 1420. In questo contesto, non poteva mancare un rinascimento culturale di impronta confuciana, che influenzò le dinastie successive, tra cui i Qing, con enfasi sull’armonia cosmica tra Cielo (天, Tiān), Terra e Uomo. Questi anni, segnati da prosperità e crisi, videro aprirsi crepe in cui astronomia e religione – pilastri dello Stato – si sarebbero incontrate con il cristianesimo gesuita di Matteo Ricci.
Il potere dei Ming ruotava attorno all'imperatore, in qualità di Figlio del Cielo (天子, Tiānzǐ), mediatore tra Cielo e Terra, tramite il Mandato Celeste (天命, Tiānmìng) che giustificava e legittimava la sua autorità, purché fosse virtuosa. La burocrazia, perfezionata dall’imperatore Hongwu, comprendeva Sei Ministeri (personale, finanze, riti, guerra, giustizia, lavori pubblici), il Gran Segretariato (內閣, Nèigé) come organo di consiglieri, e il Censorato per vigilanza e controllo. Il sistema degli esami imperiali (Keju, 科舉), basato sui Classici confuciani (jingxue, 經學), garantiva l’ingresso nella burocrazia solo ai più colti, assicurando continuità culturale e amministrativa.
Il regno di Jiajing (嘉靖, 1521-1567) esemplifica la tensione tra ritualità e amministrazione: ossessionato dal taoismo e dall’alchimia, trascurò le responsabilità di governo per venticinque anni, dando origine alla cosiddetta “Grande Purga di Riti” (Daxi de liuzheng, 大禮議) del 1524, durante la quale molti oppositori furono perseguitati. Nei regni successivi, Longqing (隆慶, 1567-1572) liberalizzò il commercio marittimo, mentre Wanli (萬曆, 1572-1620), sotto la reggenza di Zhang Juzheng (張居正, reggente fino al 1582), promosse riforme fiscali innovative come il sistema del “Singolo Frustino” (Yitiao bianfa, 一條鞭法), semplificando tasse e contributi in argento.
Dopo il 1587, però, Wanli si ritirò dalla vita politica, lasciando campo libero a eunuchi e fazioni contrapposte, come i Donglin (東林) e gli Zhejiang (浙江), scenario che avrebbe reso possibile, nei decenni successivi, l’ingresso di nuove idee scientifiche e culturali. Mentre la burocrazia celeste impostava la società e la politica con rigidi livelli e protocolli, il Confucianesimo strutturava lo Stato come una grande famiglia estesa, mentre il Taoismo e la sua ricerca di longevità conferivano al sovrano un’aura sacra, spesso connessa a pratiche alchemiche. Il piano religioso, insieme a quello politico e culturale, svolgeva un ruolo dominante e fondamentale nell’Impero e nella sua concezione.
Un altro pilastro ampiamente sviluppato in epoca Ming era l’economia agricola dello Stato. La struttura sociale seguiva le Quattro Occupazioni (士農工商, Shì Nóng Gōng Shāng): shì, 士, erano gli eruditi-funzionari; nóng, 農, i contadini; gōng, 工, gli artigiani; shāng, 商, i mercanti. Questa struttura, ereditata dai Zhou e codificata dai Ming, mirava a promuovere l’agricoltura come base del benessere e della moralità confuciana, secondo il principio di coltivare per nutrire i saggi. Il potere locale era spesso esercitato dai Gentry (shenshi, 紳士), che, grazie allo status, potevano accumulare ricchezza e influenza, a volte eludendo le imposte. Figura chiave di questo ceto fu Xu Guangqi (徐光啟, 1562-1633), futuro collaboratore di Matteo Ricci, che incarnava l’erudizione applicata alla scienza e alla politica.
L’arrivo dell’argento americano tramite Potosì e Manila, stimato in circa 150 tonnellate annue, monetizzò l’economia e stimolò il commercio, soprattutto nella regione del Jiangnan (江南), mentre le produzioni artistiche e manifatturiere – porcellana a Jingdezhen 景德鎮, seta a Suzhou 蘇州 – arricchivano la Cina sul piano culturale ed economico. Carestie e inflazione, tuttavia, continuarono a minare le fondamenta della stabilità sociale.
