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Presenze italiane nella Russia del XVIII secolo: Algarotti, Botta Adorno e Rivarola (1739-1785)

di Laura Simonassi e Davide Arecco


Istituzioni culturali, politica e società nel Settecento russo

Nel corso del XVIII secolo, la Russia si impose progressivamente come una delle grandi potenze del sistema europeo, attirando l’attenzione di osservatori, viaggiatori e diplomatici provenienti dall’Occidente. Tale interesse non fu il frutto di una curiosità episodica o esotica, ma il risultato di un processo di lunga durata, avviato in modo decisivo dal regno di Pietro il Grande. Fu infatti quest’ultimo a imprimere una svolta strutturale al rapporto tra la Russia e l’Europa, rompendo l’isolamento culturale e politico che aveva caratterizzato lo Stato moscovita nei secoli precedenti. Pietro, con visione lungimirante e consapevole, introdusse riforme profonde a diversi livelli della società, dell’economia, delle istituzioni e della cultura; intervenne nell’amministrazione, nell’esercito e nella marina; fondò San Pietroburgo come nuova capitale affacciata sul Baltico e concepita esplicitamente come una finestra sull’Europa; promosse con contagiosa curiosità l’importazione sistematica di competenze occidentali.
Il viaggio dello zar in Europa tra il 1697 ed il 1698, così come il reclutamento di tecnici, ingegneri, ufficiali e studiosi stranieri, segnò l’inizio di una politica coerente di apertura selettiva, che trasformò la Russia in un laboratorio di modernizzazione, osservato con crescente attenzione dalle élites europee. Da quel momento, la Russia cessò di essere percepita esclusivamente come spazio periferico o semi-asiatico, e iniziò a essere considerata una realtà in trasformazione, un centro culturale in potenza, capace di dialogare, seppur con modalità proprie, con il mondo occidentale.
Per introdurre il periodo storico che si sviluppa tra il regno di Elisabetta Petrovna e quello di Caterina II, è bene fare un piccolo approfondimento sulla nascita di San Pietroburgo, città che prende il nome dallo zar Pietro il Grande. Il motivo di tale menzione risiede nella concezione del popolo russo e degli stranieri come città di incontro e di mediazione, un luogo simbolico e concreto del contatto tra Russia e popoli stranieri. Questo è un concetto chiave per introdurre la sinergia ed il fervore creativo che caratterizza la presenza italiana in Russia nel XVIII secolo.
San Pietroburgo non divenne, dunque, mero centro politico e amministrativo, ma rappresentò anche uno spazio di intensa circolazione culturale: accademie, scuole, salotti aristocratici e teatri rappresentavano luoghi in cui le conoscenze, le pratiche diplomatiche e le arti europee venivano conosciute, assorbite, adattate e integrate nel tessuto locale. Qui, stranieri, in particolare italiani, potevano operare come architetti, ingegneri, artisti o consiglieri politici, contribuendo direttamente alla definizione della città e delle istituzioni. Una sinergia potente, una collaborazione costante e capillare. San Pietroburgo divenne quindi un nodo di mediazione, dove le innovazioni europee incontravano la struttura autocratica russa e dove le competenze straniere venivano trasformate in strumenti di governo e di prestigio internazionale. L’importanza della città risiedeva anche nella sua funzione simbolica: rappresentava, agli occhi degli ospiti europei, la capacità della Russia di essere moderna, potente e culturalmente raffinata, senza rinunciare all’autorità centrale. Per gli italiani, San Pietroburgo offriva quindi un doppio livello di esperienza: un’opportunità di osservazione diretta delle istituzioni e della società e un laboratorio in cui le proprie competenze potevano essere applicate e valorizzate, lasciando tracce tangibili nell’architettura, nella scienza e nelle pratiche amministrative.
