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>> Storia Contemporanea > L'Italia del primo dopoguerra

Dalla crisi della classe dirigente allo sciopero legalitario del 1° agosto del 1922

Durante il primo conflitto mondiale la grande industria conobbe un grandissimo sviluppo: per motivi bellici, lo Stato richiedeva infatti di tutto, dal materiale bellico ai capi di vestiario e al cibo riservato ai militari al fronte. Per rendere meglio l’idea dello sforzo bellico delle industrie italiane, basti pensare che l’Ansaldo, una delle maggiori operanti in Italia nel periodo, mentre in tempo di pace dava lavoro a circa quattromila operai, durante la guerra ne contava più di cinquantacinquemila. La stessa cosa successe alla FIAT, che dai cinquemila operai del tempo di pace, arrivò a contarne fino a cinquantamila. Per far fronte alle esigenze belliche, nei quattro anni del conflitto, l’Ansaldo produsse oltre undicimila cannoni, dieci milioni di proiettili, circa quattromila aeroplani e un centinaio di navi militari di diverso tipo. I grandi profitti derivanti da questa straordinaria produzione, portarono il capitale sociale dell’azienda dai trenta milioni di lire precedenti alla guerra a circa cinquecento milioni al suo termine. Nel panorama economico-sociale del Paese, assunsero sempre più importanza dei personaggi lontani dei vecchi centri di potere: ai grandi proprietari terrieri, si sostituirono gli industriali arricchiti dalla guerra, che si organizzarono nella Confindustria. Al termine della guerra, in Italia come nel resto d’Europa, si venne a creare il problema della conversione dell’industria da bellica ad uso civile. Ma purtroppo in quel periodo vi era una diffusa stagnazione dei mercati mondiali, aggravata in Italia dalla scarsa competitività dei prodotti industriali nazionali, dovuta in parte alla dissennata politica di protezione doganale fino ad allora praticata dal governo italiano. Mentre gli altri Paesi dettero inizio all’allargamento del mercato interno, in Italia gli industriali preferirono mantenere bassi i salari, precludendosi anche questa possibilità. All’estero l’industria si attivò riuscendo a compiere la propria conversione con i grandi profitti derivati dalla produzione bellica, nel nostro Paese gli industriali attesero l’intervento dello Stato: i governi Giolitti e Bonomi, non solo non intervennero in aiuto all’industria, ma colpirono i profitti di guerra non reinvestiti. Le grandi industrie cresciute a dismisura durante la guerra, iniziarono a dare segni di cedimento, ed alcune di esse crollarono sul finire del 1921. Fra esse l’Ansaldo e l’Ilva, che trascinarono nel loro fallimento la Banca Italiana di Sconto, rovinando migliaia di piccoli risparmiatori che vi avevano depositato i loro risparmi. Per far si che lo Stato concedesse il proprio aiuto all’industria, occorreva un nuovo governo non più legato ai vecchi possidenti, ma bensì un governo che lasciasse alla nuova classe dirigente libertà di azione. Fu da quel momento che gli industriali iniziarono a vedere in Mussolini il possibile nuovo capo del governo. Gli agrari, più conservatori, avrebbero preferito il proseguimento dello Stato liberale, ma si accorsero che ormai la cosa era improponibile. La guerra aveva definitivamente emancipato gli operai ed i contadini, che nella vita terribile passata nelle trincee fece conoscere ad individui, che se non fosse stato per la guerra non sarebbero mai usciti dal luogo natio, cose ed idee nuove. Il suffragio universale si abbattè come una mannaia ed il nuovo sistema elettorale proporzionale, rese ancora più difficile la manipolazione dei risultati elettorali. L’alternativa ai fascisti era costituita dai socialisti, che avrebbero attuato chissà quali riforme, mentre Mussolini avrebbe probabilmente mantenuto l’inviolabilità della proprietà privata. Il 2 febbraio del 1922, cadde il governo Bonomi, preceduto da due fatti importanti per il mondo cattolico: dal 20 al 23 novembre del 1921, si tenne a Venezia il congresso del Partito Popolare Italiano, mentre il 22 gennaio del 1922 morì papa Benedetto XV. Dal congresso dei popolari emersero le due anime del partito: la destra che avrebbe voluto un’alleanza con i fascisti e con i conservatori non cattolici, e la sinistra, che rappresentava la maggioranza assoluta del partito, che avrebbe voluto intavolare delle trattative con i socialisti, ma solo nel caso che questi avessero tralasciato ogni velleità rivoluzionaria. Anche il Partito Socialista era diviso al suo interno in Massimalisti, ancorati saldamente alle idee di Marx, ed i socialisti di destra, che essendo in minoranza, non erano in grado di imporre al partito la loro volontà, che consisteva nella possibilità di formare un nuovo governo con i cattolici. In questo clima si inserì la Santa Sede, nella persona del nuovo papa Pio XI. In quegli anni, lo Stato del Vaticano era in condizioni economiche alquanto precarie, e già dai tempi di Pio IX, le offerte che giungevano alle casse di San Pietro dai fedeli di tutto il mondo cristiano, bastavano appena a coprire le necessità interne. Le cose non migliorarono nè sotto il pontificato di Leone XIII e neppure sotto quello di Pio X, che si vide addirittura costretto a vendere i doni più preziosi ricevuti dai fedeli. Quando iniziò la Prima Guerra Mondiale papa Benedetto XV vide diminuire drasticamente i contributi all’Obolo di San Pietro da parte di Francia e Belgio. Questi due Paesi continuarono a non inviare contributi in Vaticano anche dopo la guerra, così come pure la Germania e l’Austria. Gli unici introiti sicuri provenivano quasi interamente dal Nord e dal Sud America. Ad aggravare