Religione e cultura erano strettamente intrecciate nella filosofia dei Ming, sia a livello teorico sia pratico, con il sincretismo delle Tre Dottrine (三教, Sānjiào): Confucianesimo (儒學, Rúxué) come etica civile, Taoismo (道教, Dàojiào) per immortalità e armonia cosmica, e Buddismo Chan (佛教, Fójiào) per introspezione e meditazione. Tutte e tre le scuole di pensiero rappresentavano la guida etica del popolo cinese, e la fusione delle tre permetteva una vita giusta, secondo i principi culturali.
Il Confucianesimo, fondato sui testi di Confucio (孔子, Kǒng Zǐ), poneva l’accento su virtù, rettitudine, rispetto filiale (孝, xiào) e il ruolo del sovrano come esempio morale. Il Taoismo, con concetti come 道 (Dào, la Via) e 自然 (Zìrán, natura, spontaneità), integrava la vita quotidiana e rituale, influenzando medicina, alchimia e astronomia. Il Neo-Confucianesimo di Wang Yangming (王陽明, 1472-1529), con la sua “scuola della mente” (心學, Xīn Xué) e la teoria dell’unità tra conoscenza e azione (知行合一, zhī xíng hé yī), proponeva un modello in cui la virtù non era solo studio teorico ma pratica attiva, aprendo la società a saperi stranieri.
L’astronomia (天文學, Tiānwénxué) era parte integrante della struttura dello Stato: il calendario determinava festività, cerimonie e tempistiche agricole, e ogni errore poteva minare il Mandato Celeste dell’imperatore. L’Ufficio Astronomico (钦天监, Qīntiānjiàn), fondato nel 1442, gestiva osservazioni e riforme, utilizzando testi classici come il Zhoubi Suanjing (周髀算經) e strumenti come l’armilla sferica di Guo Shoujing (郭守敬, 1231-1316). Tuttavia, errori nelle eclissi del 1586 e del 1596 evidenziarono limiti della scienza tradizionale, creando terreno fertile per l’intervento dei gesuiti e l’introduzione di calcoli più precisi, mappe e strumenti avanzati.
L’apertura della Cina agli stranieri era presente ma selettiva: i portoghesi, primi europei a stabilire insediamenti permanenti a Macao, e i missionari gesuiti furono i benvenuti, in quanto percepiti come risorsa culturale e tecnologica. Il loro sapere scientifico e cartografico non minacciava l’ordine imperiale, purché rispettassero i riti (禮, lǐ) e le gerarchie sociali. La curiosità verso l’Occidente era intensa: strumenti, mappe, calendari, orologi meccanici erano accolti con interesse e considerati utili se armonizzati con le antiche dottrine. La corte Ming valutava gli stranieri non solo in termini religiosi o diplomatici, ma soprattutto come depositari di tecniche e conoscenze capaci di rafforzare la legittimità del sovrano e il benessere dello Stato.
La cartografia europea introdotta dai gesuiti, in particolare da Matteo Ricci, rappresentava un cambiamento radicale rispetto alle mappe tradizionali cinesi. Ricci realizzò il planisfero “Carta geografica di tutti i regni del mondo” (坤輿萬國全圖, Kūnyú Wànguó Quántú) nel 1602, unendo la geometria e le misurazioni europee con la prospettiva cinese. La Cina era posta al centro, la cosiddetta Terra di Mezzo, mentre i continenti europei erano rappresentati con latitudini e longitudini precise. Questa cartografia non solo dimostrava competenza tecnica, ma facilitava un dialogo culturale: gli studiosi mandarini riconoscevano nei gesuiti una risorsa utile per migliorare la conoscenza del mondo e del cielo, senza percepirli come minaccia politica.
