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L'attentato di Via Rasella ed il processo Priebke [ di Carlo Baccellieri ]

Placatisi i clamori sul "caso" Priebke e spentesi le luci sulla ribalta del relativo processo, ho avvertito l’esigenza di esporre alcune considerazioni sull’argomento che tanto ha interessato l’opinione pubblica italiana ed internazionale ed ha provocato polemiche e discussioni a non finire, che ancora continuano, circa la condotta dei magistrati e del potere politico nella vicenda.
In verità su questo argomento, che trae origine dalla strage di "Via Rasella" e successiva rappresaglia delle forze d’occupazione tedesche, molte inesattezze e falsità, come spesso accade, furono dette e scritte, sia da destra che da sinistra, a volte per deliberato proposito, altre per passione politica, altre per semplice ignoranza. Ed in questo caso forse la destra ha più peccati della sinistra. Personaggi importanti del giornalismo italiano come Montanelli, Feltri etc. raccontarono, con sorprendente superficialità, un cumulo di inesattezze. Non molto diverso, anche se in senso opposto, l’atteggiamento della stampa di sinistra.
Mi sia consentita e perdonata la presunzione, ma desidero fare chiarezza sulla vicenda per i nostri sette lettori riassumendo i fatti certi ed accertati, con assoluta obiettività, raccontando le vicende così come si verificarono ed esprimendo infine la mia opinione, anche dal punto di vista giuridico, per quello che i miei mezzi mi consentono.
In primo luogo è opportuno tracciare un breve profilo sull’uomo Priebke per inquadrare il personaggio nel tempo e nel luogo in cui i fatti si verificarono, perché non è possibile dare un giudizio, anche solo morale, od esprimere una semplice opinione se non si hanno a disposizione tutti gli elementi del quadro.
Erich Priebke nasce a Berlino il 29.7.1913, secondo genito di Ernest e di Hedwing Glaenzer. Il fratello maggiore muore a 17 anni durante la prima guerra mondiale alla quale aveva partecipato come volontario. Il padre, reduce di guerra, muore di cancro nel 1920 e sei mesi dopo muore la madre per cui Erich, rimasto orfano a 7 anni, viene allevato da una zia paterna. A 14 anni comincia a lavorare come fattorino in un albergo di Berlino. Nel 1933 si iscrive al partito nazista come tanti altri tedeschi ma senza ottenere particolari vantaggi. A 23 anni trova lavoro in un albergo di Rapallo e, successivamente, presso l’Hotel Savoy di Londra. Nel 1936, ritornato in patria, con l’aiuto di un cugino funzionario di polizia, viene assunto in qualità di avventizio con mansioni di interprete della lingua italiana presso l’ufficio di polizia di sicurezza di Berlino. L’anno dopo viene chiamato al IV reparto polizie straniere e passa effettivo con il grado di aspirante, il che gli consente di sposarsi. Il passaggio al IV reparto, precisa Priebke, nel suo memoriale consegnato alla magistratura italiana, comporta automaticamente l’affiliazione alle SS a cui appartenevano per legge tutti gli impiegati della polizia criminale. Non è dunque un fanatico nazista che sceglie l’appartenenza alle SS o alle Waffen SS (combattenti) per una spinta ideologica, ma diviene SS per una casualità della vita. Nella polizia svolge mansioni amministrative e viene progressivamente nominato commissario in prova e poi commissario con il corrispondente grado di tenente. Nel 1941 viene trasferito all’ambasciata tedesca a Roma ove lo coglie l’8 settembre del 1943. Trasferita l’ambasciata a Salò, Priebke rimane a Roma agli ordini del tenente colonnello Kappler, dipendente del generale Harster, in qualità di comandante della polizia di sicurezza in Italia, la Gestapo, che ha la sede principale a Verona.
A Roma operano tre reparti alle dipendenze di Kappler, diretti rispettivamente dal maggiore Hass, dal maggiore Domizlaff e dal capitano Schuetz, alle cui dipendenze è posto Priebke. Viene distaccato presso il posto di polizia della famigerata via Tasso con i seguenti compiti: 1) ufficiale di collegamento con la polizia italiana; 2) rapporti con i privati cittadini italiani; 3) rapporti con l’incaricato del Vaticano. Egli afferma di non aver mai partecipato ad alcun interrogatorio, ma la cosa è poco credibile. Al processo alcuni testi lo smentiscono. Riferiscono tuttavia per sentito dire e non per esperienza diretta. Due soli parlano in prima persona e dicono di essere stati interrogati e torturati da Priebke. Tuttavia uno è chiaramente inattendibile e tale viene considerato anche dall’accusa, un altro riferisce di "pugni" ed afferma che la sua tecnica era più "raffinata", ma certamente meno brutale di quella degli altri. La Commissione Alleata di controllo, che alla fine del 1944 indagò sugli abusi di via Tasso, non nominò mai Priebke, che peraltro non ebbe contestato alcun reato né dagli inglesi, che lo interrogarono lungamente nel campo di concentramento di Afragola nel 1945, subito dopo la fine della guerra, proprio sulla rappresaglia delle Ardeatine, né a seguito delle risultanze del processo Kappler del 1948, nel quale peraltro 5 subalterni del tenente colonnello della Gestapo, con lui coimputati per la strage, vennero assolti per avere agito in stato di necessità in ottemperanza agli ordini ricevuti dal loro comandante.

L'attentato di via Rasella
L’attentato di via Rasella, secondo la testimonianza al processo Kappler del gapista Guglielmo Blasi che partecipò all’azione, sarebbe nato da un ordine a firma E.E., che secondo lui stava per Ercole Ercoli e che era all’epoca lo pseudonimo di Palmiro Togliatti il quale stava rientrando in Italia dalla Russia come capo del PCI e futuro ministro del governo del Sud. Ciò però appare improbabile perché Togliati arrivò a Napoli, dopo un lungo viaggio attraverso il Medio Oriente, il 27 marzo 1944, 4 giorni dopo l’attentato ed è poco credibile che abbia impartito l’ordine prima di intraprendere il viaggio o durante questo. Al più si sarà trattato di un ordine o suggerimento del tutto generico.
In realtà quest’ordine si raccordava con quanto il Comando Supremo Alleato, anche per bocca del suo massimo responsabile, il generale Alexander, andava diffondendo ai quattro venti. In un proclama alla popolazione italiana, posta sotto l’occupazione tedesca, Alexander aveva rivolto questo invito: "Assalite i comandi e piccoli centri militari! Uccidete i germanici alle spalle, in modo da fuggire alla reazione per poterne uccidere degli altri". Non meno truculenti ed aggressivi erano gli inviti che provenivano dal governo Badoglio trasmessi tramite radio Bari.
Nel C.L.N. di Roma la situazione era però diversa. Come al solito la Resistenza aveva due anime ed obiettivi diversi: I rappresentanti dei partiti moderati ed i militari di ispirazione monarchica volevano condurre la lotta mediante una capillare opera di propaganda, di spionaggio ed attentati da compiersi preferibilmente fuori città, soprattutto sulle vie di comunicazione verso i fronti di Anzio e Cassino. Azioni di efficacia militare ma che non comportassero gravi rischi per la popolazione civile. I partiti di sinistra, con a capo i comunisti, invece erano dell’idea che occorreva agire ovunque, e specialmente in città per rendere difficile la vita dell’occupante, ma soprattutto per creare una spirale di odio e di violenze che coinvolgesse tutta la popolazione civile spingendola sempre più contro i tedeschi e soprattutto contro i fascisti e che culminasse, se possibile, in una insurrezione armata poco prima dell’arrivo degli Alleati.
A questo scopo avevano organizzato i GAP (gruppi di azione patriottica) che agivano all’interno delle città con metodi di puro terrorismo, assalendo alle spalle militari isolati, facendo esplodere bombe nei luoghi da questi frequentati, mescolandosi in abiti borghesi al nemico per colpirlo quando meno se lo aspettava. Considerato che lo scopo era quello di generare una spirale di odio l’entità della reazione non aveva importanza, anzi, poiché sangue chiama sangue, maggiore era la reazione dei nazi-fascisti, maggiore sarebbe stato l’effetto positivo raggiunto.
