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Intervento sul 150° dell'Unità d'Italia [ di Antonio Gibelli ]

1.Questo anniversario
Sono grato ai rappresentanti dei consigli regionale, provinciale e comunale per avermi chiesto, assieme al collega Marongiu, questo intervento. A venirne sollecitata è la mia passione civile, che non è mai interamente disgiunta dall’impegno disciplinare dello storico, anche e soprattutto quanto si tratta – come in questo caso - di uso pubblico della storia. Sento particolarmente questo anniversario anche perché ne avverto l’interna conflittualità. Mai come oggi l’idea di nazione è apparsa tanto deprezzata, dilaniata da pulsioni particolaristiche, da forme di appartenenza territoriale esclusiva e aggressiva fondata sull’egoismo e sulla paura. Il senso del bene comune e delle sue regole si è appannato, travolto dagli imperativi dell’individuale e del privato. Come ha notato la giovane scrittrice Melania Mazzucco, oggi l’Italia appare nuovamente nelle spoglie in cui la ritrasse il celeberrimo pittore del Risorgimento Hayez prima che suonasse l’ora del riscatto, ossia dopo il 1848 ma prima del 1861: come una donna bella e dolente perché umiliata, bisognosa di essere difesa. La classe dirigente è arrivata a questo appuntamento con molta reticenza, dando l’impressione di viverlo come una spesa inutile e un’incombenza che avrebbe preferito evitare. Abbiamo dovuto affidarci a quel grande interprete moderno delle tradizioni popolari che è Roberto Benigni per avere un sussulto di emozione adeguato all’importanza dell’avvenimento, per veder rilanciata in forma plateale ma non retorica una delle sue icone principali, Garibaldi a cavallo nell’atto di sventolare il tricolore, per sentirne finemente rievocata e commentata la colonna sonora ufficiale, l’inno di Mameli.

2. I colori della Repubblica
Persino il tricolore in questi anni difficili è stato contestato. Il tricolore, che è stato la bandiera dell’Italia unita sotto le insegne monarchiche, ma che è oggi in primo luogo la bandiera della Repubblica fondata sulla Costituzione. Voglio ricordare in proposito un dettaglio storico significativo: martedì 11 giugno del 1946, giorno dichiarato festivo subito dopo la proclamazione della Repubblica, la bandiera tricolore sventolò per la prima volta al Viminale priva dello scudo sabaudo che l’aveva fino a quel momento fregiata, mentre al Quirinale sventolava ancora l’altra bandiera con la vecchia insegna. Appartengo a una generazione che fece fatica non solo ad amare, ma persino a rispettare quel simbolo e che guardò con sospetto e diffidenza le manifestazioni del patriottismo. Nel dopoguerra la bandiera nazionale appariva inquinata dalle tracce di aggressività imperialistica e di retorica militarista di cui l’aveva ricoperta il fascismo, anche se non aveva mancato di sventolare in una parte del movimento partigiano. Il tricolore visse allora una stagione che potremmo chiamare di convalescenza, direi quasi di quarantena, per avere il tempo di riscattarsi da quella eredità. Eppure ricordo che neppure allora la bandiera fu mai obliterata o peggio offesa da membri della classe dirigente, com’è accaduto ai nostri tempi. Anche se è vero che fu per così dire messa sotto tutela da altri simboli, lo scudo crociato e la falce e martello, che aspiravano a rappresentare - oltre l’età dei nazionalismi distruttivi, delle guerre e degli stermini - una nuova universalità.

