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>> Storia Contemporanea > L'italia dopo il congresso di Vienna

Le Isole Ionie e la fine di Venezia. Un''affascinante storia dimenticata [ di Nicolò Dal Grande ]

L’anno 2015, denso di anniversari – si pensi al centenario dell’ingresso italiano nel primo conflitto mondiale o alla conclusione del secondo –, annovera tra le varie ricorrenze il bicentenario dalla conclusione di uno dei più cruciali crocevia della storia europea: il Congresso di Vienna (1814-1815).

Iniziato all’indomani della catastrofica Campagna di Russia (1812), incipit del fulmineo crollo delle fortune di Napoleone Bonaparte dopo oltre un ventennio di guerre, il congresso rappresentò per l’Europa il tentativo di porre fine allo scontro fra il mondo della tradizione dell’ancien régime e quello progressista scaturito dall’evolversi della Rivoluzione francese. Fu l’inizio dell’illusoria fase storica nota come “Restaurazione”, ovvero del tentativo di cancellare più di un quarto di secolo di storia segnati dall’affermazione e dalla diffusione dei principi della Rivoluzione, e destinato a fallire miseramente con la “Primavera dei Popoli” del 1848 e il seguente trionfo dell’ideologia liberale.
Tra le prerogative discusse a Vienna, centrale fu la questione della risistemazione della carta geopolitica del vecchio continente secondo i principi di “legittimità”, prevedente il ritorno al potere delle dinastie destituite e la ricostituzione degli Stati precedenti l’epopea napoleonica. Come noto non mancarono le eccezioni, tra le quali spiccava su tutte la mancata ricostituzione della Repubblica di Venezia.
Caduto nel 1797, con tanto di dichiarazione ufficiale del Maggior Consiglio – 12 maggio 1797 -, quello che forse fu il più fiero e indipendente fra gli antichi Stati italiani preunitari, non potè avanzare richiesta di ricostituzione in quanto alla dichiarazione ufficiale della propria fine del Maggio di diciotto anni prima. Ciò garantiva gioco facile all’Impero d’Austria, potenza egemone del congresso, nel pretendere non solo il rispetto del trattato di Campoformio, il patto siglato il 17 ottobre 1797 tra la Repubblica francese e l’Impero asburgico che prevedeva, a seguito della dichiarazione da parte della Repubblica di Venezia della propria caduta, la spartizione dei possedimenti di quest’ultima. Ne conseguì l’annessione degli antichi domini della Serenissima, dal Veneto alla Lombardia orientale, fino all’Istria e alle Bocche di Cattaro in Dalmazia ai domini della casa d’Asburgo. Tuttavia va annoverata un’eccezione, sovente – ed erroneamente – omessa dai libri di storia, ovvero il curioso destino toccato a Corfù e alle isole ionie.
Annesso alla Serenissima tra il XIII e il XIV secolo, il cosiddetto “eptaneto”, l’insieme delle isole di Corfù, Cerigo, Cefalonia, Zacinto, Passo, Santa Maura e Itaca, costituì per quasi quattrocento anni uno dei possedimenti più importanti di Venezia; rivestì un ruolo di primo piano nel mosaico di porti, avamposti e città che costituiva lo “Stato da Mar” veneziano – l’ultimo residuo dell’Impero coloniale veneziano, un tempo esteso dall’Istria sino alle isole egee, parte dei porti greci, Creta e Cipro -, non solo quale importante snodo sulle rotte commerciali, ma anche quale avamposto strategico, chiave d’accesso e di controllo delle rotte adriatiche, che aveva nel centro di Corfù il punto strategico per antonomasia, costantemente ambito per secoli dagli ottomani, che mai riuscirono a strapparli al controllo marciano.
Quando fu posta fine all’ultra millenaria storia veneziana, l’eptaneto divenne teatro di un’aspra contesa fra le forze in campo; possederlo significava come detto il controllo dell’Adriatico e ciò non era sfuggito a Napoleone che se le assicurò col trattato di Campoformio. La presenza francese, tuttavia, fu breve; osteggiati dal popolo e dalla maggioranza della nobiltà e delle élite culturali locali, ancora legate al governo marciano, i francesi furono scacciati da un attacco congiunto delle flotte russa e ottomana, affiancate da un contingente di soldati della defunta Serenissima (1798-1799). Ebbe origine così una nuova e poco conosciuta esperienza politica, la cosiddetta Repubblica delle Sette Isole Unite (1800).