Il C.L.N., presieduto dal politico del periodo prefascista Ivanoe Bonomi, era contrario a questo genere di attentati, così come era contrario il generale Quirino Armellini indicato dal governo del Sud comandante militare di Roma e contrario era pure il generale Domenico Chireleison che il 22 marzo aveva sostituito nella carica Armellini. Per Chireleison "Roma era città aperta, essa aveva delle prerogative tra cui quella di osservare la più assoluta neutralità: Per noi era un dovere fare rispettare questa neutralità ed era un dovere anche per i tedeschi".
In realtà Roma era stata dichiarata "Città aperta" unilateralmente da Governo Badoglio il 13 agosto 1943, il giorno dopo il secondo bombardamento della città, ed in quella occasione il governo che si era impegnato ad allontanare tutti i comandi e le installazioni militari e tutte le batterie contraerei al fine di evitare i bombardamenti degli Alleati, che avevano provocato gravi lutti tra la popolazione e danni ingenti al patrimonio artistico. Ma gli Alleati non accettarono mai questa dichiarazione e continuarono a bombardare la città, sia pure con minore intensità. La dichiarazione, peraltro, era stata ribadita nell’accordo per il cessate il fuoco tra tedeschi ed italiani dopo l’8 settembre del ‘43 ed i tedeschi avevano cercato di accreditare la tesi della "Città aperta", che a loro indubbiamente conveniva. Avevano allontano installazioni e comandi e presidiavano Roma soprattutto cono con forze di polizia. Ciononostante truppe e rifornimenti vi transitavano per raggiungere il fronte sud per cui gli Alleati non vollero mai riconoscere, nonostante le pressioni provenienti dal Vaticano, lo status di "Città aperta".
Roma quindi non poteva essere considera "Città aperta", tuttavia l’interesse degli italiani, fascisti o antifascisti, era quello di accreditare questo status ed agire di conseguenza. Ciò non coincideva però con l’interesse dei comunisti che cercavano di provocare l’insurrezione armata.
Organismo staccato dal C.L.N., ma da questo formalmente dipendente, era la "Giunta militare", completamente nelle mani dei partiti di sinistra e dominata dai comunisti. Era diretta da Amendola per il PCI, Pertini per il PSI, e Bauer per il partito d’azione.
La Giunta, senza neppure informare il CLN, decise di organizzare un attentato per il 23 marzo 1944, ricorrenza della fondazione dei Fasci di combattimento, collocando una bomba lungo il percorso della manifestazione che i fascisti avevano in programma. I tedeschi però, proprio per motivi di sicurezza, imposero che la manifestazione si tenesse al coperto e fu scelto il palazzo del Ministero delle corporazioni in Via Veneto. La Giunta decise quindi di cambiare obiettivo, anche perché non era certo che la reazione dei fascisti avrebbe raggiunto la desiderata violenza.
Amendola aveva notato, mentre rientrava a casa attraverso la via Due Macelli, che un reparto della Feldgendarmery tedesca percorreva ogni giorno alla stessa ora, intorno alle 14, via Rasella per recarsi al poligono di tiro di Tor di Quinto in addestramento. Decise che quello poteva essere un obiettivo perfetto in quanto i tedeschi, una volta entrati nella via, sarebbero rimasti intrappolati ed esposti ad attacchi in testa ed in coda alla colonna, mentre gli incroci con la via Quattro Fontane e via Boccaccio lasciavano ai gapisti ampie possibilità di fuga.
L’XIa compagnia del Battaglione Bozen sembrò ad Amendola il bersaglio giusto: soldati tedeschi, in assetto di guerra, perfettamente armati, elmetto, fucili, mitra, che marciavano con passo cadenzato al canto di una allegra canzone militare, Hupf mein madel, "salta bella mia", preceduti e seguiti da due motocarrozzette armate di mitragliatrice mg. 42: un obiettivo sufficientemente emblematico.
In realtà il III Bozen non era per nulla composto da fanatici nazisti. Si trattava di Altoatesini (o Sudtirolesi che dir si voglia) che a suo tempo avevano optato per la Germania ma erano rimasti in Alto Adige ed avevano fatto il militare nell’esercito italiano o non l’avevano fatto per nulla. Dopo l’8 settembre c’era stata di fatto l’annessione dell’Alto Adige nel Reich con la costituzione dell’Alpenvorland e gli altoatesini erano stati chiamati alle armi nell’esercito tedesco. In un primo momento erano state chiamate le classi di leva 1924 e 1925 e successivamente richiamate le classi dal 1894 al 1926. I coscritti avevano scelto in maggioranza il corpo di polizia militare nella speranza di non essere inviati al fronte e prestare servizio vicino casa. Erano stati aggregati alle SS ma non avevano il diritto di portarne le mostrine, la loro denominazione era "Polizeiregiment Bozen " strutturato su tre battaglioni. Successivamente furono costituiti altri tre reggimenti, Alpevorland, Schlanderse e Brixen (Bressanone), tutti di polizia militare.
In realtà gli Altoatesini si sentivano più austriaci che tedeschi e la loro adesione al III Reich era tutt’altro che convinta: nei battaglioni di polizia si verificarono numerosissimi casi di diserzione e molti coscritti si rifugiarono sui monti all’arrivo della cartolina precetto. Un intero reggimento il Brixen si rifiutò di prestare giuramento al Furer e fu inviato per punizione sul fronte russo dove fu praticamente annientato. Non erano né eroi né superuomini ma "figli di mamma" e "padri di famiglia", come tanti altri che la guerra avrebbero fatto volentieri a meno di farla. Ciò non toglie, però, che quando si scontrarono con i partigiani furono determinati e violenti non meno dei loro più accreditati camerati tedeschi.
Molti erano gli anziani nella XIa compagnia del Bozen, i soldati avevano un’età compresa tra i 26 ed i 43 anni con un’età media di 35. Non potevano rappresentare il prototipo dell’odiato nemico, il simbolo del nazismo, ma questo Amendola, in quel tragico marzo del 1944, non poteva saperlo.
L’attentato venne preparato con cura meticolosa mettendo in atto le tipiche tecniche del terrorismo: 18 Kg di tritolo posti in un carrettino della spazzatura, collegati con una corta miccia a 50 secondi calcolando l’esplosione al passaggio della colonna.
Parteciparono all’agguato 12 Gapisti. Ecco i nomi: Carlo Salinari, Spartaco, il capo; Fanco Calamandrei Cola; Marisa Musu, Rosa; Carla Capponi, Elena; Rosario Bentivegna, Paolo; Silvio Serra, Silvio; Raoul Falcioni, Raoul; Francesco Curelli, Francesco; Fernando Vitagliano, Fernandino; Pasquale Balsamo, Pasquale; Guglielmo Blasi, Guglielmo; Ernesto Borghesi, Ernesto.
Si disse che i comunisti organizzarono l’attentato per eliminare, attraverso la reazione nazista, il Fronte Militare Monarchico di Montezemolo la cui dirigenza, come avanti detto, era caduta nelle mani della Gestapo. Effettivamente questa tattica non era nuova ed i comunisti la useranno anche in seguito (in Italia, ad es. nell’Ossola, in Istria ed all’estero, ad es. durante l’insurrezione di Varsavia) però per via Rasella non esiste alcuna prova, nè documentale ne testimoniale, che possa confermare ciò. Inoltre nelle mani dei tedeschi vi erano anche comunisti di primo piano come Antonello Trombadori, fondatore e primo comandante dei GAP (che però scampò al massacro), ed i gapisti sapevano che tra i primi ad essere fucilati nella inevitabile rappresaglia ci sarebbero stati i loro compagni prigionieri. Infatti le priorità di Kappler nella scelta dei fucilandi sarà nell’ordine: Spionage (cioè i monarchici) Kommunismus e Jude. Infine va detto che se di trappola si trattava questa funzionò alla perfezione perchè l’esplosivo e le quattro bombe di mortaio usate nell’attentato li fornirono ai gapisti gli ufficiali del Fronte Militare di Montezemolo.