3. Celebrazione
Vorrei rassicurare tutti coloro che hanno affrontato la scadenza con fastidio e con imbarazzo: non c’è nessuna tentazione di accreditare una versione apologetica o oleografica del passato ma non siamo qui neppure per celebrare, come qualcuno ha detto con disprezzo, centocinquant'anni di mafia, di camorra e di organizzazioni criminali. Questa come tutte le celebrazioni è soprattutto un’occasione per riflettere in pubblico sulla complessità e le contraddizioni del cammino percorso, comune anche se spesso diviso. Da tempo immemorabile la narrazione storiografica è insieme il prodotto di un’attività specialistica e una pratica sociale necessaria alla coesione delle comunità.
Riflessione collettiva significa anche pensiero inclusivo, di cui la storia, non sempre la memoria, ci rende capaci. Perché è la storia che include nel percorso comune coloro che hanno fatto l’Italia monarchica, come doveva restare per oltre ottant’anni, e coloro che l’hanno vagheggiata repubblicana, dovendo attendere altrettanti anni per vederla realizzata. E’ la storia che include i sostenitori di una visione centralista, preoccupati di ogni minima minaccia alla compattezza dell’edificio appena costruito, e i sostenitori del pensiero federalista come Carlo Cattaneo, che puntava sull’autogoverno dei comuni virtuosi ma che non per questo pensava a forme di appartenenza esclusive e ripiegate ossessivamente su se stesse, tant’è che vedeva il Ticino, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita, come ugualmente appartenente alla florida comunità lombarda e alla Confederazione svizzera. E’ la storia che tiene assieme quelli che hanno voluto l’Italia unita, come i patrioti risorgimentali, e quelli che l’anno avversata, come le gerarchie cattoliche timorose dell’avanzare del mondo moderno, le quali infatti sapientemente hanno riconosciuto a posteriori che al di là della frattura c’è stata una storia comune e una contaminazione oggi indelebile. Dirò di più – certo di non essere frainteso: è solo la storia che può includere quelli che dell’Italia hanno meritoriamente costruito il fondamento repubblicano e democratico, la costituzione del 1946/1948, ossia le forze della Resistenza antifascista, e coloro che l’hanno avversata, ma che sono poi vissuti e cresciuti grazie a quella in un paese civile e moderno e oggi riconoscono in quella il fondamento della nuova cittadinanza.

4. 17 marzo. L’evento
Questo discorso vare a partire dalla data stessa oggetto delle celebrazioni, in sé tutt’altro che priva di significati controversi. Il 17 marzo è il giorno in cui fu promulgata una legge che conferiva a Vittorio Emanuele II e ai suoi discendenti la qualifica di re d’Italia, e che in questo senso dava vita al Regno d’Italia. Una data monarchica dunque, che come tale non poteva piacere a una parte cospicua della nostra città, repubblicana e democratica, garibaldina e mazziniana, la quale non per caso rimarrà a lungo all’opposizione. Una data sabauda e dinastica, non fondata su una nuova legittimità ma tale da sottolineare la continuità del Regno d’Italia con quello di Sardegna. Infatti l’Italia unita nata il 17 marzo non ha una carta costituzionale, ma eredita quella del Regno di Sardegna, lo Statuto albertino. E il suo Re non si chiama Vittorio Emanuele primo, ma secondo. E il suo parlamento si riunisce in una legislatura, quella apertasi il 18 febbraio di quell’anno, che non è la prima ma l’ottava. E questi atti solenni tendono a oscurare il fatto che la nuova Italia è nata in gran parte per iniziativa del volontariato garibaldino e attraverso gesti di discontinuità e di rottura. Niente autorizza a cancellare queste divisioni, queste dualità e queste tensioni. Ma niente autorizza a prenderle a pretesto per un impossibile progetto di riavvolgimento all’indietro della storia.