Alla morte di Pietro il Grande, tuttavia, questo processo di riforme e di complementarietà delle arti dello Stato conobbe una fase di profonda crisi. I decenni successivi furono segnati da una notevole instabilità politica, caratterizzata da successioni incerte, reggenze e colpi di Stato di palazzo. Il regno di Caterina I, quello di Pietro II e l’ascesa di Anna Ivanovna furono accompagnati da un rafforzamento delle fazioni di corte e da una crescente influenza di gruppi aristocratici e di interessi stranieri. La cosiddetta Epoca dei Favoriti mise in evidenza la fragilità dell’assetto istituzionale e la difficoltà di garantire una continuità di governo. Questa instabilità culminò nella breve e problematica reggenza che precedette l’ascesa di Elisabetta Petrovna, rendendo evidente la necessità di una restaurazione dell’autorità dinastica e di un consolidamento del potere centrale.
Il colpo di Stato del novembre 1741, che portò al trono Elisabetta, figlia di Pietro il Grande, mise un punto a questa fase di incertezza. La nuova imperatrice seppe costruire la propria legittimità richiamandosi esplicitamente all’eredità paterna e presentandosi come garante della continuità dello Stato. Il suo regno non fu caratterizzato da un riformismo radicale, ma da una politica di consolidamento e di equilibrio. Elisabetta mantenne in vita l’apparato amministrativo e militare creato da Pietro, attenuandone gli aspetti più coercitivi e rafforzando, al contempo, il ruolo della nobiltà di servizio, che vide riconosciuti privilegi crescenti. L’autocrazia rimase il fondamento dell’ordine politico, ma fu esercitata attraverso una gestione attenta e sensibile delle relazioni di corte e delle carriere, in un sistema in cui il favore sovrano e le reti personali assumevano un’importanza decisiva.
In politica estera, la Russia elisabettiana confermò il proprio inserimento nel sistema europeo delle potenze. La partecipazione alla Guerra dei Sette Anni (1756–1763) ne è un esempio, e rappresentò un momento cruciale di un più ampio disegno strategico. Il conflitto, combattuto principalmente contro la Prussia di Federico II, vide la Russia schierata a fianco dell’Austria e della Francia. Le ragioni della guerra risiedevano nel tentativo di contenere l’espansionismo prussiano e di ridefinire gli equilibri dell’Europa centro-orientale. L’esercito russo ottenne successi significativi, giungendo fino all’occupazione di Berlino nel 1760; tuttavia, l’improvviso mutamento di linea politica, seguito alla morte di Elisabetta e all’ascesa di Pietro III, portò a una pace separata che annullò i vantaggi militari conseguiti. Nonostante ciò, il conflitto dimostrò la forza militare russa e contribuì a rafforzarne il prestigio internazionale.
In parallelo, nel corso del secondo Settecento, si sviluppò un rapporto complesso e apparentemente paradossale tra la monarchia russa e l’Illuminismo. Pur fondandosi su principi di autocrazia e di controllo centralizzato, lo Stato russo seppe accogliere e rielaborare selettivamente le idee dei Lumi. L’incontro tra monarchia e Illuminismo non produsse una messa in discussione dell’autorità sovrana, bensì una valorizzazione dei saperi utili al governo: scienze naturali, matematica, ingegneria, diritto e amministrazione. L’Illuminismo fu interpretato come strumento di razionalizzazione dello Stato, capace di migliorare l’efficienza dell’apparato burocratico e militare e di rafforzare la capacità di controllo del territorio. Questo processo generò una particolare attenzione per le scienze e per la produzione del sapere, promossa e regolata dall’alto, in cui l’osservazione empirica e la raccolta sistematica di dati divennero elementi centrali della cultura politica russa.
In tale contesto si inserisce la presenza crescente di stranieri in Russia, fenomeno ampiamente documentato e incoraggiato dalle autorità imperiali. Tecnici tedeschi operarono nell’amministrazione e nell’esercito; scienziati francesi e svizzeri furono attivi presso l’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo; architetti ed artisti italiani contribuirono alla definizione del volto monumentale della capitale; ufficiali e ingegneri navali stranieri parteciparono alla costruzione e al potenziamento della flotta. Gli italiani, in particolare, portarono con sé una tradizione consolidata nel campo della diplomazia, della cultura letteraria e scientifica e delle pratiche amministrative, risultando interlocutori preziosi per una corte desiderosa di confrontarsi con modelli europei differenti. La loro presenza non fu marginale, ma si inserì pienamente in una politica di reclutamento selettivo volta a rafforzare le istituzioni dello Stato e a migliorare la sua proiezione internazionale.