Si disse pure che i partigiani erano a conoscenza che in caso di attentati, che avessero provocato la morte di militari germanici, ci sarebbe stata una rappresaglia con la fucilazione di 10 italiani per ogni soldato. Sono in molti ad affermarlo ed in particolare questa notizia fa parte della deposizione resa dal gapista Blasi (uno degli attentatori) al processo Kappler. Blasì affermò che, dopo aver letto il manifesto affisso sui muri di Roma che minacciava questa rappresaglia in caso di attentati, avvertì Bencivenga e gli consigliò di sospendere l’azione ma quest’ultimo avrebbe risposto che l’azione andava fatta comunque. Di questo manifesto molti parlano ma non esiste alcuna documentazione neppure fotografica. Ma la cosa, a mio avviso, ha scarsa importanza: in definitiva i partigiani sapevano che in caso di un’azione eclatante sarebbe seguita una reazione pesante da parte degli occupanti. Kesserling aveva fatto affiggere sui muri di tutta Italia una sua ordinanza già l’11 settembre 1943 nella quale prometteva fuoco e fiamme in caso di attentati alle forze armate germaniche. Altre migliaia di manifesti e volantini dello stesso tono erano stati diffusi per ogni dove, solo pochi giorni prima del 23 marzo ‘44 Kesserlig aveva fatto diffondere un ulteriore monito ai partigiani. Esempi di rappresaglie si erano avuti numerosissimi dopo l’8 settembre sia nell’Italia del Nord che del Sud; a Torre Palidoro, alle porte di Roma, erano stati messi al muro 22 ostaggi per due tedeschi (peraltro morti accidentalmente): solo l’eroismo del brigadiere Salvo d’Acquisto che, sebbene innocente, si dichiarò colpevole, riuscì a salvarli; a seguito dell’uccisione di un tedesco in Piazza dei Mirti erano stati fucilati 10 ostaggi. Si potrebbe continuare all’infinito. Ma se uno degli obiettivi degli attentatori era quello di provocare una rappresaglia questa faceva parte del piano e non poteva che essere auspicata.
Il 23 marzo i tedeschi, che di solito transitavano con teutonica precisione alle ore 14, ritardarono perché era l’ultimo giorno previsto per l’addestramento ed il comandante fece ripetere i tiri che non erano andati bene. A causa del ritardo i gapisti stavano per andar via quando alle ore 15,50 comparve la testa della colonna. Al segnale convenuto Bentivegna accese la miccia e si dileguò con l’assistenza della compagna Carla Capponi."Il boato dell’esplosione, enorme, squassò il centro della città: Un filobus che scendeva da via Quattro fontane sbandò investito dall’onda dello spostamento d’aria" (2) R. Bentivegna e C. De Simone "Operazione via Rasella" - Editori Ruiuniti, Roma 1996. Subito dopo l’esplosione della bomba tre altri gapisti appostati alle spalle della colonna lanciarono quattro bombe da mortaio Brixia modificate dileguandosi a loro volta. Fu la strage: l’XI compagnia venne falciata, a terra rimasero 27 corpi di soldati orrendamente straziati oltre ad un numero imprecisato di feriti, alcuni dei quali molto gravi moriranno in seguito. Nell’attentato trovarono la morte anche alcuni civili: secondo alcune fonti sette, secondo altre due. Il prof. Ascarelli, incaricato dai tedeschi di comporre i corpi dilaniati dei soldati, scriverà che oltre ai militari aveva trovato "parti di corpo umano...con tutta probabilità un uomo ed una ragazza." Venne pure identificato un bambino di 13 anni, Pietro Zuccheretti il cui corpo venne smembrato dall’esplosione in sette pezzi, "i piedi non vennero mai ritrovati" (3) R. Bentivegna e C. De Simone op. cit. L’attentato provocò altri morti perché i tedeschi si misero a sparare contro le finestre dei fabbricati di via Rasella ritenendo che le bombe fossero state lanciate dall’alto ed uccisero due persone. Un terzo uomo, l’autista del Ministro dell’Interno Buffarini, venne ucciso perché scambiato per partigiano.
L’esplosione aveva provocato una voragine nel muro di un fabbricato e tranciato un tubo dell’acqua potabile per cui sulla via scendeva un fiume rosso di acqua mista a sangue: ovunque brandelli di carne, urla e gemiti di feriti e moribondi. Il colonnello SS Eugene Dolman, che si recò sul posto, scriverà: "In ogni dove c’erano grandi pozze di sangue. L’aria era piena di gemiti e di grida e si continuava a sparare".(4)Eugene Dollmann, "Roma Nazista" - Longanesi, Milano 1952.
L’esplosione si avvertì in tutta la Città. Amendola si trovava in quel momento nel palazzo della Propaganda Fide in Piazza di Spagna a colloquio con De Gasperi il quale gli chiese se si trattava di un’azione dei GAP. "Può darsi" rispose il comunista, e De Gasperi di rimando: "Voi una ne pensate e mille ne fate."(5) Giorgio Amendola, "Lettere a Milano, 1939-1945" - Roma, Editori Riuniti, 1976.
Il primo ad arrivare sul luogo della strage fu il questore Caruso, ma subito dopo arrivarono il comandante della piazza di Roma, generale Kurt Malzer, il comandante della Gestapo tenente colonnello Herbert Kappler, il console Mollhausen che reggeva l’ambasciata di Roma, il Ministro dell’interno della RSI Buffarini-Guidi e moltissimi altri. Malzer, detto "il re di Roma", in preda ai fumi dell’alcol cui era solito abbandonarsi, era fuori di sé dalla rabbia, con le lacrime che gli rigavano il volto continuava a gridare "I miei soldati, i miei poveri soldati. Faccio saltare tutto il quartiere con gli abitanti che ci sono dentro" (6) E.F. Mollhausen, "La carta perdente", Sestante, Roma 1948. Gli abitanti di via Rasella vennero brutalmente rastrellati e circa 200 persone furono ammassati con le mani sopra la testa ai bordi della strada e poi di fronte ai cancelli di palazzo Barberini. Tutte le case vennero perquisite ma non si trovò nulla di compromettente, salvo uno straccio rosso a cui si volle attribuire dignità di bandiera. Si accese un vero e proprio alterco tra il generale Malzer ed il console Mollhausen che cercava di ricondurre a miti consigli il re di Roma visto che erano già arrivati i genieri con l’esplosivo per minare il quartiere. Intervenne anche Dollmann in appoggio al console ed infine Kappler. Come Dio volle, riuscirono a ridurre alla ragione l’energumeno. Il quale però si riprometteva di farsi rilasciare pieni poteri per una rappresaglia esemplare ed intanto dava l’ordine di fucilare tutti i rastrellati di via Rasella. Per fortuna Kappler non l’ubbidì e consegnò i rastrellati alla polizia italiana in attesa di decisioni.
Nel frattempo venne informato il Quartier Generale di Kesselring, comandante in capo del fronte Sud che non era in sede ed il colonnello Baelitz, capo operazioni, informava dell’accaduto Hitler che si trovava a Rastemberg nella famosa tana del lupo. La sua reazione fu tremenda: "Sembra una belva ruggente. Desidera far saltare un intero quartiere della città, compresi gli abitanti. Bisogna fucilare italiani in altissima proporzione. Per ogni SS uccisa dovrebbero fucilarsi da 30 a 50 italiani", così riferisce un ufficiale dello stato maggiore (7) Dollmann, op.cit..
Kesserling non era in sede, perché impegnato in una ispezione al fronte, e quindi il colonnello Baelitz informò il generale Eberhard von Mackensen, comandante della XIV armata dalla quale dipendeva la piazza di Roma. Questi telefonò a Kappler e gli disse che una rappresaglia nelle proporzioni indicate da Hitler era da considerarsi assurda. Gli chiese la sua opinione e questi gli riferì che insieme a Malzer avevano concordato di eseguire la rappresaglia su prigionieri già condannati a morte o all’ergastolo, i c.d. Todeskandidaten, candidati alla morte. Von Mackesen convenne con loro sull’opportunità di questa scelta e suggerì la proporzione da 1 a 10.(8) Tribunale Militare di Roma, sentenza Kappler.
