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Storia del Marchesato del Monferrato

Il marchesato di Monferrato si costituì alla fine del X secolo a seguito dello smembramento della marca d’Aleramo; ma soltanto a cominciare dalla metà del XII secolo esso appare chiaramente individuabile dal punto di vista geografico.
Disteso sul terreno collinoso delimitato tra il Po, a nord e ad ovest, il territorio dei comuni di Asti e di Chieri, a sud, come pure lo stesso Po, il Tanaro e la Bormida, ad est e a sud-est, il marchesato spingeva lunghe ramificazioni oltre la Bormida fino alla Scrivia e alle pendici settentrionali dell’Appennino ligure, e oltre il Po nel Canavese e nel Vercellese. In gran parte le terre che lo formavano erano feudi imperiali, in assai minor misura possedimenti dei vescovi di Asti, Torino, Ivrea, Vercelli; entrambi concessi agli Aleramici nel corso di diversi periodi storici. Erano estranee, al marchesato propriamente detto, le terre della valle della Stura di Demonte, entrate in possesso dei signori di Monferrato alla fine del XII secolo e date in feudo ai marchesi di Saluzzo.
Gli Aleramici restarono a capo del marchesato fino al 1305, anno in cui, morto senza discendenza diretta il marchese Giovanni, il Monferrato, andò, contro le pretese degli Aleramici di Saluzzo, a una sorella del defunto, Iolanda, moglie dell’imperatore bizantino Andronico Paleologo, e, per lei, al suo secondogenito Teodoro. Con Teodoro ha inizio la dinastia dei Paleologi,  che durerà sino al 1533.
L’unità del marchesato fu garantita nei secoli dal principio dell’indivisibilità e della primogenitura. Governo e amministrazione non erano diversi da quelli di tutti i grandi feudi. Il potere deliberativo era esercitato dal marchese, con l’assistenza di un consiglio personale, composto di congiunti del signore, di vassalli, di ecclesiastici, di uomini di legge. Organi centrali di governo erano la curia, presieduta dal giudice o vicario generale, cui faceva capo l’amministrazione della giustizia; la camera o fisco, con alla testa il maestro delle entrate, per l’amministrazione finanziaria; e la cancelleria, diretta dal notaio generale e del sacro palazzo. La curia fu poi sostituita nella seconda metà del XV secolo da un senato. Sede del governo fu Chivasso fino al 1435, e successivamente Casale Monferrato, comune che si era affidato ai marchesi nel 1278 e nel 1316, ma che rimase in loro saldo e stabile possesso soltanto dopo il 1404. La maggior parte delle terre e delle comunità rurali dipendevano direttamente dal marchese, che le governava per mezzo di castellani, o vicari, o rettori, o podestà; la nomina e i poteri dei quali variavano con il cambiare della natura, della dipendenza delle terre stesse. Numerosi altri territori erano tenuti in feudo da nobili (conti di S. Giorgio e di S. Martino, marchesi del Carretto, d’Incisa, di Cortemiglia, ecc.) o da consortili di famiglie nobili uscenti da uno stesso ceppo; quest'ultimi si davano un ordinamento simile a quello delle comunità e talvolta escludevano il popolo da ogni partecipazione al potere, talvolta dovevano concedere loro alcune libertà, che li collocavano in una condizione giuridicamente non troppo inferiore a quella di cui godevano gli abitanti delle comunità dipendenti dai marchesi. Infine altre terre del Monferrato costituivano i possessi personali dei marchesi e erano date in affitto oppure amministrate per mezzo di gastaldi.
L’ordinamento finanziario, giudiziario e militare del Monferrato non presenta caratteri particolari che lo differenzino da quello proprio di ogni regime feudale, Si può invece rilevare che, tra l’ultimo scorcio del XIII secolo XIII e il principio del XV, le comunità conquistano progressivamente, in misura, in momenti e in circostanze diverse, sempre maggiori libertà ed esenzioni, le quali creano una gran varietà di relazioni fra il marchese e i suoi sudditi, senza tuttavia mai scuotere il saldo dominio del signore ne privarlo dei più alti e gelosi attributi del suo potere. In questo periodo, e più esattamente al principio del XIV secolo, si manifesta anche un altro segno delle mutate relazioni tra i marchesi e i sudditi, l’istituto del parlamento, in cui sono presenti: nobili, rappresentanti delle comunità e, molto più tardi, ecclesiastici. L’assemblea fa sentire la sua voce nelle questioni che riguardano l’indirizzo politico dello stato, dà o nega l’assenso ai sussidi richiesti dal marchese, fissa i contingenti militari che le comunità e i nobili vassalli devono fornire. Nella seconda metà del XV secolo, conforme alle tendenze assolutistiche del tempo, incomincia la graduale riduzione delle autonomie e l’accentramento dei poteri nelle mani dei marchesi. Si consolida la struttura feudale dello stato, si conservano alcune libertà; ma è evidente la trasformazione verso una maggiore autorità dei marchesi e una maggiore uniformità di ordinamenti: si forma un diritto comune del Monferrato, che è emanato dal capo dello stato, ed il parlamento, al principio del XVI secolo, scompare.