Uno degli aspetti più significativi della presenza italiana in Russia fu la produzione e circolazione di informazioni dettagliate sulle istituzioni, la politica e la cultura locali. Le lettere, i diari e le relazioni diplomatiche non costituivano soltanto testimonianze personali, ma veri strumenti di conoscenza destinati a corti, accademie e governi europei. Algarotti, con i suoi Viaggi di Russia, rappresenta un esempio paradigmatico: le sue lettere documentano non solo impressioni sul paesaggio o sugli usi, ma anche dati economici, militari e scientifici, ponendo le basi di una storiografia pratica e comparativa. Analogamente, i rapporti di Botta Adorno e Rivarola erano indirizzati ai rispettivi governi, con lo scopo di informare decisioni politiche e diplomatiche, ma contenevano anche osservazioni sulla società, sulle istituzioni e sui costumi, destinate a diventare fonti preziose per la cultura europea.
Questa circolazione di informazioni creava un flusso continuo tra la Russia e l’Europa, contribuendo a costruire un’immagine coerente e accurata dell’Impero. Gli italiani, grazie alla loro formazione diplomatica e scientifica, furono particolarmente abili nel sintetizzare osservazioni eterogenee, confrontarle con le esperienze europee e trasmettere giudizi che combinavano precisione empirica e interpretazione politica, rendendo la loro presenza un vero motore della conoscenza internazionale sulla Russia.
L’ascesa al trono di Caterina II nel 1762 segnò un punto di svolta. Moglie del granduca Pietro, futuro Pietro III, Caterina approfittò del diffuso malcontento suscitato dal breve regno del marito, accusato di filoprusianesimo e di scarsa attenzione agli interessi russi. Con l’appoggio di settori dell’esercito e della nobiltà di corte, Caterina orchestrò un colpo di Stato che portò alla deposizione e alla morte di Pietro III. La nuova sovrana dovette affrontare immediatamente il problema della legittimazione, non essendo di sangue Romanov, e lo fece attraverso un’abile combinazione di continuità dinastica, consenso aristocratico e autorappresentazione illuminata.
Sotto il regno di Caterina II, la Russia conobbe una fase di intensa trasformazione istituzionale, politica e culturale. L’imperatrice promosse una riflessione sulla legislazione e sul diritto, incoraggiò l’istruzione e sostenne le arti e le scienze, pur mantenendo saldo il principio dell’autocrazia. La nobiltà vide rafforzati i propri privilegi, mentre lo Stato ampliò la propria capacità amministrativa e fiscale. In politica estera, Caterina perseguì un’espansione sistematica, affermando la presenza russa nel Mar Nero, in Crimea e nell’area mediterranea, e trasformando l’Impero in un arbitro degli equilibri tra Prussia, Austria, Polonia e Impero ottomano. Sul piano culturale, la corte di San Pietroburgo divenne uno spazio di intensa circolazione intellettuale, in cui gli stranieri continuarono a svolgere un ruolo fondamentale come osservatori e protagonisti di un dialogo controllato con l’Europa.