Rientrato in sede Kesselring venne informato della proposta del suo sottoposto von Mackesen, che però aspettava di essere confermata. Fu d’accordo che una rappresaglia si doveva fare ma scartò subito le assurde pretese di Hitler, anche perché un massacro di quelle proporzioni avrebbe potuto essere controproducente in quanto poteva provocare una sommossa popolare. Telefonò al OKW e parlò con il comandante supremo generale Jold al quale espresse le sue perplessità ed al quale comunicò di essere d’accordo con Mackesen, anche perché non c’era un numero sufficiente di Todeskandidaten. Jold, dopo aver valutata la situazione, lo lasciò arbitro della situazione. A questo punto Kesselring prese la sua e comunicò questo ordine: "Uccidete dieci italiani per ogni tedesco. Esecuzione immediata". (9) Processo a Herbert Kappler.
La notizia era giunta anche al generale SS Karl Wolf, che i quel momento era in Germania, e da questi ad Himlmer. Entrambi furiosi per l’accaduto decisero di farla pagare cara agli Italiani. Wolff prese l’aereo nel pomeriggio del 24 diretto a Roma latore di una decisione concordata tra lui ed il suo capo: rastrellare e deportare tutta la popolazione maschile di Roma. Per fortuna molti alti ufficiali, ed in primo luogo Kesserling, vi si opposero apertamente e gli stratagemmi da questi orditi per guadagnare tempo ebbero successo: la pazzesca idea venne in seguito dimenticata.
Nel frattempo Kappler stava lavorando a compilare una lista di 320 prigionieri da fucilare (27 tedeschi erano deceduti all’istante, uno arrivò cadevere in ospedale ed altri quattro morirono nella notte per cui i morti erano saliti a 32) e, rendendosi conto che nelle prigioni tedesche non vi era un numero sufficiente di Todeskandidaten, chiese al questore Caruso una lista con 80 nomi di prigionieri (successivamente ridotti a 50).
Stanti queste difficoltà Kappler telefonò al suo comandante a Verona, generale Haester, col quale si intrattenne in una lunga conversazione durata tre quarti d’ora, per avere consiglio e questi gli suggerì di completare la lista con nominativi di ebrei che, in definitiva, non erano meno Todeskandidaten degli altri.
Kappler passò tutta la notte per compilare la lista, ponendo evidentemente un notevole scrupolo nello scegliere i Todeskandidaten, ma nella categoria dei condannati alla pena capitale trovò solo tre persone, in quella dei condannati a pene detentive, anche lievi, trovò 16 nomi e li incluse. Inserì 65 ebrei, che erano stati arrestati nei giorni precedenti, 57 solo perchè ebrei ed 8 per attività antifasciste, aggiunse 10 persone tra i rastrellati di via Rasella che a lui erano sembrati sospette. Selezionò quindi gli arrestati in attesa di giudizio e aggiunse alla lista altri 176 nomi.
In una serie di retate, alcune su delazione, era riuscito a spezzare il fronte monarchico della Resistenza catturandone i capi tra cui il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezzemolo che considerava uno dei più pericolosi combattenti della Resistenza. Kappler li incluse tutti nella lista. Alla fine il criterio fu questo: ci mise i comunisti (ma non tutti), ci mise tutti gli ufficiali dell’esercito, della marina e dell’aviazione, tutti i carabinieri che si trovavano nelle celle tedesche. Tra i selezionati c’era anche un uomo che era stato processato ed assolto dal Tribunale tedesco.
Per tutto il tempo necessario il capitano Priebke collaborò con il suo superiore all’esame delle schede dei detenuti ed alla stesura della lista, così come risulta dalla deposizione da lui resa ad Afragola nel 1946, anche se poi contestata al processo di Roma.
Nel frattempo era deceduto un altro militare per cui i tedeschi periti nell’attentato erano divenuti 33 e Kappler decise, di sua iniziativa, di aggiungere all’elenco dei fucilandi altri dieci nomi.
L’elenco dei candidati alla fucilazione venne completato con una lista di 50 nomi fornita a malincuore da Caruso che cercò di prendere tempo ma senza successo. Questo tergiversare fu causa della morte di alcuni sventurati che non erano stati inseriti in nessuna lista. Avvenne che al momento di prelevare nel carcere di Regina Coeli i prigionieri selezionati da Caruso ed inseriti nella sua lista questa non venne subito consegnata al tenente Tunnat incaricato del trasporto. L’ufficiale, furente per il ritardo, cominciò a prelevare a caso tra i detenuti. Alcuni erano quelli indicati da Caruso ma nel mucchio il tedesco inserì, del tutto arbitrariamente, dieci sventurati che si trovavano nell’ufficio matricola per ritirare gli effetti personali in quanto erano stati rilasciati. Il funzionario del carcere, informato dell’accaduto, non potendo impedire la consegna di costoro, cercò di limitare il danno: inserì nella lista di Caruso i nomi dei dieci uomini prelevati arbitrariamente, che ormai erano destinati, senza possibilità di salvezza, alla fucilazione e cancellò i nomi di dieci prigionieri. La scelta cadde tra gli ebrei, ritenuti i più incolpevoli tra tutti, e che erano stati inseriti solo per completare l’elenco.
Kappler ed i suoi, dopo aver compilato le liste dei fucilandi, pensavano di avere esaurito il loro compito. Tuttavia li attendeva una sorpresa. Il generale Malzer aveva chiesto al comandante del battaglione Bozen Hellmuth Dobbrick di vendicare i suoi uomini fornendo il plotone di esecuzione. Dobbrick oppose un netto rifiuto adducendo che i suoi uomini erano troppo scossi dall’attentato per poter affrontare una prova del genere e che in ogni caso si trattava di cattolici credenti che non volevano vendetta ed ai quali non si poteva chiedere di uccidere a freddo.(11) Questa sua sensibilità non gli giovò. Catturato dai partigiani nei pressi di Lecco venne fiucilato senza tanti complimenti. Walter Maggi, in "Storia del XX Secolo", n 15, luglio 1996) Malzer si rivolse quindi al capo di stato maggiore di von Mackensen, il colonnello Wolfang Hauser, il quale oppose un altrettanto fermo rifiuto asserendo che, essendo stata colpita la polizia, era la polizia che doveva eseguire la rappresaglia. A questo punto il generale si rivolse a Kappler che, sia pure a malincuore, accettò finalmente l’incarico.
Questi radunò i suoi subordinati e li informò della macabra incombenza aggiungendo che si trattava di un ordine del Furer e che quindi chi non obbediva sarebbe stato deferito al Tribunale delle SS. Inoltre ogni ufficiale avrebbe dovuto dare l’esempio e procedere direttamente alle esecuzioni, almeno una volta (10) Robert Katz, "Morte a Roma", Editori Riuniti, Roma 1996.
Tutti protestarono ma poi convennero con lui che "per mantenere la disciplina fosse indispensabile che i capi prendessero parte all’operazione almeno una volta come necessario atto simbolico." (11) Testimonianza di Kappler al relativo processo. Egli mise il capitano Schutz al comando delle operazioni relative alle fucilazioni mentre al capitano Priebke affidò la responsabilità del controllo delle liste dei condannati. (12) R. Katz, "Morte a Roma", Editori Riuniti, Roma 1996.
Il capitano Schutz, prima di dare inizio alle operazioni, provvide ad illustrare i tempi ed i modi che dovevano adottarsi per le fucilazioni ed ammonì, ancora una volta, che chiunque non si fosse dimostrato capace di prendere parte all’esecuzione, ufficiale o no, sarebbe stato affiancato alle vittime ed anch’egli fucilato.(13) Atti del Tribunale Militare di Roma.
Alle 3,30 pomeridiane del 24 marzo alle Cave Ardeatine, dopo che Kappler ebbe ricordato che l’ordine proveniva direttamente dal Furer e che andava assolutamente eseguito, ebbe inizio il massacro dei prigionieri, cinque per volta, mani legati dietro la schiena e colpi alla nuca.
Priebke reggeva la lista compilata dai tedeschi e provvedeva a depennare i nomi via via che scendevano da camion e portati alla fucilazione (14)Testimonianza di Kappler al relativo processo.
Un giovane ufficiale, il sottotenente Wetjen, si rifiutò di sparare. Kappler lo prese in disparte e lo accompagnò nel luogo dell’orrore. Passandogli "amorevolmente" un braccio intorno alla vita, lo convinse a procedere all’esecuzione. Così Wetjen ed il suo capo, fianco a fianco, uccisero ciascuno il loro uomo.(15) Testimonianza di Kappler al relativo processo.
