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Con le intercettazioni si fa la Storia proprio come con gli archivi e i diari [ di Antonio Gibelli ]

Stando a una classificazione in uso tra gli storici, la ricostruzione della storia politica contemporanea attinge a piani distinti, che si avvalgono di altrettanti tipi diversi di fonti. Il primo, il più ovvio, è il piano palese, che riguarda le manifestazioni esplicite della politica stessa: i discorsi parlamentari, i programmi elettorali, le interviste dei leader. In questo caso le fonti sono a nostra totale disposizione e facili da raggiungere: basta leggere i giornali o ascoltare la TV per sapere cosa la politica e i politici dicono di se stessi. Il secondo è quello riservato, che riguarda gli atti dei politici non resi pubblici, come i carteggi, le memorie, gli atti di ufficio. In genere gli storici attingono, per questo, agli archivi pubblici o privati, soggetti a vincoli temporali tesi appunto a proteggere la riservatezza, e a diari e memorie personali, anch’essi generalmente resi noti dopo un certo tempo e a loro discrezione. Il terzo è quello occulto, e coinvolge tutti quegli atti che vengono deliberatamente coperti da segreto, sia legalmente sia illegalmente: tutta la storia delle stragi italiane è piena di segreti che non sono mai stati e forse non saranno mai portati alla luce. La storia del sequestro Moro, inizialmente conosciuta solo per la sua superficie di evento pubblico (per esempio attraverso la pubblicazione sui quotidiani di alcune delle sue lettere, senza alcuna possibilità di controllo) è stata di recente passata al vaglio critico di fonti un tempo riservate o addirittura segrete, ma restano in ombra ancora molti aspetti della vicenda.
Il fiume di intercettazioni pubblicate sull’intrico di frequentazioni e relazioni di ogni tipo intrecciate dal nostro presidente del consiglio, a prescindere dalla loro liceità, della loro utilità, dalla loro importanza ai fini del dibattito politico, costituisce una novità assoluta sul piano della possibilità di attingere alle fonti sulla vita politica attuale. Una novità – sia detto per inciso – della quale gli storici saranno eternamente grati ai magistrati che le hanno fatte eseguire e inserite agli atti delle inchieste, nonché dei giornalisti che le hanno pubblicate e le pubblicano. Per la prima volta le rivelazioni su larga sala sulle cionverdsazioni telefoniche del premier permettono di accostarsi alla storia del presente attingendo non solo al livello palese ma anche a una parte di quello riservato se non occulto. Per esempio ora sappiamo, senza dover aspettare qualche decennio, che il nostro presidente del consiglio è abituato a raccontare bugie. Inoltre conosciamo molte cose sulle sue cattive compagnie (prostitute, gente poco raccomandabile, avventurieri, spacciatori ecc.). Tutto ciò ci permette di confrontare l’autorappresentazione che egli ha divulgato, con uso sapiente dei mezzi di comunicazione, improntata al familismo, al buon senso, alla devozione e le caratteristiche effettive della sua vita privata, dei suoi gusti, dei suoi impegni, del suo profilo morale. Persino di confrontare il suo linguaggio pubblico con quello tenuto in privato.
Naturalmente, non bisogna commettere l’errore di pensare che in queste sole fonti stia la “verità” storica, ossia la dimensione autentica per non dire unica delle vicende di cui parliamo. Questa come le altre fonti è frutto di una selezione, che può essere parziale o addirittura arbitraria. Ricostruire il modo in cui si è formata è una precondizione della sua attendibilità. Inoltre, la cosiddetta verità storica è un concetto dinamico e consiste nell’interazione tra più fonti diverse, nella loro interferenza ponderata. Per esempio: il personaggio del premier non è quello che risulta dalle sue dichiarazioni né quello che si offre nel chiuso, diremmo quasi nell’intimità frammentaria di una telefonata, ma l’insieme di queste due facce, la loro combinazione. Se avessimo avuto solo la prima avremmo potuto farci o persistere in un’idea alquanto diversa della sua personalità. Ma lo stesso vale riguardo alla seconda. Né si può proprio dire – come ormai tutti, in Italia e all’estero, riconoscono salvo i suoi seguaci più fanatici - che dall’insieme la sua immagine ci abbia guadagnato.
  • TAG: seconda repubblica, intercettazioni telefoniche, legge sulla privacy, antonio gibelli

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