Gli italiani del XVIII secolo percepirono la Russia come un laboratorio politico e culturale unico, dove l’autorità sovrana si combinava con una spinta modernizzatrice senza precedenti nel contesto europeo. Questa percezione non era generica, ma derivava dall’osservazione diretta dei progressi istituzionali e militari avviati da Pietro il Grande e consolidati da Elisabetta e Caterina II. Viaggiatori e diplomatici italiani svilupparono un approccio pragmatico, attento all’efficacia delle riforme e alla razionalizzazione delle amministrazioni locali, differenziandosi dagli osservatori francesi o inglesi, più interessati a giudizi filosofico-letterari o a ideali di libertà politica. Per loro, la Russia rappresentava un territorio dove l’incontro tra tradizione e innovazione poteva essere studiato come un modello di governo e di organizzazione statale. Questo sguardo italiano evidenziava l’interesse per la capacità della monarchia di utilizzare le conoscenze europee a fini concreti, senza rinunciare all’autocrazia. Di conseguenza, i resoconti italiani non si limitarono a descrivere usi e costumi, ma analizzarono le istituzioni, la diplomazia, l’organizzazione militare e le politiche culturali, contribuendo a costruire una vera e propria narrativa russa destinata a circolare nell’Europa colta. In questa prospettiva, Algarotti, Botta Adorno e Rivarola non furono semplici spettatori, ma interpreti critici della trasformazione russa, capaci di trasmettere un’immagine della Russia fondata su efficienza, pragmatismo e potenzialità strategiche, più realistica di quanto spesso rappresentato da cronache e pamphlet stranieri.
È all’interno di questo quadro, segnato dalla stabilizzazione elisabettiana, dall’incontro selettivo con l’Illuminismo e dall’assolutismo illuminato di Caterina II, che si collocano le esperienze di viaggio e le missioni diplomatiche degli italiani nella Russia del XVIII secolo. Le figure di Algarotti, Botta Adorno e Rivarola, analizzate nella seconda parte dell’elaborato, rappresentano espressioni diverse ma complementari di un rapporto strutturato e duraturo tra la Russia e il mondo italiano, rapporto che contribuì in modo significativo alla definizione delle istituzioni, della cultura e della politica della Russia settecentesca.


Viaggi e diplomatici italiani in Russia nel secolo dei Lumi

Quando giunse in Russia, lo scrittore e saggista veneziano Francesco Algarotti (1712-1764) – poligrafo, illuminista, anglofilo – era già una personalità di spicco, dalla forte influenza culturale, in seno alla Repubblica delle Lettere settecentesca. Nato da facoltosi mercanti, allievo negli studi fisici e astronomici dei newtoniani felsinei Manfredi e Zanotti, perfezionatosi a Padova e a Firenze, a soli ventitré anni aveva iniziato a viaggiare per l’Europa, raggiungendo, nel 1735, Parigi, a contatto con numerose personalità di rilievo, tra cui il Marchese d’Argens. Amante sia delle arti sia della scienza, mediatore di un Illuminismo nobiliare e letterario, Algarotti aveva da poco pubblicato (1737) il suo Newtonianismo per le dame, ispirato per i contenuti alla new natural philosophy anglo-britannica e e per lo stile ai registri accademici francesi, in particolare ai canoni della divulgazione scientifica di Fontenelle e Maupertuis. Dalla Francia, si era quindi portato in Inghilterra, accolto a Londra entro la Royal Society. Accompagnato dalle lettere commendatizie dell’amico Voltaire, era stato introdotto nella cerchia di Mary Wortley Montagu, a Twickenham. Negli spazi intellettuali e sociali del Regno Unito, il letterato e diplomatico veneziano aveva approfondito la lettura di Dryden, ed era entrato in relazione (poi mantenutasi epistolarmente) con Chesterfield, Gray, Lyttelton, Hollis, Hervey, Pope e altri newtoniani. Dall’Inghilterra, alla fine del 1738, si era quindi imbarcato, sulla galea Augusta di Sir Lord Baltimore, salpando alla volta del Baltico, e visitando alcune zone della Russia, soprattutto San Pietroburgo. Esperienza che anni dopo fu oggetto dei Viaggi di Russia (1760), trattato, in forma di lettere (com’era consuetudine, nel secolo XVIII), composto sulla scorta del diario del 1739.
