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La guerra è uno tsunami [ di Antonio Gibelli ]

Fenomeno del tutto tecnologico e culturale, il conflitto spesso assume le dimensioni incontrollabili di una catastrofe naturale.

“Fra tutte le sciagure subite dall’umanità, le grandi epidemie hanno lasciato di sé un ricordo singolarmente vivo. Esse agiscono con la fulmineità delle catastrofi naturali, ma mentre un terremoto si compie in poche e brevi scosse, l’epidemia ha una durata che può estendersi per mesi e perfino per un anno intero. Il terremoto suscita d’un colpo il culmine dell’orrore: le sue vittime muoiono tutte insieme nello stesso momento. Un’epidemia di peste ha invece un effetto cumulativo: dapprima solo pochi ne sono colpiti, poi i casi si moltiplicano, dappertutto si vedono dei morti, ed ecco che i morti sono più numerosi dei vivi. Alla fine il risultato di un’epidemia può essere pari a quello di un terremoto; ma, nell’epidemia, gli uomini sono testimoni del massiccio progresso della morte che ha luogo sotto i loro occhi. Essi si trovano nelle condizioni di partecipanti a una battaglia che dura più a lungo di tutte le battaglie conosciute”.

Guerre, epidemie, catastrofi naturali: in questa pagina di Massa e potere di Elias Canetti, scritta a commento di un brano tratto da La guerra del Peloponneso di Tucidide, cogliamo le analogie potenti e le differenze tra questi fenomeni e siamo indotti a riflettere sui rapporti tra natura come potere che sovrasta interamente l’uomo da un lato, cultura e tecnologia dall’altro, che sono prodotti interamente umani. La guerra è un’azione umana (per questo abbiamo intitolato “l’invenzione della guerra” la seconda edizione de “La storia in piazza”) e come tale può essere descritta, con tutto l’investimento di energie economiche, tecniche, intellettuali, estetiche, emotive e comunicative che comporta. E tuttavia assume talvolta dimensioni tali da presentarsi come una potenza autonoma, come una forza che trascende le possibilità di controllo degli uomini, con tutta la potenza selvaggia e incontenibile della natura, come quello tzunami che abbiamo visto da poco travolgere con uno schiaffo gigantesco uomini, case e cose dello sventurato Giappone, e che gli uomini non possono neppure immaginarsi di poter fermare. Così furono molte guerre del passato, che debordarono dai loro limiti, durando non anni ma decenni (la guerra dei trent’anni), uscendo dai campi di battaglia e percorrendo il territorio, traboccando dall’ambito militare per investire totalmente quello dei civili, sfociando da azione di armi in epidemia senza controllo (come la guerra del Peloponneso) , sviluppando la propria forza distruttiva in maniera illimitata e incontenibile.

Così fu la guerra grande per eccellenza, ossia la prima guerra mondiale, che a un certo punto nessuno sembrava in grado di fermare e che terminò in effetti per esaurimento dei popoli non per decisione dei governi, come lo tzunami che ha esaurito la sua forza d’urto lasciando dietro di sé cumuli di morti e di macerie. Eppure, essa era cominciata per decisione dei governi e degli stati maggiori, anche se era parso che la scintilla di Sarajevo avesse appiccato il fuoco indipendentemente dalla loro volontà. E durante quella interminabile guerra ci furono interminabili battaglie, durate – come dice Canetti – più a lungo di tutte le battaglie conosciute, e capaci di produrre effetti simili allo stillicidio prolungato delle epidemie: pensiamo ad esempio a Verdun sul fronte occidentale, una battaglia cominciata nel febbraio del 1916 e che sembrò più volte prossima alla fine ma si prolungò fino a dicembre di quell’anno, e produsse più o meno 800.000 (ottocentomila!) morti, con un ritmo inesorabile. Un tritacarne, come fu chiamata, dentro il quale si avvicendò un terzo di tutto l’esercito nazionale francese. E tutta la Grande Guerra fu un tritacarne, un’azione distruttiva senza fine nella quale ogni giorno morivano in media 900 francesi, 1300 tedeschi e 5400 russi. Un evento imperscrutabile che nessuno sapeva più come fermare, per cui i soldati si affidavano alle giaculatorie e ai gesti scaramantici, e nelle trincee circolavano le più strambe previsioni miracolistiche. Non per nulla, nel 1917 ci fu l’apparizione di Fatima, e uno dei tre segreti rivelati ai pastorelli riguardava proprio la fine della guerra: solo il misterioso potere divino poteva prevedere e determinare l’arresto della macchina di morte. Sulla guerra, evento prodotto dall’uomo, si stendeva il velo del sacro, di ciò che trascende il potere umano e per questo genera terrore. Altro che guerra come prosecuzione della poiltica con altri mezzi, come voleva Clausewitz.
Le guerre del Novecento, sovraccariche di un potere umano scientifico, tecnologico e logistico che è sembrato, a partire dalla seconda rivoluzione industriale, rendere l’uomo simile a Dio, hanno così assunto il carattere delle catastrofi naturali e in particolare dei sismi e delle pestilenze, schiacciando l’uomo come un moscerino. Esse contengono insieme la simultaneità distruttiva dei terremoti e la progressività delle epidemie che prolungano i loro effetti nel tempo. L’esempio limite in questo senso è il bombardamento atomico di Hiroshima, che produce la morte in un istante e prolunga l’istante in una durata indefinita attraverso gli effetti postumi e genetici dell’esplosione. E’ anche per attraversare questi scenari oscuri, tragici e smisurati, e insieme per riconoscervi pienamente le responsabilità delle azioni umane, che ci inoltreremo nelle giornate de “L’invenzione della guerra” al Palazzo Ducale, aiutati da una schiera di studiosi, specialisti e testimoni che hanno guardato dentro le guerre senza fermarsi alla superficie, ai diagrammi delle perdite e alle carte delle battaglie, al computo finale del dare e dell’avere.

di Antonio Gibelli


Si ringrazia il Prof. Antonio Gibelli, Coordinatore scientifico de “La storia in piazza”, per l'invio ed il permesso alla pubblicazione di questo articolo
  • TAG: guerra moderna, antonio gibelli, effetti della guerra

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