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>> Medio Evo > Le Signorie

Una tirannia moderna. Ezzelino III da Romano nel 750° anniversario della morte. [ di Giuseppe Tramontana ]

Introduzione
Settecentocinquanta anni e non mostrarli. Sono tanti gli anni trascorsi dalla morte del ‘gran tiranno’ Ezzelino III da Romano. Anniversario che cadrà il prossimo 27 settembre.
Personaggio stimolante, sfaccettato, dalle enormi ambizioni e dalle ancor più strabilianti conquiste, molto discusso, amato ed esecrato, Ezzelino è uno dei pochissimi personaggi storici il cui nome lo ritroviamo in quello di un comune italiano: Romano d’Ezzelino, Vicenza. Più che una risonanza storica, una vera e propria deditio in saecula saeculorum della cittadina all’illustre tiranno. Uomo, condottiero originale, Ezzelino. Con lui, l’uomo nega se stesso, la sua umanità, diventando mostro. Infatti, fin dal XII secolo la storiografia aveva indagato la vita di personaggi grandi per valore militare o terribili per ambizioni sfrenate, e fra essi erano annoverate nature audaci e generose come Alessandro Magno, Giulio Cesare o Carlo Magno o nature violente e feroci come Nerone, Caligola o Attila. Eppure, fino ad allora, in tutti questi uomini, le cui gesta eroiche o crudeli facevano parte del patrimonio di conoscenze collettivo, c'era, in qualche momento della loro vita, un barlume di umanità, anche in quegli 'eroi neri' passati alla storia come incarnazione del male. Con Ezzelino l'uomo, l'eroe, diventa belva. In lui non vi sono tracce di pietà umana nessuna prova di amore o pentimento. Di lui Salimbene de Adam scrive: “Hic plus quam diabolus timebatur… Nec Nero in crudelitatibs simils ei, nec Domizianus, nec Decius, nec Dioclezianus, qui, fuerunt maximis in tyrannis.”.
Per le cronache della seconda metà del XIII secolo - che saranno la linfa di tutta la futura letteratura sul da Romano - egli fu solo furente e crudele tiranno assetato di sangue, ingegnoso e gaudente nello sperimentare torture sempre nuove sui suoi nemici, irremovibile nelle sue nefaste decisioni di morte. Ma Ezzelino naturalmente non fu solo questo. Egli fu, soprattutto, il portatore di un progetto statuale che, in anticipo sui tempi, solo due secoli dopo troverà piena attuazione con le signorie toscana e lombarda. Fu indubbiamente un protagonista della storia veneta di quel periodo, anch'egli naturalmente condizionato dall'ambiente in cui si trovò ad operare. Così se, di certo, non fu l'unico potente a macchiarsi di misfatti e nefandezze, fu però senz'altro il primo ad assumere le vesti del grande statista, capace di far leva sull'autonomia concessagli dall'imperatore per sperimentare una forma di potere su scala sovracittadina. E ciò accadeva in un'epoca ed in un'area geografica dominate dal particolarismo e dalla bellicosità dei Comuni.
Egli riuscì a collegare i vari centri ed i relativi territori, affidando a Verona il ruolo di capitale de facto di questa nuova entità politica. In tal senso, allora, il da Romano si presenta - per dirla con Cracco - come “l'artefice remoto del formarsi di una originaria identità regionale”, l'autore cosciente e pervicace di un progetto politico inglobante tutto il Veneto ed oltre, fino a Trento ed Aquileia a nord, a Brescia ad ovest ed a Mantova e Ferrara a sud.

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Documento inserito il: 23/12/2014
  • TAG: ezzelino III da romano, tirannia, signorie, veneto

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