Il giornale della navigazione nel Mare del Nord, con numerose notizie su Olanda, Danimarca e coste scandinave, sino all’ingresso nel Baltico, si trova nelle prime due lettere, datate da Helsingör e Reval. La terza lettera, da Cronstadt, mentre informa ancora sulla navigazione nel Baltico, ci porta al tema specifico dei Viaggi di Russia, ossia lo studio della struttura militare, politica ed economica dell’Impero russo, che, dai tempi dello Zar Pietro il Grande, era divenuto un tema interessante, per la società colta europea. Già dal Seicento, la storia russa aveva infatti attratto i dotti continentali, e a una Storia della Moscovia s’era accinto Tommaso Tomasi. Da parte sua, Algarotti, fedele interprete della cultura della sua epoca, trattò in maniera esauriente la politica russa (l’intera lettera settima ed una parte dell'ottava sono una relazione della guerra russo-turca, degli anni 1736-39), ma soprattutto indagò aspetti della geografia, del costume, dell’economia. Vide e descrisse specie San Pietroburgo, e molto riferì di ciò che era venuto a sapere, anche da letture ed informazioni indirette. Mantenne un tono da inviato speciale, che emerge pienamente dal libro, illustrando i grandi sviluppi maturati dai russi grazie all’opera riformatrice degli ultimi zar, e le grandi riserve di ricchezze naturali del paese, dando conto dì quello che di più pittoresco era nei Tartari e in altre popolazioni selvagge, non senza secondare pure in ciò l'interesse proprio della cultura settecentesca per i popoli orientali, e in genere per il mondo asiatico. Algarotti aggiunse alle otto lettere scritte nel 1739 altre quattro stese fra 1750 e 1751, ed indirizzate a Scipione Maffei, per discutere il tentativo di Elton di stabilire un monopolio inglese nel commercio del Mar Caspio, ed avendo accennato alla configurazione di quel mare, per rivedere, altresì, le vedute degli uomini di scienza di allora, riguardo alla sua progressiva tendenza all’aumento di livello delle acque. Aspetti e problemi idrografici, del resto confacenti alla mentalità scientifica di un osservatore newtoniano, amico di Maupertuis (padre della geodesia moderna).
Nel corso poi del viaggio di ritorno da San Pietroburgo per la via di Danzica, Dresda, Berlino, Algarotti poté incontrare e conoscere a Reinsberg il principe ereditario di Prussia, il futuro Federico II, il quale l’anno seguente, incoronato Re, lo invitò alla sua corte e lo tenne presso di sé dal 1740 al 1742, destinandolo, inoltre, ad un importante incarico diplomatico, presso il Re di Sardegna, quando il monarca prussiano occupò il territorio della Slesia nel 1741, un anno dopo l’inizio della Guerra di successione austriaca. Dal 1742 al 1746, Algarotti risiedette presso l’Elettore di Sassonia, Augusto III, con il titolo di consigliere di guerra, ricevendo l’incarico di raccogliere in Italia opere d’arte, per la Galleria di Dresda. Per questo compito, soggiornò di nuovo in Italia, e più a lungo a Venezia, nel 1744, acquistando dai privati quei quadri, di cui lasciò poi la lista nella lettera a Giovanni Manette: missiva del 13 febbraio 1751, un documento veramente importantissimo per la storia delle pratiche collezionistiche e dei gusti artistico-culturali del ceto colto di antico regime.
Più o meno nello stesso arco di mesi in cui Algarotti fu nel Baltico e a San Pietroburgo, venne nominato ambasciatore austriaco in Russia un altro italiano illustre del XVIII secolo, il diplomatico e militare genovese Antonio Botta Adorno (1688-1774), esponente d’una famiglia patrizia con varie proprietà in Piemonte, Liguria e Lombardia. Si era al termine della Guerra di successione polacca, teatro di un conflitto in cui l’Austria era entrata in quanto alleata della Russia. Durante l’inverno del 1738-1739, pertanto, Botta Adorno fu mandato a San Pietroburgo come ministro plenipotenziario al fine di coordinare le operazioni militari in corso. Ricevette, inoltre, il compito di promuovere il già da tempo progettato matrimonio tra Anna Leopoldovna, nipote della zarina Anna, e il Duca Antonio Ulrico di Brunswick-Bevern, nipote dell’Imperatrice Elisabetta Cristina (la moglie di Carlo VI e la madre di Maria Teresa). Dal febbraio 1739, sino al luglio 1740, Botta rimase nella residenza russa, riuscendo nei due compiti, ma gli eventi successivi resero vano il suo successo diplomatico. Di fatti, malgrado la convenzione militare austro-russa (stipulata il 23 maggio 1739), secondo cui un’armata russa avrebbe dovuto passare attraverso il territorio polacco, nella Moldavia, per cooperarvi con gli Imperiali, la tanto desiderata collaborazione fra i due alleati non si verificò. Piogge ed inondazioni primaverili ostacolarono infatti l’inizio tempestivo della campagna e i generali austriaci, cresciuti ed invecchiati alla scuola del Principe Eugenio di Savoia, a Vienna, non si dimostrarono all’altezza del compito loro affidato e conclusero, frettolosamente, una pace separata con il Turco. Neanche i russi, peraltro, avevano mantenuto sino in fondo le loro iniziali promesse. Altri disagi vennero a Botta poi dall’unione di Anna Leopoldovna con il cugino di Maria Teresa (da cui sarebbe nato Ivan VI).