La preparazione scientifica dei gesuiti, guidata da Clavio e Danti, comprendeva la matematica pratica, la geometria euclidea, la trigonometria e la cosmologia. Questi strumenti permettevano di calcolare eclissi, osservare fenomeni celesti e creare mappe dettagliate, competenze indispensabili per accedere alla corte cinese, conquistarne i favori e ottenere riconoscimento culturale. Il legame tra matematica, astronomia e calendario imperiale rendeva i gesuiti partner preziosi, e il loro contributo scientifico fu percepito come parte integrante e consapevole della gestione dello Stato e della religione, non come imposizione straniera.
Il Confucianesimo e il Taoismo rimanevano la stella polare dell’impero: costituivano la lente attraverso cui il popolo cinese interpretava la scienza, la religione e la politica. Confucio (孔子, Kǒng Zǐ), nei suoi Analetti (論語, Lúnyǔ), sottolineava la virtù del sovrano, l’ordine sociale e la centralità della famiglia. Il Taoismo (道, Dào) completava la visione con l’armonia naturale, la spontaneità (自然, Zìrán) e l’equilibrio cosmico. La conoscenza straniera era valutata positivamente se poteva integrarsi con questi principi. Xu Guangqi sintetizzava questa prospettiva: “Il sovrano deve regnare con virtù e giustizia; il popolo prospererà se l’agricoltura è favorita, le tasse giuste, e gli astri osservati con precisione. La conoscenza straniera può essere utile se armonizzata con le antiche dottrine; ignorare i cieli porta disastri, disprezzare i saggi stranieri priva lo Stato di progresso” (徐光啟, Taixi Shu, Sezione sulle responsabilità del sovrano). Questo pensiero rappresenta un perfetto raccordo tra la tradizione cinese e l’apertura agli stranieri, mostrando come l’ordine cosmico, la gestione politica e l’introduzione di conoscenze esterne fossero strettamente intrecciati.
Nel contesto della storia della Chiesa cattolica in Cina, i gesuiti adottarono un approccio sincretico, valorizzando la scienza e il rispetto dei riti cinesi per facilitare l’accettazione del cristianesimo. La matematica, l’astronomia e la cartografia non erano solo strumenti tecnici, ma veicoli di dialogo interculturale, integrando fede e ragione secondo il paradigma dell’età moderna. Questa strategia culturale permise a Matteo Ricci di farsi accettare come erudito e scienziato, non solo come missionario, e preparò il terreno per la diffusione dei suoi insegnamenti religiosi e scientifici in Cina, a partire da Pechino.
L’interazione tra missionari, scienziati e funzionari mandarini mostra chiaramente come la storia della cultura scientifica in Cina non sia un fenomeno isolato, ma profondamente connesso alla politica, alla religione e alla diplomazia. Gli strumenti di misurazione, le mappe dettagliate, i calcoli astronomici e l’insegnamento della matematica furono parte di un progetto più ampio: armonizzare il sapere europeo con le antiche tradizioni cinesi, sostenendo l’imperatore, la corte e la società nel suo insieme, nel pieno rispetto dei valori del Celeste Impero.
L’approccio favorevole alla fusione tra tradizione e innovazione, scienza e religione, aprì la strada alla storia di Matteo Ricci, il quale poté inserirsi nella società mandarinale come studioso rispettoso dei riti cinesi, offrendo al contempo strumenti tecnici avanzati e conoscenze scientifiche che impressionarono e conquistarono l’élite cinese. La sua opera si fondava su un equilibrio tra rispetto culturale e divulgazione scientifica, tra cristianesimo e Confucianesimo, tra calendario e osservazione astronomica, preparando l’arrivo di un dialogo culturale senza precedenti tra Europa e Asia, che avrebbe segnato la storia della Chiesa cattolica in Cina e la trasmissione del sapere scientifico occidentale all’Estremo Oriente.
La Cina dei Ming tra il Cinquecento e l’inizio del Seicento era un impero dinamico, complesso e aperto a forme di scambio culturale selettivo. La combinazione di rigore politico, osservanza dei riti, sviluppo scientifico e curiosità verso l’estraneo creò le condizioni ideali perché figure come Matteo Ricci potessero inserirsi con successo, contribuendo all’evoluzione della matematica, dell’astronomia, della cartografia, della cultura scientifica e della religione, in un dialogo che avrebbe continuato a svilupparsi nell’età moderna.