La vita economica del marchesato è particolarmente povera. Lo sviluppo dell’agricoltura, principale attività dei Monferrini, era ostacolato dal predominante settarismo e protezionismo, che isolava economicamente le une dalle altre le terre del marchesato. Non insignificanti, nonostante i molti vincoli, erano gli scambi commerciali, che avvenivano attraverso il Monferrato tra i comuni subalpini e tra la costa ligure e l’interno. Le strade del marchesato erano ben conosciute dai mercanti genovesi, astigiani, alessandrini, vercellesi: in particolare la strada lombarda, che congiungeva Milano e Vercelli con Torino passando per Chivasso; quella del Grande e Piccolo San Bernardo, che univa Genova con Ivrea attraverso il Monferrato; e l’altra che collegava Asti e Alessandria lungo il Tanaro. Infine si può ricordare anche una modesta industria tessile (anch’essa sottoposta a restrizioni), i cui prodotti erano assorbiti dal consumo locale.
Le vicende esterne del marchesato si riassumono in gran parte nelle continue lotte per difendersi dagli appetiti dei vicini. Il marchesato, pur essendo incapace di rinnovarsi e di espandersi, resiste tuttavia tenacemente a violenze e ad insidie. Durante i secoli XII e XIII, i più forti comuni subalpini centri attivi di vita economica, minacciano l’integrità del territorio monferrino: Asti, che, soffocata intorno dalle terre del marchesato, cerca d’impadronirsi della zona sulla destra del Tanaro per farsi largo verso il mare; Alessandria, che aspira a congiungersi con Asti lungo il Tanaro, mettendo in serio pericolo l’unità del marchesato; Vercelli, che mira ad escludere i marchesi dalla riva sinistra del Po e della Dora Baltea, e ad aprire una strada al suo commercio verso Alessandria e il mare. Da quelle lotte il marchesato emerse senza perdite sostanziali, anche se con dolorose mutilazioni. Il Marchesato corse maggiori pericoli nei secoli XIV e XV, quando i Savoia ed i Visconti affermavano la loro egemonia in Piemonte e in Lombardia, e si contendevano il dominio del territorio marchionale, che sarebbe servito ai signori di Milano per integrare i loro possessi piemontesi e puntare efficacemente alla conquista di Genova, e ai Sabaudi per arginare l’espansione viscontea e ingrandirsi verso la Lombardia e il mare. Il marchesato si salvò grazie alla politica di equilibrio degli stati italiani, e soprattutto grazie alla rivalità sabaudo-viscontea, che esso seppe spesso indirizzare a suo favore. Ci fu tuttavia un momento in cui il marchesato sembrò cedere nella difficile lotta; e fu tra il 1431 e il 1435, nel momento in cui Amedeo VIII di Savoia, ingannati diplomaticamente Filippo Maria Visconti e il marchese Giangiacomo, occupò gran parte dello stato e riuscì a farsi cedere alcune terre sulla sinistra del Po, fra le quali la capitale stessa, Chivasso, e a farsi riconoscere signore feudale per le altre. I successori di Giangiacomo tentarono, con scarso vantaggio, di riconquistare le terre perdute e di sottrarsi agli obblighi da lui contratti, ora appoggiandosi ai Visconti e, poi, agli Sforza, ora cercando protezione e assistenza presso la Francia e l’impero. Particolarmente favorevole fu sempre l’atteggiamento degli imperatori asburgici, i quali riconobbero e riconfermarono i diritti dei marchesi in una serie di diplomi.
Aleramici e Paleologi non si restrinsero sempre alla pura e semplice difesa del loro patrimonio territoriale; ma da Guglielmo VII, a Teodoro I e II, a Giovanni II, a Giangiacomo, cercarono di dare allo stato un diverso sostegno e carattere con la conquista di grossi centri urbani. Purtroppo facevano difetto potenza politica, forza militare, ricchezza, che lo stato non poteva dare; e i soli, peraltro non disprezzabili, acquisti per cui s’ingrandì fra il XIV e il XV secolo il marchesato, furono Acqui (1345), Alba (1369) e, come si è detto, Casale, che compensarono le perdite subite in vari tempi per opera dei vicini, ed estesero i confini dello stato verso oriente ed al centro tra il Tanaro e la Bormida.
La vita autonoma del marchesato cessò con l’estinzione della dinastia dei Paleologi. Morto nel 1533 senza discendenti Giangiorgio, il Monferrato fu conteso tra Federico II di Mantova il quale aveva sposato la nipote del defunto, Margherita, appunto con lo scopo di porre la sua candidatura alla successione, e Carlo II, duca di Savoia, la casa del quale poteva vantare molteplici relazioni di parentela con i marchesi, e soprattutto poteva richiamare il contratto nuziale del 1330 fra Iolanda di Monferrato e il conte Aimone di Savoia, in cui era sancita la trasmissione del marchesato ai loro discendenti nel caso che si interrompesse la linea maschile dei Paleologi. La contesa, trattandosi di un feudo imperiale, fu decisa dall’imperatore Carlo V e, per lui, da un’apposita commissione, che nel 1536 pronunciò una sentenza favorevole a Federico II Gonzaga. Fino al 1559 però il Monferrato, combattendosi tra Spagna e Francia per il predominio in Italia, fu percorso e occupato dalle soldatesche dell’una e dell’altra parte; e i Gonzaga ne entrarono in possesso soltanto dopo la pace di Cateau Cambréasis, che confermò l’assegnazione del marchesato ai duchi di Mantova.