Protetto da Maria Teresa, salita sul trono nel 1740, Botta era in Russia il titolare di missioni e posizione comunque di alto prestigio. Da San Pietroburgo, fu inviato a Berlino, nelle vesti di inviato speciale, allo scopo di investigare sulle intenzioni del giovane sovrano Federico II di Prussia, allora impegnato in preparativi militari di cui era giunta voce anche a Vienna. Il diplomatico ligure intese, pressoché subito, che le mire del monarca tedesco riguardavano la Slesia. La conferma gli arrivò dai suoi colloqui con lo stesso Re prussiano, pronto ad aiutare la Regina di Ungheria e il Granduca della Toscana lorenese, contro gli eventuali pretendenti al trono nella successione asburgica. Botta mandò così alla corte imperiale rapporti allarmanti, e l’occupazione da parte di Federico della Slesia – il 16 dicembre 1740 – confermò appieno le sue prime intuizioni. Rimandato in Russia, Botta vi giunse a metà gennaio del 1741, rimanendovi sino al dicembre dell’anno successivo. Nel corso di questo suo secondo soggiorno sulle sponde della Neva, avvenne il colpo di Stato della principessa Elisabetta, la figlia di Pietro il Grande, la quale, con l’appoggio della Guardia Imperiale e d’intesa con i ministri plenipotenziari di Francia e Svezia, destituì nel novembre 1741 Ivan VI, imprigionandolo, con tutta la sua famiglia di Brunswick. Elisabetta non voleva entrare nella grande alleanza contro l’Austria, e Botta, il ministro che aveva, in principio, promosso il suddetto matrimonio, ovviamente non godeva delle simpatie della nuova sovrana, a San Pietroburgo. Quando Botta aveva lasciato già da otto mesi la Russia ed era stato nominato ministro plenipotenziario a Berlino, dopo la conclusione della prima pace separata fra Maria Teresa e Federico II, nell’agosto 1743 scoppiò nella capitale russa l’affaire che portava il suo nome e vedeva il lui il cospiratore promotore di un’autentica congiura. Egli era in realtà vittima di un’accanita lotta fra due partiti di corte, quello quello filo-francese (capeggiato dal medico di Elisabetta, L’Estocq) e quello, invece, filo-austriaco e filo-inglese, guidato dal cancelliere Bestužev-Rjumin. Ne nacque un vero intrigo, con pettegolezzi gonfiati ad arte per fan pensare a una congiura politica. Maria Teresa sapeva, peraltro, Botta innocente e lo protesse, per quanto non senza molte difficoltà. Nuovo ministro austriaco a San Pietroburgo fu nominato il Conte Filippo Orsini-Rosenberg, abile conoscitore dei meccanismi in uso, presso le corti europee di allora. Fu infatti lui a placare le ire di Elisabetta. Botta, protégé della Maison d’Autriche, fu salvato da Maria Teresa, che lo promosse generale d’artiglieria e mandò presso le armate asburgiche di stanza in Italia.