La Cina dei Ming, quindi, non era solo terra di tradizioni millenarie, ma anche laboratorio di innovazioni interculturali, dove la conoscenza straniera poteva diventare risorsa preziosa se armonizzata con le antiche dottrine, proprio come auspicava Xu Guangqi nel suo Taixi Shu, collegando così il contesto politico, scientifico e religioso alla storia di Matteo Ricci, che segue.


Da Macerata a Pechino: un matematico e cartografo gesuita nel Celeste Impero

Il gesuita e sinologo Matteo Ricci (1552-1610) fu certo colui che, al tempo della dinastia dei Ming, diede l’impulso maggiore all’evangelizzazione missionaria in Cina, onorato dai mandarini di quel tempo come un grande studioso confuciano, venuto da Occidente. Nato a Macerata, negli spazi dello Stato pontificio, da famiglia aristocratica, lettore sin dalla giovane età e del Milione di Marco Polo e delle memorie di viaggio francescane, presto interessato pertanto a intraprendere la via della missione per portare la fede cristiana in Asia, Ricci entrò nel 1561 nel Collegio romano gesuitico: vi studiò diritto e scienze (astronomia e geografia tolemaiche, geometria euclidea e cosmologia), sotto la guida di grandi maestri, quali il tedesco Cristoforo Clavio (seguace del sistema ticonico ed autore della riforma del calendario insieme all’architetto e ottico Egnazio Danti) ed Alessandro Valignano, da cui il giovane Matteo mutuò l’interesse profondo per le attività missionarie. Nel 1573, Valignano fu nominato visitatore delle missioni nelle Indie orientali con pieni poteri e in rapporto col Generale della Compagnia di Gesù. Solo due anni prima, Ricci aveva presenziato alla Battaglia di Lepanto e, nel 1577, si recò in Portogallo, per prepararsi all’opera di apostolato, da svolgere in Oriente. Il 1578 lo vide partire e giungere a fine estate a Goa, avamposto lusitano sulla costa indiana. Ricci vi rimase alcuni anni insegnando humanae litterae nelle scuole ignaziane. Nel 1580 venne ordinato sacerdote, nello stesso anno in cui padre Valignano ottenne la gestione del porto commerciale di Nagasaki, da allora in forte crescita, sino a rivaleggiare con quelli di Macao e della stessa Goa, testa di ponte per la creazione di nuove missioni in tutta l’Asia.
Nel 1582, vero anno di svolta nella sua vita, Ricci partì alla volta della Cina, per realizzare il progetto (risalente a quattro anni prima) di Valignano e dell’Ordine gesuitico, con istruzioni circa la fondazione di missioni evangelizzatrici, nei territori dell’Impero celeste. Ad inizio agosto, Ricci fu a Macao e si stabilì nella Cina meridionale. Qui, indossando abiti locali, si diede a studiare la lingua e i costumi cinesi, disegnando altresì la sua prima carta geografica, una grande mappa nella quale egli unì il sapere geografico occidentale e quello orientale. Pechino era ancora lontana ma, intanto, Ricci si consacrò a fondare residenze missionarie ignaziane. Nel 1583, raggiunse Canton, per continuarvi la sua opera missionaria, sempre interagendo con gli abitanti e gli usi locali. Si fece cinese seguendo le indicazioni di Valignano ed ebbe il permesso di far edificare una chiesa, completata nel 1585. Tre anni dopo, Ricci prese per volere di Valignano in mano l’intera opera evangelizzatrice. A partire dal 1589, iniziò ad insegnare ai confuciani la matematica greca e fece conoscere invenzioni occidentali, tra le quali l’orologio meccanico. Scienze e tecniche, oltre a fede e tradizioni religiose, erano infatti i temi principali di quel dialogo inter-culturale fra Europa e Asia. Ricci fu accolto dai cenacoli dotti dei mandarini, gli alti funzionari imperiali grazie ai quali perfezionò le proprie conoscenze di lingua e costumi cinesi, cercando sempre – anche in campo architettonico, con la costruzione di una nuova chiesa cattolica – di integrare il sapere occidentale e quello orientale. Adattarsi alla cultura cinese – nel 1592 ne discusse, a Macao, con Valignano – era il suo imperativo primario, la via al fine di farsi accettare, e di mettere in moto un confronto senza rotture. Metodo, approvato da Valignano stesso, pure guardando alle esperienze missionarie di poco precedenti e coeve, in Giappone, che spinsero il gesuita maceratese a volersi portare a Pechino. La Parigi dell’est, la meta più ambita.