Un altro militare, il sottufficiale Gunter Amon, svenne inorridito dallo spettacolo. Ma non vi furono inconvenienti poiché "uno dei miei camerati prese il mio posto" (16) testimonianza al Tribunale Militare di Roma nel processo Kappler.
Via via che gli uomini scendevano dai camion venivano identificati ed i loro nomi spuntati dalle liste, che erano due, una tedesca, compilata da Kappler, ed una italiana consegnata da Caruso. La lista tedesca, è stato accertato, era tenuta da Priebke e questi lo ammette. Quella italiana forse da Schutz o da Priebke. Ma egli però lo nega. La cosa non è senza importanza, come si vedrà al processo.
Via via che si procedeva alla conta alcuni uomini non risultarono nelle liste e pertanto vennero messi da parte in attesa di decidere cosa farne. Eseguite le fucilazioni dei 330 inseriti nelle liste, risultarono cinque uomini in sovrappiù messi da parte da Priebke. Vennero fucilati anche questi per cui alla fine i trucidati risultarono 335. Kappler al processo cercò di addossare la colpa dell’errore a Priebke il quale gli avrebbe detto che l’inconveniente si era verificato perché la lista di Caruso risultava confusa e non aveva una precisa numerazione. Ciò però risultò falso in quanto la lista di Caruso fu recentemente rinvenuta e porta la numerazione da 1 a 50. Secondo un’altra versione Kappler avrebbe chiesto ragione dell’errore ad uno dei suoi sottoposti e questi gli avrebbe risposto: "Era un errore ma poiché erano li..."(17)Mollausen, op. cit.
Al processo contro Priebke il maggiore Karl Hass riferì una circostanza nuova e cioè che Kappler gli aveva confidato: "Ho commesso una grande fesseria... di far fucilare questi 5". E si può credere perché la testimonianza di Hass non è, nell’insieme, molto favorevole a Priebke.
Il mistero dei 5 uomini in più non fu mai interamente chiarito. Tuttavia di recente Storia Illustrata rivelò che i cinque, facevano parte dei prigionieri tedeschi rinchiusi a Regina Coeli e si erano inseriti volontariamente nel gruppo credendo che sarebbero stati trasferiti nei campi di lavoro, come probabilmente avevano dichiarato le guardie. La circostanza è stata confermata, almeno per uno di loro, al processo Priebke. Un membro della famiglia ebrea Di Consiglio, Franco di 17 anni, non era stato incluso nella lista, forse per la sua giovane età. Non volendo essere separato dai suoi familiari che venivano portati via dalla Gestapo, e convinto che sarebbero andati nei campi di lavoro secondo quanto dichiarato dalle guardie, si inserì nel gruppo degli ostaggi e finì fucilato.
Alle ore 20 era tutto finito ed i genieri tedeschi, facendo saltare gli ingressi alle cave, secondo l’ordine di Kappler, misero la parola fine alla tragica incombenza.
Si disse ripetutamente che i partigiani avrebbero potuto evitare la strage se avessero aderito all’invito dei tedeschi di consegnarsi in cambio degli ostaggi, come aveva fatto Salvo D’Acquisto.
Quest’affermazione contiene una falsità ed una sciocchezza.
Non è vero che i tedeschi rivolsero alcun invito agli attentatori. . Al processo contro Kesserling questi ammise espressamente di non aver rivolto alcun appello agli attentatori di consegnarsi alle autorità militari od alla cittadinanza romana di consegnarli: "Sarebbe stata una buona idea" - disse - "ma non l’ho fatto".
Ed è una sciocchezza ritenere che nella guerra partigiana gli attentatori si dovrebbero consegnare dopo ogni azione. L’attentato o l’agguato nella guerra per bande viene preceduto da un’analisi "costi-benefici" che devono essere attentamente valutati. Nei costi è compresa la rappresaglia che qualsiasi esercito del mondo considera arma di difesa in siffatte ipotesi. Sta alla lungimiranza ed alla sensibilità dei combattenti clandestini dosare le azioni di guerra salvaguardando, per quanto possibile, gli ostaggi e la popolazione civile. Ma scelta l’azione sarebbe assurdo, se i costi sono strati esattamente valutati, consegnare gli autori al nemico: sarebbe come accettare il suicidio, oltre che esporre tutta l’organizzazione clandestina ai gravi rischi derivanti dalle eventuali informazioni che possono essere estorte a coloro che si sono costituiti.
Dopo la rappresaglia alcuni esponenti del CLN volevano sconfessare l’azione, che peraltro non era stata preventivamente concordata. Anzi il CLN non era stato neppure informato. Il 25 marzo si riunì al completo la Giunta Militare, che comprendeva, anche i partiti di destra, ed alcuni rappresentanti, tra cui quello della democrazia cristiana volevano sconfessare l’attentato. Il rappresentante militare del partito liberale, Manlio Brosio, sostenne invece che il CLN doveva assumersi la piena responsabilità dell’attentato per non creare all’esterno la sensazione che la Resistenza fosse divisa. Alla fine prevalse questa tesi.
Per l’attentato di via Rasella Carla Capponi venne insignita da De Gasperi di medaglia d’oro al valor militare e Rosario Bentivegna di medaglia d’argento Un provvedimento che molti giudicarono inopportuno.

IL processo
Priebke, dopo la fuga dal campo di concentramento britannico di Afragola, andò a vivere con la famiglia a Vipeteno. Successivamente emigrò, come tanti altri nazisti, in Argentina e si stabilì a Bariloche con il suo vero nome e dove poco dopo aprì un negozio di specialità alimentari e divenne rispettato membro di quella comunità senza mai interessarsi di politica. Venne anche in Italia due volte e fu ospite del commilitone maggiore Hass. Non fu mai ricercato dalle autorità italiane, Nel 1989 i cacciatori di nazisti Serge e Arno Klarsfield riferirono al Ministero degli esteri italiano della presenza di Priebke in Argentrina, ma non accadde nulla..Nel 1993 il governo argentino decise di aprire gli archivi segreti relativi all’ondata di immigrazione nazista del dopoguerra e un produttore di Hoolywood, tale Harry Phillips, pensò ad uno scoop mediante possibili interviste ad ex nazisti e si mise alla ricerca di nomi eccellenti. L’indagine lo portò a Bariloche dove nella guida telefonica rintracciò il nome di Erico Priebke che risultava essere un ex nazista di una "certa" importanza " avendo avuto responsabilità di comando in via Tasso a Roma durante la guerra. Con uno stratagemma riuscì ad intervistarlo e Piebke ammise senza reticenze la sua identità ed il suo passato. L’intervista venne mandata in onda il 5 maggio 1994 nella TV Prime Time Line.
Due giorni dopo il governo di Silvio Berlusconi, per mezzo del Ministro di Grazia e Giustizia, il liberale Alfredo Biondi, annunciò l’intenzione di chiedere l’estradizione di Priebke al governo argentino. Dal suo ufficio di Vienna, Simon Wiesenthal, il "cacciatore" di nazisti, dichiarò: "E’ una novità, perché negli ultimi 15 anni nessun governo italiano ha mai fatto niente contro i nazisti ". (18) Robert Katz "Dossier Priebke", Rizzoli, Milano 1996.
La battaglia per ottenere l’estradizione durò un anno e mezzo ma alla fine, il 2 novembre del 1995, la Corte suprema argentina accolse la richiesta del governo italiano.
Giunto in Italia, la prima questione che si presentò alla magistratura italiana fu quella della giurisdizione: se cioè doveva ritenersi competente la Corte di Assise in quanto le imputazioni riguardavano crimini contro l’umanità, ovvero il Tribunale Militare trattandosi di un crimine commesso da un militare straniero in zona di guerra. La magistratura ordinaria venne ritenuta giustamente incompetente perché la legislazione relativa ai crimini contro l’umanità è stata introdotta nel 1967 e non poteva valere retroattivamente.
Priebke quindi venne rinviato a giudizio innanzi al Tribunale Militare di Roma "accusato di concorso in violenza con omicidio continuato di cittadini italiani per avere, quale appartenente alle forze armate tedesche, in concorso con Herbert Kappler ed altri militari tedeschi, col medesimo disegno criminoso ed agendo con crudeltà, cagionato la morte di 335 persone per lo più italiani, militari e civili... con premeditata esecuzione a mezzo di arma da fuoco in Roma, località Cave Ardeatine, il 24 marzo 1944". (19) Atti del processo presso il T.M. di Roma.