5. Una storia non apologetica
Il primo dato è insomma questo: il processo che condusse all’unificazione fu lungo, tormentoso e doloroso. Durò almeno mezzo secolo, comportò lacerazioni, violenze, sacrifici, bruciò e deformò molte vite e molte generazioni in compiti che parevano impossibili, come ci dice tutta la storia del movimento mazziniano, fino alla morte del suo animatore avvenuta in Italia ma da esiliato e quindi in incognito. E come ci ha recentemente raccontato un film tragico e corrusco che giustamente restituisce agli avvenimenti la loro drammaticità, Noi credevamo. E talvolta sacrificò, o cancellò e represse, le idee migliori, come quelle di giustizia sociale che pure qualcuno aveva intravisto, a cominciare da Carlo Pisacane.
Ma non fu, come per molto tempo si è detto e come oggi talvolta strumentalmente si ripete, la pura espressione di un'elitè intellettuale aristocratica e borghese che agì sulle spalle e a spese del popolo espropriandolo delle sue tradizioni e della sua religione. Certo, l’Italia contadina, che era la maggioranza, rimase estranea e ostile al progetto. Ma Garibaldi poté vincere nel Mezzogiorno perché ai suoi mille molti altri si aggiunsero infiammati dalla speranza di riscatto: il suo esercito contava non 1000 ma 60.000 uomini quando raggiunse Napoli. Quanto all’area urbana, che aveva tanta importanza nel tessuto sociale e culturale italiano, e a quelle feste della democrazia che furono le piazze del Milleottocentoquarantotto, le classi popolari, gli operai e gli artigiani furono ampiamente coinvolti, e così il basso clero e così molto spesso le donne. Durante l’insurrezione di Milano, 409 persone furono uccise nei combattimenti e di queste 39 erano donne, in gran parte di estrazione popolare. Se mi è permesso un riferimento personale, vado particolarmente orgoglioso di una mia antenata, una trisavola di nome Laura Solera Mantegazza, madre dell’antropologo Paolo Mantegazza, che fu attivissima nelle cinque giornate, impegnata nella raccolta di fondi per sostenere gli insorti e nelle attività infermieristiche per curarli. Dopo la sconfitta accolse nella sua villa sulla sponda piemontese del lago Maggiore i garibaldini feriti nella battaglia di Luino, ricevendone attestati di gratitudine dal generale. Più tardi, nella Milano del secondo ottocento, si dedicò ad attività filantropiche animate da una sorta di protofemminismo.

6. Un cammino difficile
Non meno difficile e talvolta doloroso fu il cammino che condusse alla costruzione della nazione dopo la realizzazione dell’Unità. Grandi masse popolari contadine ne rimasero fuori, così come il nascente proletariato industriale. Il mondo cattolico fu programmaticamente contro il nuovo stato liberale, rifiutando le garanzie che pur questo riconosceva alla Chiesa, e tale rimase molto a lungo. La repressione del brigantaggio fu un’autentica guerra civile, più sanguinosa delle guerre risorgimentali. Ma in questo senso l’Italia non è un’eccezione: le grandi nazioni moderne, dalla Francia agli Stati Uniti, sono nate o si sono consolidate attraverso guerre civili.
Alla storia italiana si attagliano in modo particolarmente calzante le parole di uno storico che ha definito l’identità nazionale come il sentimento delle grandi cose fatte assieme o patite assieme. Non c’è qui modo di ripercorrere le forme di pedagogia nazionale che attraverso l’esercito, la scuola, le grandi narrazioni deamicisiane, contribuirono – come si dice abitualmente - a fare gli italiani. Del resto, più ancora di tali istituzioni, furono grandi sommovimenti sociali e grandi eventi traumatici a plasmare l’identità italiana attraverso processi in cui l’agire e il patire, l’inclusione e l’esclusione si intrecciarono. Penso in primo luogo al processo migratorio, che coinvolse decine di milioni di italiani, una parte dei quali espatriò definitivamente. Non dobbiamo pensare questo processo come un abbandono disperato e perdente, esercitandoci in retoriche miserabiliste e nostalgiche che la storiografia ha da tempo criticato. L’espatrio non fu un naufragio ma spesso una risposta attiva, molti uomini e donne ne furono protagonisti e non solo vittime, soggetti e non solo oggetti. Il distacco, cioè l’esclusione, divenne spesso elemento di inclusione, ossia di scoperta dell’appartenenza, sia pure intrecciata con un’idea più ricca e trasversale che oggi chiamiamo transnazionalità.
Ma penso soprattutto alle guerre: a cominciare dalla Grande Guerra, prima autentica esperienza simultanea di massa degli italiani: i quattro milioni e oltre che vissero l’esperienza delle trincee, che impararono per amore o per forza a parlare una lingua comune che i linguisti hanno chiamato italiano popolare, che impararono – pur poveri di apprendistato scolastico – a tenere la penna in mano per mandare a casa segni di vita e per riceverne segnali di un mondo nel quale erano in grado di riconoscersi più che in quello traumatico della modernità distruttiva nel quale erano stati gettati senza capirne il perché. Ma non solo loro. Perché quella fu una guerra non solo di combattenti ma anche di civili, non solo di uomini ma di donne, non solo di adulti ma di bambini e bambine: donne mobilitate come produttrici di armi ma anche come simboli compensativi di pace e di pietà, bambini e ragazzi coinvolti nell’organizzazione del consenso. Una guerra combattuta assieme, ma non consensuale: dove molti furono i renitenti e i disertori, molti i fucilati, molti i disperati che finirono nei manicomi in preda a traumi indelebili. Anche di loro la storia si è occupata e si occupa. Al termine di quella immane esperienza, di quel corso forzoso e doloroso di italianità, anche attraverso il lutto era cresciuto il sentimento confuso di appartenenza a una comunità più vasta di quella del paese natale, ma non quello di confidenza con uno Stato che si era presentato una volta di più soprattutto col volto della disciplina feroce e delle promesse non mantenute. Anche per questo, e per le lacerazioni che ne seguirono, la traumatica esperienza della guerra, associata alla debolezza dello stato liberale, sfociò nell’avvento del fascismo che dissociò in maniera definitiva l’idea di nazione da quella di libertà, associandola a quella di intolleranza e di gerarchia e costruendo il regime totalitario.