Nel 1594 – il medesimo anno di fondazione, a Macao, di un collegio gesuitico, che facesse da centro per ogni attività missionaria in Oriente (e, di fatto, la prima Università dell’Asia orientale) – Ricci decise di porsi come un letterato ed erudito confuciano. Per lui, lo stesso cristianesimo era una sorta di completamento spirituale e di sviluppo storico-religioso del confucianesimo, un qualcosa da non far avvertire come imposto dall’esterno. Tra spiritualità cinese e messaggio di Cristo, Ricci non vedeva né voleva innescare conflitti. La fede nel catechismo di Roma non doveva contrastare con la tradizione confuciana. Una strategia politico-ecclesiastica e un segno di apertura, insieme. Dispute e contrapposizioni filosofico-teologiche erano da scongiurarsi. Inclinazioni inedite e innovatrici, pure rispetto a quanto portato avanti allora da domenicani e francescani. Con questi propositi, Ricci partì, nell’aprile 1595, alla volta di Nanchino. Si fermò a Nanchang, stabilendovi la sua terza residenza e traducendovi in cinese i Detti dei nostri filosofi e dei nostri santi sull’amicizia. Nello stesso periodo, attese anche alla composizione del Palazzo della memoria, dissertazione sull’arte della memoria – il vecchio lullismo ‘magico’ medievale – che incontrò larga eco, inscrivendosi in un’ampia tradizione di ricerche e studi al riguardo, vivissima sul suolo europeo e destinata ad affascinare ancora Leibniz a inizio Settecento.
Nel 1597, Ricci venne nominato Superiore della Missione di Cina. Alquanto interessato ai riti orientali e a confrontarsi con il calendario cinese, per uniformarlo a quello occidentale (seguendo le indicazioni e i calcoli di padre Clavio, il gesuita di Macerata poteva svolgere in Cina la vita liturgica della Chiesa romana), Ricci raggiunse l’anno dopo Nanchino, ove scrisse un dizionario portoghese-cinese ed approfondì le indagini sinologiche cui stava dietro ormai da anni. Completò una parafrasi, latina, dei libri confuciani, e tracciò carte geografiche, del mondo allora noto, in lingua cinese. In un primo momento posizionò la Cina a destra del planisfero, con l’Europa al centro, poi – allo scopo di evitare incomprensioni, o chiusure – la spostò al centro, terra di mezzo, tra il nostro continente ed il Giappone. Radicò inoltre, nella cultura scientifica cinese, gli elementi euclidei e l’interesse riguardo a macchine e strumenti, congegni e apparati di osservazione. Novità che lo fecero apprezzare, anche a corte. L’introduzione della scienza occidentale nel territorio cinese, grazie a Ricci, fu in effetti, al pari della sua azione missionaria in favore del cattolicesimo, un’operazione notevole, portata avanti proseguendo e, talora, oltrepassando le iniziali direttive di Valignano e la sua grande eredità. Debito religioso ed intellettuale riconosciuto dallo stesso Ricci, che nei libri di Valignano – il Cerimoniale per i missionari del Giappone e le Regole – aveva trovato l’indicazione di una strada da percorrere, in nome della fede e con incrollabile tenacia d’animo, con interesse sincero verso il mondo cinese e un necessario spirito di adattamento sul piano culturale, costruendo ponti tra civiltà, altrimenti, assai diverse e lontane. Aprire l’Asia alla fede cristiana e alla scienza greca – rivitalizzata dai matematici, umanisti e tipografi del nostro Rinascimento – era il motore primario dell’azione ricciana, cercando, sempre, punti di contatto, con la veneranda tradizione confuciana. Non ci si doveva porre in veste di buddisti, ma farsi cinesi: essere accettati ed insegnare, tanto il cristianesimo, quanto le scienze. Agli occhi di Ricci, per esempio, il culto cinese verso gli antenati non era poi troppo dissimile da quello cristiano per i defunti e poteva dunque venire incorporato nella pratica religiosa cattolica, accolto ed integrato senza forzature o rifiuti. Punto di vista molto apprezzato dai mandarini ed eruditi cinesi di fine Cinquecento, oltre che dalla curia papale, nel tardo XVI secolo, meno rigida rispetto agli ordini religiosi spagnoli di allora.