Davanti al Tribunale Militare non era ammessa la costituzione di parti civili e quindi risultavano escluse le famiglie delle vittime. Portata la questione innanzi alla Corte costituzionale, questa dichiarò la norma relativa viziata da illegittimità costituzionale: In conseguenza le parti civili, per la prima volta nella storia dei procedimenti giudiziari per crimini di guerra di tutti i paesi, poterono costituirsi in giudizio innanzi ad un Tribunale Militare.(19) Robert Katz "Dossier Priebke", Rizzoli, Milano 1996.
Un’altra questione che si presentò ben presto fu quella relativa alla ricusazione del Presidente del Tribunale Quistelli. Questi aveva dichiarato, in una conversazione privata con il generale dei carabinieri Francesco Mosetti all’epoca in cui la procura militare si batteva per l’estradizione, che tutto quel lavoro era inutile perchè al più si trattava di un omicidio colposo plurimo e che non era il caso di rivangare il passato. Quistelli non negò ma disse che si trattava di un’opinione personale, non giuridica, espressa quando ancora nulla si conosceva del processo e quindi non poteva essere considerata un’anticipazione di giudizio.
Quistelli non ritenne astenersi dal processo che non sospese neppure, mentre l’istanza proseguiva il suo iter innanzi alla Corte d’Appello. Fu sicuramente una decisione infelice dal momento che, sia pure molto prima che il processo si materializzasse e nella ignoranza di tutte le carte processuali, un giudizio l’aveva pure espresso. Ciò non gli consentiva di essere libero nella successiva decisione anche in considerazione del grande rilievo che il processo rivestiva e della indubbia circostanza che su di esso erano puntati gli occhi dei mass media e dell’opinione pubblica nazionale ed internazionale. Questa mancanza di libertà poteva nuocere, come di fatto poi avvenne, più contro l’imputato che a suo favore. Forse questa mancanza di libertà fu la causa che determinò l’ammissione da parte del Tribunale di una caterva di testimoni dell’accusa e delle parti civili, la maggior parte dei quali avrebbero riferito su fatti sostanzialmente estranei al processo. I testimoni della difesa furono quattro e solo uno venne ascoltato. Non venne invece ammesso quello che forse poteva ritenersi il testimone più importante: il colonnello Dietrich Baelitz, capo operazioni di Kesserling, che avrebbe potuto riferire su come era stata decisa la rappresaglia.
L’escussione dei testi non fornì grandi rivelazioni rispetto a quello che già si sapeva. In realtà i testi indugiavano a descrivere l’atmosfera di via Tasso e riferivano di un Priebke torturatore come le altre SS. Ma, a prescindere che essi riferivano per relationem e non per esperienza diretta, restava il fatto che Priebke era processato per la rappresaglia delle Cave Ardeatine e non per quello che era avvenuto in via Tasso. Come detto prima due soli testi riferirono per esperienza diretta, ma uno venne ritenuto chiaramente inattendibile e l’altro Riccardo Mancini, ex partigiano socialista, riferì di schiaffi, pugni e calci, definiti dalla difesa dell’imputato roba di ordinaria Questura.
Priebke contestò tutto chiedendo come mai il Mancini, partigiano accusato di gravi reati, presente in via Tasso il 23 marzo 1943, non era stato fucilato alle Ardeatine. Evidentemente erano tutte frottole
. Vennero ascoltati altri 19 testimoni dell’accusa e delle parti civili. Tra questi solo sette riferirono di un’esperienza diretta con Priebke e solo uno dei sette sostenne d’essere stato torturato, ma il suo racconto venne ritenuto di fantasia anche dall’accusa. (20) Robert Katz "Dossier Priebke", Rizzoli, Milano 1996.
Accertare che Priebke fosse o meno un torturatore ed in che misura, a me sembra, non poteva avere alcuna importanza ai fini processuali, salvo che per delineare la personalità dell’imputato. Ma questi non era sotto processo per ciò che aveva fatto o non fatto in via Tasso, bensì per l’uccisione di 335 ostaggi alle Cave Ardeatine. Meno che mai era sotto processo il nazismo, come il pubblico ministero aveva sottolineato ad apertura del dibattimento, bensì l’ufficiale tedesco che aveva, in concorso con altri, eseguito la rappresaglia.
Venne ascoltato il capitano Gerhard Schreiber, storico militare, il quale aveva portato con se un dossier che documentava 85 casi in cui ufficiali della Wermacht o delle SS avevano rifiutato di partecipare a crimini di guerra ed avevano subito conseguenze del tutto modeste. Anche nell’esercito tedesco, disse, esisteva il paragrafo 47 del codice militare che prevedeva il rifiuto di eseguire ordini "criminali". (21)Robert Katz "Dossier Priebke", Rizzoli, Milano 1996. Il processo subì una svolta quando il P.M. Intelisano riuscì, dopo svariate peripezie, a far testimoniare l’ottantatreenne maggiore Hass, nel ‘44 superiore di Priebke e compartecipe della rappresaglia. Hass dopo la guerra era stato contattato dai servizi segreti, americani prima ed italiani dopo, e con essi aveva collaborato. Infine si era domiciliao a Roma dove aveva vissuto per 30 anni sotto falso nome. Poi si era trasferito ad Albiate e qui aveva ripreso il suo vero nome senza mai essere disturbato.
Hass ammise di aver partecipato all’esecuzione e di aver eseguito personalmente, come gli altri ufficiali, due esecuzioni. Disse che non aveva partecipato alla stesura della lista perché era addetto all’ambasciata. Riferì che la lista era stata compilata da Kappler con l’aiuto di qualcuno, senza poter specificare chi fosse o quanti fossero Riferì ancora della minaccia di Kappler di mettere al muro chiunque si fosse rifiutato di obbedire all’ordine di fucilare. Riferì infine che Priebke aveva il controllo della lista dalla quale depennava i nomi di quelli che scendevano dai camion e venivano avviati alla fucilazione. Confermò, quello che tutti sapevano, che cinque uomini non risultavano inseriti nelle liste e vennero messi da parte. Proseguì dicendo: "Sceso Tunnat con l’ultimo trasporto, non poteva dare indicazione per quale motivo questi 5 erano li. Così Kappler diede la disposizione con la scusa, con la spiegazione , la motivazione : <> E così sia Kappler stesso o Priebke o chi...Kappler non credo, non lo so chi ha ucciso queste 5 persone che non risultavano nell’elenco di Priebke."
Poiché poco prima aveva detto di avere sbrigato il suo "lavoro" in 15 minuti, di essere rientrato all’ambasciata e di non essere rimasto presente fino alla fine, gli fu chiesto dal P.M. come faceva a sapere tutto ciò. Hass rispose: "Da Kappler che mi ha detto: <>, gli ho detto <> Egli mi ha raccontato, non so se il 24 o il 25, quando gli ho chiesto cosa, ha completato la frase: <>" (22) Roberta Katz "Dossier Priebke", Rizobi, Milano 1996.
Questa testimonianza parve ad alcuni decisiva per incolpare Priebke della morte di queste 5 persone. In realtà lo scagiona completamente. Infatti Hass riferì un discorso di Kappler che era pure un’ammissione della sua responsabilità. Kappler non aveva nominato Priebke il quale da parte sua sostenne sempre di non essere stato presente fino alla fine e di non aver avuto in mano la lista di Caruso che era quella relativa agli ultimi "carichi". Non vi sono testimonianze che possano provare il contrario. Del resto Hass non poteva sapere per diretta cognizione se Priebke fosse rimasto fino all’ultimo perché era andato via dal luogo delle esecuzioni molto prima. Di sicuro si sapeva che Priebke aveva messo da parte chi non era compreso nella lista e che Kappler li aveva fatti fucilare. Quindi non si trattò di errore, come risultava al processo Kappler, ma di deliberato proposito. Ma in tutto questo non si evidenzia una responsabilità specifica di Priebke, salvo quella, ma non è sicuro, di aver eseguito un ordine.