Dopo Federico II (1536-1540) si seguirono, a Mantova e nel Monferrato, i duchi Francesco III (1540-15550), Guglielmo (1550-1587), Vincenzo I (1587-1612), Francesco IV (1612), Ferdinando (1613-1626), Vincenzo II (1626-1627). La signoria dei Gonzaga fu sgradita ai monferrini, che si lamentavano di esserne taglieggiati e oppressi, e fu detestata in modo particolare dai Casalesi, che persero violentemente le loro vecchie libertà municipali (1569). Nella seconda metà del sec. XVI, i duchi di Mantova, in particolare Vincenzo I, misero letteralmente all’incanto il Monferrato, creando nuovi feudi e offrendoli per denaro, con gli annessi titoli di conte e marchesi, a patrizi mantovani, genovesi, lombardi; di conseguenza, al principio del 1600, le famiglie vassalle del marchesato erano 265, contro 80, o poco più, dei primi anni del sec. XIII, mentre le terre direttamente dipendenti dai duchi erano appena 24 e 92 quelle in cui essi esercitavano parziali diritti.
I duchi di Savoia, che non avevano mai smesso di meditare di poter ottenere in qualche modo l’agognato territorio, si valsero dello stato d’animo ostile dei monferrini per creare difficoltà al governo dei Gonzaga. I quali sentivano il peso del governo di quelle terre ostili e lontane da Mantova, e cercarono più volte, inutilmente, di indurre gli spagnoli alla permuta del Monferrato con un territorio limitrofo al mantovano, cioè con il cremonese. Guglielmo Gonzaga, fu capace per contro di ottenere dall’Imperatore Massimiliano II nel 1675, a maggior lustro del proprio nome, l’elevazione del marchesato in ducato.
Degli anni intorno al 1600 sono i primi dati statistici attendibili che possediamo sul Monferrato. In quell’epoca l’estensione del territorio era di moggia 550 mila in cifra tonda (un moggio del Monferrato equivaleva a mq. 3238,6366). Gli abitanti ammontavano a 150 mila circa, e potevano fornire al duca poco meno di 17 mila soldati. Il bilancio del 1600 faceva salire le entrate ad oltre 167 mila e le spese ad oltre 56 mila scudi d’oro. Secondo un documento ufficiale successivo, il Monferrato produsse nel 1667 circa 304 mila sacchi di granaglie.
Le tenaci ambizioni dei Savoia sul ducato provocarono due guerre al principio del sec. XVII: la prima alla morte di Francesco IV Gonzaga (1612) che aveva sposato una figlia di Carlo Emanuele I, Margherita di Savoia, e lasciava una sola figlia, Maria; la seconda alla morte di Vincenzo II Gonzaga (1627), del quale non restava nessun erede diretto. Entrambe le guerre, intese a far valere vecchi e nuovi diritti della casa Savoia sul Monferrato, ebbero un esito negativo per Carlo Emanuele I. Tuttavia il trattato di Cherasco, con il quale si concluse la seconda guerra, fruttò al ducato di Savoia una buona porzione del paese conteso, e cioè Alba e Trino con il loro territorio, nonchè altre ottantaquattro piccole terre.
I Gonzaga Nevers, successi al ramo diretto dei Gonzaga, e vale a dire: Carlo I (1631-1637), Carlo II (1637-1665) e Ferdinando Carlo (1665-1707) governarono in modo pessimo il rimanente territorio monferrino. Ferdinando Carlo, ultimo e peggiore dei duchi di Mantova e Monferrato, vendette nel 1681 a Luigi XIV la cittadella di Casale, poderosa fortezza che dava ai Borboni un solido punto di appoggio nella lotta contro gli Asburgo di Spagna e di Austria in Italia. Durante la guerra della Lega d’Augusta, Casale fu tolta alla Francia dalle armi austro-sabaude (1695), e restituita a Ferdinando Carlo, dopo che ne furono demolite le fortificazioni. Qualche anno più tardi, all’inizio della guerra di successione di Spagna, lo stesso Ferdinando Carlo consegnò il suo stato ai francesi (1701).
Dichiarato colpevole di tradimento dall’imperatore, suo sovrano feudale, e spogliato degli stati e dei diritti, Mantova ricadde all’impero, e il Monferrato, dopo la vittoria di Torino, fu assegnato finalmente a Vittorio Amedeo II (1708). I trattati di Utrecht (1713) e di Rastadt (1714) confermarono definitivamente l’attribuzione del Monferrato alla casa Savoia. Da allora la storia dell’antico marchesato si confonde con quella del Piemonte.


Per gentile concessione del Circolo Culturale I Marchesi del Monferrato di Alessandria


Nell’immagine, lo stemma dei Paleologi

Documento inserito il: 21/12/2014

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