Peraltro, all’alba del Seicento, Ricci doveva ancora ‘conquistare’ Pechino e la cosa non era, di certo, semplice. Voleva comprensibilmente arrivare alla corte dell’Imperatore, esprimere a lui forti sentimenti di ammirazione ed amicizia, continuare le operazioni di avvicinamento culturale tra Asia ed Europa. Ricci, solennemente invitato con un apposito editto, si imbarcò così alla volta di Pechino risalendo i seicento chilometri del canale imperiale. Nonostante un arrivo non facile – fu incarcerato da Ma Tang, uno dei più potenti dignitari della corte – dopo sei mesi gli amici mandarini riuscirono a farlo scarcerare e ospitare nel Palazzo degli Stranieri. Finalmente, a fine gennaio 1601, Ricci fece il suo ingresso nella capitale cinese. Fu ammesso a corte. Portava doni ed oggetti sacri. L’anno dopo a Pechino poté inaugurare la prima missione cristiana nel cuore dell’Impero cinese. In un breve arco di tempo, Ricci riuscì ad entrare così nelle grazie della élite colta, ottenendo il permesso di celebrare anche messe in pubblico. Altri quaranta padri ignaziani si unirono a lui. Il gesuita di Macerata ebbe riscontri e seguito notevoli. Introdusse, nella capitale, la matematica ellenistica, nozioni di geografia e cartografia, conoscenze astronomiche e impiego di strumenti come il sestante. Con il determinante aiuto degli amici mandarini (da lui convertiti alla fede cattolica), Ricci tradusse in cinese i primi sei libri degli Elementi di Euclide e difese, pubblicamente, la tradizione confuciana, contro i sostenitori del buddismo. La prima era, infatti, accostabile per più versi al cristianesimo, il secondo no. Intanto, nel 1604, padre Valignano lo fece Superiore provinciale della Cina, prima di morire, due anni dopo, lasciando un retaggio imponente, in area nipponica: centocinquantamila convertiti al cattolicesimo, più di duecento chiese, scuole e seminari, una tipografia e seicento tra presbiteri ed accoliti, oltre al Collegio gesuitico di Macao, primo ateneo dell’estremo oriente. Matteo Ricci divenne, allora, la più alta personalità ignaziana in Asia, punto di riferimento e tramite imprescindibile, per le relazioni tra Roma e Pechino. Relazioni diplomatiche, religiose e scientifiche contemporaneamente.