7. L’ultima guerra e la Resistenza
Penso, infine, all’ultima guerra e alla Resistenza, grazie alla quale gli italiani si liberarono dal pesante retaggio del fascismo. La guerra, con i suoi inenarrabili disastri, che divenne ben presto guerra sulla porta di casa, dei bombardamenti a tappeto, delle deportazioni naziste, delle stragi efferate, fu il patire collettivo attraverso il quale passarono pressoché tutti gli italiani. Il patire della fame e delle umiliazioni, della dipendenza e della paura, delle separazioni e dei lutti. Uno storico italiano ha parlato di questo “popolo dei morti” che emerge dalle tragedie della seconda guerra mondiale, dell’identità derivante dalla sofferenza delle perdite. E la Resistenza fu l’agire nel quale una parte non maggioritaria, ma non elitaria degli italiani imparò faticosamente, forse fin troppo rapidamente a riconquistare la propria dignità e un’idea sconosciuta di democrazia. Non solo i partigiani combattenti, ma uomini e donne che opposero il sentimento della dignità perduta al mondo disumano nel quale le idee feroci del novecento avevano trascinato l’Europa. E’ stato pubblicato da poco il memoriale (1) di deportazione di un contadino toscano intitolato La mia vita prigioniera. In un italiano sgangherato, dimesso e privo di ogni enfasi, Elio Bartolozzi vi narra le peripezie della sua vita per aver aiutato e poi coperto un gruppo di giovani partigiani autori di un’azione, rifiutandosi di rivelare ai tedeschi chi fossero e dove fossero fuggiti, malgrado le pressioni subite. Catturato e torturato, venne deportato nei campi di sterminio. Sopravvissuto miracolosamente e ritornato, a lungo lasciò cadere il silenzio sulle sue sofferenze, tenendosi appartato anche dalle celebrazioni, al centro delle quali c’erano – legittimamente – i partigiani combattenti ed affidando i suoi ricordi sommessi alle pagine manoscritte del diario. Nessuno si accorse, nessuno ricordò per Molti anni, che se quei i partigiani erano ancora vivi, lo dovevano al suo ineroico sacrificio non dettato da alte motivazioni ma da un semplice senso di decoro e di umanità. E’ questa che si è chiamata resistenza civile, che ha circondato la resistenza armata e che ha accresciuto il patrimonio morale e civile utile a ricostruire un’Italia migliore. Come è stato fatto grazie alla nascita della Repubblica e alla Costituzione: autentico miracolo di coesione in un mondo che stava già nuovamente dividendosi in seguito all’esplosione della guerra fredda e, oggi, straordinaria garanzia di convivenza, di primato del bene comune contro le pulsioni selvagge di appropriazione privata, di smantellamento dei principi di solidarietà e di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