Si è voluto ritenere che la frase usata nella dichiarazione resa ad Afragola da Priebke "alla sera vennero i genieri" invece di "andarono" stia ad indicare che egli rimase sul posto della strage fino alla fine. Ma questo sembra veramente eccessivo: un verbo usato invece di un altro, reso in inglese da un tedesco e poi tradotto in italiano, sembra veramente troppo poco per un ergastolo.
Il 1° agosto del l996 il Tribunale Militare di Roma pronunciava la sentenza mediante la quale l’imputato Erich Priebke veniva ritenuto colpevole dei reati ascrittegli ma, ritenute le attenuanti prevalenti sulle aggravanti, dichiarava doversi ritenere prescritto il reato. Le attenuanti, si saprà dopo, erano costituite dalla buona condotta tenuta successiva ai fatti e l’aver ubbidito ad un ordine superiore.
La sentenza poteva anche ritenersi fin troppo severa poiché l’aver ubbidito ad un ordine veniva considerata un’attenuante e non un’esimente, come invece era avvenuto al processo Kappler nei confronti di 5 subalterni mandati assolti.
Priebke comunque, per effetto di questa sentenza, era divenuto un uomo libero e Quistelli ne ordinò l’immediato rilascio.
A questo punto però si verificò un episodio allucinante che non ha precedenti nella storia giudiziaria italiana. Circa trecento persone, per lo più familiari delle vittime e cittadini di religione ebraica, che attendevano fuori dall’aula, nell’apprendere l’esito del processo cominciarono ad imprecare ed urlare ad altissima voce impedendo ai giudici, all’imputato ed al suo avvocato di uscire dall’aula. Uno dei lider dei gruppi giovanili ebraici pretese che il tedesco venisse nuovamente arrestato e dichiarò: "Da qui nessuno si muove se Priebke non esce in manette" (23) Robert Katz, "Dpossier Priebke", op. cit.
Il Parlamento sospese la seduta in corso. Manifestazioni di disapprovazione nei confronti della sentenza giunsero un pò da tutte le parti. Scalfaro non perdette l’occasione per dire la sua, il sindaco di Roma ordinò l’oscuramento di tutti i monumenti. Vennero i pompieri, si era fatta mezzanotte, ma Quistelli e gli altri rimanevano prigionieri della folla. Nessuno pensò che quella intollerabile gazzarra (quale che fosse la rabbia e la sete di vendetta che ancora animava i familiari delle vittime) che offendeva la dignità della giustizia e della magistratura italiana, andava, col dovuto tatto, respinta. Si pensò invece di andare incontro a desiderata dei dimostranti escogitando un marchingegno all’italiana: Poiché le autorità tedesche avevano chiesto l’estradizione di Priebke per processarlo in Germania, il ministro di Grazia e Giustizia, Giovanni Maria Flik, consultatosi con il Presidente del Consiglio Prodi e con il Capo dello Stato Scalfaro, ordinò un nuovo arresto dell’imputato appena assolto, e per rassicurare i dimostranti, cosa anche questa inaudita e raccapricciante, si presentò in tribunale annunciando pubblicamente che Priebke era stato nuovamente arrestato e che ci sarebbe stato un nuovo processo. Cosa del tutto arbitraria perchè la Cassazione non aveva ancora deciso sul ricorso relativo alla ricusazione del Presidente Quistelli. Solo verso le due di notte la folla cominciò a sgombrare e Priebke, ammanettato, venne scortato a Regina Coeli ove fu rinchiuso in attesa degli eventi.
Un ultima annotazione: La folla che reclamava "giustizia" era costituita soprattutto da ebrei i quali ricordavano che nella strage erano caduti 70 loro correligionari la maggior parte dei quali, non solo non avevano alcuna colpa, ma neppure responsabilità di lotta clandestina. In proposito però è’ opportuno ricordare che nella rappresaglia morirono 253 cattolici e di questi molti non avevano maggiori responsabilità degli ebrei.
Mentre Priebke languiva in prigione la Corte di Cassazione prendeva in esame il ricorso presentato dal P.M. avverso la decisione della Corte d’Appello militare che aveva respinto l’istanza di ricusazione.
Con decisione del 15 ottobre 1996 la Ia sezione della Cassazione penale accoglieva il ricorso con la seguente motivazione qui riportata in massima: "L’ipotesi di ricusazione prevista dall’art. 37 comma 1 letta a) in riferimento all’art. 36 comma 1 lettera c), sussiste sempre che un parere sull’oggetto del procedimento sia stato manifestato fuori dell’esercizio delle funzioni giudiziarie, senza che rilevino nè il momento, nè il luogo, nè il destinatario , nè la qualità del parere medesimo (frutto di approfondita valutazione tecnico-giuridica ovvero frutto di approssimato giudizio), nè che il procedimento sia in corso o ancora non sia iniziato. Ne consegue che essa è configurabile non solo allorché la manifestazione di parere si risolva in espressioni generiche, non attinenti ad un caso specifico, formulate nell’ambito di conversazioni su temi generali o costituenti manifestazioni di orientamenti giurisprudenziali."
In questa sentenza si può rilevare forse un’interpretazione piuttosto estensiva dell’obbligo della astensione, ma è perfettamente compatibile con il nostro ordinamento giuridico. Considerate le circostanze nessuno si aspettava niente di diverso.
In virtù di questa decisione la sentenza del Tribunale Penale Militare venne annullata e si iniziò un nuovo processo conclusosi, com’era inevitabile, con la condanna all’ergastolo dell’imputato poiché il tribunale non gli riconobbe nessuna tra le possibili attenuanti, neppure quelle generiche.
Non so se i giudici che decisero il caso, stanti i precedenti, si sentirono completamente liberi di decidere secondo scienza e coscienza.
A mio parere la questione di fondo che doveva essere risolta era quella di stabilire se la rappresaglia poteva considerarsi legittima e, in caso contrario, se l’imputato avrebbe potuto sottrarsi all’ordine di partecipare all’eccidio.
A questo riguardo è necessario fare riferimento alle leggi internazionali e nazionali che regolano la materia.
Innanzitutto va precisata la definizione di "legittimi belligeranti".
In Italia la materia è regolata dal Regio Decreto Legge 8.7.1938, n.1415 che in pratica recepisce le convenzioni internazionali dell’Aia del l907 e di Ginevra del 1923.
All’art.25 recita:"Sono legittimi belligeranti coloro che appartengono alle forze armate di uno Stato, ivi compresi le milizie ed i corpi volontari, che le costituiscono o ne fanno parte.
Sono legittimi belligeranti anche gli appartenenti a milizie o corpi volontari diversi da quelli indicati nel comma precedente, purché operino a favore di uno dei belligeranti, siano sottoposti a un capo per essi responsabile, indossino una uniforme, o siano muniti di un distintivo fisso comune a tutti e riconoscibile a distanza, portino apertamente le armi, e si attengano alle leggi e agli usi della guerra.
"
Da questa chiara dizione risulta ictu oculi che i partigiani di via Rasella, mai e poi mai, potevano e possono essere considerati legittimi belligeranti: 1) non avevano né uniforme, né distintivo fisso comune a tutti e riconoscibile a distanza; 2) non portavano apertamente le armi; 3) non si attenevano alle leggi ed agli usi di guerra.
L’art. 35, n. 2 stabilisce che è illecito in guerra "usare violenza proditoria ovvero uccidere o ferire un nemico tradimento....."
Pertanto l’imboscata compiuta da "illegittimi belligeranti" mediante una "violenza proditoria"non si poneva sotto la protezione della legge di guerra e legittimava una rappresaglia od una ritorsione. Questo indipendentemente dal fatto che l’attentato poteva, anzi, doveva ritenersi autorizzato dal legittimo governo italiano e dalle forze Alleate, nemici in guerra con la Germania.
L’art. 8 del citato decreto stabilisce inoltre che: "L’osservanza degli obblighi derivanti dal diritto internazionale può essere sospesa, a titolo di rappresaglia , anche in deroga a questa legge e ad altra legge nei confronti del belligerante nemico, che non adempie in tutto od in parte, ai detti obblighi.
La rappresaglia ha il fine di indurre il belligerante nemico a osservare gli obblighi derivanti dal diritto internazionale, e può effettuarsi sia con atti analoghi a quelli da esso compiuti, sia con atti di natura diversa.