Nel 1609 Ricci creò la Confraternita della Madre di Dio e fece cominciare i lavori della prima chiesa pubblica di Pechino. La sua autorità e il suo prestigio – era stimatissimo, e quasi venerato dai familiari dell’Imperatore – aumentavano, ogni giorno, di più, al pari delle conversioni, anche presso figure elevate delle gerarchie politico-istituzionali cinesi. Quando morì, nel 1610, Ricci fu sepolto, a Pechino, nel Giardino di Shal. Fu il primo straniero europeo, non diplomatico, a venire tumulato in un cimitero cinese. Come il maestro Valignano, anche Ricci lasciò un’eredità importantissima: più di tremila conversioni, la costruzione di missioni e chiese, libri e relazioni dotte. I suoi contributi e trattati scientifici rimasero patrimonio della cultura cinese, nella prima metà del XVII secolo. Oltre, naturalmente, a quella missionaria, fu soprattutto l’opera culturale e scientifica del grande gesuita di Macerata a prendere piede negli spazi intellettuali ed accademici del Celeste Impero. Ricci aveva, in effetti, introdotto presso le cerchie della società mandarina (e non solo) le scoperte scientifiche e le invenzioni tecniche maturate in Europa occidentale, in particolare nel campo della fabbricazione di orologi automatici e in quello della rappresentazione cartografica, tramite precise tecniche di natura matematico-geometrica. I letterati di area confuciana ne furono affascinati. Aveva introdotto lingua e cultura latina a Pechino, anche qui seguitissimo. Il sapere dell’Occidente era entrato, grazie a lui, nel cuore dell’Oriente. Ricci, inoltre, aveva cristianizzato e tradotto in cinese il manuale di Epitteto, nonché lavorato dal 1607 alla realizzazione di un atlante mondiale in cinese, curando personalmente la traduzione dei nomi europei, nella lingua locale. Molti dei nomi da lui coniati sono usati, ancora oggi, in Cina. Ricci, inoltre, introdusse in Europa, attraverso i suoi fitti carteggi (nella fattispecie con i confratelli) numerosissimi aspetti della civiltà cinese, da lui presentati ed illustrati, in genere, sotto una luce favorevole e benevola. In ciò ebbe un ruolo importante l’opera del gesuita fiammingo Nicolas Trigault (1577-1628). Fu infatti il missionario e letterato belga che tradusse, in latino, i tanti diari di viaggio lasciati manoscritti dal Ricci, fornendo una rappresentazione ancora più positiva del mondo orientale e, soprattutto, della classe dirigente cinese. Nacque anche da qui la tradizione della grande sinologia barocca, che – tra incanto e fascinazione, fantasia e idealizzazione – incontrò il suo massimo trionfo nella China Monumentis Illustrata di un altro grande gesuita del Collegio romano, Athanasius Kircher (1602-1680), tra i massimi eruditi e uomini di cultura del XVII secolo, poligrafo instancabile e docente di lingue orientali nelle scuole ignaziane della Roma papale, matematico neo-pitagorico e padre di una disinvolta egittologia ante litteram, collaboratore fra gli altri di Bernini nel restauro dell’obelisco di Piazza Navona.
Ricci scrisse, in cinese, oltre venti dissertazioni scientifiche (di matematica e di astronomia, in particolare) e religiose. Impossibile non ricordare, in questa sede, la Carta geografica di tutti i regni del mondo (1602), la Genuina nozione del Signore del Cielo, i Commentarii, il Trattato dei quattro elementi (composto tra il 1599 e il 1600), il Trattato sulle costellazioni (il suo capolavoro, in ambito astronomico e cosmologico), il Sommario della dottrina christiana (1605), l’opera storico-religiosa dedicata alla Entrata della compagnia di Giesù e Christianità nella Cina – stampata a Pechino, nel 1609 – gli annali cinesi del 1606 e del 1607 (editi da Bartolomeo Zanetti, in due volumi, nel 1610) e la versione latina del racconto circa la spedizione cristiana in Asia, pubblicata in due tomi, nel 1616, da Horace Cardon e Jean Julliéron. Tutte opere di aperto e genuino cosmopolitismo avant la lettre, scritte in nome del binomio fede-scienza, e sotto le insegne di un dialogo culturale, a più voci, tra il mondo orientale e quello occidentale. Ricci ebbe infatti sempre, manifestandola con partecipazione ed entusiasmo, una sensibilità plurale e incline al dialogo vero. A quel confronto autentico che oggi, tante volte, l’uomo pare avere smarrito o smesso di cercare.

Il primo paragrafo dell’articolo è di Laura Simonassi, il secondo di Davide Arecco.

Nell'immagine, Matteo Ricci con vesti tradizionali cinesi.


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Documento inserito il: 10/01/2026
  • TAG: matematica, astronomia, religione, calendario, storia della Chiesa cattolica in Cina, missionari gesuiti, cartografia, riti cinesi, storia della cultura scientifica, età moderna

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