L’ultimo viaggio importante compiuto da un italiano nella Russia del Settecento fu – con tutta probabilità – quello del ligure Stefano Rivarola. Nel marzo 1782, infatti, Caterina II, desiderosa di assicurare alla flotta russa una rete di porti sicuri nell’area mediterranea, aveva nominato Alexander Mordvinov incaricato degli affari esteri presso la Repubblica di Genova, chiedendo alla Serenissima di inviare anch’essa un suo rappresentante a San Pietroburgo. Anche se l’oligarchia senatoria ligure avrebbe preferito intavolare negoziati con l’addetto russo direttamente a Genova, si risolse alla fine a nominare un suo ministro plenipotenziario presso la corte della zarina. Inizialmente, il Doge pensò a Ippolito Durazzo, quindi ripiego al suo rifiuto su Rivarola. Quest’ultimo partì il 3 agosto del 1783, approfittando del lungo viaggio, anche per effettuare alcuni importanti incontri – con il Re sabaudo Vittorio Amedeo III, con il cancelliere austriaco Wenzel Anton Von Kaunitz-Rietberg, con lo stesso Imperatore asburgico Giuseppe II – prima di arrivare in Russia e di esser ricevuto il 30 di novembre da Caterina. La missione diplomatica di Rivarola a San Pietroburgo durò in tutto due anni, ed il 6 di marzo del 1785 il diplomatico ligure venne congedato. In Russia si era fatto tanti amici e lasciarli fu un dispiacere. Sulla via del ritorno, come prima di lui già Algarotti, si intrattenne nella residenza di Sanssouci in lunghi colloqui con Federico il Grande (17 giugno), per poi rientrare a Genova, per via di terra. Ricevuto quindi dal Senato, Rivarola poté presentare la sua relazione sulla missione russa, il 20 aprile 1786. Era trascorso quasi un anno dal suo ritorno in patria.
All’incarico, il diplomatico e viaggiatore genovese si era preparato studiando anche le carte di Gerolamo Grimaldi, già ministro di Carlo III di Spagna. Rivarola comprese con grande intelligenza il contraddittorio sviluppo interno della Russia settecentesca, mettendo in evidenza le sue mire di carattere espansionistico, e come essa si fosse trasformata in una sorta di arbitra tra Prussia, Polonia, Austria ed Impero turco.
Evidenziò, altresì, il peso assunto dalla Marina da guerra, e le potenzialità economiche offerte dalla instaurazione di stabili rapporti commerciali con gli spazi russi, ai confini dell’Impero. La sua relazione costituisce, certamente, il quadro più esatto e più approfondito circa la situazione interna russa, con preziose informazioni e notizie, inoltre, sulla posizione internazionale della stessa Russia, molto superiore sul piano dell’analisi politico-diplomatica ad altri resoconti dei ministri italiani di quel tempo.
Delegato con ampi poteri dal Minor Consiglio, Rivarola giunse in Russia passando per le terre polacche. Il suo Diario di viaggio da Vienna a Pietroburgo è un resoconto interessantissimo, molto attento ai commerci con il Levante, e proprio mentre la pace di Parigi spalancava ai paesi atlantici il grande mercato americano. Rivarola prese copiosi appunti sutte attività russe e nel Mar Nero e nella Crimea. Tracciò un profilo dello Stato russo e dell’azione politico-culturale di Caterina, sul sistema giuridico e la penetrazione delle idee dei Lumi in Russia, che avevano fatto della dinamica zarina – la quale tutto vedeva ed esaminava, con scrupolo ed attenzione – una sovrana clemente, tollerante e giusta. Agli occhi di Rivarola, erano i meriti personali a far avanzare a corte ed una prova ne era la carriera del Principe Potemkin. La Russia di Rivarola era un modello di assolutismo illuminato, con un uso e una valorizzazione istituzionale di scienze e tecniche, specialmente belliche e navali.

Il primo paragrafo dell’articolo è di Laura Simonassi, il secondo di Davide Arecco.


Nell'immagine, Caterina II di Russia.


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Documento inserito il: 20/01/2026
  • TAG: newtonianesimo, Illuminismo, storia del viaggio, relazioni diplomatiche, secolo XVIII, collezionismo, storia della cultura, pratiche accademiche, epistolografia, storia russa

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