8. La ricchezza delle diversità
Voglio terminare con un altro riferimento a una vicenda singolare, all’esperienza di un uomo conune che come sempre, pur essendo irripetibile, può condensarne molte altre e diventare paradigma di percorsi collettivi. Ho conosciuto qualche hanno fa l’autore di una monumentale memoria, un uomo di nome Antonio (2), nato nel 1942, figlio di contadini poveri siciliani. Quando aveva sedici/diciassette anni, verso la fine degli anni cinquanta, Antonio, stufo di faticare con la zappa venne a Genova, città in piena espansione, a maneggiare uno strumento ancor più pesante, il martello pneumatico usato nell’edilizia. Nelle nostra città conobbe rapporti sociali moderni ma subì l’umiliazione delle discriminazioni, la fatica e lo sfruttamento urbano, le difficoltà di un mutamento antropologico che lo aveva costretto, al suo metter piede in città, a chiedere aiuto a uno sconosciuto per usare un telefono. Dotato di una straordinaria energia morale, di una carica vitale enorme, dopo soli tre anni salpò da Genova per l’Australia, dove ha conquistato una vita più che dignitosa lavorando nelle ferrovie, mettendo su famiglia e casa . La passione della memoria e della scrittura autobiografica lo ha riportato in Italia, dove ha vinto il premio Pieve per il miglior racconto autobiografico popolare. Antonio ricorda bene il siciliano, che è la sua lingua madre, conosce bene l’inglese, che ha imparato nel nuovo mondo, si esprime con fatica in italiano, che ha appreso in pochi anni di scuola. Tuttavia ha scritto la sua memoria proprio in questa lingua. La sua è certo – se vogliamo usare questa parola ambigua e spesso fraintesa - un’identità multipla, più che nazionale transnazionale, come ho prima accennato. Eppure egli ha ancora l’orgoglio di essere italiano, forse perché ricorda quando, nella Genova degli anni cinquanta, qualcuno lo chiamava terrone e lui rispondeva per difendersi: anch’io sono italiano. La sua identità non è dunque costruita per esclusione ma per contaminazione, non attraverso la contrapposizione ma attraverso l’arricchimento trasversale: mi ha mostrato le fotografie di una festa in strada a Sidney, dove ora abita, e vi ho visto il segno di questa ricchezza, di questa capacità di essere più cose insieme. La sua vita concreta si è separata fisicamente dal territorio italiano, anche se da qualche tempo vi fa ritorno per gli appuntamenti del Premio Pieve. La sua storia non può espungere questo ancoraggio italiano perché ne è intessuta ma non può ridursi ad essa perché contiene altre dimensioni. E l’Italia non può fare a meno di questa esperienza di Antonio espulso per la povertà. Cosa diremo di lui: che è Siciliano? Che è Italiano? Che è Australiano? Non una sola di queste cose ma tutte insieme fanno la sua identità che è semplicemente la sua storia. E così è in gran parte l’identità italiana: fatta di gente che è venuta e di gente che è andata, che ha fatto e patito grandi cose assieme, che si è separata e che si è ricongiunta. Ed è di questo cammino, spesso tortuoso, spesso doloroso, talvolta vergognoso talvolta nobile e persino eroico, è di questa unità delle diversità che stiamo parlando quando diciamo Italia, e che non si può riportare indietro all’utopia premoderna dell’uguale a se stesso come unica fonte di sicurezza. Ecco perché, pur convinti che lo stato nazionale è in una fase declinante, non intendiamo rinunciare a ciò che di positivo c’è dietro di noi. E benché gli evviva non competano agli storici più di quando non competano loro le invettive, penso di poter concludere dicendo: viva l’Italia!

Genova, 15 marzo 2011


Bibliografia:
1. Il memoriale di cui si parla nel paragrafo 7 è il seguente: Elio Bartolozzi, La mia vita prigioniera, Regione Toscana/Istituto Storico della Resistenza in Toscana, Edizioni dell'Assemblea, Firenze 2011.

2. Il personaggio di cui si parla nel paragrafo 8 si chiama Antonio Sbirziola e una parte delle sue memorie è stata pubblicata: Antonio Sbirziola, Un giorno è bello e il prossimo migliore. Un siciliano in Australia, Terre di mezzo, Milano 2007.
  • [ documento .pdf ] - 15/03/2011
  • TAG: unità italia, risorgimento, giuseppe garibaldi, antonio gibelli

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