la situazione economica della Chiesa, intervenne la legge varata da Giolitti nel 1920, che obbligava i possessori di titoli sia pubblici che privati, a registrarli sotto il loro nome. I capi delle organizzazioni delle associazioni e degli ordini religiosi che possedevano questi titoli, erano infatti persone piuttosto anziane e quindi, in caso di decesso, si sarebbero dovute pagare imposte di successione molto alte che avrebbero fatto correre il rischio di perdere la quasi totalità del capitale. A complicare le cose, il Banco di Roma, nel quale erano depositati gran parte dei soldi del Vaticano e di numerose altre organizzazioni cattoliche, era sull’orlo del fallimento. I precedenti governi liberali non fecero nulla per salvare la Banca Italiana di Sconto e a maggior ragione non ci si attendeva nulla di buono dai socialisti. Ai motivi di ordine finanziario si aggiunse anche il fatto che quando era arcivescovo di Milano, Achille Ratti, ora papa Pio XI, era noto per le sue idee conservatrici e nonostante la base del Partito Popolare fosse nella sua stragrande maggioranza democratica, egli dalle pagine dell’Osservatore Romano prese sempre posizioni più vicine alla destra, boicottando in ogni modo un possibile avvicinamento tra cattolici e socialisti. La ricerca di un successore di Bonomi, non fu affatto facile. Occorreva infatti formare un governo in grado di porre fine alla guerra civile in atto e che riprendesse in mano le forze di polizia e dell’esercito. La scelta cadde infine su Luigi Facta, considerato come succube di Giolitti, che ricevette i voti dei liberali, dei conservatori, dei popolari e dei fascisti. Le Camicie nere si erano intanto impadronite della maggior parte dei comuni della Valle Padana, della Toscana, dell’Umbria e della Puglia, dove imposero le dimissioni dei sindaci regolarmente eletti e l’allontanamento dei prefetti non graditi. Il 12 maggio esse occuparono Ferrara, il 30 Bologna e quindi Rimini e Adria. Il 12 luglio del 1922 vennero assediate Viterbo e Cremona. In quest’ultima città erano molto forti le Leghe bianche, rappresentate in città dal deputato cattolico Guido Miglioli. Le squadre di Farinaccioccuparono prima la prefettura, quindi devastarono le sedi delle organizzazioni operaie e per finire infierirono sull’abitazione del Miglioli. Il Fascismo, appoggiato dai militari, agiva ormai come uno Stato nello Stato, senza che il governo Facta intervenisse in alcun modo. Il 19 Luglio il governo si dimise e si aprì una nuova lunga crisi. Mentre Giolitti, Bonomi ed Orlando iniziarono ad intessere delle trame segrete intese a traghettare i fascisti nel futuro governo, vi fu un avvicinamento tra i socialisti e i cattolici, che fece subito pensare ad un’alleanza in funzione antifascista. Ma la situazione era ormai incontrollabile per le forze democratiche, soprattutto a causa della forte compromissione dell’esercito con le azioni commesse dalle squadre fasciste e dal veto posto da Giolitti circa un’unione tra cattolici e socialisti. Nel frattempo i fascisti continuarono ad occupare con la forza paesi e città: il 29 luglio fu la volta di Ravenna, dove vennero incendiate la sede principale delle cooperative e un edificio storico che fu abitazione di Byron. Una delle pochissime città che si ribellarono a questa forma di occupazione fu Parma, nella quale gli Arditi del Popolo, appoggiati dalla maggior parte della popolazione, si scontrarono vittoriosamente con le squadre di Balbo e Farinacci, riuscendo perfino ad ottenere la neutralità dell’esercito. In questo clima, l’alleanza del Lavoro, organizzazione fondata dal Sindacato dei ferrovieri, alla quale avevano dato la propria adesione la Confederazione Generale del Lavoro, l’Unione Sindacale e il Sindacato dei lavoratori Portuali, fissò per il primo di agosto uno sciopero generale a carattere nazionale, definito Legalitario, poichè tramite esso si intendeva chiedere il ripristino della legalità e di misure atte a porre fine alle violenze perpetrate dai fascisti. Diverse erano le speranze riposte nella manifestazione dai sui promotori: gli anarchici ed i comunisti speravano ancora in una rivoluzione, i moderati nell’indignazione generale antifascista che rendesse possibile la formazione di un governo democratico di sinistra. I Popolari, che non vennero interpellati in merito, si schierarono per il no allo sciopero, lo stesso Don Sturzo, era convinto che l’alleanza sindacale fosse stata manipolata da agenti provocatori. I fascisti colsero l’occasione mobilitandosi allo scopo di far fallire lo sciopero che essi dichiararono illegale e annunciarono che se lo Stato non fosse intervenuto entro quarantotto ore , i fascisti avrebbero agito in sua vece. Lo sciopero fu un fallimento e coinvolse solo una parte dei lavoratori e della popolazione, ma malgrado ciò si verificarono ugualmente gravi incidenti fra fascisti e manifestanti. Alle 12 del 3 agosto, gli organizzatori dello sciopero ne annunciarono la fine. La rappresaglia fascista non si fece attendere: in pochi giorni vennero occupate decine di comuni e anche Milano, roccaforte socialista venne presa d’assalto. La sede dell’Avanti venne nuovamente distrutta. Le camicie nere entrarono a Palazzo Marino, sede del comune, con il consenso del prefetto della città. Queste azioni furono il preludio alla Marcia su Roma, che sancirà la presa del governo da parte di Mussolini.

Nell'immagine, Roberto Farinacci, capo del fascismo cremonese. Le violenze compiute dalle sue squadracce furono uno dei motivi che portarono allo sciopero generale dell'agosto 1922.
Documento inserito il: 07/01/2015

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