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La “femmina del veleno”. Storia di una donna linciata dalla folla nell’800 [ di Michele Strazza ]

Nell’estate del 1854 Potenza in Basilicata venne colpita da una epidemia di colera e ben presto nella popolazione crebbe la paura del contagio, mentre di bocca in bocca viaggiavano notizie di presunti avvelenatori presenti in città.
Tali voci, del resto, pur senza volerlo, erano state avvalorate da alcuni provvedimenti delle autorità pubbliche. Da un lato, infatti, il divieto delle pompe funebri, le particolari prescrizioni sulle sepolture e lo stesso isolamento degli ammalati facevano nascere sospetti e fantasie, dall’altro un Editto dell’Intendente Provinciale sembrava confermare la presenza di avvelenatori che circolavano liberi a provocare la morte.
Ma che cosa disponeva il suddetto editto? Le intenzioni del provvedimento erano le più buone del mondo, cioè quelle di combattere la “divulgazione delle voci di avvelenamento” che avevano reso la popolazione sospettosa e guardinga, senonché si raggiunse l’effetto contrario. L’editto, infatti, non puniva soltanto chi avesse dato “occasione sia con detti sia con gettare delle materie ancorché non nocive, ma che dassero allo scopo di rimostrarle velenose”, ma andava anche a colpire chiunque fosse stato sorpreso a conservare o diffondere “materie venefiche”.
Appariva dunque che le stesse autorità ipotizzassero l’esistenza di avvelenatori e ciò era confermato da altre disposizioni contenute nello stesso editto. Veniva punito, infatti, anche chiunque si fosse introdotto nei forni, nelle botteghe, nei mulini o si fosse avvicinato a piazze e fontane con lo scopo di “eccitare disordine con pratiche sospette”. Ed ugualmente perseguito era chiunque propagasse notizie su “autori di avvelenamento”, senza averne fatto apposita denunzia alla polizia.
Come racconta Raffaele Riviello nella sua “Cronaca potentina” l’editto fu “esca gettata nel fuoco”: “La plebe esaltata, nervosa, impaurita, era tutt’occhi per sorprendere, seconda la falsa credenza, i pubblici avvelenatori, e guai a quell’infelice che presso qualche fontana, o in altro luogo di campagna, avesse avuto la cera di destare i facili sospetti”. Era iniziata una vera e propria caccia all’untore di manzoniana memoria nella quale ognuno si sentiva investito della carica di guardiano pubblico, pronto ad indicare alla vendetta del popolo coloro che avessero osato avvelenare acqua o cibo.
Ed il presunto untore venne purtroppo presto scoperto. Il 17 agosto, infatti, “in sull’ora del vespero”, una mendicante, Antonia De Gregorio, ebbe la sfortuna di entrare nel forno Viggiani, presso la Chiesa di S. Michele, pensando di reperire qualcosa da mettere sotto i denti. Le altre donne, vedendola così vecchia e cenciosa aggirarsi con fare sospetto, cominciarono ad osservarla guardinghe. Così ad un gesto probabilmente sospetto della vecchia alcune donne si misero a gridare, additandola come avvelenatrice nell’atto di spargere il veleno. L’allarme si propagò per tutto il forno ed ogni donna si sentì in dovere di avventarsi sulla sciagurata e di riempirla di botte, portandola fuori per i capelli. Racconta Riviello: “In un baleno si diffonde il grido di veleno, e da ogni casa e vico del rione accorre furibonda la plebe, si addensa d’intorno alla misera, la maltratta. La sgraffia, la calpesta e la trascina come cencio verso il Mercato per farne esempio di pubblica vendetta”.
Solo l’intervento dei gendarmi che, a stento, la strappano dalle mani della gente, salva la vita di quella sventurata la quale, pur sotto scorta, nel breve tratto di cammino fino al palazzo dell’Intendenza, continua ad essere percossa e ferita in mille modi.
A complicare le cose qualcuno pensa bene di salire sul campanile della vicina Chiesa di S. Michele per suonare, a viva forza, le campane a martello onde chiamare a raccolta i contadini nei campi fuori città.
Il Mercato si riempie di gente, proveniente da ogni dove, che grida a squarciagola di portare l’avvelenatrice al rogo, facendo seguire alle parole i fatti con l’innalzare una catasta di legna. A nulla serve l’intervento delle autorità cittadine per calmare la folla: si invadono le case sospette ed un altro infelice viene additato come avvelenatore, pur riuscendo a fuggire, protetto dai gendarmi subito accorsi. Anche il tentativo delle autorità di calmare la folla infuriata, dicendo che erano state trovate le prove del misfatto, approda ad un nulla di fatto perché il tumulto aumenta e crescono anche le intenzioni di procedere a bruciare sul rogo la “femmina del veleno” come ormai viene chiamata la sventurata. E mentre la folla è in subbuglio giunge la notizia della morte dell’accusata:
Dicesi che faceva orrore vedere il suo corpo crivellato da spilloni, da chiodi e da coltelli; col capo quasi nudo di capelli, strappati insieme ai brandelli della cotenna; con gli occhi crepati e cacciati fuori dalle orbite a furia di unghiate; con le ossa rotte e con lividure su tutta la persona, da non esservi parte del corpo, che non presentasse segno della ferocia e della vendetta del volgo selvaggio”.
Nonostante la prematura fine della sventurata la folla continuava ad insistere per bruciarne il corpo insieme ad altri quattro o cinque arrestati come avvelenatori i quali passavano ore di “indicibile spavento”.
Il tumulto continuò per altri tre giorni, dopodiché cessò anche perché l’epidemia apparve molto meno pericolosa del previsto. Le autorità provvidero, poi, a far arrestare i più turbolenti protagonisti della rivolta contro cui si imbastì un processo durato due anni che, per l’incertezza delle prove, si concluse con poche condanne e con pene abbastanza miti. Ma nel ricordo popolare quei fatti restarono impressi a lungo tanto che, per parecchio tempo, nelle invettive della gente si soleva dire “ti possano fare come la femmina del veleno”.


Nell'immagine, uno scorcio di inizio '900 della città di Potenza, teatro del fatto narrato nell'articolo.
Documento inserito il: 05/01/2015
  • TAG: potenza 1854, basilicata, femmina veleno, avvelenatori, materie venefiche, editto provinciale, raffaele Riviello, cronaca potentina, antonia de gregorio, linciaggio
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