Posta sotto la protezione della Russia zarista e tributaria dell’Impero ottomano sul modello dell’antica Repubblica di Ragusa (l’attuale Dubrovnik), la nuova entità politica dello Ionio rappresentò, seppur limitatamente, la prima forma di governo autonomo di una terra appartenente all’antica “Ellade” dalla caduta dell’Impero bizantino per mano ottomana. Dotatasi di una propria costituzione (1803) e guidata dalle antiche famiglie veneto-greche locali, la Repubblica si proponeva quale continuità ideale dell’eredità dell’antico governo marciano, scegliendo come propria insegna un leone marciano dorato su campo blu con sette frecce ad indicare le isole dell’eptaneto e il Vangelo chiuso.
L’esperienza dell’eptaneto autonomo seguì un corso affascinante; rioccupato brevemente dai francesi a seguito della sconfitta russa del 1805-1807, fu tuttavia “preso” dalla flotta britannica tra il 1809 e il 1812, che lo strappò a Napoleone isola dopo isola, con la sola eccezione di Corfù e Passo, cadute nel 1814. Conscia dell’importanza strategica, la Gran Bretagna riuscì a farsi riconoscere a Vienna il protettorato sulle isole ioniche; sorsero così gli Stati Uniti delle Isole Ionie, dotati di una nuova Costituzione (1817) che ne garantiva l’autonomia da Londra, ma che permetteva ai britannici una notevole ingerenza nell’amministrazione attraverso la presenza e l’azione di “alti commissari” e la presenza di una guarnigione. Ciò provocò un inevitabile malcontento nella popolazione locale, che nel 1718 giunse a sollevarsi contro la presenza britannica, che represse nel sangue la rivolta ma si convinse a limitare la propria influenza negli affari locali.
L’esperienza dell’eptaneto autonomo si concluse con la fine del protettorato britannico. Nel 1864 la Gran Bretagna cedette gratuitamente le sette isole al Regno di Grecia – Trattato di Londra”– ; le ragioni della cessione andavano ricondotte alle osservazioni di Wiliam Gladstone, alto commissario a Corfù nel 1859, che sottolineò l’inutilità dei costi di mantenimento a fronte di un progressivo ridimensionamento d’importanza strategica dell’eptaneto nel contesto mediterraneo, dove la Gran Bretagna controllava già le strategiche piazzeforti di Gibilterra e Malta e guardava con interesse al controllo di Cipro e all’accesso al Canale di Suez (inaugurato nel 1867). La cessione garantiva il mantenimento delle buone relazioni col governo greco nonché un sostanziale equilibrio dell’area adriatica, contesa tra l’Impero d’Austria e il neonato Regno d’Italia, che non nascondeva mire espansionistiche ed irredentistiche su Corfù e le altre isole.
L’interpretazione canonica della storiografia ufficiale vede nell’esperienza dell’eptaneto la prima forma di governo indipendente greco dalla caduta dell’Impero bizantino, dove l’aggettivo “greco” va inteso in chiave etnico – nazionalista e non solamente in termini culturali. Ciò non è del tutto esatto.
Analizzando la storia delle sette isole, non va sottovalutato il lascito storico-culturale ereditato da secoli di dominio veneziano; un’eredità manifestata dalle insegne dei due governi autonomi del 1800-1807 e 1815-1864. Se l’elemento culturale greco, che andava identificato nella religione cristiano ortodossa, giocò un indubbio ruolo di primo piano, è altrettanto vero che l’elemento veneto-italiano costituì un elemento identitario di primaria importanza in questa affascinante esperienza storico-politica, evidenziato non solo dalla continuità ideale del governo marciano rappresentato dal governo di una classe politica che altro non era che l’antica aristocrazia veneto-greca – in primis i Capodistria -, ma anche dall’utilizzo dell’italiano quale lingua ufficiale sia della Repubblica delle Isole Unite che degli Stati Uniti delle Isole Ionie. Il greco infatti fu equiparato per ufficialità ed importanza,  non ebbe mai il titolo di lingua ufficiale assoluta sino al 1870, quando il governo greco proibirà l’utilizzo dell’italiano per timore dell’irredentismo post risorgimentale, ferendo e perseguitando così la numerosa minoranza di origine veneta, italica culturalmente ma che si considerava in primis autoctona delle isole, figlia di quell’affascinante esperienza di scambio culturale tra la sfera veneziana e quella ellenica. Quando l’Adriatico altro non era che un ponte tra due identità diverse ma compatibili e non un confine ideologico, frutto dell’esperienza esperienza degli Stati nazione, soffocatori di quei tesori rappresentati dai particolarismi identitari che lentamente stiamo riscoprendo dai propri scrigni della memoria e ai quali di diritto appartengono le Isole ionie e la loro dimenticata storia.

Nell'immagine, la pianta di Corfù al tempo della dominazione veneziana.Documento inserito il: 09/09/2015

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