"
Le convenzioni internazionali citate stabiliscono le modalità della rappresaglia che deve essere tra l’altro, a) tempestiva, b) efficace e necessaria; c) deve arrecare un danno proporzionale; d) deve essere preceduta da indagini e) non deve violare le leggi umanitarie; f) non deve essere eseguita su prigionieri di guerra.
La magistratura nella sentenza resa al processo contro Kappler, pur rilevando che i gapisti non potevano ritenersi "legittimi belligeranti" ritenne ugualmente illegittima la rappresaglia in quanto non rispondeva a detti parametri e Kappler fu condannato per tutti i capi di accusa. Successivamente un tribunale civile, e da ultimo la Cassazione, mandò assolti i gapisti autori dell’attentato, chiamati in causa da alcuni parenti delle vittime per il risarcimento del danno subito, ritenendo legittimo il loro atto di guerra.
Senza avere la pretesa di saperne più degli altri, a me pare che si possano trarre le seguenti conclusioni:
1) I tedeschi avevano il diritto di eseguire la rappresaglia perché l’attentato non poteva ritenersi un legittimo atto di guerra, sia perché condotto da "illegittimi belligeranti, sia per le modalità proditorie con cui si era svolto;
2) la rappresaglia rispondeva al parametro della necessità ed efficacia (come peraltro dimostrò la diminuzione delle attività partigiane nel periodo successivo);
3) fu preceduta da indagini poiché Kappler fece perquisire tutte le abitazioni di via Rasella alla ricerca dei colpevoli e ne interrogò gli abitanti. Né al momento poteva fare molto di più, tenuto conto che la rappresaglia doveva essere anche tempestiva;
4) la rappresaglia fu indubbiamente tempestiva;
5) i fucilati non erano prigionieri di guerra.
6) fu invece sproporzionata perché uccidere dieci italiani per un tedesco non trovava riscontri nella legge italiana e neppure in quella internazionale;
7) violò sicuramente le leggi umanitarie perché gli ostaggi vennero uccisi a gruppi di cinque, in maniera barbara, facendo salire i morituri sui corpi di quelli già uccisi.
Pertanto la rappresaglia, in sé legittima perché sanzione nei confronti di un illegittimo atto di guerra, divenne sicuramente illegittima per le modalità di esecuzione
A questo punto, ritenuto che la rappresaglia si configurò come atto illegittimo, deve domandarsi se Priebke, al pari di Kappler, che ne fu l’organizzatore, doveva considerarsi colpevole.
A processo ormai da tempo concluso in tutti i suoi gradi posso esprimere soltanto una mia personale opinione.
Kappler fu certamente l’organizzatore della rappresaglia e fu responsabile della morte di 5 persone che dovevano essere risparmiate e di altre 10 che potevano essere risparmiate. Inoltre fu anche responsabile, insieme al capitano Schutz, della barbara modalità di esecuzione. Quindi la condanna se l’è meritata.
Priebke al contrario non aveva responsabilità di comando, era un sottoposto di quarto livello. Prima di lui c’erano il tenente colonnello Kappler, il maggiore Hass, il capitano Scutz che era più anziano in grado.
Aveva sicuramente collaborato all’organizzazione della rappresaglia nell’ambito del suo dovere militare. Aveva ucciso personalmente (e per la prima volta nella sua vita), sempre in ottemperanza ad un ordine dei suoi legittimi superiori, due ostaggi.
Si sostiene che Priebke avrebbe potuto rifiutare l’ordine in quanto anche nell’esercito tedesco vi era il paragrafo 47 del codice militare che consentiva al militare di rifiutare l’esecuzione di un ordine "criminale". Ma come poteva ritenere Priebke, ufficiale SS, che un ordine proveniente direttamente dal Furer, ossia dal capo dello Stato, ribadito dal capo di stato maggiore generale della Wermach generale Jold, precisato e formalizzato dal comandante supremo del fronte Sud, feldmaresciallo Kesserling, potesse essere "criminale" ed illegittimo? Tanto più che nell’esercito tedesco la rappresaglia in ragione di 10 ad 1 era la regola in caso di uccisioni di militari germanici. (24) Io stesso fui testimone, ragazzino tredicenne, nel luglio del 1944 di un episodio del genere in un pasesino delle Marche, Monte Giorgio in provincia di Ascoli Piceno: per l’uccisione da parte dei partigiani di 5 militari tedeschi appartenenti alla croce rossa, vennero messi al muro 50 civili, tra cui un vescovo.
Del resto la rappresaglia, anche con proporzioni più severe, venne usata da tutti gli eserciti belligeranti, compresi inglesi, francesi, russi ed americani.
Da tenere presente, peraltro, che la gioventù tedesca era stata educata a considerare l’obbedienza ai superiori un punto d’onore: "Un ordine è sacro, non deve essere discusso, ma solo eseguito", questi erano i miti del III Reich che avevano condizionato la vita di ogni tedesco.
Ma quand’anche Priebke avesse ritenuto che il suo dovere non l’obbligava ad ubbidire, aveva egli l’obbligo di essere un eroe e rischiare la vita per un principio morale? Perché di questo si trattava, in quanto l’eventuale rifiuto non avrebbe né impedito, né mitigato la strage, che avrebbe comunque proseguito il suo corso.
E’ risultato provato, anche dalla testimonianza del maggiore Hass, (così come ammise Kappler al suo processo) che gli ufficiali e soldati a cui venne impartito l’ordine dell’esecuzione vennero più volte minacciati di morte in caso di rifiuto sia da Kappler che dal capitano Schutz.
Il capitano Schreiber aveva riferito durante il processo di 85 casi di ufficiali tedeschi che si erano rifiutati di partecipare a crimini di guerra e che erano stati puniti blandamente, ma non aveva portato i dossier delle migliaia e migliaia di militari tedeschi passati per le armi, spesso sommariamente, in zona d’operazioni per rifiuto d’obbedienza. Il minimo che poteva accadere a Priebke in caso di rifiuto sarebbe stato il trasferimento sul fronte orientale, e ciò equivaleva ad una condanna a morte.
Priebke non può neppure essere ritenuto responsabile dell’uccisione dei dieci ostaggi aggiunti da Kappler dopo la morte del 33° soldato. Questa fu, per ammissione dello stesso responsabile, una decisione di Kappler, e non poteva essere altrimenti.
Neppure gli può essere imputata la morte dei cinque uomini i cui nomi non risultavano inseriti nelle liste: Dalla testimonianza del maggiore Hass risulterebbe che a decidere della loro fucilazione fu soltanto Kappler. Risulta invece che Priebke, non riscontrando i loro nomi, li aveva messi da parte, non li aveva fatti fucilare.
Neppure a Priebke può essere ricondotta la responsabilità della organizzazione delle esecuzioni, che era compito di Scutz, mentre lui spuntava i nomi sulle liste.
Ma allora quali sono le colpe dell’imputato, talmente gravi da meritare ad un ultra ottantenne l’ergastolo?
Credo che si possano trarre le seguenti conclusioni: a) Priebke non ebbe alcuna autonomia nel decidere o determinare la rappresaglia, b) non prese alcuna iniziativa per organizzarla; c) non aveva il potere di evitarla o mitigarla; d) non fu lui a stabilire le modalità dell’ esecuzione; e) collaborò attivamente alla organizzazione ed alla esecuzione della rappresaglia, ma in ottemperanza agli ordini ricevuti dai suoi legittimi superiori; f) non decise e non determinò la fucilazione di altri dieci ostaggi allorché morì il 33° soldato tedesco; g) non vi è alcuna prova, anzi vi è prova del contrario, che egli abbia determinato la morte dei cinque uomini non compresi nelle liste; h) i cinque militari coimputati di Kappler al relativo processo, che avevano una posizione analoga alla sua, erano stati assolti perché venne loro riconosciuto di aver agito in stato di necessità, in ottemperanza agli ordini ricevuti.
Alla luce delle considerazioni che precedono possiamo ritenere che i fatti, così come emersi e nei limiti delle prove raccolte, fanno considerare addirittura severa la sentenza "Quistelli", ingiusta quella successiva, che non riconobbe nessuna attenuante.
A meno che non si volesse processare il nazismo, cosa questa che il P.M. aveva detto in premessa che si doveva evitare.


Nell'immagine, il capitano delle SS Erik Priebke
Documento inserito il: 08/01/2015
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